lunedì 22 aprile 2019

Omelia pasqua 2019


PASQUA 2019


È viva nella nostra mente l’immagine del rogo di Notre Dame, in particolare di quell’ardito pinnacolo avvolto dalle fiamme che ad un certo punto collassa sull’edificio. Un tonfo che rimbalza nel cuore della gente sbigottita e incredula. Gente che osserva, piange, prega, scatta foto che presto fanno il giro del mondo.
Un evento che fa riflettere perché in una Francia laica, in un’Europa secolarizzata, una cattedrale ha ancora la forza di parlare, di risvegliare memorie che sembravano perdute, come quella custodita in un antico edificio cristiano. Qualcosa crolla e qualcosa rimane. O qualcosa crolla proprio per farci capire che cosa rimane, nonostante tutto.
La pasqua è proprio così. Dio scuote le nostre certezze, il vuoto che abbiamo fatto intorno a lui, la presunzione di bastare a noi stessi e risveglia la sua presenza, in maniera inedita, come l’ha risvegliata in quel giorno dopo il sabato in cui le donne, preoccupate di mettere fine a una sepoltura, hanno trovato la pietra rovesciata. Non è qui, è risorto.
Dov’è che il Signore risorto ci dà appuntamento, che cosa scuote e che cosa ci lascia? Ritorniamo alla cattedrale che brucia, con tre fotogrammi.


1.    Il primo. Le cause dell’incendio. Da dove è partita quella scintilla sciagurata che ha prodotto il disastro? L’ascensore, un filo scoperto, una lampada? Fai attenzione a chi sta appiccando il fuoco alla tua vita, alle persuasioni che ti hanno accompagnato, al battesimo e alla fede che hai ricevuto in dono. La cultura del sospetto che ha accompagnato stagioni passate verso un ateismo militante si è trasformata nella cultura dell’indifferenza e della svalutazione che si propaga come un fuoco devastatore in maniera subdola, nascosta. E ci lascia vuoti, prigionieri di una superficialità che ci inghiotte o di un lavoro che ci travolge. Se togli Dio dalla costruzione della tua vita quale architettura rimane? Quella del pian terreno. Ma sta attento anche a chi appicca il fuoco alle tue scelte importanti, a chi ti insinua che lo studio non serve, che il tuo matrimonio ti imprigiona, che nel lavoro devi essere scaltro, che l’idealità è illusione. Pensate a Greta Thunberg e al suo sogno. Gesù risorto è una sfida verso nuove soluzioni. Pensa in grande la vita e occhio a chi la mortifica, a chi si veste di modernità ma ti mette addosso un abito vecchio. Cercate le cose di lassù.

2.    Il secondo fotogramma è quello della guglia che cade. La guglia è un dito verso il cielo, quello che i costruttori della cattedrali lanciavano in maniera ardita, con grande ingegno di uomini e di mezzi. Ma in quel dito che si spezzava vi possiamo riconoscere anche un monito: quello di non cercare Dio guardando semplicemente in alto, ma di ricercarlo quaggiù, nei luoghi dove ci dà appuntamento. Qualcuno si è scandalizzato perché facoltosi uomini d’affari hanno subito stanziato milioni per la cattedrale, mentre per i poveri del mondo ci sono solo le briciole. Non è giusto opporre le pietre alla gente, ma la provocazione rimane. Perché casa di Dio non è solo la chiesa, ma lo è ogni uomo presso il quale il Risorto ci aspetta: ero affamato, ero nudo, ero malato, ero forestiero. La pasqua allora ridisegna la bussola della fede: il dito di Dio ci indica il fratello, quello da aiutare, quello da accogliere, quello da perdonare o dal quale ricevere perdono. È la pasqua più bella e sorprendente, quella che ti restituisce la gioia e ti regala la certezza che le cose possono davvero cambiare.

3.    Ultima immagine è quella dell’altare polveroso tra le macerie e della croce, trafitta da un raggio di luce. È pasqua perché il Signore vuole ricondurci all’essenziale, a quel segno antico, crocevia della nostra fede, che non cessa di provocarci per quello che significa: dono di sé, vita consegnata, seme che muore per un frutto solo sperato. E quell’altare in cui tutto questo si rinnova, di domenica in domenica, pasqua della settimana. Forse anche il nostro altare ha un po’ polvere, ma il Signore non è tipo che si fa tanti problemi e ogni volta che ci sediamo a questa tavola lui arriva, come quel raggio di luce, foriero di nuovi inizi. Crolla una cattedrale, ma germoglia un seme. E questo a Dio basta perché la nostra vita è la cattedrale di Dio, il luogo della sua pasqua, quella per cui ostinatamente ci lega a se e ci rende per il mondo segno di speranza.

