domenica 9 agosto 2020

Omelia 9 agosto 2020

 

Diciannovesima domenica del T. O.

Com’è difficile approdare all’altra riva, specie se nella riva in cui ti trovi le cose sembrano andar bene. È quello che succede ai discepoli. Dopo la moltiplicazione dei pani e il successo ottenuto da Gesù non erano propensi ad andarsene. Tant’è che Gesù li deve obbligare. Subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Perché bisogna andarsene altrove? Perché Gesù non vuole gente da bagnasciuga, ma rematori. Non ha bisogno di raccogliere applausi bensì nuove disponibilità, nuove storie di vita, di profondità. Ognuno ha una riva che lo aspetta: della serenità interiore in un tempo in cui l'ansia ti imprigiona, di un perdono senza il quale viviamo male i giorni, di una nuova disponibilità verso qualcuno che ha bisogno di noi, di una scelta di vita dopo lunghe e inconcludenti tergiversazioni. Gesù costringe anche noi a partire e ci consegna la sua carta di navigazione.

1.    Anzitutto il fatto che mentre i suoi discepoli sono sulla barca lui non se ne sta al bar, ma sul monte a pregare, a lungo. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. È molto rassicurante questo aspetto. Noi preghiamo, ci affidiamo alle preghiere di qualcuno, ma l’aspetto determinante della preghiera è che Gesù prega per noi. Sempre. Porta al Padre la nostra vita, le nostre vicende, i nostri crucci interiori. E mentre attraversiamo il mare agitato, anzi, ancora prima che si alzino le onde, egli conosce quello che sta per capitare. Mai perdere la fiducia in un Dio. Bello il discorso di Renzo Piano per l’inaugurazione del Ponte di Genova: È stato il più bel cantiere che ho avuto in vita mia. È stato straordinario. Ma non credo che si debba parlare di miracolo: semplicemente è stato che il Paese ha mostrato una parte buona. Dio è così. Lavora ai suoi progetti anche nelle tragedie e aspetta che ciascuno di noi tiri fuori la sua parte buona.

2.  Se vuoi raggiungere l’altra riva non devi aver paura dei fantasmi. Perché capita proprio così: Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Quali fantasmi ti impediscono di raggiungere l’altra riva? Il fantasma della solitudine, il fantasma della povertà, il fantasma della sfiducia, il fantasma del rancore. I migranti arrivano col virus addosso. Quanti fantasmi! Poi scopriamo che col virus arrivano anche i nostri ragazzi che sono stati in discoteca in Croazia o a Ibiza. E allora gridiamo di meno. Il fantasma è un malessere che si alza dentro di noi e ingigantisce la paura, i sospetti, le ansie. Quand'è che il fantasma si dissolve? Quando senti la voce di Gesù. Parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Noi ci spaventiamo quando perdiamo il contatto con quella voce e allora sentiamo ululati, dentro e fuori di noi. Bisogna smetterla di seguire i fantasmi e ascoltare un po’ di più il Signore.

3.  Infine l’altra riva la raggiungi se impari a camminare sulle acque, come Pietro. «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». E Pietro inizia una nuova attraversata, segnata dalle difficoltà e dal rischio di essere sommerso, ma anche da una nuova consapevolezza che riguarda l’apostolo: quella della fede. Uomo di poca fede, perché hai dubitato? I cristiani sono chiamati a camminare sulle acque dell’impossibile, sfidando la mentalità corrente. Pensate al tentativo di modificare ancora una volta la legge sull'interruzione di gravidanza. Non basta l’introduzione della Pillola Ru486 che sembra trasformare una pratica abortiva all'assunzione di una specie di aspirina. Ora lo puoi fare anche a casa tua, non solo fino alla settima, ma fino alla nona settimana di gestazione. Un passo in avanti, dice il ministro Speranza. Avanti verso dove? Verso la libertà della donna che vivrà in solitudine questo momento? Verso il coinvolgimento improbabile del suo compagno: non c’entra anche lui? Verso l’assistenza affidata a un centralino nel caso di imprevisti? Allora sei consapevole che potrebbero verificarsi. Certo, molto più complicato camminare sulle acque inquiete di una gestazione imprevista, ma non ci sei solo tu. C’è la mano di Gesù che ti rialza. È la mano di chi può darti una mano ed è la mano del figlio che porti in grembo: una mano debole e forte, che ti salva mentre lo salvi. Camminare sulle acque, con l’audacia dell’impossibile e la fiducia di raggiungere una riva nuova, con lo stupore dei perduti ritrovati e di chi capisce che forse non è solo.  

Omelia 2 agosto 2020

Diciottesima domenica del T. O.

Saranno i giorni particolari che sto vivendo, ma mi colpisce parecchio la vicenda di Gesù che, dopo la morte di Giovanni Battista, sente il bisogno, molto umano, di allontanarsi, di starsene per conto suo. Avendo udito della morte di Giovanni Battista, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. La morte di una persona cui sei legato domanda un tempo di sedimentazione, di rielaborazione del vissuto, per riorganizzare la vita, chi sei e chi vuoi essere, le cose importanti cui rivolgere l’attenzione. Serve per dire: voglio morire anch’io o voglio tornare a vivere? L’ultimo regalo che si fa agli altri che se ne vanno è quello di non sprecare la loro morte. E infatti Gesù ritorna. La solitudine dura poco perché la folla lo segue e lo raggiunge proprio dove pensava di starsene solo. E lui si commuove, forse perché vede non solo gente che ha bisogno di lui, ma anche la vita che continua, un compito che non è finito, un Padre che riapre i giochi. Ecco l’aspetto importante: l’assunzione di una nuova responsabilità. Vale anche per noi, quando la vita ci mette alla prova, quando ci pare che non ci siano sbocchi, quando ci interroghiamo sui compiti che ci appartengono.

