mercoledì 6 novembre 2019

Omelia esequie Giuliana Toniolo


Omelia esequie Giuliana Toniolo Marchesan - 6 nov. 2019

(Rom 8,31-35.37-39 / Lc 24,13-35)


La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, due discepoli erano in cammino. Anche don Stefano ed io domenica sera eravamo in cammino, verso la casa di Giuliana. E in quel cammino, appesantito dalla tristezza per il messaggio che poco prima ci era arrivato, non eravamo da soli. C’erano Alfredo, Valentina, Leonardo, Davide, i famigliari di Giuliana e altre persone che le volevano bene. E c’era lei, Giuliana, che ci aveva appena lasciato, sul cui corpo, oltre all’acqua benedetta, scendevano lacrime, domande, inquietudine e la fatica di stare in un guado che non avremmo voluto attraversare. Anche noi eravamo simili ai discepoli di Emmaus, fermi col volto triste e incapaci di riconoscere il Signore. «Tu solo sei così forestiero a Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». A volte abbiamo l’impressione che il Signore sia forestiero, a Gerusalemme come a Godego, lontano dalle nostre tribolazioni, da quello che ci attanaglia il cuore, dalle nostre speranze di guarigione. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele. Quante volte anche Giuliana viveva il dramma delle speranze infrante, di fronte alle diagnosi cliniche che si susseguivano impietose: Ma possibie che par mi no rive mai nostra bona notissia? Giuliana però non si fermava a quelle sentenze e lei, indomabile, come spesso si definiva nei social, aveva intrapreso un cammino in cui, alla lucidità e alla grinta con cui viveva la malattia, si aggiungeva, insieme alla salutare presenza di tanta gente, la compagnia del viandante di Emmaus che regalava ai giorni nuova consapevolezza e profondità. Di questo singolare itinerario vorrei ricordare tre aspetti: i passi, le parole, i segni.


1.    I passi. Di passi Giuliana ne ha fatto davvero tanti. I passi della sua giovinezza, di una ragazza schietta e solare capace di colpire il cuore di Alfredo e di intraprendere una vicenda famigliare, i passi accanto ai suoi figli imparando a dosare tenerezza e libertà, i passi dell’esperienza professionale a volte non priva di fatiche. i passi - tanti! – in questa comunità parrocchiale che ha visto Giuliana muoversi tra questa chiesa, scuola materna, canonica e oratorio, senza guardare l’orologio, per sistemare dei fiori, riordinare gli armadi, fare catechismo, organizzare il grest. Erano proprio le doti organizzative a renderla così speciale, in un turbinio di attività dove Giuliana riusciva a incastrare tutto, compresi i suoi figli che spesso si trovavano, loro malgrado, a tenere tese le lunghe tovaglie dell’altare mentre la loro madre le percorreva in lungo e in largo col ferro da stiro. «Questo ze l’ultimo anno», esordiva. Ma era una specie di mantra che la rendeva ancor più convinta di quello che stava facendo. Venerdì scorso, quando ho visto Giuliana per l’ultima volta, mentre mi raccomandava di non dire troppe cose al suo funerale, io le ho chiesto: «E ti, cossa vuto dirghe a sta parrocchia?». Ci ha pensato, ma neanche tanto e con un filo di voce ha esclamato: «Grazie. Grazie parchè ze stato beo». I passi di Giuliana, che pure hanno attraversato una malattia dai tratti oscuri e impertinenti, alla fine sono passi di bellezza e di gratitudine, di chi, nonostante tutto quello che ha dato, si stupisce per la sproporzione di ciò che ha ricevuto. Grazie. Una parola importante che riempie la vita di verità e che ci aiuta a ricordare che quello che siamo, il bello che ci appartiene è legato ad un dono che dalle mani di Dio ci arriva rimbalzando nelle mani degli altri. Anche di Giuliana, alla quale anche noi oggi diciamo grazie.


2.    Le parole. «Non ci ardeva forse il cuore quando parlava con noi lungo la strada?». Il servizio nella catechesi dei ragazzi ha portato Giuliana a dare attenzione alla sua preparazione e ad approfondire qualche percorso biblico. Aveva una fede informata e formata all’ascolto, come testimoniano alcuni volumi della sua piccola biblioteca catechistica. Ma non era donna che si attardava tra i libri. L’ascolto di Dio per lei era collegato alla vita, a quello che succedeva e a quello che le succedeva. E come si metteva in ascolto, così parlava, anche al Signore, con la temerarietà di chi qualche volta metteva sottosopra anche il paradiso. «Coraggio, Giuliana, le avevo scritto il 2 ottobre. Oggi è il giorno degli angeli custodi. E lì con te ne hai qualcuno, con le ali e senza ali». Risposta: «A sto riguardo se sentimo». Come a dire: attento a non esagerare con gli angeli. Con lei non si poteva barare e non si potevano usare parole di circostanza. Specie nel momento in cui le si è profilata davanti la parola più impegnativa che non è da dire o da ascoltare, ma da portare: la parola della Croce. Verso metà ottobre don Stefano le aveva chiesto se avesse voluto la comunione. Risposta: «Ma mi soi in comunion col Signore?». «Me par de sì, aveva aggiunto don Stefano, te si in croze co lu». E a quel punto lei aveva annuito e le erano uscite due lacrime. Da quel momento la croce che d. Stefano le aveva regalato e che fino a quel punto era chiusa nel cassetto, aveva trovato posto poco sopra il suo letto, come se Giuliana e Gesù condividessero la stessa realtà. Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti. Non bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria? Perché bisognava? Per essere accanto a tutti i crocifissi, per aprire in ogni sofferenza un varco di libertà. Giuliana lo aveva compreso e lo aveva accolto, riguadagnando per sé le parole che abbiamo ascoltato poco fa: Chi ci separerà dall’amore di Dio in Cristo Gesù? Forse la tribolazione, la nudità, il pericolo la spada? Noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 


