domenica 15 gennaio 2012

Omelia 15 gennaio 2012

Seconda domenica del T. O. 2012

Monti è andato dal papa e alcuni giornali si sono meravigliati che sua moglie Elsa si sia presentata senza il velo secondo la consuetudine femminile di recarsi dal pontefice a capo coperto. A volte il cristianesimo appare per i suoi aspetti este-riori che suscitano l’interesse del gossip ma anche di chi vi vede una certa custodia della fede e una sua testimonianza. In ambito celebrativo ad esempio ci sono alcuni cristiani che apprezzano un ritorno all’antico, quando la liturgia era fatta di parole latine, di ricchi ornamenti, di gesti cerimoniali il cui significato sfuggiva ai più ma poteva aiutare a serbare un certo mistero che oggi, secondo costoro, sembra sparire.
Comprendiamo l’importanza degli aspetti simbolici dell’esistenza ma la testimonianza cristiana, la sua efficacia sembra darci appuntamento nella vita vissuta dove si giocano le nostre convinzioni e le nostre scelte. Chi è il testimone?

1.    La prima lettura ci presenta il giovane Samuele alla scuola del vecchio Eli. Il vangelo ci presenta Giovanni Battista con i suoi discepoli. Testimoni lo si è per qualcuno che ti è affidato, qualcuno cui vuoi consegnare qualcosa di importante della vita. E tra le cose importanti c’è anche la fede che consente alla vita di misurarsi con Dio perché l’uomo ne è “capace”, homo capax Dei. Funziona così per ogni uomo nel momento in cui dalla culla inizia a muoversi e a voler raggiungere un “oltre” sempre più grande che chiederà ragione della vita stessa. Da dove veniamo? Dove andiamo? Eli comprende tale inquietudine nel giovane Samuele e gli consegna una risposta: Se verrà ancora dirai: “Parla, Signore: il tuo servo ti ascolta”. La testimonianza di Eli non risolve tutti i problemi del giovane Samuele, ma gli consente di comprendere che c’è qualcun altro che si muove nella vita, a un piano differente, superiore. Qualcun altro che Samuele da quel momento in avanti imparerà ad ascoltare tanto da non lasciar andare a vuoto una sola delle sue parole. Ecco la testimonianza: si costituisce nella possibilità di dire a un figlio, a un nipote, a una persona in ricerca che non chiuda troppo repentinamente le sue investigazioni o i suoi turbamenti, ma li apra all’ascolto. Perché se quel processo di apertura di sé verso misure sempre più grandi ti ha fatto mettere in conto la possibilità di Dio, forse, coerentemente, a Dio devi consentire anche di poterti dire qualcosa. Testimone è chi riconosce a Dio la possibilità di parlare e ne garantisce le occasioni. Pensate ad esempio alla domenica, ancor più minacciata dalla logica delle liberalizzazioni che sovvertiranno i tempi del lavoro e della festa. C’è solo l’economia in gioco o qualcosa di più grande che Dio vuole dirci magari proprio in quel giorno? Parla, Signore.

2.    La testimonianza si ritrae e non si sostituisce all’altro. Eli non prende il posto di Samuele quando nel cuore della notte il giovane ripete le parole che il vecchio gli ha insegnato. E dopo che Giovanni presenta l’Agnello di Dio lui rimane al suo posto mentre i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. A volte c’è un pericoloso cortocircuito nella nostra testimonianza. Siccome l’altro non la segue, ci colpevolizziamo pensando che sia poco autentica, poco convincente. E allora alziamo i livelli di persuasione senza renderci conto che produciamo l’effetto contrario. Pensate ai figli che non vanno a messa. A volte c’è l’assenza totale di richiamo di cui in alcune età della vita c’è assoluto bisogno. Altre volte ci può essere un’insistenza che serve solo a logorare i rapporti. Gesù non ha fretta: «Rabbì, dove dimori?». «Venite e vedrete». Tu figlio non va più a messa? Tu continua ad andarci magari facendogli vedere che sei contento di farlo; trova l’occasione per dire ciò che la fede costituisce per te, con semplicità. Ricorda tuo figlio al Signore. Le quattro del pomeriggio non sono quando stabiliamo noi, ma quando giungono nell’articolato gioco tra la grazia e la libertà.

3.    Un ultimo richiamo riguarda la globalità dell’esistenza del testimone. Ce lo ha fatto capire Paolo ricordandoci che l’intera vita cristiana è animata dallo Spirito e questo lo porta a fare una riflessione sul corpo. Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore. La parola “impurità” traduce il greco “porneia” e dunque possiamo capire di che cosa stia parlando Paolo. Corinto è una città licenziosa ma quando lui vi giunge ha conosciuto anche Tessalonica i cui scavi qualche anno fa hanno rivelato la presenza di una sorta di sexy center dell’antichità che apriva i battenti al calar del sole e offriva agli ospiti un bagno rilassante, accompagnato dalle cure di esperte massaggiatrici e spesso seguito da rapporti sessuali o altre pratiche erotiche come testimoniano immagini e oggettistica trovate. Un centro capace di accogliere circa 200 ospiti. Paolo ricorda a quei cristiani che è intervenuto qualcosa di nuovo nella loro vita: Siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo! Il testimone proclama una novità che dove non giungono parole afferma uno stile nuovo, segno di un’umanità diversa da quella delle mode o dei piaceri immediati. L’umanità di Gesù e di come lui è vissuto. E comprendiamo che non è questione di velo in testa, ma di vestirsi di Cristo e dei suoi sentimenti. Forse saremo meno coreografici ma forse anche un po’ più significativi e un po’ più autentici.

