martedì 5 gennaio 2021

Omelia 3 gennaio 2021

 

Seconda domenica dopo Natale

È morto qualche giorno fa Pierre Cardin, stilista di origini trevigiane trasferitosi in Francia negli anni ‘20, un uomo che ha segnato la storia della moda, imprimendone il proprio stile. Lo stile è aspetto della vita al quale anche noi siamo diventati attenti, non solo per quello che indossiamo, ma anche per come ci muoviamo, per le scelte che facciamo. Nello stile scopriamo la nostra identità, la sensibilità che ci appartiene, l'idea della vita che possediamo. Ma che idea è? Ebbene, il vangelo di oggi ci mostra lo stile di Dio, che non segue le mode, ma la verità dei suoi intendimenti, come ha inteso essere Dio, non sulle passerelle mondane ma abitando le vicende degli uomini. L’evangelista Giovanni, a differenza di Luca e Matteo, non ci parla di pastori, angeli e magi, ma ci fa capire che cosa ha in mente Dio venendoci a trovare, lo stile che inaugura nell’umanità, anche se non sempre fa tendenza.

1.    Anzitutto Dio ama mettere il suo marchio di fabbrica. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Tutta la vita presente nel mondo ha origine in Dio, tutto partecipa di un suo progetto. Vuol dire che Dio ha a cuore anzitutto la vita di ogni uomo e desidera difenderla, renderla indisponibile ai tentativi di manipolazione. In lui era la vita. Ogni uomo reca l’immagine del creatore, anche quelle esistenze dove scatta  una sorta di retrocessione della vita, come se la loro fosse meno vita della nostra. La vita dei migranti, la vita degli anziani, la vita dei poveri del mondo. Quanto valgono? Sta iniziando la campagna vaccinale con animi che si surriscaldano tra sostenitori e oppositori. Ma forse la vera domanda non è vaccino sì-vaccino no, ma vaccino chi. Chi vi ha accesso, visto che non in tutti i paesi del mondo le risorse vaccinali arrivano o arrivano in tempi analoghi; che vaccini arrivano, visto che non sono gli stessi; la considerazione delle persone con disabilità rientra nelle precedenze? Dio desidera vita e sempre difenderà la vita di tutti i suoi figli, dei più deboli in particolare, perché in ciascuno c'è il suo marchio. E difenderà anche la vita di quel mondo che ha creato, perché anche in essa c'è il suo respiro. Pensate a quel fenomeno che vediamo anche sulle nostre strade: rifiuti seminati per non riempire i bidoni del secco e pagarne lo smaltimento. Come se così non ne pagassimo il conto! Custodisci la vita sempre, la vita degli uomini, la vita del mondo: fa’ tuo lo stile di Dio.

2.    Poi Dio ama piantare la tenda. Quel verbo che in maniera altisonante parla del Verbo che si è fatto carne, nel testo greco allude all’operazione del beduino che colloca la sua tenda nel deserto dopo la giornata di viaggio. La tenda di Dio è il suo Figlio Gesù, è la sua presenza tra gli uomini. Se vuoi assomigliare a Dio, allora metti tende di prossimità. Nei giornali di questi giorni c’era la testimonianza di un gruppo di preti dei Reggio Emilia a servizio negli ospedali Covid: C’è il tempo per stare lì, per chiacchierare e ascoltare, per pregare e piangere, per stare accanto anche senza dire nulla. Il tempo per tenere una mano, per accarezzare un volto, per riaggiustare i capelli increspati dal cuscino.  Allora le mani contano più delle parole, gli sguardi più che i discorsi. Ecco la tenda di Dio nei deserti dell’umanità: continua nei paletti e nei tiranti con cui allarghi la sua presenza. Nonno assistito in casa, pazientemente cambiato, senza disporre di assistenza domiciliare perché nel frattempo è positivo al virus; bambino rassicurato per fargli sentire che la vita è bella nonostante tutto, come nel film di Benigni; amico rasserenato perché la paura ci prende tutti in questo tempo, anche chi non diresti. Prova a capire dove Dio vuole affidarti un pezzo di tenda.

3.    Infine lo stile di Dio è battaglia tra luce e tenebre, ma le tenebre non hanno vinto. Poco importa a Dio se qualcuno rifiuta la luce, non ne vuol sapere. La luce non sarà spenta da chi è alleato dell’oscurità. Però ricorda una cosa: la luce di Dio filtra tra le crepe della vita, domanda resistenza, pazienza, fiducia, domanda gente che non si rassegna alla notte e scruta gli orizzonti. Nell’aprile del 2019 una guardia giurata aveva massacrato di botte con un estintore un senza dimora, Alfonso Russo. Un uomo che aveva rischiato la morte. Violenza gratuita, accompagnata dalla perversa convinzione che nessuno avrebbe preso le difese del clochard. Finché quelle difese le ha prese un’avvocata, che gratuitamente è riuscita a far condannare l’aggressore e l’azienda nella quale lavora, nonostante la reticenza e l’ostilità dimostrate nel corso del processo. Uno degli invisibili della capitale che ha trovato riconoscimento. Porta un po’ della luce di Dio dove le tenebre cercano di prevalere. Prendi le difese dei poveri. E anche quando i furbi credono di spadroneggiare, non dimenticare che hanno le ore contate. Le tenebre non l’hanno vinta.

