domenica 17 gennaio 2021

Omelia domenica 17 gennaio 2021

 

Seconda domenica del T. O.

Un leader si presenta sulla scena politica, culturale, mediatica e …ci prende: per quello che dice, per come si muove, per le visioni che evoca. Capisci che c’è qualcosa di affascinante e inizi a seguirlo, diventi un follower, identità che sta ridisegnando i rapporti tra le persone, i contatti, gli orientamenti della vita. Non sempre però a questi entusiasmi corrisponde la successiva conferma e anche il sogno che inizialmente sembrava promettente può aprire la strada alla delusione. Hai seguito la persona sbagliata o i tuoi followers non hanno capito quello che avevi in mente.

Giovanni Battista oggi invita i suoi discepoli a seguire Gesù: Ecco l’agnello di Dio. Un’immagine potentissima, carica di riferimenti simbolici, che accende passione, coinvolgimento, interesse. Ma quando i discepoli di Giovanni arrivano da Gesù, lui non ha fretta. Vuole capire chi ha davanti e vuole che chi ha davanti capisca chi è lui. Perché Gesù non cerca facili entusiasmi, ma verità, non ha bisogno di followers che gli clicchino i like ma di discepoli che mettano in gioco la vita. Che gente cerca Gesù? Chi sono i suoi discepoli?

1.   Che cosa cercate? Gesù ti invita anzitutto a verificare le tue attese, i desideri che porti nel cuore. La prima attenzione che devi avere non sono le risposte, ma le domande. Pensate, è l’esatto contrario di quello che oggi avviene. Troviamo risposte prima di aver fatto domande. E quelle risposte, a ritroso, costruiscono le domande. Domande però pesantemente condizionate da quello che hai già trovato, che impediscono ricerche ulteriori. Vado in un negozio e vedo un cellulare di ultima generazione: tre videocamere. Fantastico, lo compro. E una volta comprato, che fai? Scatti e metti in rete: foto, video, commenti. Un'operazione che inizialmente fai un po' per gioco e che un po' ala volta ti prende, tanto che la realtà finisce per coincidere con quello che pubblichi e che gli altri pubblicano. Il cellulare che hai comprato diviene la risposta a una domanda di vita: per esistere devi dotarti di questa opportunità, altrimenti sei fuori. La risposta, lo smartphone che hai acquistato, ha generato una domanda che allude a un bisogno vitale. Ma è una vita che altri hanno indotto, parziale, edulcorata come le foto piene ritocchi. Sicuro che sia questa la vita che cerchi? E non è solo un problema delle giovani generazioni. Come venerdì scriveva su Repubblica una diciassettenne:  Cari adulti, non cercate solo di capire cosa proviamo noi, indagate i vostri sentimenti, leggetevi dentro, capite cosa manca davvero a voi. A volte pensiamo che ci manchi solo la vita di prima o il vaccino per potervi ritornare. Ma forse c'è un di più che questo tempo inutilmente cerca di farci capire: un di più di verità, di solidarietà, di essenzialità. Che cosa cercate? 

2.    Maestro, dove abiti? Venire e vedrete. Ed essi andarono e videro dove abitava. Gesù cerca gente che non si fermi alle vetrine della vita ma cerchi ospitalità; gente che si coinvolga, che dimori nelle questioni. Gente di spessore.  Oggi abbiamo una conoscenza piuttosto epidermica dei fatti. Ci nutriamo di post ai quali attribuiamo il valore della verità. La verità invece chiede di abitarla, di dimorarvi insieme. Pensate a quella donna di cui negli Stati Uniti si è eseguita la condanna a morte. Una sentenza applicata in maniera oscena, mettendo velocemente fine alla sospensione all'esecuzione annunciata il giorno precedente.  Non si gioca con la vita della gente, neanche dei criminali. E' vero, si trattava di un delitto feroce quello che aveva commesso Lisa Montgomery, l’imputata, perché aveva ucciso una donna incinta per impossessarsi del bambino che portava in grembo. Ma quella storia alle spalle dell'imputata? Quella catena di abusi da parte del patrigno e della madre che vendeva la figlia all’idraulico e all’elettricista di turno. La detenzione non poteva essere una misura sufficiente? Ci sentiamo più tranquilli ora che l’abbiamo uccisa? Sono soddisfatti l’America e il suo presidente che sigilla il suo mandato con questo gesto? I due discepoli andarono e videro dove abitava. Non c’è vita se non abiti, se non vai oltre le tue idee, i luoghi comuni, la pancia. Anche nella vita di coppia; forse è il momento in cui bisogna tornare a dirsi: dove abiti? Dove sei andato a finire, dove posso ritrovare il tuo mondo, quello che mi aveva fatto innamorare e dal quale sono uscito? Nella vita di un figlio, di un genitore, di un amico che abbiamo perso di vista: dove abiti? Il Signore si nasconde in questa profondità e ogni volta che la raggiungi lui è là che ti aspetta.