E in questa ritrovata fiducia, Gesù ci indica alcune esigenze imprescindibili.

1.    Rifiutare l’allontanamento sbrigativo degli altri. Ad un certo punto è tardi e c’è parecchia gente intorno a Gesù. Come si fa a gestire tutte quelle persone? Ecco allora la soluzione dei discepoli: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ognuno per sé e Dio per tutti! I discepoli vedono i problemi, Gesù vede pecore senza pastore da raccogliere, da custodire. E si mette a guarire la gente. Chi ti affida il Signore? Chi devi ritrovare per evitare congedi troppo frettolosi? In questo tempo ci sono racconti un po’ tristi che provengono dall’ambiente ospedaliero e che a motivo Covid mettono in evidenza la difficoltà di essere accanto ai morenti. Perché i protocolli non consentono più di un accesso al giorno e per un tempo contingentato. Non sempre, non dappertutto. A volte ci sono episodi di grande umanità e comprensione da parte del personale sanitario che va oltre i protocolli. Ma non sempre è così e anche in questo tempo, in ospedale, si rischia di morire in solitudine. Forse, quando una persona se ne sta andando, si può garantire un ambiente riservato, per lei e per i famigliari. Perché anche quel momento è una terapia, per chi se ne va e per chi resta. Cercare, sentire compassione, non allontanare. L’uomo prima dei protocolli.

2.    Partire da quello che sei e da quello che hai. Voi stessi date loro da mangiare. Voi stessi. Il pronome rafforzato marca l’esigenza di esserci, di assumere responsabilità, di non fuggire. Voi stessi genitori, voi stessi animatori, voi stessi nonni, voi stessi preti. E non importa se hai in mano solo cinque pani d’orzo e due pesci. Il miracolo lo compie Gesù che cerca però la tua partecipazione, la tua corresponsabilità. Portatemeli qua. Dopo la genesi, Dio smette di creare dal nulla e preferisce generare vita grazie all’aiuto degli uomini. Poco o tanto non ha importanza, importante per lui è il tuo contributo, la tua consegna, la tua fiducia. Il miracolo è la sfida di cinque pani e due pesci alla fame del mondo. Pensate però a quello che sta capitando, alla difficoltà di unire l’iniziativa personale alla risoluzione dei problemi. Perché la pretesa è quella della garanzia totale e, se non è esaurita tutta la burocrazia, chiarite tutte le responsabilità non ci si muove. Neanche per una partita di calcio in oratorio. E non è un risultato della pandemia. È lo stile di chi fa della ricerca delle altrui responsabilità una professione e un sistema, per guadagnarci, per indebolire, per eliminare. Siamo sempre a rischio denuncia: chi te lo fa fare di tirare fuori i cinque pani? Ma un paese così implode. In questi giorni in Egitto è morto Mohamed Mashali, il "dottore dei poveri", un medico musulmano che visitava gli abitanti dei sobborghi più poveri di Tanta, città nel Delta del Nilo. Curava la gente, chiedendo pochi spiccioli solo a chi poteva affrontare la spesa. Lavorava dodici ore al giorno, visitando musulmani o cristiani, non importava, anche ora che era diventato anziano. È un problema socio-sanitario? Intanto prova a fare qualcosa tu. Voi stessi. Gesù insegna a tirare fuori le piccole disponibilità. E dove c’è autentica generosità lui moltiplica. E sorprende.

3.    Cerca quello che nutre davvero. Ad un certo punto il brano si concentra sui gesti di Gesù. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Sono gesti che sanno di Eucaristia, come se Gesù anticipasse quello che avrebbe compiuto nell’ultima Cena. Allora tu riprendi quota nella vita, anche dopo la delusione e il disorientamento, se ti lasci nutrire da Gesù, dal suo Pane. Non solo se cerchi gli altri, ma se cerchi Gesù! Non solo se ti dai da fare per gli altri, ma se lasci che lui faccia qualcosa per te. Quel Pane avanza perché la chiesa non ne sia mai priva e perché ogni uomo trovi una riserva di cielo nell’esistenza di ogni giorno. Mentre distribuisci pane, ricordati di mangiare, verifica quello che mangi e un po’ di cibo vero chiedilo a Gesù.

Omelia 19 luglio 2020

 

Sedicesima domenica del T. O.