3.    E infine i segni. Essi raccolgono i nostri passi e le nostre parole e li trasformano in persuasione, in varco, in promessa. È quello che avvertono i pellegrini di Emmaus quando il forestiero che li accompagna fece come se dovesse andare più lontano. Gesù ci porta sempre un po’ più in là di quello che pensiamo, delle nostre umane destinazioni. E i viandanti che hanno assaporato la bellezza della sua compagnia, non se la lasciano sfuggire: «Rimani con noi perché si fa sera». Rimani con noi, Signore, perché il grande male che ci attanaglia è la solitudine, il vuoto che sperimentiamo sulla terra e il vuoto che talvolta vediamo nei cieli. Ed egli entrò per rimanere con loro. Anche per Giuliana è andata così, anche lei ha conosciuto il Signore nel momento in cui ha spezzato il pane, nel momento in cui ha ricevuto l’unzione degli infermi e la comunione. Allora i loro occhi lo riconobbero. Ecco il segno. Non è stato per niente facile l’approccio sacramentale, ma chi conosceva l’indomabile ha visto da quel momento la nascita di una nuova Giuliana abitata dal Signore. Una Giuliana che non aveva più paura della morte, ma ne parlava con tranquillità, a suo marito e ai suoi figli, a chi la andava a trovare continuando a ripetere: «Mi so in pace. Desso so in pace». Venerdì ha fatto chiamare anche me. Entrando in camera ho chiesto: «Eora, come zea?». Risposta: «Apri». «Apri cosa?» ho domandato, pensando di dover aprire una scatola o un cassetto. «Apri le tue braccia» ha aggiunto. Parlava di sé e parlava di Dio e ne parlava con le parole di un canto che in quel momento diventava la sua vita. Apri le tue braccia, corri incontro al Padre. «Sei pronta?». «Sì».

I passi, le parole, i segni. Anche Giuliana è stata un segno: della velocità della vita, della fragilità che ci appartiene. Ma anche della speranza che ci abita, dell’importanza dei legami e delle sorprese di Dio.

Apri le tue braccia, Giuliana. E in quell’abbraccio di risurrezione e di vita continua a rimanerci vicina, a vegliare sulla tua famiglia, sui tuoi amici e su questa comunità. 

giovedì 24 ottobre 2019

Omelia esequie Evaristo Fogale


Funerale Evaristo Fogale (23 ott. 2019)

(2Cor 4,14-5,1 / Mt 11,25-30)


«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Anche Evaristo apparteneva ai piccoli del vangelo e anche a lui Dio ha rivelato i misteri del regno dei cieli. Misteri che questo anziano ha accolto e custodito con tenacia e semplicità in novantanove anni di vita e di fede, nei quali mai il credente ha abbandonato l’uomo. Noi separiamo, ci ricordiamo di essere cristiani quando veniamo in chiesa, quando marchiamo le distanze da altre religioni. E ci dimentichiamo che l’incarnazione segna il nostro quotidiano.  Evaristo invece era un uomo unificato, riempito di Dio dalla testa ai piedi, per niente disposto a rinunciare a tale tesoro e in grado di suggerire una sapienza che non si trova sui mercati del mondo. Che cosa ha capito Evaristo di Dio, quali misteri gli sono stati affidati? 
Venerdì, quando il quadro clinico iniziava a presentare più di qualche criticità, sono stato a trovarlo. Credo uno degli incontri più belli che questo paese mi ha regalato. Inizialmente guardava me e suo figlio Giuliano, un po’ disorientato, come se volesse dire: Ma chi zeo sto qua? Quando ha realizzato chi ero, ha alzato la testa dal letto, ha fatto un sorriso larghissimo e con l’energia che ancora possedeva mi ha stratto a sé e mi ha dato tre baci. E allora è partito con le frasi che gli erano familiari. Frasi ricche di vangelo, teologicamente aggiornate pur con qualche termine che non usiamo più. Frasi che anche Evaristo deve aver udito, forse da suo padre, anch’egli uomo di fede o forse da mons. Pasini o da qualche altro uomo di Dio.

Vi dico queste frasi perché in esse ci sono i misteri del regno dei cieli, quelli che Evaristo ha incontrato e quelli che oggi ci consegna.

1.    La prima frase. Dio non è lontano da noi. È nel cuore di ognuno di noi. E Evaristo tirava via la coperta e si metteva la mano sul petto, come se in quel noi volesse far capire che c’era anche lui e che Dio lui lo custodiva nel cuore. Quante ne ha passate Evaristo in novantanove anni di vita? La povertà, la guerra, i tentativi di riscatto e di risalita, l’orgoglio di costruire una casa, di farsi una famiglia. Ma in queste vicende c’era sempre un Dio che lo accompagnava. Tanto che lui poi aggiungeva con una certa enfasi: El Signor o ga dito: io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumasione dei secoli. Che bella questa persuasione: guarda, sembra dirci Evaristo, che c’è più di quello che si vede, guarda che il mondo è abitato dal mistero, guarda che Dio segretamente ti accompagna e ha cura della tua vita. Dov’è Dio? Il catechismo su cui ha studiato Evaristo diceva: in cielo, in terra e in ogni luogo. Evaristo recuperava il dato evangelico più genuino: Dio con noi. Un mistero di vicinanza e di comunione. E' più vicino di quel che credi e di quel che non credi. 