3.  Infine, se hai trovato vita, ti lasci cambiare. Tu sei Simone, figlio di Giovanni. Ti chiamerai Pietro. I discepoli di Gesù non sono pezzi di marmo, ma gente che accetta di rinascere sulla base di un compito. Simone, il pescatore che diventa la pietra della nuova comunità che Gesù ha in mente. Come ti conosce la gente? Per il tuo lavoro, per la casa, la macchina, le parentele…  Quale nome ti affida il Signore? Ieri sono stato al funerale di un vecchio parroco, con cui ero stato insieme: Don Adriano. E qualcuno di Resana diceva: per il nostro paese è stato una ventata di freschezzaEcco il nome nuovo! Non si tratta di anagrafe, ma di missione. A volte sei chiamato ad essere roccia, a volte carezza, a volte fuoco, a volte speranza, a volte sostegno. E non è mai tardi: ti chiamerai, al futuro. Vuol dire che c’è sempre la possibilità di cambiare, di dare il meglio, di stupire, di tornare a credere ad un progetto. 

Verifica di chi sei follower e se ne vale la pena. Valuta la possibilità di essere discepolo. Può essere una strada inedita: di verità, di libertà, forse anche di gioia. 

giovedì 7 gennaio 2021

Omelia 6 gennaio 2021 - Epifania

 

Epifania del Signore 2021

Abbiamo seguito con tristezza nei giorni scorsi la vicenda di Agitu, giovane donna etiope che, fuggita alla persecuzione del proprio paese, era approdata in Italia, in Trentino, dove aveva messo in piedi un allevamento di capre in estinzione. Un’attività con vedeva il riscatto di un territorio semiabbandonato e l'affermazione di un progetto di integrazione per cui una donna africana, inizialmente vista con sospetto, era poi stata accolta con gratitudine e stima.  Un suo dipendente, un africano anche lui assunto in nome di quella integrazione che Agitu credeva possibile, l’ha uccisa. Pensieri rancorosi, covati chissà da quanto, che hanno trovato un tragico epilogo. 

Quando ascolti queste vicende ti viene da pensare alla grandezza del male, alla faticosa affermazione di quei progetti di vita, di liberazione, di pace che Dio ha in mente. Ti viene però anche da pensare anche che il bene non va perduto, che i germogli cresceranno, che la luce accesa non sarà spenta da chi si è affiliato alle tenebre. La cosa che rincuora infatti, in questo tragedia, è che qualcuno sta raccogliendo l’eredità di Agitu; non solo le capre, ma anche il suo progetto di convivenza possibile. 

Agitu, come i Magi, veniva da lontano e anche lei ci insegna a cercare la luce, a prendere sul serio i segni e i sogni, a non sottovalutare gli ostacoli ma neppure a dare loro più potere di quanto non ne abbiano. Quali ostacoli sbarrano il cammino di Dio con gli uomini? Come affrontarli?

1.    Il primo ostacolo è la distanza. A volte abbiamo la sensazione di essere troppo lontani da Dio, dai suoi progetti, dalla realizzazione di qualcosa di bello. La distanza può avere tante forme: quella dell’indifferenza, del non mi interessa, non fa per me; quella dell’inadeguatezza: sono cose per gli addetti ai lavori, per i catechisti, per quelli che vanno in chiesa; quella dell’arrabbiatura: Dio, lasciami perdere che ultimamente non mi hai trattato bene. E va a finire che la distanza diventa una fossa che spesso ci scaviamo e che ostruisce ancora di più il nostro orizzonte. Come si supera la distanza? Cercando la stella e lasciandosi provocare dalla sua luce. Non si tratta solo di congiunzioni astrali come è capitato recentemente con l’allineamento di alcuni pianeti. Si tratta di prendere sul serio le provocazioni della vita, perché sono passerelle, scialuppe che Dio ci manda per metterci in viaggio. Il presidente Mattarella, qualche giorno fa, ha insignito di onorificenze al merito della Repubblica, numerosi italiani, che si sono distinti per il loro impegno sociale e civile, tra cui Chiara Amirante, una giovane donna di Roma che sta animando numerose iniziative di carità. Quando già faceva volontariato, un giorno decise di raggiungere un sottopassaggio dove non andava mai nessuno, ma dove sapeva che c’era un’umanità disperata: «Quando arrivai c’era una rissa. Vidi Angelo, per terra, che aveva tentato la terza overdose per farla finita. Cercai un posto dove portarlo ma non trovai nulla. Mi tornarono in mente le parole del Vangelo: “Non c’era posto, per loro, nell’albergo”. L’impotenza di non poter fare nulla fu per me uno shock fortissimo». Ecco la stella che brilla, un tossico. Togli dal buco lui e lui toglie dal buco te, superi la distanza e ritrovi le strade di Dio.