Maiti Girtanner era una giovane pianista ben presto coinvolta nella resistenza francese. In bicicletta portava messaggi e con un gruppo di amici falsificava documenti per mettere in salvo la gente dai nazisti. Finché viene scoperta e arrestata e condotta in un campo di tortura dove un giovane medico delle SS, Leo, le riserva le più atroci crudeltà. Voleva far impazzire la prigioniera procurandole progressive lesioni al midollo spinale. Il suo corpo spezzato non si riprenderà più dopo la tortura. ma lei, credente, inizia una nuova resistenza: quella di fronte al male:  "Ho sempre pensato che la sfortuna era più sul lato del carnefice che su quello della vittima". La guerra finisce, Maiti viene liberata e deve sopportare cure difficilissime non per guarire per riuscire per lo meno a sostenere il dolore. Maiti ingaggia una lotta personale per affidare il suo passato e il suo carnefice a Dio, senza mai sapere fino in fondo se lo abbia davvero perdonato. Finché nel 1984, dopo quarant’anni, il suo torturatore si ripresenta ed è lui a chiedere perdono. Attimi infiniti che Maiti descrive così: "Alla partenza, era in piedi alla testa del mio letto, un gesto irrefrenabile mi sollevò dal mio cuscino pur facendomi molto male, e l'ho abbracciato per lasciarlo nel cuore di Dio. E lui umilmente mi ha chiesto "Perdono". Era il bacio di pace che era venuto a cercare. Da quel momento sapevo di averlo perdonato".

Eccoci qua di fronte alla parabola reinterpretata del buon grano e della zizzania. Una parabola che cozza contro la nostra mentalità e la nostra tentazione di fare pulizia, di liberarci dagli infestanti. Cosa ci dice il Signore? Come si si muove da cristiani di fronte alla presenza del male?

1.    La prima cosa di cui prendere atto è che Dio nel campo dell’umanità semina il bene e solo il bene. Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. È importante recuperare questa consapevolezza perché nella nostra mentalità si è inserita una pericolosa equivalenza dualistica dove bene e male stanno sullo stesso piano, dove qualche volta attribuiamo a Dio anche la genesi e l’azione del male e dove il male ci sembra più forte di Dio. L’immagine del seminatore e del buon seme ci dicono che Dio semina solo bene, che il male non gli appartiene e che non ha altro desiderio che quel bene cresca. Nella nostra vita è un invito a ritrovare la fiducia nella semina buona, a non attribuire al male più della forza che porta con sé, a non lasciarci suggestionare dal male. Penso alle volte in cui vediamo la vita soggiogati dalla paura, dal pessimismo, dalla rassegnazione. Non dimenticare il seme buono: nel campo del tuo matrimonio, nell’educazione di un figlio, nel modo con cui guardi il mondo. Non cancellare con il male che vedi il bene che sta agli inizi.

2.    Prendere atto dell’esistenza di un avversario che in maniera subdola agisce nella vita degli uomini: un nemico ha fatto questo. Un nemico nascosto che si muove nell’ombra, mentre tutti dormivano. Gesù ci invita a non trascurare la potenza del nemico che sa fare il suo mestiere. Qualche volta sarebbe importante non dormire, fare attenzione a chi frequentiamo, a chi ci gira intorno, a chi vende oscurità. Fa riflettere la caccia ai clienti di una prostituta contagiata dal Covid a Modica. Ma ti viene da chiederti anche: che cosa ti contagia oltre al Covid? Ma a volte il nemico è raffinato, invisibile, che tu dormi o sia desto. Pensate a questa proposta di legge che per contrastare l’omotransfobia. Il decreto Zan. Sembra che l’Italia sia diventata improvvisamente un paese omofobico per cui anche le opinioni sulla sessualità vanno controllate. Pericoloso dire che una famiglia dovrebbe essere costituita da un uomo e una donna, da un padre e da una madre. Il nemico si traveste di diritto, di libertà, di progresso, mettendo al bando la necessaria riflessione auspicata anche dai vescovi italiani. È di questo che abbiamo bisogno in Italia in questo momento? O la denatalità con cui ci stiamo misurando non domanderebbe ben altre politiche famigliari? Non credo che dobbiamo fare crociate, ma neppure rinunciare al confronto. Perché crediamo alla semina buona.

3.    Ma in questa diffusione di infestanti  Gesù ci suggerisce un altro atteggiamento: la pazienza. Vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania? No. la sua risposta. Perché c’è il rischio di strappare anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme, fino alla mietitura. Che fatica resistere fino alla mietitura, ma è la logica di Dio che vede più in là, che dà modo a tutti i suoi figli a non venir sradicati in nome delle loro idee, anche se quelle idee sono malsane. Pensate alla Basilica di S. Sofia che torna ad essere una moschea. Si comprende benissimo che l’intento non è religioso ma politico e ti verrebbe da cancellare tutti i tentativi di dialogo col mondo islamico che questo papa ha incoraggiato. Lasciare che buon grano e zizzania crescano insieme. Anche quando gli altri non ci portano via una basilica, ma un diritto, un pezzo di terra, un saluto. Tu continua a incoraggiare la crescita del buon grano, anzitutto nel tuo cuore. I conti li farà il Signore, al suo ritorno, dandoti magari anche la gioia di restituirti quello che ti sembrava perduto. Anche il perdono che ti chiede chi ti ha torturato in un lager. Sorprese di Dio e del suo seme buono che non teme nulla, neanche la zizzania.

Omelia funerale papà Danilo

 

Funerale papà Danilo – 13 luglio 2020

Rm 8,31-35.37-39 Lc 12,35-40 

Siate pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, siate simili a coloro che aspettano.