domenica 8 gennaio 2012

Omelia 8 gennaio 2012

Battesimo del Signore

Forse avete sentito. A Paola, in provincia di Cosenza, è scomparsa la statua di S. Francesco che era stata collocata in mare a 23 metri di profondità. Forse una rete a strascico, forse qualche balordo, forse le correnti. Fatto sta che il patrono di Paola non è più là a custodire gli abissi, i pescatori e le immersioni dei sub. A volte può finire così anche nella nostra vita. Perdiamo il contatto con la realtà nella quale siamo stati immersi. Qualcuno o qualcosa ci trascina via e dimentichiamo la vicenda che ha ridisegnato i contorni della nostra vita e la nostra stessa identità. Battesimo infatti vuol dire proprio immersione, come era chiaro nei primi quattro secoli nei quali si battezzava proprio così: immergendo completamente per tre volte il catecumeno nell’acqua. Il cristiano è un battezzato, cioè un immerso nel mistero di Cristo e della sua vita. Che è successo in quel momento? Il Battesimo di Gesù ci aiuta a ricordarlo.

1.    Gesù si immerge perché in lui siamo immersi. Nell’iconografia orientale il Giordano viene raffigurato come un fiume gonfio d’acqua nel quale Gesù viene collocato al centro della scena. Le sorgenti non si vedono, perché vi è ormai una nuova sorgente e un nuovo fiume di grazia che corrisponde a Cristo stesso. Gesù scende al Giordano per indicare che è lui l’acqua che dà la vita. «Io vi ho battezzato con acqua, - afferma Giovanni - ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Quando sei immerso nell’acqua muori, ma se in quell’acqua trovi un respiro essa si trasforma in vita. Nel Battesimo abbiamo trovato nuovo ossigeno che anima la vita. È il respiro di Gesù, è il suo Spirito che Giovanni vede scendere come colomba. Guarda che qualcuno non ti trascini via da questo respiro di grazia che ha ridisegnato la tua vita. Tra i nuovi cardinali annunciati da Benedetto XVI c’è anche Julien Ries, un sacerdote belga di 92 anni, antropologo famoso per i suoi studi sull’homo religiosus. Ricerche molto approfondite l’hanno condotto a dimostrare come la religione sia la condizione che appartiene alla struttura stessa dell’uomo e non il prodotto delle angosce o dei condizionamenti sociali. L’incontro con Cristo è il respiro nuovo a questa condizione di partenza, perché essa non sia mortificata, dimenticata o maltrattata. Perché se la dimentichi ti perdi, le reti della superficialità ti trascinano via e perdi una parte di te.

2.    Gesù si immerge in una vicenda di fedeltà. Il Giordano è un fiume che racconta una storia e in quella storia Gesù si rende presente. Non fugge, non se ne dichiara estraneo. E in tale partecipazione i cieli si aprono: Uscendo dall’acqua vide squarciarsi i cieli. L’eterno nel tempo. Anche il battezzato è chiamato ad abitare la storia senza fughe, ma aprendo squarci di cielo. Non so se avete visto venerdì sera La grande storia su Rai3. La trasmissione presentava la chiesa nei luoghi di frontiera, dove è difficile e pericoloso essere cristiani, dove si patisce solitudine e si è messi a morte. E in queste situazioni vi sono preti, suore e laici che vivono e operano senza fuggire, anche quando avresti tutte le ragioni per farlo. E ragioni di sopravvivenza. Una chiesa che c’è. Solo per mantenere accesa una lampada davanti a un tabernacolo, per testimoniare fraternità dove insanguinano i conflitti, per continuare a tener aperto un dispensario. Ecco il cielo che si apre: in nome della fedeltà e di una presenza che “c’è e non ci fa”. Si vive da battezzati se non si fugge dalle proprie responsabilità, se chi ti cerca ti può trovare. Se ci sei, come padre e madre, come figlio, come studente e lavoratore, come cittadino. Non lasciare che ti trascini la rete dell’opportunismo e delle furberie, la rete della de responsabilità e della delega ad altri. Il battezzato c’è senza sotterfugi né latitanze.