2.    Il secondo ostacolo è Erode. Erode è l’astuzia malevola, la malvagità, l’arroganza del potere che non sopporta concorrenti, la trappola tesa ai cercatori di Dio: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Attenzione perché Erode è sempre in agguato. Lo nei contatti che ci rubano il Signore dal cuore. Lo è in chi distrugge i suoi progetti di amore, pace, giustizia. Erode è sulla frontiera tra la Bosnia e la Croazia, dove non i Magi, ma i migranti che vengono dall’oriente con i loro bambini, muoiono di freddo respinti con la violenza e raccolti in campi disumani. Andate, informatevi… Aspetta che attiviamo le commissioni, magari mandiamo degli ispettori: se sapete qualcosa fatecelo sapere... L’ostacolo di Erode va affrontato con la verità, con una distanza interiore rispetto alle insinuazioni e alle mistificazioni, con un’altra strada su cui tornare. Come è avvenuto a Napoli con quei ragazzi che hanno aggredito il rider per rubargli la moto. Subito dopo si è vista un’altra Napoli, reattiva e solidale rispetto all’accaduto, che ha fatto una colletta per comprare di nuovo la moto. Come dire: Erode non vincerà. 

3.    Infine altro ostacolo all’incontro con Dio è pensare di sapere già tutto, come gli scribi interrogati da Erode. Hanno le profezie che correttamente interpretano ma quelle parole non li mettono minimamente in cammino. Rimangono prigionieri del loro mondo e delle loro certezze. I Magi invece si mettono in moto, vogliono capire, si lasciano provocare non solo dalla scienza, ma anche dall’esperienza. Alla fine, gli scribi sono prigionieri dell’autosufficienza, i magi della gioia. Che cosa ha fatto la differenza? Che cosa ha consentito di superare l’ostacolo? Si prostrarono e lo adorarono. La verità domanda umiltà, silenzio, partenze diverse da quelle che pensi, perché Dio è altro rispetto alle nostre supposizioni che diventano talvolta supponenza. Dio rivoluziona la nostra conoscenza di lui: se tu pensi di sapere già tutto, di dettare le regole, lui sfugge e si nasconde dentro ad una mangiatoia. Pensate a tutte le volte che noi dettiamo le regole a Dio: lo incontro quando decido io, lo riconosco quando "mi sento". E cosa sente Dio? Cosa ha deciso? Prova a capire se il suo appuntamento è differente da quello che hai in mente, se ha qualcosa di nuovo da suggerirti, magari in quella "mangiatoia" dove ogni domenica ti vuole nutrire, di parola vera, di pane che sazia, di fraternità. 

Alzati, rivestiti di luce. E' una vita rialzata e luminosa quella che apre il Signore, una vita rialzata, dopo che hai avuto l'audacia di inginocchiarti.

 

martedì 5 gennaio 2021

Omelia 3 gennaio 2021

 

Seconda domenica dopo Natale

È morto qualche giorno fa Pierre Cardin, stilista di origini trevigiane trasferitosi in Francia negli anni ‘20, un uomo che ha segnato la storia della moda, imprimendone il proprio stile. Lo stile è aspetto della vita al quale anche noi siamo diventati attenti, non solo per quello che indossiamo, ma anche per come ci muoviamo, per le scelte che facciamo. Nello stile scopriamo la nostra identità, la sensibilità che ci appartiene, l'idea della vita che possediamo. Ma che idea è? Ebbene, il vangelo di oggi ci mostra lo stile di Dio, che non segue le mode, ma la verità dei suoi intendimenti, come ha inteso essere Dio, non sulle passerelle mondane ma abitando le vicende degli uomini. L’evangelista Giovanni, a differenza di Luca e Matteo, non ci parla di pastori, angeli e magi, ma ci fa capire che cosa ha in mente Dio venendoci a trovare, lo stile che inaugura nell’umanità, anche se non sempre fa tendenza.

1.    Anzitutto Dio ama mettere il suo marchio di fabbrica. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Tutta la vita presente nel mondo ha origine in Dio, tutto partecipa di un suo progetto. Vuol dire che Dio ha a cuore anzitutto la vita di ogni uomo e desidera difenderla, renderla indisponibile ai tentativi di manipolazione. In lui era la vita. Ogni uomo reca l’immagine del creatore, anche quelle esistenze dove scatta  una sorta di retrocessione della vita, come se la loro fosse meno vita della nostra. La vita dei migranti, la vita degli anziani, la vita dei poveri del mondo. Quanto valgono? Sta iniziando la campagna vaccinale con animi che si surriscaldano tra sostenitori e oppositori. Ma forse la vera domanda non è vaccino sì-vaccino no, ma vaccino chi. Chi vi ha accesso, visto che non in tutti i paesi del mondo le risorse vaccinali arrivano o arrivano in tempi analoghi; che vaccini arrivano, visto che non sono gli stessi; la considerazione delle persone con disabilità rientra nelle precedenze? Dio desidera vita e sempre difenderà la vita di tutti i suoi figli, dei più deboli in particolare, perché in ciascuno c'è il suo marchio. E difenderà anche la vita di quel mondo che ha creato, perché anche in essa c'è il suo respiro. Pensate a quel fenomeno che vediamo anche sulle nostre strade: rifiuti seminati per non riempire i bidoni del secco e pagarne lo smaltimento. Come se così non ne pagassimo il conto! Custodisci la vita sempre, la vita degli uomini, la vita del mondo: fa’ tuo lo stile di Dio.