2.    Ma accogliere Dio vuol dire anche entrare nei suoi progetti. Ed ecco la seconda frase di Evaristo, quella che ripeteva di continuo. Non la mia ma la tua volontà! Non è sempre facile fare la volontà di Dio, specie quando il vangelo indica prospettive che ci sembrano poco aggiornate o addirittura perdenti. E allora c’è sempre il rischio di fare la propria volontà e di riscrivere il vangelo secondo me. Pensate a quando gli altri ci interpellano: la volontà di Gesù è che ci amiamo gli uni gli altri, che ci perdoniamo, che ci diamo una mano. Evaristo che teneva così tanto alla sua famiglia, cercava di mantenere la cordialità anche con il resto del mondo: senza cedere all’intolleranza, senza mai cacciare nessuno di chi gli suonava alla porta, senza innescare micce né offendere e dosando attentamente le parole, piuttosto subiva. E quando qualcuno gli suggeriva altre logiche più sbrigative o logiche poco cristiane, lui portava tre dita raccolte alla fronte, picchiettava e diceva: Cucchetti, no capì che cussì non se va da nessuna parte? Ecco la volontà di Dio: seguire non i pensieri alla moda, ma il vangelo, le strade della pazienza, del perdono, della solidarietà.

3.    E infine le ultime parole di Evaristo, quelle che hanno accompagnato l’unzione degli infermi. Avevo un po’ di timore nel dirgli che gli davo l’olio santo, ma quando l’ha saputo, ha fatto un altro dei suoi sorrisi, ha tirato fuori la mano destra da sotto le coperte, l’ha passata più volte sulla fronte unta con l’olio e poi, con calma, si è fatto il segno della croce. Con la sua giaculatoria preferita: Tu sai tutto, tu sei tutto. Come se volesse dire: Signore, tu conosci chi sono, la mia povertà, la mia debolezza. Ma anche: Tu sei tutto: tutta la misericordia che cerco, l’eterno che aspetto. L'eterno era una parola famigliare per Evaristo: Dio è eterno, diceva, ma anche noi abbiamo la vita eterna: chi crede ha la vita eterna! Noi così segnati dal tempo siamo fatti di eterno! E di lì a due giorni l’Eterno sarebbe venuto a prenderselo, domenica sera, mentre Evaristo alzava gli occhi e le mani come se quell'eterno l'avesse voluto salutare ed accogliere.

Fratelli, siamo convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Evaristo sapeva che andava accanto al Signore. A quell’abbraccio lo consegniamo e in quell’abbraccio preghi ancora per noi.

Omelia 20 ottobre 2019


Ventinovesima domenica del T. O.

Jean Marie Ploux è un prete francese che scrive delle cose interessanti. In un libretto che si intitola Dio non è quel che credi, immagina che Dio se ne stia in una piccola chiesa inginocchiato a pregare. Un fedele è incuriosito e si avvicina. Dice tra se: "Chi starà pregando? Non può pregare se stesso!". Ad un certo punto intende bene: Dio sta pregando l’uomo. E metteva in dubbio l’uomo come l’uomo mette in dubbio Dio. Nella sua preghiera Dio infatti diceva: “O uomo! Se tu esisti, dammi un segno!”. Allora il fedele esclama:“Dio mio, sono qui!”. E Dio risponde: “Miracolo! Un’apparizione umana!

Oggi il vangelo ci parla di preghiera, ma forse ha ragione J. M. Ploux. La preghiera non è tanto la questione dell’assenza di Dio, quanto dell’assenza dell’uomo. Ci pare che Dio non esista, che Dio non risponda, ma l’uomo ha cessato di sostare presso Dio, di interpellarlo, di farne l’interlocutore della sua ricerca. Un uomo che dica. «Dio mio sono qui». E un Dio che si stupisca: «Miracolo! Un’apparizione umana».

Cosa vuol dire pregare? Gesù ci invita a farlo sempre, senza stancarci. Ma questo domanda qualche cambiamento di prospettiva che la parabola ascoltata ci suggerisce.

1.    Anzitutto una vedova che chiede giustizia. La vedova appartiene ad una categoria sociale debole, di gente scartata. Anche se la legislazione ne prescriveva la protezione, i soprusi erano all’ordine del giorno, tanto che Gesù, in un’altra occasione, parla di scribi che divorano le case delle vedove. Ma qui c’è una vedova che non solo non si rassegna al sopruso che sta subendo, ma neppure al fatto che chi è preposto alla giustizia tardi ad intervenire. Ecco il primo atteggiamento della preghiera. Esserci ed esserci nelle cose che contano, quelle che mettono in gioco i progetti di Dio, quelle che gli uomini fanno fatica a vedere o non vogliono vedere. Tutte le preghiere hanno diritto di cittadinanza di fronte a Dio, ma ogni tanto prova a verificare anche ciò per cui preghi: forse non tutto è importante allo stesso modo. Quando i giornali ti riservano la notizia di una mamma trovata abbracciata al suo bambino in fondo al mare, dopo l’ennesimo naufragio al largo di Lampedusa, ci si può anche chiedere non solo dove sia finita la solidarietà, ma anche la compassione, la pietà. La preghiera per riguadagnare la giustizia, per recuperare l’odine di Dio, per non sostituire ai suoi disegni i nostri opportunismi mascherati di legalità. Rimani saldo in quello che hai imparato.