3.    Gesù si immerge e si ode la voce del Padre. I cieli che si aprono sono accompagnati da una voce: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Di cosa si compiace il Padre? Si compiace del modo con cui quel figlio ha deciso di essere tale, accogliendo il progetto divino raggiungendo gli uomini e donando loro la sua vita. Il Padre si compiace di quel Figlio perché gli restituirà altri figli. Il compiacimento del Padre sta nell’amore che si allarga e raggiunge tutti gli uomini. Ebbene le medesime parole che il Padre ha fatto udire sul Figlio amato, le dice su ogni battezzato, nel momento in cui allarga i confini dell’amore ad altri e ne diviene strumento. Tu sei il mio figlio amato se comprendi che l’amore è il grande progetto di Dio sull’umanità. Passeggiando in città in questi giorni mi sono imbattuto in una vetrina. Non l’avevo mai notata. Articoli per animali. Che ne dite di una felpa per bulldog o di piumini d’oca per il barboncino e dell’elegante borsa dove puoi trasportare l’amichetto a quattro zampe a soli € 150? Mi veniva in mente l’articolo che pochi minuti prima avevo letto sul Gazzettino: in aumento gli aborti perché la crisi economica non permette di far crescere adeguatamente un figlio. Forse chi pratica l’aborto non è lo stesso che compra il piumino al cane, ma di che cosa si compiace il Padre se l’amore per gli animali ha preso il posto di quello degli uomini? Il Battesimo che abbiamo ricevuto ci ricorda una figliolanza e una fraternità che vengono prima di ogni altro affetto, che riguarda gli uomini e non le bestie. Di questo si compiace il Padre. E quel Gesù che oggi si immerge te ne restituisce la consapevolezza perché il tuo Battesimo sia autentico, ritrovi gli altri e ritrovi Dio.

domenica 1 gennaio 2012

Omelia 1 gennaio 2012

Maria SS.ma Madre di Dio – Capodanno 2012

Caro direttore, ha notato cosa accade agli uomini vicini ai cinquant’anni? Un giorno, all’improvviso si fanno crescere la mosca sotto il labbro, mettono l’orecchino, il giubbotto di pelle aderente, comprano la moto, si danno al jogging, fanno il bagno nel profumo. Vai a letto con tuo marito che è un uomo serio e ti risvegli con un adolescente irritante, affamato di vita come un malato terminale.
La lettera apparsa su Vanity fair di questa settimana ci pone di fronte ad una sindrome piuttosto diffusa: affamati di vita. Essa colpisce un po’ tutti, non solo gli anziani e ci trasforma nel corpo e nell’anima portandoci a ingaggiare la nostra personale battaglia contro il tempo che vorremmo fermare.
Il passaggio dal vecchio al nuovo anno ci restituisce l’immediatezza di tale lotta simbolicamente rappresentata nei botti notturni che infrangono il silenzio, nelle girandole di fuoco che per un istante rischiarano il cielo, nelle consultazioni dell’oroscopo di chi cerca margini di rassicurazione. Affamati di vita e vita che fugge. Dove sono le nostre certezze? Dove ci conducono i nostri giorni?
Di fronte allo scorrere del tempo il cristiano non dimentica che il breve istante nel quale vive è aperto ad una dimensione nuova. Ce lo ricordava Paolo: Fratelli, quando venne la pienezza del tempo Dio mandò suo Figlio. Gesù nato da donna si sottomette alle leggi del tempo ma nel tempo reca il principio dell’eterno. Ecco perché non temiamo il tempo, perché Gesù lo dischiude all’infinito di Dio. L’augurio per il nuovo anno non è custodito nell’improbabile fortuna delle lenticchie. È quello di vivere il tempo con gli orizzonti di Dio. Un augurio da raccogliere e da liberare. In che modo?

1.    Raccogli innanzitutto la benedizione di Dio. Nella prima lettura ne abbiamo ascoltato l’eco: Ti benedica il Signore e ti custodisca, su di te faccia risplendere il suo volto. Il volto di Dio è il Figlio suo Gesù. Lascia che quel volto ti accompagni e illumini la tua esistenza. Che cosa può farti paura? La paura nasce dalla percezione di una minaccia o dall’eventualità di perdere qualcosa. La paura dei mercati che cancella anni di sacrifici, la paura della malattia che ci rende vulnerabili, la paura del domani che ci vede incerti nelle scelte, la paura degli altri e per gli altri che ci fa essere diffidenti o oltremodo protettivi. E queste paure si ingigantiscono e ci tengono in scacco: ti tolgono i giorni mentre vorresti trattenerli, ti rendono scontento e scontroso, o apatico e assente. Gesù Cristo ci ha riscattati da questa schiavitù. Nel nostro cuore il suo Spirito grida a Dio la nuova condizione: Abbà, Padre. Questa è la nostra benedizione. Siamo figli. Se possiamo chiamarlo Padre, che cosa ci manca? Chi può intimorirci? Il tempo cessa di farci paura se lo abitiamo in compagnia di Dio e dalla sua presenza ci sentiamo accompagnati.

