domenica 26 aprile 2020

Omelia 26 aprile 2020


Terza domenica di pasqua

Se fosse necessario rinunciare a tutto il Vangelo per una sola scena in cui esso sia interamente riassunto, certo non esiterei a indicare quella dei discepoli di Emmaus”. Così scriveva Jean Guitton, pensatore francese amico di Paolo VI, nel suo Gesù, pubblicato nel 1956. In effetti l’episodio contiene una piccola sintesi di vita cristiana: l’agire di Dio e la vita degli uomini, i grandi riferimenti della fede e i sentimenti che la accompagnano: smarrimento, delusione, speranza persa e ritrovata, gioia. Emmaus è il cammino della nostra vita con il Signore, un cammino che non esclude la fatica. Anche questo è un tempo faticoso, di speranze mortificate, di racconti inquieti, di strade impervie.

Ecco perché anziché scegliere una delle tante opere che rappresentano Gesù a tavola con i discepoli, ho preferito prenderne una dei discepoli in cammino con lui. Un soggetto meno frequente nella storia dell'arte, di cui il capostipite sembra Duccio di Buoninsegna, pittore senese tra ‘200 e ‘300. Raccontano le cronache che il 9 giugno del 1311 ci fu una processione, con grande partecipazione di popolo e di autorità cittadine, per il trasferimento della “Maestà” dalla bottega dell’artista al duomo di Siena. La Maestà di Duccio è una composizione artistica che da un lato ritrae la Vergine in trono con gli angeli e i santi, dall’altro ci sono scene evangeliche. Tra queste troviamo anche quella dei discepoli di Emmaus, in cammino, con Gesù. In alto a destra. Immagine Discepoli di Emmaus - Duccio
Di questo cammino vorrei riprendere i tre verbi fondamentali, che riguardano Gesù e che segnano i suoi movimenti.

1.    Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. È un’immagine di prossimità e di compagnia buona. Duccio ha rappresentato questa vicinanza itinerante vestendo Gesù da pellegrino: col cappello, il bastone, il mantello, la bisaccia e la conchiglia che indossavano i viaggiatori che nel medioevo andavano a Santiago. Nel grande pellegrinaggio della vita, sono qui con te, anche se non mi riconosci. Un Gesù paziente, discreto, rispettoso dei cammini degli uomini. Scalzi i discepoli e scalzo anche lui.  Non ha fretta di rivelarsi: aspetta i tempi della vita, ascolta prima di parlare, chiede di raccontare. Che sono questi discorsi che stavate facendo lungo la via? La manifestazione di Gesù inizia con la manifestazione del cuore dell’uomo. Anche se è un cuore triste, ferito, deluso. Non aver paura di raccontare al Signore quello che ti capita, compresi i drammi di questo tempo. E tutte le volte che qualcuno ascolta qualcun altro, c’è qualcosa di divino che si compie. Su questo racconto poi, Gesù ci mette del suo, ci mette la sua vita, la sua parola, la sua lettura. Spiegò in tutte le scritture quello che si riferiva a lui. Parla e ascolta. La guarigione ha bisogno di entrambi i movimenti, ha bisogno anche di accogliere parole vere, profonde, perché le nostre parole sono limitate. A volte ci chiudono in circuiti involutivi: bisogna ospitare parole vere, che riscaldino il cuore. Ieri era il 25 aprile. Quante parole si dicono e si scrivono. Quante ferite ancora aperte e quante accuse che gli uni riversano sugli altri. Forse le parole vere sono quelle di Papa Francesco quando ci invita a mettere fine alla parola guerra, a spegnere i focolai di odio presenti nel mondo. Questa è la resistenza: resistere alla cultura dell’odio e dell’indifferenza che neanche il coronavirus riesce a sconfiggere. E trovare parole di perdono, di riconciliazione, di pace.
2.    Il secondo verbo di movimento che appartiene a Gesù è una specie di provocazione: fece come se dovesse andare più lontano. Nell’immagine di Duccio lo si nota bene: bastone ben piantato per terra, mano tesa in avanti, piedi su un terreno sconnesso, nella determinazione di Gesù di proseguire il cammino. Gesù ci spinge sempre in avanti. Ha in mente qualcosa in più. Oltre la stagnazione, ma anche oltre la sola compagnia, oltre le tue parole e anche oltre le sue. Nel senso che la sua parola domanda ospitalità, trasformazione, accoglienza. Gesù vuole portarci più lontano. Là lo si riconosce. Non so se avete letto quella straziante lettera ospitata da Famiglia Cristiana di un padre e di un nonno che si congeda dai suoi famigliari descrivendo la casa di riposo in cui si trova come “prigione dorata”. Sembra infatti che non manchi niente ma non è così…manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno "come stai nonno?", gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare. In questi mesi mi è mancato l'odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Ecco qua l’invito ad andare più lontano. Anche nell’incontro tra le generazioni, vincendo la cultura dello scarto.
3.    Infine il terzo passaggio. I due infatti sono stati bene insieme e lo pregano: Non andartene: rimani con noi perché il solo ormai è al declino. Guardate la mano del discepolo più giovane che sembra invitare Gesù a casa sua. Ed egli entrò per rimanere con loro. Un lungo cammino per rimanere. Gesù sparirà poi dalla vista, ma non ritirerà la sua presenza: rimane. Niente e nessuno riesce a modificare questa sua determinazione. Non lo vedi, ma c’è. E il rimanere è affidato ad un gesto: un pane spezzato. Forse per questo Duccio non dipinge la scena classica dei discepoli a tavola. Perché quella scena si ripete sempre sull’altare di fronte al quale la Maestà è collocata. Gesù lo riconosci quando spezzi il pane con lui. Quando celebri l’eucaristia e quando diventi eucaristia, pane spezzato per gli altri. Non vediamo l’ora di poter celebrare la messa insieme. Ma c’è una messa solenne che in questo tempo si compie, fatta di tanta gente che si spezza per gli altri. Lì c’è il Signore che si fa conoscere e che rimane. Anche in quella città che appare sulla destra, dove non solo Duccio, ma questo tempo ci aspetta.