2.    Altro aspetto importante della preghiera è l’insistenza. Andava da lui e gli diceva… Verbi all’imperfetto che dicono un’azione prolungata e tenace, di chi rimane in contatto, di chi come Mosè alza mani al cielo. La preghiera è una questione di resistenza e di lotta. Non perché Dio sia distratto o indifferente ai drammi umani, ma perché ha bisogno di te, ha bisogno di alleanze umane, di braccia che sostengano altre braccia, come quelle di Aronne e Cur. C’è una bella testimonianza di Giacomo Poretti sulla preghiera: Qualche tempo fa una mia cara amica, mia e di mia moglie, si è ammalata gravemente e nel volgere di qualche mese le sue condizioni erano tali che da lì a poco avrebbe lasciato noi e la sua famiglia. Mi sono ricordato delle zie e del nonno e mi sono messo a pregare; dopo poco ho inteso che sarebbe stato inutile pregarlo di restituirle la vita e allora ho espresso una preghiera strana, forse nemmeno così impegnativa per Lui: lo pregai di togliere la paura a quella nostra amica, di toglierle l’angoscia di sentirsi sola e abbandonata in quel momento terribile: «Signore, ti prego, toglile la paura; donale, se possibile, serenità, ti prego… ».  E forse ho compreso. Ho compreso che quel miracolo che chiedevo a Lui non solo era possibile, ma era già realizzato: Il Signore guardava noi amici, il marito, i figli, guardava me e diceva: «Solo se non scapperete lei non avrà paura, solo se rimarrete lì lei non si sentirà sola ...». Ecco la resistenza: fatta non solo delle parole, ma dei gesti che diventano preghiera. Gesù non vuole spettatori di miracoli, ma alleati di vita, di speranza e d’amore. Noi preghiamo, ma forse ancora di più lui prega: e forse prega così: «Speriamo che smettano di delegarmi, speriamo che capiscano la forza che ho dato loro». Forza di mani che si sollevano in nome di Dio.

3.    Resta il fatto che qualche volta Gesù sembra lontano da ogni ragionevole risposta alle nostre domande. Vi dico che farà giustizia prontamente. Ecco, è quell’avverbio che non ci convince. Non ci siamo con le tempistiche. In realtà il testo greco dice ἐν τάχει in velocità. E la velocità di Dio non è la nostra. Nella velocità di Dio c'è lo spazio in cui lui ci attende, in cui ci chiede di diventare credenti. Forse è per questo che Gesù conclude la sua riflessione dicendo: Il Figlio dell’uomo, quando ritornerà, troverà ancora fede sulla terra? La preghiera ha bisogno di fede. E la fede ti mette in una zona di attesa dove puoi decidere che cosa far crescere: il dubbio o la sorpresa. Chi prega crede alle sorprese e ci crede talmente tanto da far posto a un di più che può ridisegnare la vita. Addirittura una vita oltre questa vita. La preghiera è la palestra della fede che ti affaccia su un orizzonte diverso da quello che immediatamente vorresti vedere. Ma non per questo la preghiera non è esaudita. Viaggia con la velocità di Dio perché impariamo a vedere i suoi disegni e a crescere secondo i suoi disegni, anche con qualche incomprensione. Come scriveva Hans Viscardi, disabile americano, in una famosa riflessione collocata nel centro di riabilitazione di New York.

Ho chiesto a Dio la forza,
ed egli mi ha dato difficoltà per rendermi forte.
Gli ho chiesto la saggezza
e Dio mi ha dato problemi da risolvere. […]
Gli ho chiesto favori
e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto nulla
di ciò che volevo ma tutto quello di cui avevo bisogno.
La mia preghiera è stata ascoltata.



Fede che prega, preghiera che crede.

martedì 6 agosto 2019

Omelia esequie Devis Beltrame


Funerale Devis Beltrame (30 lug. 2019)

(Rom 8,31-35.37-39 / Lc 12,35-40)


Gesù ce lo ripete molte volte e la vita con i suoi imprevisti torna a ribadire il concetto: Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone. A volte raccogliamo l’invito e riprendiamo le misure dei giorni, a volte siamo un po’ distratti e ci lasciamo catturare da quello che non serve o da quello che, pur urgente e necessario, rischia di occultare altri aspetti importanti della vita. La morte di un giovane è un momento di dolore, specialmente per chi gli ha voluto bene, ma può diventare l’occasione per tornare alla vita e alla sua verità, per distinguere ciò che resta da ciò che passa, per riaccendere la lucerna, rimettere la cintura ai fianchi e riprendere il cammino, senza il rischio di inciampare nei nostri appesantimenti.

Neanche Devis è stato esente da questi pericoli, ma ora, di fronte al Signore, osserva un orizzonte differente e rivolge anche a noi l’invito a guardare la vita con gli occhi di Dio. È lui il padrone, noi siamo amministratori, chiamati a raccogliere i suoi doni, a usarli bene, a farne investimento buono, per noi e per gli altri. Cerchiamo allora di raccogliere qualche indicazione e di ricollocare la nostra vita sulle strade di Dio. Tre riflessioni: Sei ricco. Sta attento. Non sei mai perduto.