2.    Poi Dio ama piantare la tenda. Quel verbo che in maniera altisonante parla del Verbo che si è fatto carne, nel testo greco allude all’operazione del beduino che colloca la sua tenda nel deserto dopo la giornata di viaggio. La tenda di Dio è il suo Figlio Gesù, è la sua presenza tra gli uomini. Se vuoi assomigliare a Dio, allora metti tende di prossimità. Nei giornali di questi giorni c’era la testimonianza di un gruppo di preti dei Reggio Emilia a servizio negli ospedali Covid: C’è il tempo per stare lì, per chiacchierare e ascoltare, per pregare e piangere, per stare accanto anche senza dire nulla. Il tempo per tenere una mano, per accarezzare un volto, per riaggiustare i capelli increspati dal cuscino.  Allora le mani contano più delle parole, gli sguardi più che i discorsi. Ecco la tenda di Dio nei deserti dell’umanità: continua nei paletti e nei tiranti con cui allarghi la sua presenza. Nonno assistito in casa, pazientemente cambiato, senza disporre di assistenza domiciliare perché nel frattempo è positivo al virus; bambino rassicurato per fargli sentire che la vita è bella nonostante tutto, come nel film di Benigni; amico rasserenato perché la paura ci prende tutti in questo tempo, anche chi non diresti. Prova a capire dove Dio vuole affidarti un pezzo di tenda.

3.    Infine lo stile di Dio è battaglia tra luce e tenebre, ma le tenebre non hanno vinto. Poco importa a Dio se qualcuno rifiuta la luce, non ne vuol sapere. La luce non sarà spenta da chi è alleato dell’oscurità. Però ricorda una cosa: la luce di Dio filtra tra le crepe della vita, domanda resistenza, pazienza, fiducia, domanda gente che non si rassegna alla notte e scruta gli orizzonti. Nell’aprile del 2019 una guardia giurata aveva massacrato di botte con un estintore un senza dimora, Alfonso Russo. Un uomo che aveva rischiato la morte. Violenza gratuita, accompagnata dalla perversa convinzione che nessuno avrebbe preso le difese del clochard. Finché quelle difese le ha prese un’avvocata, che gratuitamente è riuscita a far condannare l’aggressore e l’azienda nella quale lavora, nonostante la reticenza e l’ostilità dimostrate nel corso del processo. Uno degli invisibili della capitale che ha trovato riconoscimento. Porta un po’ della luce di Dio dove le tenebre cercano di prevalere. Prendi le difese dei poveri. E anche quando i furbi credono di spadroneggiare, non dimenticare che hanno le ore contate. Le tenebre non l’hanno vinta.

Ecco lo stile di Dio: vita difesa, presenza vera, luce che prevale su ogni arrogante  tenebra umana. Uno stile che non scorre sulle passerelle della moda ma nel quotidiano in cui qualcuno, con le sue scelte, con i suoi sentimenti decide assomigliare al Signore. Il Verbo continua a farsi carne anche così.

domenica 8 novembre 2020

Omelia 8 novembre 2020

 

Trentaduesima domenica del T. O.

È interessante quello che succede in un motore di ricerca se digiti la parola luce. Ti arriva una videata di offerte convenienti da parte dei gestori dell’energia elettrica per risparmiare sulla bolletta. La luce è messa in relazione a un servizio, è monetizzata, è oggetto di confronti commerciali. Invece la luce è l’anelito dell’esistenza, la parabola delle nostre attese, della capacità di vedere, di riconoscere, di incontrare. Bene lo sanno le ragazze di cui ci parla il vangelo di oggi, che affrontano la notte con quella lampada in mano, pronte a scrutare l’orizzonte mentre qualcuno sta per arrivare.

Lo sposo. Nell’ambiente palestinese lo sposo andava a prendere la sposa e le damigelle, amiche della sposa, gli correvano incontro per accompagnarlo al luogo dell’appuntamento. Gesù recupera questa vicenda e ne fa un originale racconto con lo sposo che tarda e le ragazze che si addormentano. Siamo noi: noi in attesa con le lampade in mano, in questo tempo di oscurità e noi sopraffatti dalla stanchezza e dal sonno di chi a volte non regge gli impegni, l’incertezza, il susseguirsi di notizie che, se da un lato vorrebbero rassicurarci, dall’altro generano nuove paure. Il letto o il divano diventano una zona di rifugio dove a volte chiudi col mondo e con le tue responsabilità. Cosa vuole dirci il Signore? 

1.    Anzitutto è interessante la presenza di questa ragazze che annunciano e accompagnano l’incontro dello sposo e della sposa. Un invito ad attendere Dio, a favorire il suo incontro con gli uomini, ad anticipare le sue nozze regalando un frammento di luce mentre sta arrivando. Penso al percorso fidanzati che oggi inizia. È una luce sulle strade di Dio, su quel matrimonio che ha in mente lui. E perché anche tu te ne convinca, ti corrono incontro degli animatori, una comunità cristiana, forse il tuo stesso partner, magari per uscire dalle acque basse di una convivenza che sembra rassicurante ma che spesso impedisce il viaggio. Penso anche al cammino di fede di un ragazzo: la lampada è quella dei suoi genitori che lo accompagnano, che gli indicano le ragioni per cui lo hanno battezzato. Quel giorno non a caso hanno ricevuto una candela accesa: fiamma che sempre dovete alimentare. Penso anche alla tante occasioni in cui la vita ci affida la possibilità di portare qualcuno alle nozze di Dio, con una parola, un atteggiamento, un consiglio. Dio non agisce in maniera miracolistica: arriva presso gli uomini attraverso altri uomini che lo accompagnano e gli rischiarano la strada.