Aspettare. Era un verbo con cui il papà aveva una certa consuetudine, anche se non era un tipo che amasse troppo le attese. Ogni volta che si doveva andar via, saliva in macchina almeno dieci minuti prima del previsto, costringendo la mamma, rea di essere sempre in ritardo, ad accelerare i suoi preparativi. Varda mi che presto che fao. Così quando lo accompagnavo a Montebelluna per la chemioterapia, lui era pronto già di buon mattino e non c’era verso di fargli capire che, a motivo Covid, in reparto bisognava andare all'orario stabilito. E se per strada succede qualcosa? E se c’è traffico? Così mi è parso strano che giovedì scorso non fosse già sulla porta ad aspettarmi. Pochi istanti, il tempo di renderci conto di quello che stava succedendo. Il papà era in attesa di Qualcun altro che era venuto a prenderselo. Il padrone era arrivato e, scombussolando tutte le nostre tempistiche, aveva già portato Danilo con sé. Era la morte che lui si augurava, per la quale pregava, cozzando qualche volta contro le nostre rimostranze famigliari. Perché la bella morte, obiettava il figlio prete, non è solo quella i cui si fa presto, ma anche quella cui ci si prepara.

E lui faceva capire che non trascurava tale esigenza. So ndato confessarme da don Paolo anca l’altro dì. In realtà, il male che gli era stato diagnosticato lo stava mettendo alla prova e lui, abituato a dire poco di sé, in qualche occasione aveva confidato al medico la sua inquietudine: Come va signor Giacometti? El pensiero ze sempre là. Aveva ben presente il travaglio di numerosi compagni di lavoro, che se ne erano andati per la stessa malattia polmonare e per questo era disposto a barattare con il Signore un po’ di anni perché gli fossero risparmiate le sofferenze. E sembra che il Signore lo abbia accontentato. Ecco, il papà con il Signore era di poche parole, ma evidentemente si capivano, in una relazione di fede semplice e quotidiana dove c’era posto per Dio e per gli altri, per la preghiera e l’operosità, per le responsabilità di una famiglia e per una famiglia più grande fatta di numerosi contatti, alcuni dei quali a volte ci sfuggivano. Ci sembra questa un’eredità preziosa che rende cristiana la vita e la morte e che ci fa credere che, al di là della velocità con cui il papà ci è stato tolto, lui, come raccomandava Gesù, non si sia lasciato scassinare la casa. Quale casa?

1.    Custodiva innanzitutto quella casa che eravamo noi, la sua famiglia, rallegrata dai nipotini. E custodiva la casa che con la mamma e con tanto sacrificio aveva costruito in Via S. Giorgio. Quanto costasse quella casa, io bambino lo vedevo nelle tute di lavoro che a lungo dovevano stare in ammollo, quando ancora non avevamo una lavatrice. E lo vedevo nelle sue mani sempre screpolate e callose, sulle quali quintali di Glysolid non sono riusciti ad avere la meglio. Un lavoratore. Il papà non aveva avuto lunghe frequentazioni scolastiche, ma una poesia gli era rimasta in mente, l’unica che spesso ripeteva a noi figli: Dice il Signore a chi batte alle porte del suo Regno: “Fammi vedere le mani; saprò io se ne sei degno” (Renzo Pezzani). E lui era proprio convinto che al Signore avrebbe fatto vedere le mani, lasciapassare indiscutibile per il paradiso, al quale non si accedeva con i discorsi, ma con la fede operosa e la vita spesa per gli altri. Della poesia il papà, forse per modestia, ricordava solo la prima strofa, ma cercando su internet in questi giorni ho recuperato anche le altre due. L’operaio fa vedere le sue mani dure di calli:/ han toccato tutta la vita terra, fuochi, metalli./ Sono vuote d’ogni ricchezza, nere, stanche, pesanti./ Dice il Signore: “Che bellezza! Così son le mani dei Santi!”. C’è un po’ di enfasi poetica, ma c’è anche l’invito a ricordare che mani pulite, per i cristiani, non sono sempre una virtù. La casa dell’operosità.

2.    Ma la casa che il papà non si è lasciato scassinare era anche più ampia di casa nostra. Nonostante la Fervet, insieme al pane quotidiano, gli avesse fatalmente minato la salute, attivando solo in tempi recenti le precauzioni contro l’amianto, di quell'azienda manteneva un ricordo grato, specialmente per le relazioni che aveva vissuto al suo interno. Non ne faceva mostra, ma custodiva con un segreto orgoglio una medaglia pesantissima, in ghisa, fatta dai suoi compagni di lavoro, quando se ne era andato in pensione. Niente di artistico, ma solo una scritta che per lui valeva come il Nobel: Al buon Danilo. A dire il vero, non era sempre così tranquillo: ogni tanto si accendeva, si alterava. Ma erano temporali primaverili che non lasciavano rancore né risentimento. Perché degli altri aveva bisogno. Lo vedevamo chiacchierare con chi passava per strada mentre curava l’orto, offrendo consigli, saluti, giovialità, insieme a zucchine e pomodori. Gli piacevano questa comunità della Pieve, i suoi preti, la sua gente e ricordava con nostalgia il passato sportivo come calciatore e allenatore, anche sul campo dietro a questa chiesa, cui si affacciava dalle finestre della sacrestia, quando da chierichetto le prediche erano troppo lunghe. Io ci vedevo una tessitura buona, avvolgente, fatta di amabilità, di disponibilità di cui oggi abbiamo bisogno e di cui tutti possiamo essere artefici. L’ultimo gesto che il papà ha fatto è stato quello di seminare radicchio, ma mi pare che abbia seminato qualcosa in più e che lui abbia ospitato nel suo campo anche i semi buoni del vangelo. Almeno qualcuno.