domenica 10 marzo 2019

Omelia 10 marzo 2019


Prima domenica di quaresima C
C’è una bella poesia di Robert Frost, poeta statunitense che parla di un bivio, esperienza che a tutti la vita prima o poi riserva. E la poesia finisce così:
Due strade a un bivio in un bosco, ed io –
Presi quella meno frequentata,
E da ciò tutta la differenza è nata.
Due strade apparentemente uguali, entrambe interessanti. Ma io, dice l’autore, presi quella meno battuta. E questo ha fatto la differenza della mia vita. Mi sembra una bella provocazione in questo iniziale cammino quaresimale in cui siamo messi di fronte alla pagina delle tentazioni. Quale strada percorrere? Gesù ci prende per mano e ci invita a percorrere quella meno battuta, quella che egli stesso ha deciso di prendere. E ci suggerisce tre atteggiamenti importanti.
1.    ENTRARE. Primo aspetto che ci fa riflettere è quello di Gesù tentato. Una pagina imbarazzante per i cristiani dei primi tempi che facevano fatica ad accettare un Gesù così umano. Ma l’incarnazione di Gesù non è uno scherzo, un modo di dire. L’umanità porta con sé la tentazione? Ebbene, dice Gesù, anch’io l’ho conosciuta. Con le sue insinuazioni seducenti, con i tentativi di scendere a patti col nemico, con il rischio di scrivere un altro vangelo pensando che sia quello vero. È il bivio che tutti incontriamo e nel quale Gesù ci è accanto, con il suo stile e la sua forza. Oggi, come dice un famoso slogan pubblicitario, ci piace vincere facile. Gesù ci fa capire che la vittoria ha bisogno anche di lotta, di partecipazione, di attesa. Pensate al caso Batistuta, famoso centravanti della Fiorentina. In questi giorni nei giornali c’era il caso di suo figlio che lavora in una copisteria. E il Batigol ha dichiarato in un’intervista: «Far lavorare i miei figli è regalare dignità, soprattutto a loro. Potrei tranquillamente regalargli un'auto, però non so se in questo modo si sentirebbero felici e non so quanto durerebbe questa felicità». Ecco, sembra dire questo padre: Ti piace vincere facile? Prova invece ad andare a lavorare e a capire da dove arrivano i soldi. Impara che la vita ha bisogno di te, della tua partecipazione e che non tutto risolve il portafoglio del papà.
2.  RICONOSCERE. Altro aspetto importante è la tipologia delle tentazioni. Gesù si misura con tre per farci capire che le situazioni con cui ci possiamo confrontare sono molteplici. In ogni caso c’è sempre il tentativo del nemico di depistarci dalle strade di Dio. C’è la tentazione del cibo, dell’appagamento immediato. L’uomo è nei suoi istinti. Niente più. Forse avete sentito la testimonianza di quella donna che di fronte al Presidente Mattarella ha raccontato la sua storia di sfruttamento: "Questi uomini che voi chiamate clienti hanno la necessità di appropriarsi di cose. Così anch'io sono diventata una cosa da comprare, come quando si va dal macellaio. Non capirò mai come una persona che si definisce uomo possa non avere pietà di una ragazza che sanguina, che piange e che soffre. Per me la prostituzione è stata una tortura". Poi la tentazione del potere. E ti prostri ai potenti del mondo e alle loro logiche, a un lavoro che ti estranea da te stesso e dalla tua famiglia. Infine la tentazione di piegare gli altri e di piegare Dio. Faccio lo scemo, lo spregiudicato, il menefreghista tanto qualcuno mi salva sempre. Ai suoi angeli darà ordine… Nell’ambiente di lavoro faccio il minimo, scarico le responsabilità sugli altri, gioco con le leggi perché tanto so che non mi licenziano e che vengono angeli sindacali e contrattuali a salvarmi. E piego gli altri alle mie pretese… Gesù sembra dirci: impara a riconoscere la tentazione. Se vedi che intorno a te cresce dissapore, tensione, divisione, forse non sei un martire. C’è il diavolo, il divisore, che vuole strapparti da te stesso, dagli altri e da Dio. Impara a stare in piedi e a non lasciarti catturare.
3.  ASCOLTARE BENE. C’è un altro aspetto interessante in questa pagina. Sia il diavolo che Gesù citano versetti della Scrittura. Il diavolo tenta di convincere Gesù portandolo su un terreno familiare. Ma Gesù ai versetti del diavolo ne aggiunge altri. Le tentazioni si vincono ascoltando bene il Signore, dimorando nella sua parola, non solo nel copia e incolla selettivo. Una deputata statunitense, Alexandria Ocasio-Cortez, figura emergente della politica degli States, si è chiesta se sia ancora il caso di avere figli considerata la catastrofe ambientale che ci aspetta. Come dire: siccome non riusciamo a salvare il pianeta evitiamo anche di popolarlo. Un doppio furto, di speranza e di responsabilità a cui parecchi però strizzano l’occhiolino. Sembri uno intelligente, un benefattore dell’umanità e invece la stai tradendo. Per fortuna ci sono giovani che non si lasciano imprigionare e si dicono pronti a cambiare con il loro stile di vita. Ascolta bene la voce di Dio e ascolta tutto, non solo quello che ti pare di sentire o che ti fa comodo sentire perché in gioco non c’è il gratta e vinci, ma la vita.
Due strade a un bivio… Presi quella meno frequentata,
E da ciò tutta la differenza è nata.
Occhio alle strade che ti stanno davanti, occhio a quello che fa la differenza. Di Dio e di te.  