1.    Sei ricco. I nostri occhi malati spesso vedono negli altri solo i limiti e le pesantezze. Ma Dio non è così. Lui vede il buono che c’è nel cuore di ciascuno, vede le sue potenzialità, il bene che può fare, perché questo tesoro ce l’ha messo lui. Anche nel cuore di Devis era nascosta la bontà. Anche se la vita l’ha portato su strade che era meglio non prendere, lui custodiva l’impronta di un ragazzo sensibile, pronto e generoso. Alcuni legami erano intensi, pieni di attenzione e di affetto, in particolare quello con sua madre nella quale trovava una sorta di rifugio; nel lavoro non si tirava indietro anche quando le sue difficoltà erano evidenti; era anche capace di gesti di vicinanza e solidarietà come quello di dare una mano a qualcuno o di accorgersi di un amico malato e di andarlo a trovare ogni giorno, per mesi. Dio ci ha pensati così, ricchi di un dono che cresce. Ci ha dato una dotazione di base perché la nostra vita sia bella, perché con essa contribuiamo a rendere più bello anche questo nostro mondo, perché anche quando qualcuno dice “tutti utili, nessuno indispensabile” ci ricordiamo che il dono che possediamo è solo nostro e qualche volta può fare la differenza. Sei ricco di te, sei ricco di vita, sei ricco di Dio. Non dimenticarlo.

2.    E proprio perché hai questa ricchezza, sta attento. Sta attento che qualcuno non te la rubi. Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche Devis ha fatto i conti con il ladro, con qualcuno che ha cercato di saccheggiare la sua vita. Non ci interessa indagare sulle sue scelte e sulle sue responsabilità. La conclusione della vita di un uomo è accompagnata dai giudizi di Dio, non dai tribunali terreni: le nostre analisi sono sempre limitate e le nostre sentenze inopportune e fuorvianti. Però, se il Signore ci mette in guardia dal ladro, alcune situazioni non bisogna trascurarle. Perché  il tuo desiderio di felicità può essere autentico, ma non tutte le risposte lo compiono. Fa’ attenzione a chi frequenti: non tutti sono amici. Fa’ attenzione a quello che assumi: non tutto ti fa bene. Fa’ attenzione ai soldi che hai e ai soldi che vorresti: la ricchezza vera è quella dentro di te. Fa’ attenzione a come agisci e reagisci perché anche quando pensi di essere libero in realtà puoi essere prigioniero: di te stesso, delle tue pretese e delle tue paure. Occhio al ladro. Un avvertimento per ogni individuo, per una famiglia che fa crescere dei figli, anche per una comunità alla quale il Signore sempre chiederà conto: Dov’è tuo fratello? E se in parrocchia o in paese ci interroghiamo sulle opportunità da offrire ai ragazzi e se vogliamo costruire un oratorio, è perché non vogliamo piangerli da morti ma custodirli da vivi. Perché si accorgano di ciò che possiedono, perché niente e nessuno ce li rubi.

3.    Infine il terzo messaggio: Non sei mai perduto. Oggi siamo qui anche per questo. Per ricordarci una pagina importante del vangelo: quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta, quella del figlio ritrovato. Per Dio non sei mai un perduto. Puoi sparire dai circuiti sociali, da quelli produttivi, puoi sparire da una comunità che vuole darti una mano, lasciandola più disorientata di te, ma non sparisci mai dal cuore di Dio. A volte noi guardiamo la vita con un certo disincanto che ci porta a collocare invalicabili segnalazioni di impraticabilità come se la strada fosse chiusa per sempre. Per Dio non è mai così. E continua a starci accanto, a volerci bene, a venire in cerca, anche quando sa che l’unica possibilità sarà quella dell’eterno, nell’ora della nostra morte. Chi ci separerà dall’more di Dio in Cristo Gesù? È la pagina scandalosa dell’amore di Dio che ci è accanto non perché ce lo meritiamo, ma perché è buono. Perché la sua giustizia è la misericordia, è perdono, è il perduto ritrovato. A questo abbraccio affidiamo Devis convinti che Dio veda meglio di come vediamo noi. Affidiamo anche la sua famiglia perché non venga loro meno la speranza e la pace. Affidiamo anche questa nostra comunità, civile e cristiana, perché sappia sempre promuovere la vita e difenderla da ogni impoverimento, nei giovani che l'accolgono, negli adulti che la testimoniano. 

domenica 4 agosto 2019

Omelia 4 agosto 2019


Diciottesima domenica del T. O.

Johann Caspar Lavater è stato uno scrittore, filosofo e teologo svizzero di fine ‘700. In una sua riflessione afferma: Non puoi dire di conoscere un uomo finché non hai diviso un’eredità con lui. Forse ha ragione. Perché l’eredità può trasformarci e tirar fuori la parte peggiore di noi. Un solco di terra si trasforma in una trincea, le perle di una collana che diventano pallottole, persino i regali del matrimonio fatti dai genitori ad un figlio diventano parte il computo nel momento in cui si dividono i beni di un padre e di una madre. Ma quel che è più angosciante è che non si dividono i beni: si dividono le persone, le famiglie, i fratelli e le sorelle con strascichi che continuano da una generazione all’altra. E ci si consegna ad un’esistenza infelice, in cui, prigionieri delle nostre ragioni, perdiamo la ragione più grande della vita: volerci bene. Ecco perché Gesù risponde in maniera secca a chi gli chiede di entrare in una questione di eredità. «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». Chi si occupa di divisione è un altro. È il divisore, il diavolo, colui che confonde, che sovverte i riferimenti importanti della vita, che soffia sul fuoco di una presunta giustizia per allontanarti dagli altri.  