2.    Altro aspetto importante è la generale sonnolenza delle ragazze e quel grido che le sveglia. Si assopirono tutte e si addormentarono. Nella vita tutti siamo sopraffatti dalla stanchezza. Ed è spesso la stanchezza dei ritardi. Poiché lo sposo tardava Quali ritardi ci addormentano? Alcuni ritardi avvengono per colpa nostra, quando non prendiamo in mano la vita, le scelte, le responsabilità. Sei in ritardo nell’affrontare alcuni capitoli della relazione di coppia e il tuo matrimonio si addormenta, sei in ritardo con i tuoi figli e la tua autorevolezza si addormenta . Alcuni ritardi sono anche di questo nostro mondo, di chi ci governa, di chi è preoccupato più del bonus biciclette che dell’effettivo inserimento e sostegno dei ragazzi disabili a scuola, delle marginalità che questo tempo produce. Ebbene, questo sonno è interrotto da un grido: Ecco lo sposo. In questo tempo mentre qualcuno si addormenta, abbiamo bisogno anche di chi gridi, di chi faccia comprendere che arrivano non solo il DPCM ma le ragioni di Dio, le sue iniziative, il suo modo di intendere la vita. Quando un ragazzo si toglie la vita gettandosi da un cavalcavia, quando un altro annuncia in un post la fatica di vivere non si può continuare a dormire. È importante gridare un’esistenza diversa, la sapienza di chi si alza di buon mattino, con la luce chiara, una sapienza che non metta a tema solo le nostre ragioni, i nostri interessi, ma il bene comune e quello che Dio sogna per l’umanità.

3.    Infine questa parabola ci insegna la necessità di mettere da parte delle scorte luminose. Che hanno due caratteristiche. La prima è quella dei piccoli vasi. La seconda è quella che le puoi mettere via solo tu. Piccoli vasi, vuol dire che per rischiarare la vita non ti serve il faro di Alessandria, ma piccole riserve combustibili che porti con te. Credo siano i piccoli frammenti d’amore, di verità, di vita secondo il vangelo che alla fine ti permetteranno di riconoscere il Signore proprio per gli anticipi che lui stesso ti aveva dato. Come diceva d. Milani ai suoi ragazzi: Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. I piccoli vasi d’amore rendono visibile l’amore di Dio, perché alimentano la stessa fiamma. E questo è olio tuo e solo tuo, non lo puoi cedere ad altri. Non vi conosco non è una minaccia, ma l’amara constatazione di fronte a chi non ha fatto scorta d’amore, di verità, di giustizia, di tutto ciò che ti rende riconoscibile agli occhi di Dio. L'olio è la tua vita e come te la sei giocata, il bene che hai voluto, magari incerto o frammentato, ma che qualche vasetto lo ha riempito, permettendo allo sposo di riconoscerti e di accoglierti in casa.

 

 

 

venerdì 23 ottobre 2020

Omelia esequie Michele Baù

 

Michele Baù (esequie 23 ottobre 2020)

(Rm 5,5-11 / Lc 7,11-17)

Ci piacerebbe che Gesù oggi incrociasse anche questo nostro funerale, come si è avvicinato al corteo alle porte di Nain, a quella donna che accompagnava il proprio figlio morto. Ci piacerebbe che prendesse la mano di Michele e gli dicesse: Dai, alzati. Invece ci troviamo a misurarci con il nostro dolore, il nostro carico di inquietudine e tante domande che rimbalzano nel cuore della mamma di Michele, della sua famiglia, dei suoi amici e di tutti noi. In questa morte sentiamo che qualcosa non solo ci addolora, ma ci provoca e ci chiede conto di noi stessi e degli altri, di come viviamo la vita e di come custodiamo quella di chi ci è affidato. Perché non sempre andrà tutto bene, anche se lo scriviamo sui davanzali, non sempre ci siamo, non sempre siamo alleati del meglio. La morte di un ragazzo, di un figlio, di un amico è l’occasione per riprendere in mano i nostri giorni e le nostre scelte, per riagganciare la vita alle cose importanti, per affidare i nostri passi incerti a colui che ci libera dal male e dalla morte, anche quando la morte non è solo quella dell’altro ma quella che imprigiona il nostro cuore. Raggiungiamo quel villaggio dell’alta Galilea di nome Nain e lasciamo che Gesù si avvicini e ci suggerisca parole di speranza e di vita.