lunedì 13 aprile 2020

Omelia di Pasqua 2020

PASQUA 2020 (12 aprile 2020)

«Mi alzo all’alba per studiare nel brillio dell’occhio del mio modello il riflesso ardente del sole che spunta all’orizzonte», è quello che in una lettera, nel 1898, Eugène Burnand, pittore svizzero scrive all’amico Paul Robert, descrivendogli il dipinto che stava realizzando.
L’opera è forse la corsa al sepolcro più emozionante che la storia dell’arte conosce. 
Tutto comincia con la scoperta di Maria di Magdala che, di fronte al sepolcro vuoto: corre per dare l’annuncio ai discepoli. E poi loro, Pietro e Giovanni riprendono quella corsa, tornando al luogo da cui è partita. Al sepolcro. Eccoli qua. Con le loro espressioni intense, gli occhi luminosi, i capelli scompigliati, le mani che vogliono dirci qualcosa. Il mattino di pasqua ha bisogno della corsa di questi due discepoli, per arrivare a noi, per destare anche le nostre corse. Perché il cristianesimo non sopporta la vita sedentaria, il divano. È via, odòs, come i primi cristiani identificavano inizialmente la loro fede. Che cosa ci raccontano Pietro e Giovanni di questa corsa?



1.    È una corsa che non ha età, che raccoglie ogni età. Pietro con i tratti dell’uomo maturo, Giovanni con quelli di un giovane. È la corsa degli adulti e dei ragazzi, dei giovani e degli anziani. In questo periodo in cui siamo rinchiusi, tutti abbiamo il desiderio di uscire e tutti cerchiamo appoggi nel Codice Ateco o nel cagnolino di casa. Gesù ci fa capire che la corsa, almeno la sua, appartiene a tutti. Gesù risorto ci ha regalato tante suggestioni anagrafiche in questi giorni, aiutandoci a cogliere una fede ricca del dono di tutti. Dei bambini, dei loro disegni, del pane che hanno impastato e cotto il giovedì santo. Degli genitori che hanno aiutato i loro figli a costruire una croce, ma che soprattutto la croce l’hanno e la stanno portando con la loro responsabilità, famigliari e professionali. E poi la corsa di due anziani, seduti dietro casa il venerdì santo, ad osservare il campanile. Fermi immobili, ma sentimenti e pensieri correvano molto. Non smettere di correre, mai. La fede è una corsa, una staffetta. Perché vive di testimonianza, da persona a persona. Qualcuno arriva prima, qualcuno poi. È importante aspettarsi, condividere. 

2.    È una corsa ricca di pensieri, di affetti, di emozioni. Osservate i colori: Giovanni è vestito di cielo, Pietro di terra. Osservate gli sguardi. Giovanni sembra osservare un punto fisso di fronte a sé, sembra custodirlo nelle mani raccolte. Pietro invece ha la fronte corrugata, gli occhi inquieti, come inquieto è anche il gioco della mani. Pietro ha un vuoto da colmare, quello del rinnegamento, il confronto con la sua meschinità. La corsa pasquale non appartiene ai perfetti, ma ai salvati. Penso al bene che mi hanno fatto le testimonianze ascoltate venerdì sera. Testimonianze dal carcere dove qualcuno ci ha raccontato il male che lo abitava e il cambiamento, disperazione e speranza. In carcere sono diventato nonno: mi sono perso la gravidanza di mia figlia. Un giorno, alla mia nipotina, non racconterò il male che ho commesso ma solamente il bene che ho trovato. Le parlerò di chi, quando ero a terra, mi ha portato la misericordia di Dio…. È vero che sono andato in mille pezzi, ma la cosa bella è che quei pezzi si possono ancora tutti ricomporre. Non è facile: è l’unica cosa, però, che qui dentro abbia ancora un significato. A volte, anche noi siamo a pezzi, ma Dio ci ricompone. Come più di qualcuno ha sperimentato in questi giorni, deponendo arroganza, onnipotenza, spirito di rivalsa e di vendetta. Abbiamo speso buona parte della nostra vita per essere i migliori. Ora ne comincia un’altra. Quella per essere migliori. E basta. Per quel Dio che conosce questa parte di noi e ci invita a liberarla, ad uscire dal carcere del risentimento, dei sensi di colpa, della paranoica sensazione che siano sempre gli altri a sbagliare. Esci dal sepolcro: tira fuori la parte migliore di te. 