Gesù ci dà alcuni consigli raccolti in una prospettiva di verità:  «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Dove sta la vita vera, la vera ricchezza? E racconta una parabola.

1.  Che granaio stai costruendo? Anzitutto un uomo ricco, i cui affari vanno molto bene. Non è mica cattivo, neanche disonesto. È uno che sa fare gli investimenti giusti. Ma vede solo il profitto, i granai. E ad un certo punto c’è bisogno di ingrandire l’azienda. Prosecco: perché dobbiamo tenere un bosco a Miane o i Prai a Godego? Tutto questo spreco di territorio: aspetta che mettiamo giù altro vigneto! E tutto secondo la legislazione vigente. Eventualmente si paga una multa, tanto quei soldi li riprendiamo. Gli affari sono affari. Qual è il problema? È la restrizione del concetto di ricchezza. Vedi solo quella economica. Hai perso di vista quella ambientale, quella della salute, quella relazionale. Hai in mente il business e quello diventa il tuo Dio. A cui bruci i tuoi incensi a prescindere da chi li respira, a cui tributi il tuo tempo perché non c’è più un momento di riposo, a cui guardi con disappunto e sospetto quando i filari sono piegati dalla bufera, dal vento e dalla grandine, forse perché quel Dio non riesce a proteggerti del tutto. La vita dell’uomo non dipende dai suoi beni. Cerca la ricchezza vera, sta attento ai tuoi investimenti. Chiediti che cosa stai guadagnando. E se non vedi oltre il granaio, forse c’è qualcosa che non va.  Ernest Hemingway dice: Un’eredità mi ha lasciato mio padre… Mi ha lasciato la luna e il sole; e anche girando tutto il mondo non riuscirò mai a spenderla. Cosa ti ha lasciato tuo padre, cosa lascia ai tuoi figli?

2.  L’attesa falsa di un tempo ulteriore. Mentre il ricco fa i suoi progetti grandiosi, pensa ad un tempo futuro: Poi dirò a me stesso… riposati. Quando arriva questo tempo, questo poi? Non arriva mai: perché il lavoro diventa una droga, il guadagno è sempre inferiore ai budget previsionali e tutto è indicizzato a un riposo che viene dilazionato sempre più. "Quando andrò in pensione farò volontariato". E poi in pensione lavori più di prima perché cerchi un'altra occupazione per arrotondare...  “Per ora devo pagare il mutuo e devo lavorare un po’ di più, ma poi…”. E quel mutuo intanto ti ruba a tua moglie, ai tuoi figli, tanto che anche d’estate li porti “in vacanza dai nonni” e non senti le domande con cui quei bambini li interrogano continuamente : “Ma quando arriva la mamma?”. Stai attento ai poi della ricchezza perché essi ti spodestano del presente, di stagioni della vita che non troverai mai più e anche di figli che cresceranno segnati da scelte che li vedono retrocedere nella classifica delle tue priorità. Un conto sono le difficoltà economiche che una famiglia deve affrontare, stringendo i denti, un conto è il di più. E non nasconderti dietro al dito: “Non è la quantità del tempo che è importante, ma la qualità”. Balle. Prova a dirlo a tuo figlio guardandolo negli occhi, se ne hai il coraggio.

3.  L'ideale di vita. Immaginando il futuro che non verrà, il ricco ci offre una descrizione del suo ideale di vita. “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ricchezza a servizio dei bisogni immediati e del divertimento. Il ricco crede che qui ci sia la vita: per molti anni. Ma è un ulteriore inganno. Un inganno che prende anche il mondo dei ragazzi e dei giovani che nel divertimento non incontrano solo criminali balordi, come quelli  che hanno seminato morte in discoteca a Corinaldo, ma anche un assetto generale in cui domina il vuoto, la superficialità, il nulla. Quello che appartiene a un personaggio come Sfera Ebbasta che nei giorni della tragedia ci ha interrogati per lo stile, i contenuti volgari delle sue canzoni, i messaggi provocatori  che porta con sè. Ma, guarda caso, improvvisamente costui è stato inserito tra i giudici di X-Factor e miracolosamente è sparita ogni riserva. Complimenti, gran bel messaggio! Perchè? Perchè l'assetto ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti fa guadagnare, ti rende convincente, anche se è follia che ci perde: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita... E' la stoltezza di chi è vittima di un vortice di divertimento assurdo ma anche di una società che se ne guarda bene dal contrastarlo, perchè altrimenti diventi impopolare. E per non perdere in popolarità perdiamo i ragazzi, la vita, il suo senso. Non è il caso di pensarci? Quale eredità stai lasciando?  Vanità delle vanità, dice Qoelet. La parola ebraica indica la foschia. Attento a non inseguire la nebbia. Attento a ciò che passa e a ciò che resta. Fa’ in modo che la ricchezza che cerchi sulla terra ti porti a riconoscere anche un pezzo di cielo, quello che ti può appartenere, quello che puoi dischiudere anche agli altri. 




sabato 15 giugno 2019

Omelia funerale Paolo Carraro


Funerale Paolo Carraro (15 giu. 2019)

(Rm 14,7-12 / Mt 18,1-5)

Eccola nella piazza della chiesa,
eccola sorta come per incanto!
Chi non l’avea desiderata tanto?
Chi non l’avea tanto sognata e attesa?

È l’inizio di una poesia di Marino Moretti, poeta del primo Novecento che descrive l’arrivo della giostra in paese. Chi non l’ha tanto sognata ed attesa? Chi da bambino non si è lasciato catturare?