domenica 10 febbraio 2019

Omelia 10 febbraio 2019


Quinta domenica del T. O.
È terribile e insieme piena di forza la vicenda di Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore di Morgano colpito nei giorni scorsi da un proiettile sparatogli alla periferia di Roma. Terribile per le lesioni recate a Manuel, per l'assurdità dei fatti, per le dichiarazioni degli autori del crimine, più o meno coetanei di Manuel, che si sono rammaricati perché, "purtroppo", hanno sbagliato persona. Se avessero colpito quella giusta, secondo loro, probabilmente non ci sarebbe stato alcun problema.
Ma, nella tragedia, abbiamo colto anche l'energia di un giovane che non si dà per vinto, che dice: "Tornerò più forte di prima". Un giovane che continua a scendere nella vasca della fiducia, della speranza, dell'amicizia con quanti in questi momenti gli fanno sentire la loro vicinanza, compresa la gente del quartiere dove è avvenuta la sparatoria. Ecco, nella vita si può nuotare in una piscina di sogno, di grandezza o ci si può muovere su acque limacciose, fatte di violenza, ricerca di supremazia, controllo del territorio, ritorsioni e ricatti.  Chi sei veramente? In che vasca nuoti?
Chiamando i primi pescatori a seguirlo, Gesù cerca i loro sogni migliori. Li invita a lasciare le acque stagnanti dell’abitudine, quelle oscure della cattiveria, quelle vorticose dell’egoismo e li muove su nuove prospettive, più alte, più profonde. Prendi il largo. Come si fa?
1.    Anzitutto vincendo le proprie perplessità, anche quelle derivanti da una certa competenza. Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla. Pietro è pescatore da sempre; in quel lago c’è nato e c’è cresciuto. Lo conosce meglio di qualunque altro: sa quando è ora di pescare e quando no. E, tuttavia, crede a Gesù: Sulla tua parola getterò le reti. Si nuota nella vita di Dio quando la sua parola ci muove e ci fa fare anche ciò che è strano. Pensate alla visita del Papa negli Emirati. In certo mondo cattolico ha destato perplessità. Compro-messi? Perdita di identità? Gesù come Maometto? Anche quella di Papa Francesco è una scelta di audacia, di chi prende il largo. Non a caso cita l’arca di Noè: solo entrando in un’arca, come una famiglia, sarà possibile salvaguardare la pace; un’arca che «possa solcare i mari in tempesta del mondo: l’arca della fratellanza». Prova a vedere se questa parola fratellanza, non possa essere proprio quella su cui gettare le reti, anche vicino a casa tua.
2.    Quando Pietro vede la pesca straordinaria che si materializza, cade in ginocchio: Allontanati da me perché sono un peccatore. Pietro rinuncia alla sua presunzione. A quel punto, Gesù aggiunge: Non temere, d'ora in poi sarai pescatore di uomini. D'ora in poi sarai. Gesù fa i conti col presente ma guarda al futuro. Prende il largo solo chi apre il presente al futuro di Dio e se ne sente partecipe. I "futuri di cuore" come li chiama p. Ermes Ronchi. Fra pochi giorni è San Valentino, patrono degli innamorati. Pensate a quelle volte in cui si dice: Per te non sento più niente. È un’affermazione basata solo sul presente e limitata all’area delle percezioni. L’amore è fatto solo di quello che senti o è fatto anche di costruzione, di investimento, di recupero, di audacia? Per te non sento più niente è spesso un modo con cui si nasconde che si sta "sentendo" qualcun altro o che si sta ascoltando solo se stessi. Ma, quando dai di matto dietro a un nuovo amore o a quello che ritieni tale, sicuro che il presente si apra al futuro e non all’adolescenza di ritorno? Tu sarai. Dio a volte vuole sorprenderci, proprio sul terreno dei nostri fallimenti. 
3.    Infine prende il largo chi si mette dalla parte della vita, quella vera. In quell’espressione tu sarai pescatore di uomini, c’è un verbo pieno di vita, zogréo. L’immagine è quella di chi cattura non per mettere in padella a friggere, ma per liberare in acque migliori. Tu sarai portatore di vita. Pensate a quei ragazzi in fila per dodici ore a Milano per acquistare un paio di scarpe, edizione limitata. Acquistarle per poi rivenderle. E qualcuno ha mandato perfino gli immigrati a fare la fila, a tenergli il posto. Cosa c’è in questa vicenda? Tanta tristezza, perchè la notte, il tempo dei sogni, diviene il tempo del mercato dove non pensi neanche più a indossare un paio di scarpe perchè ti piacciono o perchè con esse ti piaci, ma a rivenderle. La remuneratività, il guadagno facile hanno prevalso anche sull'identificazione di un adolescente. Essere pescatori di uomini, vuol dire togliere i ragazzi da questo liquame in cui vivono per offrire più verità, quella nascosta tra le pagine del Vangelo, quella che sembra passata di moda.  Come canta Cristicchi: Abbi cura di me. Forse non solo una canzone, ma un grido che Dio rivolge agli uomini perché continuino a custodire la vita vera e non le illusioni. Perché scendano in mare e non nelle brodaglie che spacciamo come vita. Sulla tua parola getterò le reti. Una prospettiva di speranza, un punto per ricominciare. 