3.    C’è infine la terza casa che papà non si è lasciato scassinare. Quella della sua vita interiore, con il Signore. Non era esente da limiti e da debolezze, ma ci ha lasciato il ricordo buono della sua coerenza cristiana, della preghiera semplice, della messa domenicale che non ha mai perso, delle bestemmie che non ha mai detto. Non reggeva un rosario intero, ma gli piaceva dirne un pezzo con il Card. Comastri e ci teneva che, finita la chemioterapia, tornassimo dall'ospedale di Montebelluna non per la statale fatta all'andata, bensì per Fanzolo, dove, presso il Santuario del Caravaggio, chiuso anch'esso per il lockdown, si sostava in macchina e si recitava un’ave-maria. Mi venivano in mente ogni volta i Magi che, dopo aver visto il Bambino e la Madre, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Era la strada della fede che il Signore chiedeva al papà e a noi, quella che oggi ci fa credere che le preghiere non sono state fatte per niente, che il Signore vede più in là di quello che oggi ci sembra incomprensibile, che c’è un’altra realtà da accogliere e abitare. Chi ci separerà dall'amore di Dio in Cristo Gesù? Che questa domanda guidi le nostre domande, divenga rassicurazione buona sul presente e sul futuro, compassione e misericordia per il papà, consolazione e speranza per tutti noi.  


Dice il Signore a chi batte
alle porte del suo Regno:
“Fammi vedere le mani;
saprò io se ne sei degno”.
L’operaio fa vedere
le sue mani dure di calli:
han toccato tutta la vita
terra, fuochi, metalli.
Sono vuote d’ogni ricchezza,
nere, stanche, pesanti.
Dice il Signore: “Che bellezza!
Così son le mani dei Santi!”.

R. Pezzani – Le mani dell’operaio


domenica 10 maggio 2020

Omelia 10 maggio 2020


Quinta domenica di pasqua

I fatti capitati lungo i Navigli, a Milano, sono l’icona di questi giorni in cui qualcuno esce, incurante delle misure di sicurezza e in cui qualcuno cattura chi esce, con le proprie foto e con i propri post, in un misto di indignazione e forse di invidia. Perché il nostro sdegno non è mai del tutto puro e spesso porta con sé una inconscia voglia di rivincita, di fare altrettanto, quello che a noi è proibito. Siamo come i discepoli di lingua greca che mormorano contro quelli di lingua ebraica perché vedono dei privilegi inaccettabili nel modo di gestire la comunità. Non è detto che dal virus usciremo cambiati, non è detto che usciremo migliori. Intorno a noi percepiamo sentimenti che non sono sempre quelli della solidarietà che questo tempo ci ha regalato. Sentiamo che spesso montano la rabbia, la cattiveria, il risentimento, la preoccupazione che ci toglie la pace. E soprattutto la tentazione di fare confronti. Tra prima e dopo, tra noi e gli altri. A rimedio di questa agitazione Gesù suggerisce la fede. Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Ecco l’invito importante rivolto ai discepoli: smettetela di guardarvi tra voi, di riempirvi di sospetti, di alimentare le paure. Vivete la vostra vita con me. Che non vi capiti di guardare i Navigli più di quanto non guardiate il vangelo! E per darci la persuasione che di lui ci possiamo fidare, Gesù riserva ai suoi amici un’altra delle sue grandi affermazioni. Io sono. Ogni volta che Gesù parla di sé in questo modo, sta evocando il nome santo di Dio, la sua presenza, la sua alleanza, come ha fatto con Mosè. Io sono colui che sono. Che vuol dire: ci sono, ti puoi fidare, ho ancora tante cose da dirti e da darti. E a queste parole di rassicurazione, Gesù aggiunge tre immagini. Io sono la via, la verità e la vita.

Ed ecco allora l’immagine di oggi. Van Gogh, Sentiero di notte in Provenza, 1890. Van Gogh, Sentiero di notte in Provenza. 1890 Museo Kröller-Müller, Otterlo, Paesi Bassi È l’anno di morte del pittore, quindi questo è uno degli ultimo lavori, quando l’artista si trovava a St. Remy, nella primavera di quell’anno.

Van Gogh non ha in mente il vangelo, tanto meno la pagina che abbiamo appena ascoltato, ma ci fa capire con la sua esperienza e la sua riflessione artistica, come il vangelo ci possa stare in mezzo, anche alle nostre inquietudini.

1.    Anzitutto osservate la strada. Su di essa si muovono due uomini a piedi e, più lontana, una coppia in calesse. La strada, come la vita ha varie velocità e intreccia i cammini degli uomini. Osservate poi i movimenti e i panorami: è una strada sinuosa, sterrata, fatta di cielo e di terra, di paesaggi, di un canneto, di una casa. Una casa che sembra dire: esci di casa e fa della strada la casa. E poi strada di cui non si vede l’origine, né la destinazione, non perché non siano importanti, ma perché non di meno lo è il preciso tratto che stai percorrendo. La fede che Gesù ti chiede è nell’abitare la strada con lui, qualunque sia il tratto di strada che la vita ti riserva. E poi di sentire che lui è strada per la tua vita. Io sono la via. Non perché ci sono i capitelli o le chiese, ma perché lui è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Dov’era Dio nella pandemia? Con tutte le risorse spirituali che abbiamo scatenato? Ci aspettavamo il miracolo. Ma il miracolo è stato nel non crederci diversi dagli altri uomini, il miracolo di chi ti vive accanto, il miracolo della solidarietà, della preghiera, di chi si prende cura di te perché scorge le tue difficoltà. Il miracolo della strada.