2.    Le sfide del tempo si vincono nella pazienza di un disegno che si compone. Il vangelo ci parla di Maria che custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore. È un atteggiamento fatto di attesa fiduciosa e di partecipazione di chi non ha di fronte a sé l’immagine compiuta di quanto sta avvenendo ma non rinuncia a credere in una storia di salvezza. A volte il tempo ci inquieta perché non comprendiamo cosa stiamo facendo e se quello che stiamo facendo possa essere utile. Abbiamo paura che ci sfuggano altre occasioni della vita e, per non dovercene rammaricare, scegliamo con riserva o mettiamo in discussione le nostre scelte nella convinzione ricorrente che sia meglio avere rimorsi che rimpianti. Ma guarda che questo sistema non ti salva dal rimpianto: quello di non aver mai scelto. L’anno diventa buono se accetti la progressione degli eventi, se orienti gli eventi in un progetto, se il progetto corrisponde al disegno di Dio. Il papa lega questa Giornata per la Pace all’educazione. Com’è difficile educare in questo tempo, pieno di proposte accattivanti per un ragazzo che sta crescendo. Perché io genitore dovrei fare la parte del cattivo? Appunto perché bisogna trovare il disegno e non solo il segmento. Perché la vita non è solo “cogli l’attimo”, ma “dischiudi futuro”. Solo così il tempo ci sarà propizio e non ci riserverà la sorpresa di aver arredato il vuoto.

3.    Infine il tempo diviene abitabile se gli dai un nome. Quando furono compiuti gli otto giorni gli fu messo nome Gesù. Che nome dai a quello che ti capita? Si può dare il nome della casualità, del pragmatismo, della rassegna-zione. Oppure puoi dare il nome di Gesù: puoi identificare la vita in maniera cristiana. In questa maniera il tempo ti spaventerà un po’ di meno. Prova a dare alla crisi il nome della sobrietà e della solidarietà: avrai qualche soldo in meno ma forse qualche amico in più. Prova a dare ai rancori il nome del perdono: forse scoprirai una forza più forte delle ragioni. Prova a dare al tuo lavoro il nome della responsabilità: forse lo vivrai in maniera meno alienata. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò. Quando dai il nome di Dio la realtà si trasforma, il tempo cessa di farti paura e metti un piede nell’eterno. E l’anno diventa un buon anno, non perché i vaticini si sono avverati, ma perché hai fatto spazio alla verità e tu sei diventato più vero. Che nome dai a quest’anno? La Vergine Madre oggi ti regala il nome del suo Figlio perché in lui, pienezza del tempo, in ogni tuo giorno splenda il giorno di Dio.

lunedì 26 dicembre 2011

Omelia 25 dicembre 2011

Natale del Signore 2011

I giorni che hanno preceduto il Natale sono stati accompagnati nella nostra parrocchia dalla triste scoperta che qualcuno si era impossessato di Gesù Bambino. Nell’armadio dov’era riposto non c’era più. Solo la culla, il cuscino e il cellophane bombato di cui era avvolto. Chissà, se è il gesto di un devoto che voleva portarselo a casa, di un dissacratore che voleva distruggerlo o di un qualcuno che pensava di ricavarne qualche soldo. Non sarebbe la prima volta che Gesù viene venduto per trenta denari. A malincuore siamo andati ad acquistare una nuova statua di Gesù Bambino che, davanti all’altare, nuovamente rimane con noi. Alla tristezza del gesto si associa però un altro sentimento, molto più difficile da gestire. La sensazione che quello che è avvenuto in un armadio della sacrestia possa corrispondere a quello che capita nell’armadio della vita.
Sì, perché qualche volta funziona così. Gesù viene chiuso in un armadio, una mano invisibile ce lo sottrae e quando avemmo bisogno di lui non lo troviamo più.
E in questo caso non se ne può comprare un altro. Dove ti ho lasciato, Signore? Chi ti ha rubato?
A volte è una mano seducente, che screditando la chiesa e i cristiani variamente indica un’esistenza beata lontana da Dio: “Dio non c’è goditi la vita”. Peccato che la vita non sempre ci riservi il godimento. Altre volte è una mano più subdola che cancella la memoria cristiana della solidarietà e in tempi di crisi ci suggerisce l’idea di badare a se stessi, ai propri interessi, allontanando l’altro percepito come un potenziale pericolo. Rassegnarsi di fronte all’assenza di Dio ci espone al pericolo, al disorientamento, alla povertà. Perché con Dio non se ne va un orpello della vita, un optional. Se ne va la nostra umanità che non possiamo custodire senza di lui.
Dio non si rassegna a questa distanza. Ritorna. Ci ritrova perché lo ritroviamo. E il Natale ne è la rinnovata possibilità. Dove ci dà appuntamento Dio?

1.    Anzitutto nel mistero della piccolezza. Eccolo lì l’artefice dell’universo, per il quale tutte le cose sono state create: avvolto nelle fasce di un neonato e deposto nella mangiatoia. Poteva giungere su un destriero come un possente guerriero macedone, poteva apparire all’areopago di Atene tra i filosofi, poteva stagliarsi sulla scena politica di Roma. E invece lo si incontra inerme come un bambino, custodito tra le braccia di sua madre. Dio non vuole farti paura, non vuole sorprenderti con proclami ad effetto. Si consegna ad un abbraccio come ti vien voglia di fare con ogni cucciolo d’uomo perché tu la smetti di difenderti da lui e riattivi quella pagina di tenerezza con la quale anche Dio vuole parlare di sé. Se qualcuno t’ha sottratto Dio, verifica che non sia l’idea che hai di lui. L’idea che sia il tuo avversario, una sorta di sistema a garanzia dell’apparato, un codice di procedura. Di fronte a questi sospetti Dio rinuncia anche alle parole in sua difesa e ti fa udire unicamente un vagito. Da lì riparte il vangelo.