domenica 6 gennaio 2019

Omelia 6 gennaio 2019


EPIFANIA DEL SIGNORE

Desiderio. Avete mai pensato a questa parola? De-sidera: una parola che contiene le stelle. Nei nostri desideri splendono le stelle, una profondità più grande di quella terrena. Anzi, solo così c'è il desiderio. Viceversa c'è il Grattaevinci, ci sono le slot che anche in questo nostro comune registrano puntate di circa duemila euro ad abitante. Può consolarci, ma relativamente, il fatto che non siano solo abitanti di Godego. Che cosa desideri? Anche i Magi sono uomini del desiderio e per questo guardano le stelle, anzi, una stella più luminosa nella quale riconosceranno il Signore. Nei nostri desideri alla fine c’è lui, anche se non lo sappiamo, anche se talvolta i nostri panorami si restringono. Occorre allora coltivare i desideri, difenderli, raccoglierne gli appelli, proprio come fanno i Magi. Come si diventa uomini e donne del desiderio?

1.    Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti… I desideri sono un appello che si accende, che si rende visibile e che mette in cammino. Non sai ancora bene di che cosa si tratta, ma comprendi che c’è qualcosa di importante, una sorta di promessa. Bisogna rompere gli indugi, la troppa prudenza, la paura e partire. A volte siamo oltremodo esitanti. Pensate ad esempio agli appelli dell’amore: l’innamoramento è una stella che si accende, ma a volte senti che ti scomoda e non vuoi perdere il tuo assetto egocentrico. E allora stai sulle tue cercando scuse, aspettando l’uomo, la donna dei sogni che mai arriverà perché mai sei disposto a fargli posto; oppure giocherai con l’altro, con l’altra, standoci senza impegnarti, sostituendo le stelle con luci soffuse che dopo un po’ si spegneranno. Così può capitare anche per il desiderio di un figlio, per l’intuizione di una chiamata di Dio, per l’avvio di un’attività. Ti piacerebbe, ma… Il ma vince sulla stella che si è accesa e un po’ alla volta la spegne.

2.    Allora Erode, chiamati segretamente i magi… I desideri vanno seguiti ma anche difesi perché c’è qualcuno che ci gira intorno e che li vuole uccidere. Erode gioca sporco: fa credere ai magi di essere loro alleato, in realtà è preoccupato solo di sé e del suo potere. E vuole far fuori ogni antagonista. Stiamo vivendo momenti di difficile confronto anche a livello politico sulla questione migranti. È difficile pensare che uno Stato non offra una regolamentazione in materia; possiamo anche riconoscere che la recente fermezza del governo o di un suo ministro sia stata utile per destare un’Europa un po’ sonnacchiosa e indifferente. Ma un conto è suscitare corresponsabilità, un altro conto è sottrarsi alle proprie. È vero che un sindaco deve applicare le leggi, è altrettanto vero che dev’essere messo nelle condizioni di farlo, perché quando si ha a che fare con il territorio non ci sono solo i decreti, ma le persone con la loro storia, le loro sofferenze, che non possono sempre essere inquadrate in disposizioni generali. Perché sta capitando che situazioni finora gestibili ora non lo siano più per mancanza di risorse e per mancanza di pazienza, elementi che forse potevano essere utili per rispondere a chi è stato accolto, ha un permesso di soggiorno ma ora non può più avere residenza, lavoro, cure adeguate. Finita la pacchia? Non mi pare che chi quotidianamente bussa alle nostre porte per avere qualche soldo sia gente così. Fatemi sapere dov’è il bambino, perché anch’io venga ad adorarlo… Dobbiamo smascherare Erode che a volte abita le leggi, a volte della pancia della gente, a volte la loro stessa indifferenza. E bisogna trovare e indicare alternative: Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Che paese ci auguriamo?