2.    Altro aspetto affascinante del dipinto è il cielo. Il blu cobalto che piace tanto a Van Gogh. E in questo cielo, da un lato la luna: una falce di luna crescente. Dall’altro una stella, anzi, due stelle, una più grande e una più piccola, che splendono quasi impazzite di luce. Gli astronomi pensano che quelle due stelle siano Venere e Mercurio, che brillano verso il 20 aprile nel cielo della Provenza. Da un lato luce riflessa, dall’altro quella sorgiva. La verità è attingere alla sorgente della luce. Chi fa la verità viene alla luce, assicura Gesù. E la verità è lui. Lasciati illuminare. Che vuol dire: sii meno perentorio nelle tue affermazioni, rifletti, abbi pazienza. Sta attento a quello che ascolti, verifica la fonte: non tutti sanno tutto. E poi prova a ricordare qualche versetto di vangelo e a collegarlo alla vita. In questo tempo alcuni genitori che aspettavano il battesimo dei loro figli e magari con l’idea di fare una bella festa, mi stanno dicendo: Don, la festa è il battesimo. Il resto quando si potrà. Mi pare sia proprio la sfida della verità. Brilla il Signore e brilla anche quel sacramento in cui si fa azione. Due stelle che illuminano la nostra vita di un figlio che cresce.

3.    E infine quel cipresso, albero che Van Gogh amava e che ritorna frequente nei dipinti. Alto solenne, è un’immagine di vita che va oltre la vita. Non a caso i cipressi sono l’albero dei cimiteri, quasi a indicare cammini ascensionali. Io sono la vita, dice Gesù. Ma, con Van Gogh, sembra interrogarci: che vita cerchi? Guarda in alto e recupera le misure più alte della vita, recupera il rispetto per ogni vita. Abbiamo capito che la morte vera è la solitudine e che qualche volta arriva anche prima di andarsene, quando sei fuori gioco, quando sei escluso, quando sei scarto. La liberazione di Silvia Romano ci mette di fronte a una bella pagina di vita: quella di questa ragazza, ma anche quella di coloro ai quali lei è andata a portare vita, con il suo volontariato. È in questa vita piena, audace, controcorrente che il Signore ci invita a credere e a operare, ovunque ci sia un appello per sottrarre l'uomo a mani nemiche della vita, ma anche dove la vita non si accontenti della terra e cerchi orizzonti più alti, fatti di cielo. 

Non rimanere nei Navigli, fermo all'apericena. Mettiti sulla strada di Dio, guarda oltre e in Gesù riconosci la via, la verità e la vita.

domenica 3 maggio 2020

Omelia 3 maggio 2020


Omelia Quarta domenica di Pasqua – 3 maggio 2020


Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Ladri e briganti erano personaggi ben conosciuti dal Caravaggio che, frequentando i bassifondi e le taverne della Roma del ‘600, incrociava varia e provocante umanità, che poi finisce nei suoi dipinti. Del resto, lo stesso Caravaggio era un personaggio piuttosto suscettibile, scontroso e veloce anche con le armi, dato che nel 1606 colpisce a morte un avversario durante una rissa. Come a dire: il bene e il male convivono dentro di noi e i quadri che dipingiamo, col pennello o con le parole, hanno sempre riscontro nel cuore di ciascuno. E l’immagine di questo mondo articolato e contrastante appare in un quadro del primo Caravaggio, dipinto tra il 1593-95 e conservato a Roma nei Musei Capitolini. La buona ventura. Caravaggio, La buona ventura - Roma Un soggetto che poi verrà riprodotto due-tre anni dopo, in un’altra versione, conservata al Louvre. Noi ci soffermiamo sulla prima, che forse esprime una maggiore immediatezza. 

Vediamo due personaggi, entrambi agli inizi della stagione adulta della vita. A sinistra una giovane donna, con il turbante, vestiti ampi, tipici dell’abbigliamento zigano. A destra un giovane uomo, giacca damascata, colletto e polsi ricamati, i guanti, un cappello piumato, una spada: è un nobile del ‘600, uno che pensa di essere sufficientemente sicuro per la posizione sociale, per i soldi che ha, per le armi che riesce a maneggiare. Osserviamo i volti e gli sguardi: gli occhi si incrociano, ognuno guarda in quelli dell’altro. 
Gli occhi del giovane, senza riuscirci, cercano di dominare una seduzione, da parte della donna e di quello che sta annunciando, come se volesse dire: sentiamo cosa mi racconti, non riuscirai a ingannarmi. In lui osserviamo curiosità, attrazione, una certa supponenza.  Lo sguardo della zingara, invece, sicuro di sé, prevale su quello del suo interlocutore: lo cattura con gli occhi, gli sorride e quasi lo ipnotizza. Ma il problema non è in quello che sta dicendo, ma in quello che sta facendo. Guardate le mani di questa donna: mani abituate ad un gioco sporco, come dichiarano le unghie sporche della mano sinistra. E infatti, con gesti di grande scaltrezza, di cui il giovane manco si rende conto, gli sta sottraendo l’anello d’oro che porta al dito. Una pennellata di giallo che si fa fatica a vedere, ma ben documentata dai restauri dell’opera nel 1985. Le dita si muovono abilmente: accarezzano, coprono, muovono e l'anello viene sfilato.