3.    È una corsa nella luce. È un dipinto pieno di luce. Quella del mattino, quella che brilla, condensata, proprio nella pupilla di Pietro. Sei peccatore ma Dio con la sua luce può catturare i tuoi occhi. E questa luce dice che c’è nell’aria qualcosa di nuovo. Questa immagine ci restituisce l’idea di un cristianesimo vivo, di un incontro. Noi non siamo i seguaci di un libro, neanche di un’etica buona. Ma del Signore risorto e vivo. Qualche volta vorremmo vederlo, essere confortati dai segni. Il tempo pasquale ce li regala, se li sappiamo cogliere. Come mi è capitato venerdì, spostando un faro dell’illuminazione della croce che avevo collocato sul sagrato. Quella luce provvida ha stampato un’ombra sulla facciata della chiesa, innalzando sorprendentemente una sorta di albero maestro. Non era più il patibolo, ma un vessillo, un invito a prendere il largo, a fidarci di Gesù risorto, vivo e ben presente sulla scena della chiesa e del mondo.  Suggestioni, forse. Che ti lasciano però sempre di fronte ad un bivio, alla possibilità di scegliere tra il disincanto e la fede. Il discepolo amato sceglie la seconda ipotesi: entra nel sepolcro e vide e credette. Da quel momento il mattino si è acceso, dei colori di Burnand, della stessa luce con la quale Gesù risorto, talora con sorpresa illumina anche noi.    

sabato 4 aprile 2020

Celebrazione mariana di Venerdì 3 aprile 2020


Con Maria, presso la croce. 
Momento di preghiera al Santuario della Crocetta
per prepararci alla Settimana Santa

In quell’ora. Il tema dell’ora accompagna tutto il vangelo di Giovanni e ci porta di fronte alla croce di Gesù. È la sua ora ed è la nostra ora. Perché la croce ha raggiunto anche la nostra vita. Con la sofferenza che porta con sé, il disorientamento, ma anche la speranza, perché la croce è anche un crocevia ad indicarci le vie di Dio.

E nella croce che cosa si fa? Un verbo solo coniuga gli atteggiamenti di chi è raggiunto dalla croce: stavano. Stavano presso la croce. Stare. Stai a casa. Anche questa è una croce.

Ma in questo stare c’è l’affermazione di una relazione. Una madre, un discepolo che diviene figlio, delle sorelle.

Il male, l’oscurità, la sofferenza per quanto minacciosi non riescono a cancellare le relazioni. sono terra santa, terra di Dio. E forse in questo periodo noi siamo ritornati a misurarci in maniera diversa con i genitori, con i figli, con i fratelli, con il partner. Ci siamo misurati con verità, perché quando si vive insieme senza vie di fuga emergono anche le pesantezze, le contraddizioni, i limiti di ciascuno. La croce ci smaschera dalle nostre ipocrisie.

Però ci siamo resi conto anche della sofferenza di quando insieme non si sta, per tutti i volti che non vediamo, i sorrisi che non ci raggiungono, i baci, le carezze e gli abbracci che non possiamo scambiarci. Nonni tecnologicamente avanzati che frequentano skype: Fame vedare el me ceo.

Le relazioni sono importanti e Maria è mastra di relazioni. Il figlio ce la consegna perché in lei possiamo riconoscere una maternità che sempre ci genera, ci accompagna, ci sostiene. E continua a farlo sotto la croce, qui in modo particolare, in questo santuario in cui la Vergine appare con la croce e la conficca al suolo perché ci ricordiamo di lei e di suo figlio. Siamo qui, Maria, con te, stasera. Siamo presso la croce che ci hai lasciato in dono.

E come Madre, Maria continua a darci appuntamento come nel 1420, a Pietro Tagliamento, ungaro, a questo mandriano mercante che giungendo forse dall’Europa dell’est vive una singolare esperienza di incontro tra cielo e terra. Perché Maria è così: cielo che si apre sulla terra, per tutti i suoi figli.

Quale messaggio?