3.    Infine il desiderio è fatto di un dono che porti. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre…. Poi offrirono i loro doni. Il desiderio si compie non solo perché hai trovato qualcuno o qualcosa di importante, ma perché in quella situazione hai portato qualcosa di tuo: la tua presenza, il tuo coinvolgimento, la tua capacità di comprendere. I desideri non sono la vincita al superenalotto ma la tua vita che si gioca in un progetto con Dio. Cosa gli puoi portare? I doni dei Magi rappresentano ciò che loro hanno capito Pensate a quelle donne indiane che hanno realizzato una catena umana di 620 km. contro l’integralismo maschilista indù che impediva il loro accesso al tempio. A Dio queste donne hanno portato le loro mani intrecciate in un segno di grande solidarietà tra loro e di resistenza contro la discriminazione. Prova a offrire la tua mano al Signore: la mano della solidarietà, del perdono, della carezza… Allora i tuoi desideri prendono forma, perché c’è Dio, ci sei tu, c’è il mondo. È più facile che si realizzino. Epifania significa manifestazione. Il Signore ci manifesta oggi il suo disegno d’amore: i nostri desideri ci aiutino a incontrare i suoi.  




lunedì 31 dicembre 2018

Omelia 30 dicembra 2018


S. FAMIGLIA 2018

I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.

Sono i versi dedicati ai figli dell’opera Il Profeta, celebre testo del poeta libanese Kahil Gibran. Versi che si chiudono con un’immagine: Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani. Non è per niente facile questa operazione. Oggi nei confronti dei figli c’è in genere un atteggiamento di protezione che da un lato mette al riparo i ragazzi rispetto ai pericoli che possono incontrare, dall’altro li imprigiona in un rapporto simbiotico dove non è il ragazzo ad avere bisogno del genitore, quanto piuttosto il contrario. Tu sei l’arco, dice Gibran, i tuoi figli sono le frecce. Invece succede che il cordone ombelicale sembra trattenere ogni possibilità di crescita e di autonomia. Avete mai visto bambini vestiti come le loro mamme o come i loro papà? È il segnale che qualcosa non funziona. Avete visto mamme che non mollano il figlio, né a nonne né ad amiche, anche quando avrebbero bisogno di aiuto? Chi ha bisogno di chi?

L’episodio di Maria e Giuseppe che non trovano più Gesù con loro per recuperarlo dopo tre giorni di ricerca a Gerusalemme è l’occasione per riflettere sul compito dei genitori e di come essere adulti accanto a dei ragazzi che crescono.

1.    Credendo che egli fosse nella comitiva. Maria e Giuseppe pensano che il loro figlio sia nel gruppo famigliare, in una realtà conosciuta. Primo atteggiamento importante è superare la presunzione di sapere, di avere la situazione sotto controllo. A volte la presunzione è legata all’estensione del frame. Un’immagine della pellicola viene confusa con l’intero film. Tuo figlio a casa è tranquillo ed educato, di conseguenza pensi che sia sempre così. E ti sembra strano se l’insegnante ti rivela la sua aggressività o la sua chiusura. Pensate al fenomeno di bullismo capitato ad Abano Terme a fine novembre. Ragazzi di tredici anni che pestano un loro compagno di scuola. Non parla il bullizzato, non parlano i bulli finché non parlano gli ematomi. E allora gli adulti increduli, da una parte e dall’altra, iniziano a interrogarsi: a mettere insieme i pezzi che prima avevano trascurato: chiusura, isolamento, improvviso calo del rendimento scolastico. Soprattutto dichiarano la loro sorpresa: «Sì, abbiamo sentito ciò che è successo. Pensavamo che certe cose si potessero vedere solamente in televisione». Ecco la carovana: tu pensi che tuo figlio sia quello di sempre, invece sta capitando qualcosa di importante. Ci sei? Dove sei? Prova a sentire anche le impressioni degli altri: se qualcuno ti dice qualcosa su tuo figlio che non ti piace, forse non è un nemico, ma qualcuno che ti sta dando una mano.

2.    Cammina e cammina, chissà con quali sentimenti in cuore, dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri. E a quel punto la domanda: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ecco, nella relazione educativa le domande sono importanti, per trovarsi e per capirsi. Domande corrette, pertinenti, aperte a una risposta che non è quella che ho già in mente. Non è facile: a volte infatti abbiamo paura di fare domande perché le risposte ci fanno paura; altre volte facciamo domande aggressive, sarcastiche che non cercano risposte ma l’affermazione di sé e delle proprie idee. Pensate alle domande inutili: Come è andata oggi a scuola? O a quelle ironiche: Per venire a casa da scuola devi passare per Via Motte? O a quelle indagatrici: Cos’è sta puzza di fumo che ti porti addosso? Chi è quello là con cui parlavi? Guardate alla domanda di Maria. Innanzitutto alla domanda segue la comunicazione di uno stato d’animo. Angosciati, ti cercavamo. Fai capire che c’è qualcosa che ti sta a cuore, che c’è amore in quello che dici. Poi Maria coinvolge anche Giuseppe: Tuo padre e io. Mai agire per conto proprio, sempre in sintonia. Poi rimanere sul fatto, non sulle sue interpretazioni: Perché ci hai fatto questo? Non dice: perché sei fuggito, perché ci hai dimenticato, perché te ne impippi di noi… Non è detto che a quel punto avrete le risposte che state cercando, ma a quel punto voi avrete agito con rispetto e avrete dato un segnale di disponibilità.