1.    Anzitutto c’è un figlio, un figlio unico. È così che ci guarda Dio ed così che dovremmo guardare a noi stessi e agli altri. Sei unico e sei straordinario. Michele era stato arricchito di tanti doni: un bel ragazzo, coinvolgente, sportivo, sensibile, capace di riflessione e di profondità. Poteva liberare una straordinaria bellezza e un po' l'ha fatto. Poi la vita è cambiata: è diventata faticosa, ribelle, segnata da incomprensioni, vuoto, situazioni che era meglio evitare. Un po’ il contesto in cui si è trovato a vivere, un po’ la sua fragilità, la malattia che col tempo si è impossessata di lui. Un po’ anche le proposte da cui si è lasciato catturare,  le scelte non sempre adeguate, i rimedi non sempre efficaci che gli sono stati offerti. Questo non è il processo di Michele. Non ne ha bisogno e non spetta a noi. Ma in questa circostanza possiamo chiederci se siamo custodi della nostra irripetibilità, del dono che ci appartiene, se come chiesa e come società guardiamo ad ogni ragazzo che viene al mondo, come ad un figlio unico, prezioso e mai replicabile. Guarda di non lasciarti clonare, attento a chi disperde la ricchezza che ti appartiene, sta in guardia a chi promette e non mantiene. Occhio ai venditori di fumo, non solo per modo di dire. Sei originale, non morire fotocopia (Carlo Acutis), men che meno brutta copia.

2.    Ma, mentre questo figlio viene portato al sepolcro, Gesù si accosta, pieno di compassione. Ecco penso che Gesù oggi guardi Michele così: pieno di compassione. E con la stessa compassione guardi a sua madre, a suo zio, a tutti noi. La compassione è il giudizio di Dio, l'unico giudizio. Noi quando guardiamo certe situazioni, forse anche quando abbiamo incontrato Michele e quelli che un po’ gli assomigliano, quando abbiamo incontrato la sua famiglia, non abbiamo avuto sempre compassione. Ci siamo lanciati nei giudizi, ci siamo spregiudicatamente schierati da un’altra parte, abbiamo evocato interventi drastici e punitivi. Così impari, così si fa! Ci siamo dimenticati di chi è Dio e ci siamo dimenticati di chi siamo anche noi. Perché ognuno di noi porta ferite con sé, ognuno porta fragilità, colpe, peccati. A volte solo meglio nascosti. A questa umanità sofferente Gesù dona la medicina della compassione, forse quella che ci ha portato in chiesa quest'oggi e quella con cui ci manda a guarire il mondo. Ceto, non essere superficiale, sta attento a quello che accade, accertati sulle responsabilità, chiama il male per nome, denuncia se occorre, ma ricorda che i grandi cambiamenti degli individui e della società non li producono giudizi e condanne, ma la misericordia, il perdono e la fiducia sull’uomo. Anche per quell’uomo che sei tu. Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Compassione e misericordia. Cristo è morto così.

3.    Infine Gesù si avvicina: Accostatosi, toccò la bara. Avvicinarsi e toccare, due verbi pieni di prossimità nella quale Dio si fa presente e genera vita. Forse Gesù oggi ci dice la stessa cosa: avvicinati, tocca! Porta un po’ della vita di Dio, di quello che lui sogna, di quello che segretamente suggerisce ai suoi figli. Portalo ai ragazzi, come Michele, perché non si arrendano mai, perché non siano sopraffatti dal male e non ne siano sedotti. Ma portalo anche come l’ha fatto Michele, perché, a dispetto della drammatica e sconsiderata sua scelta di togliersi la vita, lui cercava e difendeva la vita, ma una vita vera, sottratta ad ogni schiavitù e agli sconti. Basta leggere i suoi post su fb per riconoscervi il legame intenso con l’Africa, terra alla quale sapeva di appartenere e rispetto al cui sfruttamento non si rassegnava, per i migranti nelle cui tragedie si sentiva coinvolto, per i malati come lui nelle cui storie c’era a volte la latitanza di chi avrebbe dovuto aiutare e l’inefficacia delle soluzioni. "lo faccio perché ho il terrore di finire ancora legato ad un letto, lo faccio perché non mi va più di chiedere per qualunque cosa, lo faccio perché ho una dignità". Michele se ne va, se ne va in un modo che non avremmo voluto, ma se ne va lasciandoci un messaggio di verità e di vita, perché mettiamo mano, come Gesù, alle bare di questo nostro tempo e liberiamo speranza, autenticità, riscatto. «Giovinetto, dico a te, alzati!». Che Michele possa alzarsi alla vita di Dio e che possiamo alzarci anche noi a difenderla e a liberarla.

sabato 26 settembre 2020

Omelia 20 settembre 2020

 

Venticinquesima domenica del T.O.

È morto don Roberto Malgesini, un prete pieno di carità, ucciso da uno di quei poveri cui ogni mattina portava la colazione. Troppo buono, ripetevano in tanti. Ma forse, troppo è il nome di Dio e per i suoi discepoli troppo non può che essere la forma della loro vita. Ce lo dice anche la parabola di oggi con un padrone troppo buono che fa girare le scatole a quelli che lo vorrebbero troppo giusto. Un’altra parabola che sovverte la nostra idea di Dio, che ci dice che lui è oltre le nostre rappresentazioni, anche le nostre ponderate e religiose aspettative. I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Vediamo come funziona questo Dio. L’azienda, l’ingaggio, la retribuzione.