-      Anzitutto non temere. Godego nel 1400 è un’estensione di boschi popolati come ci dicono alcune cronache di allora da lupi e da banditi. C’era di che aver paura. Ma la Vergine rassicura: non temere. Parole divine, ripetute 366 volte nella bibbia, una volto al giorno per tutto l’anno, compreso l’anno bisestile, compreso anche quest’anno. Le stesse parole che l’angelo ha detto a Maria, Maria le dice a noi. Non temere, il Signore è con te. Lasciatevi accarezzare questa sera da questa persuasione. Anche se patisci, anche se non vedi oltre la notte, anche se la vita ti strappa quello che hai di più caro. Non temere. Il Signore è con te. Non domani, non in un incerto futuro. Indicativo presente. È con te oggi. Qui. Maria è la garanzia di Dio, la mano tenera di una madre e di una donna perché tu ti accorga della mano sua, forte e protettiva. Non temere.

-      E poi quella rassicurazione che guarda avanti. Troverai. Qui sì c’è il futuro, perché Dio non allestisce musei ma apre sogni. Pietro sa che troverà la sua mandria. Maria a noi lancia la sfida di nuove ricerche e di nuove scoperte. Cosa troverai in questo tempo? Verso dove ti sta spingendo il Signore? Cosa troveremo, dopo questi giorni? Forse proprio quello che questi giorni ci hanno insegnato. Alcuni autori greci dicono, quasi fosse un proverbio, ripetono: Ta pathémata mathémata”, le sofferenze insegnano. Dobbiamo trovare degli insegnamenti. Che la vita è preziosa, che non può essere sprecata, che la riconciliazione vale più delle nostre ragioni, che il mondo non coincide con i brevi confini che garantiscono il benessere ma siamo interconnessi… Troverai…

-       Infine quell’invito: vai dal sacerdote e dal popolo godigese. Come se Maria, che pure si prende tutte le libertà di apparire, poi ci desse appuntamento nello spazio di una comunità cristiana. Sotto la croce, nasce la chiesa. Questo tempo ci sta facendo sentire quanto preziosi siano i legami comunitari. Rispetto a quell’idea, un po’ new age, che colloca Dio dappertutto e da nessuna parte. No, Maria ci ricorda che Dio mette dimora in uno spazio comunionale: nella tua famiglia, certo, ma anche in questa famiglia più grande che è la parrocchia, ogni nostra parrocchia. Sono molti messaggi che arrivano in questi giorni, come quello di un ragazzo che ha chiesto di essere ospitato in canonica perché, quando riapriremo lui intende stare in oratorio, dalla mattina alla sera. Non vediamo l’ora. Anche noi preti. Ma sentiamo che la comunione c’è anche in questo tempo di distanze. E forse, com’è capitato per piazza san Pietro venerdì scorso, capita anche per le nostre comunità. Mai sono state cosi vuote e così piene. Mai abbiamo colto così profondamente questo legame. Forse perché anche una Madre lo custodisce.