2.    E poi il mistero di una notte. Lui non ne ha paura e ne abita l’oscurità, perché ogni oscurità ne sia rischiarata. L’oscurità che lo invoca e l’oscurità che lo rifiuta. La notte della malattia, del disagio, della fatica del vivere. Ma anche la notte della malvagità, del cuore indurito, dell’indifferenza. Del peccato che non vorresti aver mai commesso e di quello di cui neppure ti rendi conto. La notte del perdono che non arriva e quella del perdono che non dai. E vieni in una grotta al freddo e al gelo non è suggestione di antiche melodie ma l’ostinata pretesa da parte di Dio di illuminare e riscaldare gli anfratti più spaventevoli della vita. Chi ti ha rubato il Signore? Forse la sensazione che nessuno possa essere compagno dei tuoi giorni? O forse la rassegnazione di chi, abitando solamente la notte, finisce per credere che non esista il giorno? Lui, luce del mondo risplende nell’oscurità. E quell’oscurità non l’ha vinto. Se appena ti lasci illuminare, la realtà può apparirti in maniera diversa dal quel film che continuamente replichi, sia che si tratti del cinepanettone del vuoto, sia si tratti del documentario delle tue paure alle quali non vorresti assistere.

3.    Ed infine Dio ci dà appuntamento nella vita di una famiglia, tra i gesti della quotidianità che Gesù abiterà per ben trent’anni. Il filosofo francese Fabrice Hadjadj, di origine ebraica, convertito al cattolicesimo dopo vent’anni di ateismo, ha pubblicato un interessante saggio: La fede dei demoni. Egli sostiene che Satana, puro spirito, usa strategie raffinate per convertire le persone più avvedute. E li suggestiona con un spiritualismo magico, etereo, elegante che promuove una spiritualità individualistica, egoistica, snob e detesta la "carnalità" cristiana che costringe a sporcarsi le mani e a investire nella direzione della premura per l’altro, del coinvolgimento nelle situazioni, nell’esserci. Ecco il furto di Gesù Bambino potrebbe essere quello dell’incarnazione: vuoto che innalza preghiere e non innalza la vita, che si compiace delle riflessioni e non riflette speranza, che si cura del dibattito culturale e non cura il fratello. Nel quotidiano Dio ti dà appuntamento: nella tua famiglia, nel tuo lavoro, nelle tue relazioni. Se non lo trovi qua, hai trovato solo te stesso e forse neanche quello.
Chi ti ha rubato Gesù Bambino? Guarda che il furto non è più tale. Dio te lo restituisce ancora una volta quel suo Figlio. Perché da lui nuovamente ti lasci sorprendere e perché con lui ricominci a vivere.

lunedì 19 dicembre 2011

Omelia 18 dicembre 2011

Quarta domenica di Avvento
In Italia secondo i dati Caritas almeno ottocentomila persone sono cadute in povertà dopo la separazione e fra loro si contano tanti uomini che, pur con un lavoro remunerativo, ora sono diventati nuovi poveri perché i soldi se ne vanno per assegni di mantenimento, psicologi e avvocati. A Milano, presso i padri oblati di Rho, è sorta una struttura dove è possibile soggiornare al costo di 200 euro mensili per circa un anno, il tempo di stabilizzare la propria posizione.
«Ho dormito anche in un furgone insieme ai miei materiali di lavoro – racconta uno di loro – e ho provato la convivenza con altri in un appartamento, ma mi sentivo come uno studente universitario senza legami. Qui, a Rho, c’è invece un entusiasmo diverso, contagioso». È una vita rimessa in gioco, una casa che si apre dopo che un’altra casa si è chiusa. E, pur nei limiti di queste situazioni, c’è in esse qualcosa di divino simile alla vicenda di Davide raccontata nella prima lettura. Il re vuole costruire una casa per il Signore, ma sarà il Signore a costruire una casa per il re. Una nuova possibilità di vita e di alleanza destinata a durare nel tempo. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre. Ecco, in questo tempo di avvento, mentre anche noi cerchiamo di fare una casa per Dio, in realtà è lui che ci fa una casa, che ci rende la sua casa. Come avviene per Maria, abitazione nella quale Dio prende dimora. Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Come si diventa casa per Dio? Come le nostre costruzioni talvolta in rovina possono trovare nuova possibilità di stare in piedi?