Ecco allora il senso delle parole di Gesù. Attento a chi si avvicina alla tua vita, al tuo recinto. Non sempre vuole il tuo bene: vuole i tuoi soldi, la tua attenzione, le tue convinzioni, la tua libertà. Oggi è la Giornata delle Vocazioni, la giornata per pensare in grande la vita, per farne un dono. Stai attento a chi ti seduce, a chi ti convince che l’esistenza riuscita sia quella dello youtuber o dell’influencer a indicare tendenze, a provare ristoranti, a mostrare balletti o inedite performances. Forse c’è qualcosa in più: da cercare e da custodire. 
Gesù presenta un’altra figura cui rivolgere la vita: quella del pastore. Il pastore che è lui e forse il pastore che possiamo diventare anche noi. Come si riconosce questa fisionomia?

1.    Il pastore entra dalla porta. Anzi è lui stesso la porta. Io sono la porta delle pecore. Stai attento alle porte che apri e alle porte che chiudi. Perché in esse si gioca l’accoglienza di Dio e di una vita vera. Mi ha colpito in questi giorni la notizia che in Piemonte è stata sgominata una banda per lo sfruttamento di lavoratori immigrati clandestini tra le viti del Monferrato. E a Prima pagina il 1 maggio, festa del lavoro, un insegnante di italiano per stranieri raccontava il caso di due ragazzi africani che vengono in Italia, a Forlì e iniziano a lavorare tanto da essere insostituibili nelle loro aziende. Stesso percorso per entrambi. Poi arrivano i decreti sicurezza. Un ragazzo ottiene la cittadinanza, l’altro no. Inspiegabilmente. E siccome non si può tornare a casa a motivo della pandemia, questo ragazzo si trova immediatamente clandestino, lavora in nero, paga l’affitto in nero. È condannato all’invisibilità e alla povertà. Ecco la porta che il pastore ci invita ad aprire. Dove non ci sono solo dei ragazzi che cercano vita: c’è lui alla porta, anche in questo nostro Paese che ha bisogno di una manodopera di cui non disponiamo. Fa’ entrare il pastore. 

2.    Il pastore chiama le pecore per nome ed esse ascoltano la sua voce. È quello che lo differenzia dal ladro e dal brigante. Un’immagine che ci suggerisce il desiderio della relazione. Gesù non vuole sudditi, ma discepoli, fratelli, capaci di ascoltare la sua voce e di conoscerlo mediante la voce. In questi giorni ci sono state varie polemiche sulla messa, sulla riapertura delle chiese. E ci siamo scatenati, da una parte e dall’altra. Da una parte i difensori della sicurezza che dicono che si può pregare anche in cucina. Dall’altro quelli che avvertono la mancanza dell’eucaristia e vorrebbero partecipare di persona all’appunta-mento domenicale. E abbiamo innescato una polemica senza renderci conto che anziché ascoltare il Signore, la sua voce, stavamo ascoltando noi stessi, le paure, le pretese, le rivendicazioni. Ascoltare il Signore. Che parla anche con la voce dei nostri ragazzi che oggi avrebbero fatto la loro prima comunione: Caro Gesù sappiamo che tu sei sempre con noi e anche nei momenti più tristi e bisognosi, sei pronto a sostenerci. Noi aspetteremo e quando sarà il momento riceveremo la prima comunione. Intanto ti preghiamo di guarire gli ammalati. Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono. 

3.    Infine riconosci il pastore perché le sue pecore le conduce fuori e cammina davanti ad esse. Non è un Dio che arreda recinti ma apre orizzonti. Questo è un tempo per ripensarsi in uscita. Non è un invito a uscire di casa, come tanto vorremmo, ma a venir fuori in quella novità che il Signore ti chiede, anche quando sei a casa. Vieni fuori con la tua intraprendenza, con la tua generosità, con la tua voglia di giocarti, con i sì nei quali consegni il meglio di te. Non abbiamo bisogno di chi racconta la sua insulsa giornata di lockdown ai followers ma di gente capace di spendersi per gli altri, di camminare davanti agli altri sollevando il velo dell'indifferenza e della mediocrità. Come d. Giuseppe Berardelli, prete di Bergamo, che rinuncia al respiratore procuratogli dalla sua parrocchia, per darlo a un paziente più giovane, in difficoltà. Ecco un uomo che è uscito, che ha camminato avanti, indicando un di più di vita, speranza, di umanità. Dove cammini? La grande domanda non è "quando si potrà uscire di casa", ma "che ci vado a fare fuori di casa". Portare vita, suggerisce Gesù, vita in abbondanza. 

domenica 26 aprile 2020

Omelia 26 aprile 2020


Terza domenica di pasqua

Se fosse necessario rinunciare a tutto il Vangelo per una sola scena in cui esso sia interamente riassunto, certo non esiterei a indicare quella dei discepoli di Emmaus”. Così scriveva Jean Guitton, pensatore francese amico di Paolo VI, nel suo Gesù, pubblicato nel 1956. In effetti l’episodio contiene una piccola sintesi di vita cristiana: l’agire di Dio e la vita degli uomini, i grandi riferimenti della fede e i sentimenti che la accompagnano: smarrimento, delusione, speranza persa e ritrovata, gioia. Emmaus è il cammino della nostra vita con il Signore, un cammino che non esclude la fatica. Anche questo è un tempo faticoso, di speranze mortificate, di racconti inquieti, di strade impervie.