Omelia 29 marzo 2020

Quinta domenica di quaresima
Ci sono tante opere che riprendono il vangelo di oggi. Quella che vi propongo è di Van Gogh ed è datata 1890. È importante la collocazione cronologica perché in quell’anno il pittore in quell’anno ha lasciato la clinica psichiatrica di St. Remy in Provenza dove era ricoverato da circa un anno. Tempo difficilissimo in cui l’artista è tentato molte volte dall’idea del suicidio che tragicamente riuscirà a compiere a fine luglio di quello stesso anno. Ma prima di quel gesto lui ha ancora la voglia di dipingere e uno degli ultimi quadri è proprio La risurrezione di Lazzaro. V. Van Gogh, La risurrezione di Lazzaro, 1890 Un dipinto senza Gesù ma pieno di luce. «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». E un dipinto in cui il pittore mette il suo volto al posto di Lazzaro. Come se volesse identificarsi, affermare tutta la sua speranza di guarigione e di vita, come se volesse lanciare un grido capace di resistere nel tempo, di andare anche oltre il tragico gesto dal quale sarà sopraffatto.
Questa la grande intuizione artistica. Van Gogh ci sta dicendo: Lazzaro sei tu. Lo comprendiamo bene in questi giorni in cui ad essere sepolti non sono solo i tanti fratelli che ci lasciano, ma lo siamo anche noi. Perché quando vediamo quei camion mimetici dell’esercito che percorrono le strade di questo nostro Paese, comprendiamo che non possiamo mimetizzarci. E ci tornano le grandi domande, i nostri dubbi, simili a quella che senza troppi peli sulla lingua, Marta manifesta a Gesù: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.
Dove sei, Signore, nell’ora della nostra morte? Gesù oggi ci guida ad un rinnovato incontro con lui, proprio sul terreno delle nostre fatiche più grandi, sul terreno della morte.
1.    Il primo segnale di risposta, Gesù ce lo dà con il suo pianto. Se inizialmente e con un po’ di pudore l’evangelista ci dice che Gesù si commosse profondamente, poi supera l’imba-razzo e dichiara senza esitazione che Gesù scoppiò in pianto. Vengono in mente le immagini di venerdì sera in piazza S. Pietro. Quel crocifisso bagnato dalla pioggia che disegnava innumerevoli rigoli sul corpo del Signore, quasi fossero lacrime sue e dell’umanità. Vedi come lo amava. La prima vittoria sulla morte, Gesù ce la consegna con le sue lacrime. Un Dio che piange, che conosce bene quanta sofferenza c’è nel tuo cuore ogni volta che la morte e le sue ombre si avvicinano alla tua vita. Qualcuno non capisce e sbotta: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». A volte vorremmo un Dio così, che prevenisse i problemi e spianasse la strada ai nostri progetti. Ma quali progetti? Papa Francesco ce li ha ben ricordati: “Avidi di guadagno ci siamo ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato”. E ha aggiunto: con la tempesta è caduto il trucco che nascondeva il nostro ego. Ecco, forse Gesù preferisce le lacrime alla sua potenza, perché si sciolga il trucco che ci maschera e possiamo essere finalmente restituiti alla verità. Sua e nostra. «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».
2.    E poi quel comando rivolto all’amico: Lazzaro, vieni fuori. Sono parole che Gesù dirà ad ogni suo amico, ad ogni suo fratello nell’ora della morte. Se lo Spirito abita in voi, lo Spirito darà vita ai vostri corpi mortali… Ma intanto ci dice: evita di abitare i sepolcri prima del tempo, esci dalle macerie sotto le quali ti stai seppellendo. I sepolcri di questo tempo sono quelli dominati da due guardiane della morte: la paura e dall’indifferenza. La paura ci rende inquieti, sospettosi, acidi, chiusi in noi stessi. L’indifferenza ci rende assenti, incapaci di sintonia con il mondo, stravaccati sul divano aspettando solo che finisca e tutto possa riprendere come prima. Esci dal sepolcro, non arredarlo, fa’ di questa occasione la possibilità di ridisegnarti alla luce di Dio e dei suoi progetti.
3.    Però la vittoria sulla morte ha bisogno anche degli altri. Non ci si salva da soli, come diceva Papa Francesco. E nel brano del vangelo vediamo che Gesù, prima di dire a Lazzaro di uscire, dice a chi gli è attorno: Togliete la pietra. E poi: Slegatelo e lasciatelo andare. Quali sono i fratelli che hanno bisogno del tuo aiuto per risorgere? Quelli ai quali rifiuti il perdono. Ma questa situazione puzza… e non da quattro giorni! Togli quella pietra. E poi pensate a quelli che avvolgiamo con i nostri giudizi, i nostri “sei sempre lo stesso”, “non cambi mai”. Slega il fratello dalle tue funi, dai pregiudizi, dalle etichette. La vittoria sulla morte ha bisogno di un esercito appassionato della vita e che faccia scelte di vita. 

Ecco, io apro i vostri sepolcri o popolo mio… Ci aiuti il Signore a credere in lui, ci aiuti a sottrarre alla morte ogni segreta alleanza.

sabato 28 marzo 2020

Omelia 22 aprile 2020


Quarta domenica di quaresima


È molto bella l’immagine di Gesù che apre gli occhi al cieco. Gesù che impasta del fango e lo stende sugli occhi in un gesto che sa di creazione. Ce lo suggerisce molto bene l’immagine del pittore Giovanni Vanzulli, che raccoglie il gesto di Gesù intorno alle sue mani energiche che danno vita e danno luce, come quando Dio plasma l’uomo con la polvere della terra. 
Gesù è venuto a ricreare la nostra vita, a darci luce. A darcela anche in questo momento di oscurità dove sentiamo che non solo è sempre più difficile vivere, ma è anche più difficile credere. Perché ci siamo attivati parecchio: messe in streaming, benedizioni eucaristiche, rosario, preghiere alla Vergine, ai Santi. E Dio che sembra tacere. Dove sei, Signore? Accendi la tua luce? E lui che dice: È per un giudizio che sono venuto nel mondo, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi. I ciechi siamo noi. Accecati dalla nostra presunzione, dalla voglia di far fare a Dio quello che vogliamo noi. E Gesù vuole accenderci occhi differenti, gli occhi della fede. Per rinascere nella luce di Dio dobbiamo superare tre varchi, tirarci fuori da tre pensieri malati che segnano i personaggi del vangelo di oggi. La ricerca delle colpe, la presunzione eretta a sistema, l’omertà.