1.    È una casa che nasce anzitutto da un invito alla gioia. È una dimensione che oggi talvolta ci sfugge quando costruiamo una casa, primo perché farlo è diventato un’impresa difficile, secondo perché gli aspetti tecnici ed economici prendono il sopravvento. Ma una casa è anzitutto esperienza di gioia di chi rilegge se stesso, la propria famiglia, le relazioni, il futuro, il modo con cui accosterà la vita. La fatica con cui una famiglia oggi può accedere ad una casa propria, soprattutto in città, riduce gli spazi della gioia, rischia di aumentare le preoccupazioni e appesantire il carico dei giorni. Così a volte anche con Dio. Vivere nella sua casa a volte ci sembra più un onere che una gioia, tributi da pagare più che bellezza che ridisegna la vita. Ma l’angelo a Maria non dice: prega, studia, impara, impegnati. Dice: Rallegrati. Dio ostinatamente vuol essere bella notizia. Perché? L’angelo lo dice immediatamente: piena di grazia. Puoi essere nella gioia perché sei riempito dalla simpatia, dalla vicinanza, dalla tenerezza di colui che ti ama da sempre. Se mi ama da sempre – osserva qualcuno – che mi tolga le mie sofferenze: allora sarò nella gioia! Dio non percorre questa strada, perché non porta da nessuna parte, perché di sofferenze, di richieste, di desideri ne avresti sempre e non troveresti mai la gioia. Dio invece abita il tuo presente e lo sostiene, se solo gli permetti di entrare. Entrando da lei disse: Rallegrati. Se ti barrichi nella tua tristezza, nella tua solitudine, nella tua commiserazione, nella tua autosufficienza, non c’è posto per lui, né per la sua casa, né per la sua gioia.

2.    È una casa fatta di attenzione, di spessore, di comprensione e discernimento. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. Dio costruisce con chi si interroga e riflette non con la superficialità. Un fenomeno interessante di questi giorni è un film muto: The artist. E i giornali si interrogano sul fatto che la gente va a vederlo e ne rimane affascinata. Chissà perché. E chissà che proprio quei giornali non ne siano la causa. Perché forse c’è oggi un eccesso di comunicazione e l’eccesso non comunica più ma nasconde. Apparentemente per affermare ragioni, verità. Vince chi grida di più. Ma quel grido non ci convince del tutto e torniamo ad affermare l’esigenza di riflettere, di capire. Le parole che valgono sono quelle pesate, quelle che nascono dal silenzio, dalla possibilità di capire i fatti e le ragioni non quelle che si nutrono di luoghi comuni, della contrapposizione e della polemica. Nell’ascolto attento Maria accoglie la Parola vera ne diviene dimora. Senza tale atteggiamento alberghi solo te stesso.

3.    E infine la casa di Dio allarga i suoi confini. Vedi Elisabetta tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio. La casa che Dio vuol fare è sempre un po’ più larga della tua. Ci domanda la sua realizzabilità anche intorno a noi. In questi giorni finalmente si è aperto qualche spiraglio per il mondo del carcere, per una situazione di sovraffollamento non più tollerabile. A volte questo mondo è circondato da stereotipi che popolano anche i discorsi dei cristiani. “Sono in albergo”. Certo, anche il bagno in camera; peccato che sia una turca maleodorante. “Non fanno niente dalla mattina alla sera”. Certo, perché non possono accedere programmi di reinserimento per i quali mancano i fondi. “Se si comportavano bene non sarebbero lì”. Ma il carcere non ospita più detenuti di forte pericolosità sociale, ma gente che nel 70% proviene da zone di emarginazione e povertà. Carcere che è diventato manicomio, ricovero, centro di accoglienza. La casa di Dio forse riguarda anche questa gente, almeno da guardare con occhi diversi e di cui parlare con maggior cognizione, se non con misericordia.
Il Signore Dio ti farà una casa. Ancora una volta lui prende dimora. Non come villeggiante, ma come coinquilino. Per indicarci un’umanità possibile e una convivenza nuova.

domenica 11 dicembre 2011

Omelia 11 dicembre 2011

Terza domenica di avvento

A volte le navigazioni in rete ti portano a vedere quello che mai avresti voluto. E ti rendi conto che la realtà virtuale tale non è poiché ospita fatti tragici di cui siamo capaci.
C’è un video drammaticamente cliccatissimo che riprende la scena di una bambina cinese travolta da un furgone. Un furgone che volutamente la investe e vi passa sopra due volte sparendo dalla scena. E ancor più tragica la presenza di passanti che osservano e si scostano come se la questione non li riguardasse. Questa è la Cina, dove la politica del figlio unico porta le famiglie a provare ad avere un maschio esponendo l’eventuale figlia femmina all’abbandono e alla miseria quando la morte non sia già intervenuta con pratiche abortive. È uno scenario di desolazione che forse, per contrasto, può farci comprendere come diversamente hanno inciso da noi duemila anni di storia cristiana. Vangelo che è stato nuova possibilità di convivenza tra gli uomini, nuovo concetto di dignità della persona, denuncia di quanto si oppone al riconoscimento e alla salvaguardia dell’altro. Un cristianesimo che è divenuto testimonianza di un altro modo di vivere e di stare insieme e che ha prodotto una storia di civiltà. Ebbene, che ne abbiamo fatto di tale testimonianza? I segnali della sua debolezza e del suo rifiuto ci fanno capire che essa non solo è estranea in Cina, ma è in percolo anche da noi mentre ci misuriamo con un contesto che dal cristianesimo vorrebbe prendere le distanze. La figura di Giovanni Battista ci consegna i tratti di una testimonianza da riconoscere e liberare. Chi è il testimone?