3.    Poi c’è la risposta di Gesù. Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? Alle domande di Maria e Giuseppe, Gesù risponde con altre domande. Mi pare interessante per due motivi questa risposta. Primo, perché non devi mai cessare di interrogarti su quello che Dio sta suggerendo alla tua famiglia. Perché tu ti comporti in una maniera che ti sembra buona, non è detto che vi sia il disegno di Dio. Allontano i figli dai nonni perché non si sono comportati bene. È proprio quello che ti dice il Signore o ti dice il tuo orgoglio? Secondo: anche tu puoi rispondere ai tuoi figli con le domande: Non voglio più andare a messa, i miei amici non fanno più religione. Credere è da sfigati. Sei proprio sicuro che sia la scelta migliore? Sei sicuro che in duemila anni di storia il cristianesimo abbia seminato scemenze? E continui a girare il risotto, facendo capire che forse c’è un pezzo di strada in più da fare. Proprio così: alla fine non ci sono risposte, ma la strada verso Nazaret, quella in cui Gesù, Maria e Giuseppe accolgono quella loro particolare famiglia e in essa continuano a capire e  a capirsi, a cercare e a trovare, come a casa nostra, come in ogni famiglia disposta a lasciarsi condurre da un progetto più grande del proprio.










domenica 16 dicembre 2018

Omelia 16 dicembre 2018


Terza domenica di Avvento

Due bambini immigrati, uno cinese e il compagno dello Sri Lanka, stanno andando a scuola a Milano. E inciampano in un portafoglio pieno di soldi. Con tutto quel denaro tra le mani, la situazione si fa impegnativa. E allora consultano due amiche, una italiana e una peruviana e alla fine decidono di consegnare tutto a qualcuno di cui si fidano, all’insegnate che riesce a rintracciare il proprietario, un pensionato che aveva appena ritirato la tredicesima alla posta. Una storia a lieto fine, con tanto di pizza offerta ai ragazzi. Ma la domanda che emerge in questo semplice episodio è molto intrigante: che cosa dobbiamo fare? La vita non è fatta solo di idee, di riflessioni: è fatta di scelte ed è fatta di gesti che ci raccontano, che dicono di noi. Cominciare a fare è un modo per ritrovare se stessi, per intraprendere strade differenti, per far posto al Signore. Ebbene nel vangelo di questa domenica varie categorie di persone si recano da Giovanni Battista e gli chiedono per tre volte: Che cosa dobbiamo fare? La predicazione del Battista aveva scosso le coscienze e la gente cercava strade di cambiamento e di novità. E Giovanni indica pratiche possibili, pratiche buone. Giovanni che non fa sconti su Dio e sulla sua Parola, apre dei varchi semplici e raggiungibili come se volesse dirci: non spaventarti per quello che ti è chiesto, per quelle trasformazioni che ti sembrano impossibili. Comincia da quello che puoi fare, come restituire un portafoglio al suo proprietario. Andiamo a vedere chi sono coloro che si rivolgono a Giovanni.

1.    Innanzitutto ci sono le folle. Che cosa dobbiamo fare? La risposta è nella condivisione generosa di quello che si possiede: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Provate a pensare: il termine condivisione è legato oggi quasi esclusivamente alle foto o ai post che pubblichiamo sui social. Giovanni ha in mente un’altra condivisione: il vestito e il cibo, dignità e sostentamento. Non limitarti alle immagini e alle riflessioni: apri il frigo, l’armadio, il portafoglio. Prova a dare qualcosa di tuo agli altri, ma prova a riempire di dignità il tuo gesto, di arricchirlo dell’interesse, della stima, del coraggio di guardare l’altro negli occhi, magari di creare una relazione buona. Sul Corriere di venerdì c’era un’intervista a una coppia di sposi di Mantova che dopo aver messo al mondo cinque figli e adottati altri otto, ne ha avuto in affido, in periodi più o meno lunghi, un’altra novantina. A Natale siederanno a tavola in 24. Germana Giacomelli, madre d’Italia, come la definiscono, ora ha 71 anni e ricorda come è iniziata l’avventura con suo marito Giampaolo. trentatré anni fa. «Avevo già messo al mondo quattro figli. Mio marito possedeva due panifici, io un negozio di scarpe. Mi crede se le dico che non sapevamo come spendere i soldi? Auto, abiti griffati, viaggi, ristoranti, colf. Non mi mancava nulla eppure mi sentivo priva di tutto. Stavo malissimo. Ero in perenne attesa di qualcosa che desse un senso alla vita. Ma non sapevo dove cercarlo». «Alla fine come l’ha trovato?» chiede l’intervistatore. «Mi sono messa a pensare agli altri». Ecco una bella storia di sostegno e di dignità, restituita a tanti ragazzi che hanno trovato vita, salute, lavoro, famiglia. L’affido… ci avete mai pensato?