Ecco perché anziché scegliere una delle tante opere che rappresentano Gesù a tavola con i discepoli, ho preferito prenderne una dei discepoli in cammino con lui. Un soggetto meno frequente nella storia dell'arte, di cui il capostipite sembra Duccio di Buoninsegna, pittore senese tra ‘200 e ‘300. Raccontano le cronache che il 9 giugno del 1311 ci fu una processione, con grande partecipazione di popolo e di autorità cittadine, per il trasferimento della “Maestà” dalla bottega dell’artista al duomo di Siena. La Maestà di Duccio è una composizione artistica che da un lato ritrae la Vergine in trono con gli angeli e i santi, dall’altro ci sono scene evangeliche. Tra queste troviamo anche quella dei discepoli di Emmaus, in cammino, con Gesù. In alto a destra. Immagine Discepoli di Emmaus - Duccio
Di questo cammino vorrei riprendere i tre verbi fondamentali, che riguardano Gesù e che segnano i suoi movimenti.

1.    Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. È un’immagine di prossimità e di compagnia buona. Duccio ha rappresentato questa vicinanza itinerante vestendo Gesù da pellegrino: col cappello, il bastone, il mantello, la bisaccia e la conchiglia che indossavano i viaggiatori che nel medioevo andavano a Santiago. Nel grande pellegrinaggio della vita, sono qui con te, anche se non mi riconosci. Un Gesù paziente, discreto, rispettoso dei cammini degli uomini. Scalzi i discepoli e scalzo anche lui.  Non ha fretta di rivelarsi: aspetta i tempi della vita, ascolta prima di parlare, chiede di raccontare. Che sono questi discorsi che stavate facendo lungo la via? La manifestazione di Gesù inizia con la manifestazione del cuore dell’uomo. Anche se è un cuore triste, ferito, deluso. Non aver paura di raccontare al Signore quello che ti capita, compresi i drammi di questo tempo. E tutte le volte che qualcuno ascolta qualcun altro, c’è qualcosa di divino che si compie. Su questo racconto poi, Gesù ci mette del suo, ci mette la sua vita, la sua parola, la sua lettura. Spiegò in tutte le scritture quello che si riferiva a lui. Parla e ascolta. La guarigione ha bisogno di entrambi i movimenti, ha bisogno anche di accogliere parole vere, profonde, perché le nostre parole sono limitate. A volte ci chiudono in circuiti involutivi: bisogna ospitare parole vere, che riscaldino il cuore. Ieri era il 25 aprile. Quante parole si dicono e si scrivono. Quante ferite ancora aperte e quante accuse che gli uni riversano sugli altri. Forse le parole vere sono quelle di Papa Francesco quando ci invita a mettere fine alla parola guerra, a spegnere i focolai di odio presenti nel mondo. Questa è la resistenza: resistere alla cultura dell’odio e dell’indifferenza che neanche il coronavirus riesce a sconfiggere. E trovare parole di perdono, di riconciliazione, di pace.
2.    Il secondo verbo di movimento che appartiene a Gesù è una specie di provocazione: fece come se dovesse andare più lontano. Nell’immagine di Duccio lo si nota bene: bastone ben piantato per terra, mano tesa in avanti, piedi su un terreno sconnesso, nella determinazione di Gesù di proseguire il cammino. Gesù ci spinge sempre in avanti. Ha in mente qualcosa in più. Oltre la stagnazione, ma anche oltre la sola compagnia, oltre le tue parole e anche oltre le sue. Nel senso che la sua parola domanda ospitalità, trasformazione, accoglienza. Gesù vuole portarci più lontano. Là lo si riconosce. Non so se avete letto quella straziante lettera ospitata da Famiglia Cristiana di un padre e di un nonno che si congeda dai suoi famigliari descrivendo la casa di riposo in cui si trova come “prigione dorata”. Sembra infatti che non manchi niente ma non è così…manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno "come stai nonno?", gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare. In questi mesi mi è mancato l'odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Ecco qua l’invito ad andare più lontano. Anche nell’incontro tra le generazioni, vincendo la cultura dello scarto.
3.    Infine il terzo passaggio. I due infatti sono stati bene insieme e lo pregano: Non andartene: rimani con noi perché il solo ormai è al declino. Guardate la mano del discepolo più giovane che sembra invitare Gesù a casa sua. Ed egli entrò per rimanere con loro. Un lungo cammino per rimanere. Gesù sparirà poi dalla vista, ma non ritirerà la sua presenza: rimane. Niente e nessuno riesce a modificare questa sua determinazione. Non lo vedi, ma c’è. E il rimanere è affidato ad un gesto: un pane spezzato. Forse per questo Duccio non dipinge la scena classica dei discepoli a tavola. Perché quella scena si ripete sempre sull’altare di fronte al quale la Maestà è collocata. Gesù lo riconosci quando spezzi il pane con lui. Quando celebri l’eucaristia e quando diventi eucaristia, pane spezzato per gli altri. Non vediamo l’ora di poter celebrare la messa insieme. Ma c’è una messa solenne che in questo tempo si compie, fatta di tanta gente che si spezza per gli altri. Lì c’è il Signore che si fa conoscere e che rimane. Anche in quella città che appare sulla destra, dove non solo Duccio, ma questo tempo ci aspetta.