1.    Non era lui la luce ma doveva dare testimonianza alla luce. È interessante il fatto che nella sua presentazione Giovanni per tre volte dica: Io non sono. Il testimone sa di essere portatore di luce, ma che ha altrove la sua sorgente. La luce proviene da Cristo e dal suo vangelo. Non abbiamo niente di diverso da dare al mondo rispetto a quanto già possiede se non in relazione a Gesù. Senza di lui rimangono solo le nostre miserie che indeboliscono la nostra testimonianza e la rendono opaca. Pensiamo di portare Cristo ma in realtà portiamo noi stessi. È il rischio gnostico che la chiesa ha incontrato tra II e III secolo. Il cristianesimo veniva svuotato della sua forza salvifica e lo si proponeva come gnosi, come conoscenza di una sapienza che apparteneva agli illuminati ma non era quella del vangelo. Pensate ad esempio a come reinterpretiamo la fede facendone una misura pretaporter. Matrimonio? Meglio convivenza: basta che ci si voglia bene. Messa la domenica? Ci vanno quelli che si fanno vedere: io dico una preghiera per conto mio che vale di più. Fine vita? Piuttosto di soffrire meglio farla finita. Ecco la sapienza umana che prende il posto di quella divina. Non era lui la luce ma doveva dare testimonianza alla luce. Se non troviamo la luce di Cristo rimaniamo in una penombra che ci confonde e ci perde.

2.    All’insistenza con cui sacerdoti e leviti interrogano Giovanni, risponde il Battista, ma anche l’evangelista che in maniera ripetuta afferma: Egli confessò e non negò e confessò. Il testimone lo fa insistentemente, anche a costo di non essere capito. Pensate ad esempio a questa polemica estenuante sulla Chiesa e sull’Ici. Da quattro anni con dovizia di dati pubblicati continuiamo a dire che l’Ici la paghiamo sugli immobili a reddito, che se questo non avviene è violazione della legge, che se un albergo ha una cappella al suo interno paga ugualmente, che l’esenzione di cui godiamo non riguarda solo la chiesa ma tutti gli enti no-profit sindacali, assistenziali, sanitari, ricreativi, umanitari. E la polemica imperversa sui giornali, sui talk/show, al bar nutrita da luoghi comuni faziosi e irriverenti. Qualunque altro risponderebbe a questa situazione con una serrata dimostrativa. Pensate se chiudessimo scuole, ospedali, centri Caritas, oratori, anche le chiese visto che per qualcuno sono un patrimonio immobiliare. Serve che riapriamo il file delle scuole materne per verificare l’onere che si accolla la chiesa in relazione all’istruzione? Lo stato versa o meglio “dovrebbe versare” 584 euro a bambino della scuola paritaria a fronte dei 5800 che eroga per un bambino della statale. Risparmio 6 milioni di euro annui. Evitiamo di dire che la chiesa deve dare il proprio contributo, perché lo sta già facendo. Però, vedete la tenacia della testimonianza? Non tiriamo giù le serrande, non buttiamo la gente per strada, persuasi di una responsabilità che ci appartiene anche a costo di diventare il bersaglio del tiro al piattello, sport ultimamente di moda nel nostro paese. Attento che però potrebbe non essere il piattello, ma il piatto nel quale mangi o nel quale mangiano i poveri.

3.   Infine Giovanni dice: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. La testimonianza induce l’attenzione a qualcosa di inatteso. Pensi di conoscere, ma c’è di più. Certo, quelle parole si riferiscono a Gesù. Ma se Gesù rivive nel cristiano, l’inatteso sta proprio lì, in quello che di sorprendente i cristiani riescono a liberare. Libera un po’ di sorpresa evangelica. Nei pensieri, nelle parole, nei gesti. Mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Apri l’anno di grazia di Dio con un gesto di sorpresa. Perché chi ti incontra ti dica: così non ti conoscevo. Ma conoscendoti si accorga anche di Qualcun altro. L’unico che può far nuova la vita.

domenica 4 dicembre 2011

Omelia 4 dicembre 2011

Seconda domenica di Avvento

Fragile, isolata, ostaggio dei mercati, è la fotografia dell’Italia in crisi. Cresce la povertà, domina la finanza,s’indebolisce la politica,i giovani sono sempre più penalizzati e cercano lavoro. Non serviva il 45.mo rapporto del Censis sulla situazione del nostro Paese per dirci come vanno le cose. Ce ne rendiamo ben conto tanto che i telegiornali suonano quasi come una minaccia per il nostro equilibrio. C’è una parola che particolarmente ci inquieta: fine. Fine dello sviluppo, fine della prosperità, fine del governo tecnico, fine dell’euro. In queste fini vediamo un po’ la nostra fine e per questo preferiamo cambiare canale.
Forse dunque è salutare quello che abbiamo ascoltato poco fa: inizio. Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio. Se tutto intorno a noi proclama un epilogo, Dio non si lascia travolgere dai funesti presagi e rilancia nei suoi cominciamenti. Di che inizio si tratta, come avviene?