1.     I discepoli. Questi frequentatori di Gesù si rivolgono a lui e gli chiedono: Signore, chi ha peccato, lui o i suoi genitori se è nato cieco? A volte non vediamo perché siamo preoccupati di ricercare le colpe altrui. Le colpe dei cinesi, le colpe di chi ha viaggiato da un paese all’altro, le colpe dei veneti e dei lombardi, forse anche le colpe degli uomini che hanno attirato il castigo di Dio. Gesù fa saltare il gioco delle colpe e anche il collegamento colpe-castigo divino. Né lui ha peccato, né i suoi genitori. Ma è perché siano manifestate le opere di Dio. Alcune nostre scelte non sono senza responsabilità ma a Dio non piacciono i talk-show delle accuse e, nella nostra fragilità, racchiude la sua recuperabilità, i suoi prodigi. Pensate al dato di ieri sera, a quell’appello fatto ai medici per il quale lo stesso ministero della sanità non pensava di raggiungere più di un centinaio di disponibilità. Hanno aderito in ottomila. Certo, la tragedia rimane e puoi continuare a chiederti di chi è la colpa se non arrivano le mascherine. Ma Dio illumina il mondo da un’altra parte, anche questo mondo oscuro del virus. Dalle colpe alle sorprese.

2.    Poi ci sono i farisei. Questi sono i difensori della legge, i difensori di Dio, gente che vuole vedere meglio di lui. E così fanno indagini, insistono negli interrogatori del povero cieco guarito. Ma non vanno oltre alle loro idee, a quello che loro hanno già deciso. Anche questo ci rende ciechi: la presunzione, la  voglia di saperne più degli altri e di aderirvi così fortemente da perdere il senso della realtà. Siamo come Donna Prassede dei Promessi Sposi. Poche idee, alle quali era molto affezionata. Tra le poche molte di storte e non era detto che le fossero le meno care. Pensate a quello che sta succedendo. Quante idee: dalla banale influenza ai pipistrelli, ai complotti internazionali, agli interessi farmaceutici. E giù di video e intervista sui social che alla fine l’obiettività e la serenità se ne vanno a passeggio. Cosa dice il cieco? Io non so se sia un peccatore; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo. Il cieco muove dal principio della realtà: cosa puoi osservare? Lascia stare per ora i retroscena e abita questo momento. Osserva quello che succede: se guardi il numero dei morti capisci che non è la banale influenza; se vedi come funziona il contagio capisci che starsene a casa è un gesto importante, se dai un occhio all’ospedale capisci che la sanità è un bene non del tutto aziendabile. Smettila di osservare le tue idee: la realtà è il luogo dove il Signore ti dà appuntamento per imparare a vedere. Alla realtà facevamo fatica a guardare anche prima del virus: vivevamo in una bolla, la bolla del successo, la bolla dell’economia senza regole, la bolla del divertimento. E ci pareva che dovesse andare proprio così. Il mondo non si può fermare. Gesù ci invita a guardare col principio della realtà. Ci vedi quando ai miraggi subentra la verità.

3.    Infine i genitori del cieco. Hanno paura di essere banditi dalla sinagoga e quindi le loro risposte sono evasive, omertose. Certo, è nostro figlio, è nato cieco. Come ora ci veda non sappiamo. Chiedetelo a lui, ha l’età. Anche loro sono ciechi. Vedono solo la loro paura, la possibile esclusione sociale, il rischio di dover prendere posizione, di coinvolgersi. Tu ci vedi quando ci sei, quando non ti tiri indietro e la fede continua ad accompagnarti. Quando non fuggi alla preghiera della sera con la tua famiglia, quando resisti di fronte al veleno di chi spara contro Dio e contro la chiesa anche in questo tempo, quando continui a vivere la tua fede, nonostante il silenzio di Dio. Dio non ti da quello che chiedi, ma quello che credi. Tu credi nel Figlio dell’uomo? Credo, Signore! E si vede nella misura in cui si è disposti a credere.



Fratelli, un tempo eravate tenebra: ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli della luce.

domenica 15 marzo 2020

Omelia 15 marzo 2020


Terza domenica di quaresima

Con un’audacia di cui forse solo l’artista dispone, il sacerdote e pittore tedesco Sieger Köder, morto cinque anni fa, mostra l’interno di un pozzo. Sopra, sui bordi dell’anello, una donna che vi si affaccia. In basso, riflessi sull’acqua, due volti: quello della donna e quello di Gesù. La donna guarda l’acqua e Gesù guarda la donna. Come se l’autore volesse dirci: Dio è compagno della sete, di ogni sete degli uomini. E anche lui si fa assetato, per starti accanto, per condividere, per dirti che ben comprende ciò che stai vivendo. Nel pozzo della tua vita trovi lui. Donna, dammi da bere.