1.    L’azienda: Dio ha una vigna. La vigna è qualcosa di bello, è l’appezzamento cui tieni di più. La vigna racconta una storia, custodisce progetti, raccoglie attese. Non è un campo di cetrioli. Con questa immagine Dio descrive la terra che ha in mente, quella per cui lui si spende e quella per la quale ti chiede di collaborare. Don Roberto credeva in questa terra: la terra della fraternità, della solidarietà, dell’inclusione. È una terra ben diversa da quella dei tre giovani che hanno ucciso Willy, che percepivano il reddito di cittadinanza frequentando hotel di lusso e correndo con macchine fuoriserie. Terra di violenza, di sopraffazione, di imbroglio, di ruberie. Cosa stai coltivando? In quale campo lavori? La violenza diffusa tra i ragazzi ci domanda attenzione sui modelli che stiamo loro proponendo. Non solo quelli delle furberie e della prevaricazione, ma anche quelli del nulla e dell’evasione, della vita il cui obiettivo è il video su Tik-Tok e i like che porti a casa. 

2.    L’ingaggio. Un altro aspetto importante di Dio e che lui non si stanca di chiamare. A tutte le ore. E non gli dispiacciono neanche i last minute. L’ingaggio è sempre possibile. Perché non è questione dell’azienda in cui entri: è questione di te, della tua vita. L’azienda sei tu e, pur di averti, Dio apre per cinque volte al giorno l’ufficio di collocamento. Sabato iniziano i corsi di preparazione al matrimonio. Vedili come un’occasione di ingaggio che Dio ti rivolge, ma non immediatamente per sposarti in chiesa, bensì per dare forza alla tua vita di coppia, a quella relazione che hai messo in piedi. Non è mai troppo tardi per parlarsi, per verificare alcune dinamiche. Altrimenti sei preoccupato della casa, del mutuo, del lavoro, del figlio che magari nel frattempo arriva. E non hai mai verificato il rapporto con il tuo compagno. Vivete insieme ma siete due galassie che non si incontrano più. Entra nella vigna, entra in una progettualità. Non consegnare all'ozio la tua relazione di coppia. Non è mai tardi per essere quello che puoi essere. In famiglia, a scuola, nel lavoro, nel volontariato, in parrocchia.

3.    Infine l’aspetto più delicato: la paga. Uguale per tutti. Qui è l’aspetto più sconcertante di Dio: non funziona in base ai meriti tuoi, ma in base ai meriti suoi, quelli dell’amore, libero dal calcolo, abbondante, sorprendente. Con te ha pattuito una ricompensa: l’hai avuta, perché ti dà fastidio che la prenda anche l’altro, uguale alla tua? Perché a volte ci prende l’invidia? L’invidia nasce dalla sensazione che l’altro sia stato più fortunato. Lui si è divertito, io ho lavorato. Io mi sono comportato bene, lui si ne ha fatte di cotte e di crude. Gli operai della prima ora brontolano perché loro hanno sopportato il peso della giornata e il caldo. L’unica cosa che registrano è la fatica in un lavoro che sembra più una schiavitù che un’opportunità. Qui è il problema. L’invidia nasce quando pensi che l’ozio sia meglio del lavoro, lo sbragamento meglio dell’impegno, il billionaire meglio della tua giornata di lavoro, l’avventura meglio di un progetto famiglia, il bar meglio del volontariato. La differenza non è in quello che otterrai, ma in quello che hai vissuto, nella passione che hai messo, nelle ore di lavoro in cui hai creduto di realizzare qualcosa di bello. Se qualcuno ci arriva dopo a scoprire questa realtà per Dio è una gioia, ma a te non toglie nulla di tutto il bene di cui sei stato artefice. Allora lascia da parte le rivendicazioni sindacali. Riscopri il pezzo di vigna che il Signore ti affida: se già stai lavorano vivi il tuo lavoro con gioia, se scopri di essere disoccupato, guarda che il Signore sta ancora passando e rinnova l’invito: Va’ anche tu nella mia vigna.

domenica 16 agosto 2020

Omelia 16 agosto 2020

Ventesima domenica del tempo ordinario

A volte capita. Butti dei semi nell'orto, in un terreno ben preparato e la crescita è stentata, sottodimensionata, incapace di dare gli ortaggi sperati. Viceversa un seme, finito per caso in un angolo del giardino, sviluppa una potenza straordinaria: cresce e produce i frutti più buoni di sempre. E ti stupisce! È il vangelo di oggi. La missione iniziale di Gesù è per le pecore perdute della casa di Israele: per loro è venuto. Vuole spargere il seme buono della sua parola e della sua azione per il popolo dell’Antica Alleanza, terreno che Dio ha dissodato da tempo. Ma, con sorpresa, una donna cananea, una straniera, dimostra di essere una terra più ospitale, una terra aperta all'iniziativa divina, capace di stupire Gesù e di provocare un cambiamento della sua stessa azione, come se Gesù volesse lasciarsi convertire da questa donna. Di che terra si tratta? È la terra della fede, che può diffondersi ovunque, anche dove non lo penseresti. Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri. Mentre domenica scorsa i discepoli venivano rimproverati per la loro mancanza di fede, una donna li supera per una fede grande. E da quell'istante sua figlia fu guarita. Qual è la fede grande che opera i miracoli?