A questo sogno è connessa la vita di Paolo Carraro, la cui famiglia, da almeno quattro generazioni, viaggia con la giostra da una sagra all’altra, compresa quella di Castello di Godego, dove, fino a non molti anni fa, Paolo montava le sue catene. I lunapark si popolava di attrazioni sempre più evolute, ma lui rimaneva legato a un fascino antico, quello di un seggiolino spinto in alto per rubare non solo una coda ma anche un po’ di cielo.

A dare inizio all’attività era stato il bisnonno, nel 1888. Oggi il popolo delle giostre si muove su moderni caravan, vere case sulle ruote; un tempo c’era la più umile carovana, dove anche Paolo aveva visto la luce, nel 1932 a Torrebelvicino, in una delle tante sagre. Lì era nato, diceva Paolo, lì aveva vissuto i suoi giorni e lì voleva concluderli, come più o meno è avvenuto se non si considerano gli ultimi istanti in ospedale a Camposampiero, dove era arrivato per la festa di S. Antonio.

Cosa racconta la giostra di Paolo? Forse dobbiamo osservarla con un’attenzione più profonda del solito, perché alcuni particolari ci sfuggono.

1.    La giostra racconta la pagina leggera della vita, la pagina della felicità. Forse qualcuno ricorda Paolo al microfono quando, tra i volteggi delle catene, proclamava orgoglioso: «È il gioco americano. Il gioco che va di moda. Salire, prego. La regina del volo». Bambini, ragazzi, giovani e adulti, per qualche istante di divertimento. Divertimento è una parola che allude al divergere, all’esigenza di volgere altrove lo sguardo. Vuol dire che non ci basta il lavoro, il ritmo determinato dalla professione, dalle occupazioni che pure strutturano la vita. C’è qualcosa in più nel cuore e nella testa degli uomini. C’è una dimensione fanciullesca che non possiamo perdere e che porta con sé una matrice autenticamente evangelica, quella che Gesù ci ricorda: Se non ritornerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli. La vita, lo sappiamo non è sempre divertimento, ma del divertimento ogni tanto abbiamo bisogno, per non prenderci troppo sul serio, per imparare a ridere di noi stessi, per non lasciarci travolgere dalle cose da fare o perché, avendo vissuto con il pensiero di tante cose da fare, alla fine non ci si renda conto di aver vissuto a metà! Custodisci un po’ di fanciullezza, condividila con tuo figlio e tuo nipote. Sali sulla giostra con loro: forse si ricorderanno un pagina lieta, che farà bene a loro e farà bene anche a te.

2.    Ma la giostra racconta anche un’altra verità, non per chi ci sale, ma per chi appartiene a questo mondo. Il giostraio, infatti, evoca un immaginario non sempre entusiasmante, nel quale le colpe di qualcuno rischiano di essere attribuite a tutti. Lo sapeva Paolo, alla nascita del cui padre, erano dovuti intervenire i carabinieri per convincere la levatrice ad assistere al parto, tanto era prevenuta nei confronti di quella che riteneva gente poco affidabile. Paolo però non era così: era un lavoratore; quando i figli erano piccoli, senza badare alla fatica, montava da solo la giostra nella quale oltre ai seggiolini giravano onestà, pane guadagnato col proprio sudore, rispetto per tutti, cordialità e capacità di fare del bene, di spostarsi per far posto a un’altra giostra, di andare ad aiutare suo fratello con la giostra dei piccoli. Una ricerca di integrazione sociale di cui, il segno più eloquente, è stato il matrimonio con Amelia Daminato. L’aveva adocchiata a Rosà, dove lavorava. Era andata alle giostre e lui era rimasto colpito: “Ciao, bella mora”. E la bella mora sarebbe diventata sua moglie, in una relazione piena di rispetto e tenerezza. Cosa poteva significare nel 1960 a Godego per una donna andare in sposa a un giostraio? Ha vinto l’amore, ha vinto la tenacia, ha vinto la determinazione di entrambi nell’essere più forti degli stereotipi che, non solo un tempo, ma anche oggi condizionano le nostre scelte e generano talvolta tanta sofferenza. Smettila di parlare di categorie e parla di persone, per quello che sono, per quello che sono e per quello che grazie a te possono diventare. Dio non ama le categorie: ama l’uomo e quel bene che ha nascosto nel cuore di ciascuno.

3.    Infine la giostra di Paolo era fatta di famiglia. La carovana si era allargata con l’arrivo di cinque figli ai quali Paolo non consegnava solo il lavoro. Paolo consegnava loro la storia, quella dei libri e quella vissuta, fatta di guerra, di povertà, di avventure che lui amava raccontare. Consegnava molta fiducia: le botte non servivano; serviva la responsabilità. Consegnava la passione per l’unità, raccomandando di volersi bene. Tacitamente consegnava anche la presenza di Dio in quelle preghiere con cui ogni sera si rivolgeva al Signore, ricordandoci che il padrone della giostra, alla fine è lui. Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. La giostra vera è quella di Dio e quel po’ di spinta che ci diamo, vivendo il suo vangelo, non ci porta ad afferrare la coda ma a prendere la sua mano che ci fa passare dalla morte alla vita.  

Bella la giostra! È tutta luce e argento,
tutta specchi, bagliori, oro, turchesi,
così come quei fantastici paesi
ch’io vedo solo quando m’addormento.