1.    È il primo messaggio, pieno di speranza e di vita di questo vangelo. Pensate a questa donna. Di che cosa era assetata? Vai a chiamare tuo marito. Ma quale? In effetti di mariti ne ha avuti cinque. È una donna che ha sete di amore, forse di un amore vero, che va oltre i frainten-dimenti, oltre i tradimenti, oltre le offerte speciali. E Gesù non giudica, non sentenzia. Ma neppure rimane inerte. Gesù si tuffa nella nostra sete perché non ci fermiamo a sorgenti screpolate, perché troviamo l’acqua viva. Di che cosa abbiamo sete in questi giorni? Abbiamo sete gli uni degli altri, soprattutto di chi non vediamo, abbiamo sete di vita, quella che un virus vorrebbe sottrarci, abbiamo sete di verità, quella oltre la quale nutriamo sempre sospetti o complotti, abbiamo sete di gratitudine, quella che cerchiamo di dire a medici e infermieri. Ecco, forse Dio ci dice innanzitutto questo: abita la tua sete, perché è un’occasione per ritrovare te stesso, l’autenticità della vita dopo la tanta Coca-Cola o gli spritz che ti hanno ingannato e non sono riusciti a dirti fino in fondo chi sei. Ascolta la tua sete. Come diceva S. Giovanni della Croce: di notte cercheremo la fonte, solo la sete ci guida.

2.    Ma Gesù ad un certo punto apre le sue sorgenti: Se tu conoscessi il dono di Dio! Gesù fa capire che la nostra sete invoca un’altra acqua, l’acqua viva che è lui. È quel salmo bellissimo che dice la domenica mattina: O Dio tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, come terra deserta, arida e senz’acqua. A volte dubitiamo, come Israele ci chiediamo: Il Signore è in mezzo a noi, si o no? Ma lui c’è. In questo tempo assetato, Dio ci dà appunta-mento per aiutarci a capire che la nostra sete invoca lui, sorgente di acqua viva. Pensate a quello che sta capitando: persone che si ostinano a chiederti quando sarà la messa anche se sanno benissimo che è stata sospesa, o persone che ti chiedono di venirci di nascosto. Pensate però anche alle famiglie che hanno ricominciato a pregare insieme, alla gente che ha ripreso in mano il vangelo, a chi non avendolo mai fatto prima, ora dice il rosario. Forse questo tempo, segnato dalla secolarizzazione, così secolarizzato non è e Dio ci sta dando appuntamento, sta risvegliano la nostra sete di lui. Dammi sempre di quest’acqua, Signore. E quest’acqua ce l’hai già, perché come ricordava Paolo: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito.

3.    C’è un ultimo passaggio che Gesù ci suggerisce. Perché non solo indica alla donna la differenza tra l’acqua che lei cerca e l’acqua che è lui, ma aggiunge: «Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». Questa è la sorpresa di Dio: nei cammini desolati della vita, tu diventi un pozzo! Un pozzo che disseta! Prova a donare acqua buona: lo stanno facendo molti medici e infermieri, alcuni dei quali accettano di essere trasferiti nei reparti più problematici per sostituire colleghi positivi. Lo stanno facendo molti amministratori e gli uomini della protezione civile, gratuitamente. Lo stanno facendo molti genitori e nonni riempendo di speranza la vita di figli e nipoti. Lo stanno facendo invisibilmente tutti quelli che pregano.

"Buon giorno", disse il piccolo principe.
"Buon giorno", disse il mercante.

Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
"Perché vendi questa roba?" disse il piccolo principe.

"E' una grossa economia di tempo" disse il mercante. "Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantetrè minuti alla settimana".
"E che cosa se ne fanno di questi cinquantatrè minuti?".
"Se ne fa quel che si vuole..."

"Io", disse il piccolo principe, "se avessi cinquantatrè minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana...". Il Piccolo Principe, XXIII



Ci aiuti il Signore, in questo tempo di fatica e speranza, a camminare adagio, adagio e a diventare fontane. Della sua acqua.

martedì 10 marzo 2020

Omelia 8 marzo 2020


Testo dell'omelia di domenica scorsa durante la messa in streaming. Testo un po' più strutturato di quello a braccio e con il terzo punto che è saltato nella diretta. Pagassimo poco la Telecom che assicura un penoso upload... Beh, a tutto c'è rimedio.
La Trasfigurazione di Raffaello la trovate qui 
https://it.wikipedia.org/wiki/Trasfigurazione_(Raffaello)#/media/File:Transfiguration_Raphael.jpg  


Seconda domenica di quaresima


C’è una parola che ritorna con una certa frequenza. Sospeso. Gare, riunioni, spettacoli, scuole e perfino la messa. Tutto sospeso, in questa strana quaresima di emergenza, dove tanti riferimenti quotidiani vengono a mancare.

Anche Gesù oggi è sospeso: ma in una sospensione buona, promettente, tra la terra e il cielo.