2.    Seconda categoria è costituita dai pubblicani, gli esattori delle tasse che ogni tanto ricaricavano le imposte di un loro ulteriore guadagno. «Maestro, che cosa dobbiamo fare?» Giovanni  indica la giustizia, l'onestà. Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Interessante questo passaggio, non solo per l’Agenzia delle entrate e le sue riscossioni ma anche per le imposte in più che noi facciamo pagare a qualcuno, com’è successo a quell’operaio moldavo di 28 anni trovato morto in una radura a Sagron del Mis. Inizialmente si pensava ad una sua imperizia mentre tagliava degli alberi. Dalle indagini dei carabinieri è emerso che il giovane era stato colpito da un cavo in acciaio durante l’installazione di una teleferica. Giunto sul posto, il titolare della ditta avrebbe caricato il corpo sull’auto della vittima e l’avrebbe lasciato nei pressi di un dirupo. Non si sa se il cadavere vero sia quello del morto o di chi elude le proprie responsabilità. Noi forse non ci comportiamo così ma all’altro a volte estorciamo più di quello che può dare: pensiamo a certe vicende di separazione e al gioco delle convenienze economiche. Perché andarsene di casa per qualcuno vuol dire rivendicare mantenimento crescente, per altri vuol dire povertà. Non esigete di più di quello che vi è stato fissato. A dire il vero quello che era stato fissato era l’amore, ma se questo non c’è più, forse non bisogna smarrire l’onestà, la misura, la possibilità di andare avanti con dignità, figli in primo luogo.

3.    Infine i soldati, gente che a volte agiva brutalmente, senza troppi scrupoli. «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». È la vita che rinuncia alla violenza, al sopruso, alla giustizia sommaria. Pensate a questi due giovani che popolano in questi giorni la cronaca di Strasburgo in maniera così diversa, il criminale e la vittima italiana, Antonio Megalizzi: uno che ha ceduto a logiche di terrore di fanatismo, l’altro appassionato per la pace e la fraternità tra i popoli. Ecco la scelta: ci sono due lupi che combattono dentro di noi, uno cattivo che vive di odio, rabbia e risentimento; l’altro buono che vive di speranza e generosità. Quale vince? Quello cui dai da mangiare. Ma attento che alla fine il lupo non mangi anche te.

Che cosa dobbiamo fare? Una domanda importante. Non rimanerci troppo sopra. Inizia a cambiare qualcosa. Inizia a cambiare aprendo un po' di vangelo. 






venerdì 14 dicembre 2018

Omelia esequie Valnea Curatolo Federighi


Funerale Valnea Curatolo Federighi (14 dic. 2018)

(Dt 8,2-9/ Gv 14,1-6)

Finestre della memoria. Questo il significativo titolo della pubblicazione che qualche anno fa ha raccolto i pensieri di Valnea, protagonista di vicende che hanno contrassegnato la storia del secolo scorso a livello internazionale e a livello locale, nel dramma dei profughi istriani e nei cambiamenti di questo nostro paese. E anche noi oggi ci affacciamo a questa finestra, perché i panorami che in essa si delineano non vadano perduti e possiamo custodire un po’ di sapienza in più riguardo al tempo: al passato di cui siamo eredi, al presente che abitiamo, al futuro che stiamo costruendo. Ce lo rammentava il libro del Deuteronomio: Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere. Ricordati: la fede ebraico cristiana è un esercizio di memoria nel quale scopriamo che non siamo da soli e che una mano invisibile ci accompagna: quella di Dio. Valnea era una donna credente, di una fede radicata e libera, fortemente incarnata nelle vicende umane e protesa a interrogare la vita. Significativamente la copertina del libro riporta un dipinto di Jessie Boswell con tre finestre aperte. Proviamo ad affacciarci anche noi per osservare qualche frammento di storia, di vita e di fede che la vicenda di Valnea ci consegna.