Anche Paolo si è addormentato. Che nella carovana dei cieli, possa vedere il mondo di Dio, sentire l’abbraccio del perdono e della misericordia, essere ancora accanto ai suoi cari.

lunedì 10 giugno 2019

Omelia Pentecoste 9 giugno 2019


Pentecoste 2019

C’era un video assurdo che circolava in rete in questi giorni. Due pescatori della Groenlandia che catturano uno squalo, gli tagliano la coda e lo buttano in acqua sghignazzando: «Buona fortuna col nuoto, bastardo». Con l’accortezza di riprendere la scena, prontamente pubblicata. Mi pare la fotografia drammatica dei nostri giorni, di quello che siamo e possiamo diventare; in questo gesto non c’è solo la deprecabile violenza nei confronti di un animale, c’è invece qualcosa di cinico, di spietato, una lucida malvagità, in cui un individuo trova godimento facendo del male. Forse non solo a dei pesci. Basta pensare a quando in mare finisce gente buttata da mercenari senza scrupoli. E allora ti viene da dire: che cosa c’è nel cuore dell’uomo se facciamo gesti del genere, quali oscurità ci abitano? Chi è lo squalo? Forse è proprio per questo che Gesù ci regala il suo Spirito, perché nei nostri polmoni ci sia un’aria differente da quella velenosa che talvolta respiriamo, magari credendo che sia l’unica aria possibile.
Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Dove ci conduce lo Spirito? Come agisce in noi?
1.    Ci sintonizza con Gesù e con il suo pensiero. Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Lo Spirito riattiva la memoria perché spesso è intaccata da virus che cancellano un patrimonio prezioso che ci appartiene, quello cristiano, ma anche quello che di cristiano abbiamo vissuto nella nostra vita. Ad esempio, mi capita con una certa frequenza che gli sposi perdano dopo un po’ la memoria del loro matrimonio; non perché si lascino, ma perché la loro identità di genitori e di nonni erode quella degli sposi. Raccomandazioni ai figli, parole di affetto, sostegno nella scuola, aiuto nelle competizioni della vita e del lavoro. Poi i figli se ne vanno e i due rimangono a casa e non sanno più cosa dirsi. Sono diventati estranei l’uno all’altro. La vita si riempie di vuoto, di sostituzioni affettive, di reciproca insopportabilità. A volte ci si salva diventano nonni, ma è un salvataggio a metà, perché figli e nipoti non hanno bisogno solo di servizi, ma di una testimonianza d’amore vero. Lascia che lo Spirito ricordi ciò che il Signore vi ha detto nel matrimonio, che riattivi la memoria dell’innamoramento, della complicità, della tenerezza.
2.    Lo Spirito crea relazione di famiglia. Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito che ci fa conoscere Dio come Padre ci regala gli altri come fratelli. Questa è la strada per non diventare squali. In questa settimana abbiamo appreso la notizia tristissima di quella ragazza olandese che ha deciso di farla finita. Non è eutanasia; è un suicidio assistito, complice uno stato che invece di sostenere finisce per «incentivare e organizzare la morte dei suoi cittadini preda della disperazione», come in una frase ha riassunto il bioeticista olandese Theo Boer. Una soluzione che sembra raccoman-dabile come le altre, avvalorata dal fatto che se l’ha fatta qualcuno, altri la possono seguire. È la cultura dello scarto che si impossessa di noi. Diverso invece quel compito in classe premiato dal Senato della Repubblica, come miglior tema dell’anno in cui una quindicenne friulana parlando della nonna malata di Alzheimer ha scritto: Vorrei poter raccontare di gite al parco e fiabe lette, ma non sarebbe la nostra storia. A noi non è stato concesso il tempo di fare queste cose. Ma sono infinitamente grata per avere avuto quello di amarti, di essermi potuta rendere conto di quanto una persona possa essere fondamentale anche se non si ricorda il tuo nome e non ti riconosce più. Che bello. Lo Spirito ha stabilito relazione, anche dove sembrava impossibile. E la relazione è diventata vita.
3.    Infine lo Spirito ci restituisce a noi stessi quando ci fa parlare lingue nuove. È quello che succede agli apostoli che escono dal cenacolo. Lingue di fuoco che scendono e linguaggio nuovo che ne deriva: cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Prova a parlare in maniera diversa. E esci allo scoperto. Pensate ad esempio alla sentenza della Cassazione che nei giorni scorsi si è espressa in materia di prostituzione. Qualcuno aveva evocato la libertà sessuale, come diritto che ricade nell’articolo 2 della Costituzione, che tutela i «diritti inviolabili dell’uomo». La domanda, in estrema sintesi, era: quando la scelta di prostituirsi è esercizio di libertà sessuale, perché deve essere accusato di favoreggiamento chi la «agevola»? Ancora: poiché oggi esiste la figura della escort, perché chi mette in contatto queste «professioniste» con i clienti deve essere accusato di favoreggiamento della prostituzione? Ieri la Corte Costituzionale ha diffuso i motivi del rigetto del ricorso: anche se la scelta «appare inizialmente libera», essa conduce spesso in un «circuito dal quale sarà difficile uscire volontariamente» e comunque si tratta di una scelta che mette a rischio l’integrità fisica e la salute delle donne. E noi che ci nascondiamo dietro l’ipocrisia del “mestiere più antico del mondo”: mestiere o schiavitù? Parlare lingua nuove. Ma non novità delle mode, la novità di Dio, l’unico che fa nuove tutte le cose.
Lo Spirito ci viene regalato per questo. Il suo soffio talvolta ci sovverte, ma ci indica strade di libertà e di verità. Per noi e per il mondo.