Ce lo ricorda bene la Trasfigurazione di Raffaello, ultimo dipinto prima della morte del pittore nel 1520. Gesù è sospeso in un’immagine bellissima piena di luce. Le mani verso l’alto e verso l’osservatore, nell’atteggiamento di si rivolge al Padre e da lui si lascia afferrare e di chi sembra voler arrestare qualcosa di oscuro, come se Gesù dicesse: “Non aver paura, fidati di me”. In effetti il dipinto comprende una doppia rappresentazione: sopra la Trasfigurazione con i discepoli, Mosè ed Elia; in basso la scena della guarigione del ragazzo epilettico, raccontata da Matteo subito dopo. E quella guarigione aveva messo alla prova i discepoli, incapaci di guarire il ragazzo. Le mani che si agitano, il ragazzo con gli occhi stralunati, apostoli disorientati nonostante i libri aperti delle scritture. È quello che viviamo anche noi in questi giorni di coronavirus. Non sappiamo più che fare e tra apparente sufficienza rispetto a quanto accade e senso di impotenza, l’ansia ci morde. Ma qualche mano da questa concitazione invita a sollevare lo sguardo, a osservare il cielo. E allora ritrovi Gesù e quello squarcio di speranza che ridona equilibrio alla vita. Gesù che ti invita a salire, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni. Sali, guarda la vita da una prospettiva diversa, non solo il carrello della spesa, la gestione dei figli. Gesù, forse, osa ancora di più: non solo la salute, anche se ora ci appare come il bene supremo. Ritorna a dare cielo alla tua vita, non lasciarti vincere dalla paura, perché le ombre non avranno la meglio. Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ci fa bene questa anticipo pasquale, perché di pasqua ne hai sempre bisogno, anche prima che arrivi. Signore, è bello per noi essere qui.

Ma questa bellezza è forse anche in mano nostra, è visione che si apre accogliendo i passaggi con cui essa si propone.

1.    Mosè ed Elia. È la storia che precede Gesù, storia cui lui appartiene, storia che lui non rinnega. In questo tempo particolare prendi contatto con la tua storia e fanne racconto, memoria buona, per te, per i tuoi figli, per i tuoi nipoti. La storia della tua vita, la storia della tua fede. Momenti importanti vissuti con Dio, con chi ti ha accompagnato per un pezzo di strada, con le persone importanti per te. Noi siamo il nostro cammino, la memoria ci custodisce e ci consente di ritrovare quello che di cui talvolta avremmo voluto sbarazzarcene, ritenendolo inutile. Mentre inutile non è, anzi, è vitale. Come vitale è il ricordo di Dio. Talmente importante che lui ha deciso di abitare il suo stesso ricordo, facendone non solo memoria, ma memoriale, occasione rinnovata della sua presenza in ogni eucaristia. Torna a ricordare quel Dio che un giorno ti ha abbracciato e non ti ha mai mollato, in barba …alle regole del coronavirus!

2.    Poi quella voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». La voce che già si era udita al Battesimo di Gesù, ora aggiunge un invito: ascoltatelo. Si diventa uomini e donne della trasfigurazione se ascoltiamo Gesù. Chi ascoltiamo in questi giorni? Voci confuse, terrorizzate, polemiche, sarcastiche… Voci fuori e dentro di noi, che si susseguono, si sormontano. E queste voci generano una sola cosa: paura. Scomposta, sproporzionata, inconfessata, ma sempre paura. Prova ad ascoltare Gesù. Quali sono le prime parole che egli rivolge ai suoi discepoli, dopo la trasfigurazione? «Alzatevi e non temete». Alzatevi: è il verbo della risurrezione perché la nostra grande paura è la morte. Ma Gesù l’ha vinta, non ne sei più schiavo, puoi alzarti. E poi: Non temete, la celebre rassicurazione che ritorna per 365 volte nella Bibbia, una per ogni giorno dell’anno, perché il Signore sa che la guarigione dalla paura ha bisogno di costanza. Tra noi che ascoltiamo e lui che ci incoraggia. Non mollare l’ascolto. Egli ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo.

3.    Infine la trasfigurazione ha bisogno di gente che scende dal monte. E che veda le cose in maniera diversa: Alzando lo sguardo non videro più nessuno, se non Gesù solo. Vuol dire abitare il quotidiano attivando uno sguardo superiore (alzando!) per intravedere Gesù, i suoi disegni, il suo stile. Nella tua vita di sposato, di consacrato, di prete. A volte ce la giochiamo in autonomia: c’è Gesù nella tua vocazione, te ne sei dimenticato? Non solo per quello che ti chiede, quanto per quello che ti dà! Alza lo sguardo come genitore: cosa ti suggerisce Gesù per i tuoi figli? Magari a far crescere in loro il senso della responsabilità perché la vicenda che stiamo attraversando coinvolge tutti. Alza lo sguardo come donna, in questo 8 marzo: quali presenze ti affida il Signore, nella chiesa, nella società? Penso alle tante donne medico, infermiere, oss, biologhe che in questi momenti si spendono senza risparmio. Non so se alzino sempre lo sguardo su Gesù. Certo che lo sguardo ce l’hanno sugli ammalati. E negli ammalati c’è lui, garantito. Ecco la trasfigurazione, che percorre la vita e rende questa vita vivibile, non sempre facile, ma pur sempre degna di questo nome. Uomini e donne della trasfigurazione. Con loro il cielo torna ad aprirsi.