1.    Valnea, nata a Fiume nel 1923 in territorio allora italiano, ci apre anzitutto la finestra del dramma dei profughi istriani, fiumani e dalmati costretti a lasciare le loro terre nel secondo dopoguerra, a motivo dei nuovi assetti internazionali e delle violente pressioni del governo di Tito. La famiglia aveva un grosso panificio, ma ad un certo punto il quadro socio-politico si fa incandescente. Valnea, approfittando del permesso temporaneo di studio, l’8 settembre 1945 si trasferisce a Padova dove è iscritta a farmacia. La mamma poco dopo le invierà una lettera: Non tornare più a casa. Anche la famiglia, insieme ad altri 350 mila profughi, di lì a poco abbandonerà Fiume e si trasferirà a Sanremo. Diceva Valnea: Abbiamo perso tutto, abbiamo salvato la pelle. Non così sarebbe capitato ai circa 13 mila gettati nelle foibe. Valnea ci restituisce una pagina importante di storia ricca delle sue riflessioni, in particolare quelle che riguardano i confini, la convivenza umana, l’incontro di popoli e di culture diverse: Io, affermava nell’intervista – amo definirmi di pura razza bastarda. La mia bisnonna era irlandese e ha sposato mio bisnonno che era di Cherso. Il mio nonno materno era Dalmata. Da parte di padre la nonna era genovese, il nonno era di Trapani. Ho parlato di sangue misto, ma devo aggiungere di cuore italianissimo. Si può essere italiani, sostiene Valnea, anche con sangue di varia provenienza. La parola democrazia ha senso se vissuta fino in fondo, senza prevaricazioni, nel rispetto assoluto e reciproco delle diversità di opinioni, di religione, di lingua. Parole importanti, non prive di attualità, che è bene udire dalla cattedra di chi ha patito esclusione, persecuzione, lontananza e povertà e ci insegna a cercare quello che a volte facciamo fatica a vedere. Osserva i comandi del Signore, tuo Dio, camminando nelle sue vie e temendolo, perché il Signore, tuo Dio, sta per farti entrare in una buona terra. È la terra della fraternità e della concordia quella che il Signore ci indica e che Valnea non ha cessato di farci osservare, a volte anche con un certo rigore.

2.    Una seconda finestra è quella famigliare e professionale. Valnea ha studiato farmacia e tra i banchi dell’università incontra Guido Federighi. All’inizio è solo un’amicizia, poi i sentimenti si intensificano e inizia la relazione. Il papà di Guido, farmacista a Godego, ad un certo punto si ammala e viene a mancare; guido quindi chiede a Valnea di raggiungerlo in paese per assumere la direzione della farmacia. Guido non era ancora laureato perché si era dapprima iscritto a ingegneria; ma quando si ammala suo padre cambia facoltà e si prepara a gestire la farmacia. Intanto nel settembre del 1949 Valnea viene a Castello di Godego, va abitare dai Moresco, inizia a lavorare in farmacia finché Guido non si laurea e sposandola nel 1959, dà forma alla sua famiglia. Con Guido c’è sempre stata una grande intesa: mai visti litigare, diceva M. Giovanna. E non serviva neanche che si parlassero, tanto erano normali la disponibilità senza orologio, i consigli a gente che non aveva bisogno solo di farmaci ma anche di indirizzo e di sostegno, la solidarietà che sapeva cancellare i debiti a chi non poteva permettersi i medicinali. La storia di questo nostro paese è la storia della sua povertà, ma anche di uomini e donne che hanno fatto della loro professione una missione e che hanno tracciato sentieri di riscatto, risurrezione e di vita pagando di tasca loro. Io sono la via, la verità e la vita. Parole di vangelo ben presenti nei giorni di Valnea che ha camminato, senza mai pentirsene e senza vantarsene su strade di accoglienza e carità.

3.    La terza finestra è quella culturale. Quando Guido ha iniziato a fare il farmacista, Valnea è ritornata al mestiere che più le piaceva: insegnare. Matematica e scienze alle medie di Castelfranco e in qualche altro istituto. Non ha mai mancato però di promuovere anche a Godego formazione e informazione. Non faceva mistero Valnea della distanza che aveva sperimentato nel cambio di residenza da una città mitteleuropea com’era Fiume, dove in casa c’era il telefono e si andava a teatro a un paese rurale come Godego di fine anni ’40 dove gli unici laureati erano lei, il dott. Serafini e il prof. Ripoli e si reagiva alla povertà con la ricerca di un qualsiasi lavoro, smettendo presto di andare a scuola e partendo spesso per terre lontane. Valnea non faceva sfoggio della sua cultura. Con umiltà si è messa a disposizione del paese promuovendo conoscenza e l’istruzione, fondando il Centro Culturale Villa Priuli, l’Associazione genitori e recando nuovi stimoli culturali, pedagogici e anche religiosi, scontrandosi talora con le idee poco lungimiranti di qualche cappellano. Valnea era una donna di fede, ma aveva capito che la verità di Gesù Cristo era sempre legata ad una apertura del cuore e della mente e che certe impostazioni, spacciate per obbedienza, erano di fatto ristrettezze mentali. Vivi una fede libera, sembra dirci Valnea, attenta a quel che capita, pronta ad interrogarsi, lieta di trovare spazi di partecipazione dove capire e aiutare a capire. Perché è così che il Signore ci fa crescere e ci rende dei credenti adulti. Ogni tanto Valnea interrogava anche il suo futuro. Ma non si faceva molte domande; diceva semplicemente: Chissà che il Signore mi venga a prendere. Sapeva che nella casa del Padre, come ha assicurato Gesù, c’erano tanti posti. E crediamo che il suo posto ora lo abbia trovato, accanto al Risorto, alla Vergine Maria che sempre pregava, a P. Pio da cui era affascinata, a suo marito Guido e a quel popolo numeroso di cui è stata amica, maestra e compagna di viaggio.