1.    Inizio del Vangelo. Non si tratta di ripristinare gli scenari perduti, ma di ritrovare una buona notizia. E la bella notizia è lui, Gesù, il Figlio di Dio, la sua parola, le sue indicazioni, il suo modo di vedere le cose. Se troviamo lui allora gli inizi riprendono. Il medesimo rapporto Censis segnala ad esempio che, pur nel disorientamento e nella fatica, il 65% degli italiani ritiene la famiglia un valore importante, il 50% indica tra gli obiettivi da raggiungere la riduzione delle diseguaglianze, mentre il 55% ritiene necessario perseguire moralità, onestà e rispetto per gli altri. Forse abbiamo compreso che è finito il tempo delle furberie, che chi evade le tasse impoverisce gli altri, che la famiglia è una risorsa da proteggere e non da disperdere o da colpire. Abbiamo compreso anche il valore della solidarietà se sei Italiani su dieci sono disposti «a sacrificare in tutto o in parte il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese». Ecco il vangelo che diventa inizio, parola che si fa storia. Perché questi valori che stiamo riscoprendo hanno alla base un’idea di bene comune che dal vangelo ha preso forma e ha disegnato gli scenari del nostro paese e la convivenza dei suoi abitanti, almeno finché altre logiche di profitto e di utilitarismo non l’hanno estromessa. Nel deserto in cui siamo finiti forse riusciamo a intravedere la via per la quale ritornare.

2.    Gli inizi sono segnati da una voce. Voce di uno che grida. Gli inizi divengono tali se c’è una voce che li indica con coraggio. Ma il segnale che quella voce indica gli inizi è il fatto che gridi nel deserto, in una zona inospitale. Di voci che gridano ce ne sono tante. Ma alcune si guardano bene dal farlo nel deserto. Chi ti sta ad ascoltare? Pensate all’informazione, al modo con cui alza i toni, con speakers del TG che gridano le notizie incalzate da un musica ritmica che fa di tutto per catturare l’attenzione. Quali notizie vengono date? A quali esigenze rispondono? In ogni caso bisogna fare i conti l’auditel che premia e boccia giornalisti e testate. Mentre ero in macchina e seguivo una trasmissione radiofonica si parlava di Aids. Il 1° dicembre era la giornata di sensibilizzazione. Ebbene, a fronte di tante polemiche l’unico giornale che ha messo la notizia in prima pagina è stato Avvenire. Perché? Perché questa notizia non fa vendere, specie se si ricorda che di Aids ancora si muore e che un nuovo contagio si verifica ogni due ore, tremila casi all’anno. Ma come? Ci eravamo illusi che si potesse curare e invece constatiamo che non sempre è possibile. Ci avevano detto che era questioni di preservativi che la chiesa oscurantista vieta di adoperare. Peccato che il contagio si diffonda in gran parte tra chi la protezione non la vuole proprio e non certo perché così stabilisce la chiesa. Allora forse la questione riguarda il senso della sessualità e la sua custodia, riguardi la disinvoltura delle relazioni, riguardi il rispetto di tua moglie quando sei stato con un’altra. E non solo il rispetto per il possibile contagio ma anche per la sua dignità che forse è anche la tua. Ecco, questi discorsi qualora li pubblichiamo, li mettiamo a pagina 20 perché implicano un’idea di sessualità che non è più di moda e che se ti permetti di affermare sei tagliato fuori. Ecco la voce che grida nel deserto. Gli inizi veri sono quelli che non indicano scorciatoie ma strade dove l’uomo viene custodito e non mercanteggiato.

3.    E infine gli inizi sono affidati a qualcuno di più forte. Io vi ho battezzato con acqua, - dice Giovanni - ma egli vi battezzerà in Spirito Santo. Tu inizi se lasci che inizi lui. Il Signore, il suo Spirito. Questo tempo di avvento è l’occasione per lasciarlo iniziare di nuovo. È uscito nei mesi scorsi un libro di Walter Nudo, l’attore di numerose fiction televisive. Nel suo passato c'è una vita da ribelle: la fuga dal servizio militare, il mestiere di spogliarellista negli Stati Uniti, l'esperienza del carcere, il successo grazie al Maurizio Costanzo Show, la frequentazione del mondo dorato e superficiale dello spettacolo. E poi un forte crollo psicologico e morale, una grave crisi economica che lo ha costretto a toccare il fondo, una dolorosa separazione dalla compagna e dai figli fino all’incontro con Dio, sintetizzato in un atteggiamento che è il titolo del libro: Ho alzato lo sguardo. Ecco qua l’inizio, quando alzi lo sguardo verso di lui e da lui ti lasci cambiare. E non serve scrivere un libro: scrivilo in un atteggiamento che affidi al Signore perché da quell’atteggiamento lui ricominci. Inizio del vangelo di Gesù e inizio tuo.