1.    È una fede che fa posto agli altri, all'amore per loro, per la loro vita, per il loro futuro. Fa posto agli altri di fronte a Dio. Qui c’è una madre che non prega per sé, ma prega per una figlia molto tormentata da un demonio. Quante madri e padri hanno figli tormentati. A volte dalla malattia e dalla disabilità. Ma anche dal demonio del vuoto e dello sballo, della pigrizia e della mancanza di responsabilità, dell’ingratitudine e dell’assenza. Porta al Signore queste situazioni, anche se tuo figlio non lo sa, anche se ti deride, anche se non cambia niente. I miracoli avvengono quando vuoi bene, quando quel bene ti porta a sfidare l'impossibile, quando con quel bene ti presenti di fronte a Dio. Può Dio voler meno bene di un padre o una madre? Quando non puoi più parlare a Dio degli altri, parla degli altri a Dio: parlagli dei figli tormentati, ma anche dei tormenti dell'umanità perché Dio ha bisogno di gente appassionata dell’umano, che sappia portargli storie di fraternità, di solidarietà, di coinvolgimento. Quando presso Dio c’è un cuore che pulsa così, il miracolo è già in atto. Dio ha già concesso un pezzo del suo cuore.

2.    È una fede che resiste. Le risposte di Gesù appaiono fredde, disumane, inquietanti. Si va dal silenzio all'asciutta comunicazione di una missione: Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele. E quella donna che non demorde, che si avvicina sempre di più e gli sbarra la strada prostrandosi di fronte. Interessante vedere a questo punto l’atteggiamento dei discepoli che intervengono con Gesù: Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando. Perché dicono così? Perché quella donna fa loro pena? O perché è un fastidio? O perché mette in discussione la popolarità del loro maestro? Sembra che Gesù più che guarire la figlia della donna, debba guarire la fede dei discepoli. I discepoli vogliono sbarazzarsi del problema, vorrebbero un miracolo veloce e ad effetto, un Dio 118 che manda l’ambulanza in tempo utile. Ma Dio non è così. Qualche volta ti fa passare attraverso l’aridità per farti crescere o per far crescere qualcun altro. A volte ci sono dei figli che sfidano i genitori, degli amici che ci provocano proprio sulla resistenza della fede. Il coronavirus è l’ambiente dove queste perplessità si diffondono. Dov'è Dio di fronte a quello che sta succedendo? E il credente è messo sotto processo. Mai come in questo tempo, servono sentinelle, uomini e donne che ostinatamente si mettano di fronte al Signore, sbarrando non solo la strada a lui, ma anche a coloro che in maniera troppo sbrigativa vorrebbero trovare risposte o liquidare le domande. Perché su Dio ci possiamo sbagliare, convinti di essere già credenti, di esserlo più degli altri o di non avere bisogno di esserlo. Un rischio per chi va a messa, ma anche per chi non va. Vado a messa quando mi sento. Chi sente cosa? E Dio può sentire qualcosa anche lui? Piuttosto che andare di malavoglia, meglio non andare. Sei sicuro che Dio la pensi così? Un padre vede volentieri  i suoi figli, anche quando loro non ne hanno voglia. Oppure, come mi ha detto una ragazza l'altro giorno: Ma credi che siano meglio quelli che vengono a messa? Ma Dio, secondo te, è là che fa le graduatorie di chi è meglio o è peggio? No. Tutti figli amati per lui, attesi. Gesù non risponde subito a quella donna che lo supplica per costringere tutti a chiedersi: che Dio hai incontrato? Lo hai incontrato?

3.    Infine fede è la risposta audace con cui l'uomo sorprende il Signore. Come la Cananea che non si lascia intimorire dalle parole di Gesù e lo supera a destra. Non è bene prendere il pane dei figli per darlo ai cagnolini... dice Gesù. E lei: Ma anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Gesù non può resistere di più. La donna lo ha spiazzato. Ti sia fatto come desideri. La fede che compie il miracolo nasce da risposte spiazzanti che dai a Dio. Che cosa può spiazzare il Signore? In questi giorni è uscito uno studio su alcuni religiosi claretiani che a Parigi, durante la seconda guerra, hanno falsificato i registri di battesimo per mettere in salvo una cinquantina di ebrei. Anche in questo caso Dio si sarà sentito spiazzato! Come lo spiazzano i gesti audaci del perdono, l'amore di chi non fugge e rimane accanto; lo spiazza la tua resistenza vigile, intelligente, umile anche quando una situazione ti sta massacrando, lo spiazza vedere una piccola apertura rispetto al lockdown della tua anima. Si ferma di fronte e dice: Davvero grande è la tua fede!  E che in questa fede il Signore ci faccia camminare, suggerendoci l'incontro vero con Dio e sentendo che ad esso è atteso ogni uomo.