Ecco lo stile di Dio: vita difesa, presenza vera, luce che prevale su ogni arrogante  tenebra umana. Uno stile che non scorre sulle passerelle della moda ma nel quotidiano in cui qualcuno, con le sue scelte, con i suoi sentimenti decide assomigliare al Signore. Il Verbo continua a farsi carne anche così.

domenica 8 novembre 2020

Omelia 8 novembre 2020

 

Trentaduesima domenica del T. O.

È interessante quello che succede in un motore di ricerca se digiti la parola luce. Ti arriva una videata di offerte convenienti da parte dei gestori dell’energia elettrica per risparmiare sulla bolletta. La luce è messa in relazione a un servizio, è monetizzata, è oggetto di confronti commerciali. Invece la luce è l’anelito dell’esistenza, la parabola delle nostre attese, della capacità di vedere, di riconoscere, di incontrare. Bene lo sanno le ragazze di cui ci parla il vangelo di oggi, che affrontano la notte con quella lampada in mano, pronte a scrutare l’orizzonte mentre qualcuno sta per arrivare.

Lo sposo. Nell’ambiente palestinese lo sposo andava a prendere la sposa e le damigelle, amiche della sposa, gli correvano incontro per accompagnarlo al luogo dell’appuntamento. Gesù recupera questa vicenda e ne fa un originale racconto con lo sposo che tarda e le ragazze che si addormentano. Siamo noi: noi in attesa con le lampade in mano, in questo tempo di oscurità e noi sopraffatti dalla stanchezza e dal sonno di chi a volte non regge gli impegni, l’incertezza, il susseguirsi di notizie che, se da un lato vorrebbero rassicurarci, dall’altro generano nuove paure. Il letto o il divano diventano una zona di rifugio dove a volte chiudi col mondo e con le tue responsabilità. Cosa vuole dirci il Signore? 

1.    Anzitutto è interessante la presenza di questa ragazze che annunciano e accompagnano l’incontro dello sposo e della sposa. Un invito ad attendere Dio, a favorire il suo incontro con gli uomini, ad anticipare le sue nozze regalando un frammento di luce mentre sta arrivando. Penso al percorso fidanzati che oggi inizia. È una luce sulle strade di Dio, su quel matrimonio che ha in mente lui. E perché anche tu te ne convinca, ti corrono incontro degli animatori, una comunità cristiana, forse il tuo stesso partner, magari per uscire dalle acque basse di una convivenza che sembra rassicurante ma che spesso impedisce il viaggio. Penso anche al cammino di fede di un ragazzo: la lampada è quella dei suoi genitori che lo accompagnano, che gli indicano le ragioni per cui lo hanno battezzato. Quel giorno non a caso hanno ricevuto una candela accesa: fiamma che sempre dovete alimentare. Penso anche alla tante occasioni in cui la vita ci affida la possibilità di portare qualcuno alle nozze di Dio, con una parola, un atteggiamento, un consiglio. Dio non agisce in maniera miracolistica: arriva presso gli uomini attraverso altri uomini che lo accompagnano e gli rischiarano la strada.

2.    Altro aspetto importante è la generale sonnolenza delle ragazze e quel grido che le sveglia. Si assopirono tutte e si addormentarono. Nella vita tutti siamo sopraffatti dalla stanchezza. Ed è spesso la stanchezza dei ritardi. Poiché lo sposo tardava Quali ritardi ci addormentano? Alcuni ritardi avvengono per colpa nostra, quando non prendiamo in mano la vita, le scelte, le responsabilità. Sei in ritardo nell’affrontare alcuni capitoli della relazione di coppia e il tuo matrimonio si addormenta, sei in ritardo con i tuoi figli e la tua autorevolezza si addormenta . Alcuni ritardi sono anche di questo nostro mondo, di chi ci governa, di chi è preoccupato più del bonus biciclette che dell’effettivo inserimento e sostegno dei ragazzi disabili a scuola, delle marginalità che questo tempo produce. Ebbene, questo sonno è interrotto da un grido: Ecco lo sposo. In questo tempo mentre qualcuno si addormenta, abbiamo bisogno anche di chi gridi, di chi faccia comprendere che arrivano non solo il DPCM ma le ragioni di Dio, le sue iniziative, il suo modo di intendere la vita. Quando un ragazzo si toglie la vita gettandosi da un cavalcavia, quando un altro annuncia in un post la fatica di vivere non si può continuare a dormire. È importante gridare un’esistenza diversa, la sapienza di chi si alza di buon mattino, con la luce chiara, una sapienza che non metta a tema solo le nostre ragioni, i nostri interessi, ma il bene comune e quello che Dio sogna per l’umanità.

3.    Infine questa parabola ci insegna la necessità di mettere da parte delle scorte luminose. Che hanno due caratteristiche. La prima è quella dei piccoli vasi. La seconda è quella che le puoi mettere via solo tu. Piccoli vasi, vuol dire che per rischiarare la vita non ti serve il faro di Alessandria, ma piccole riserve combustibili che porti con te. Credo siano i piccoli frammenti d’amore, di verità, di vita secondo il vangelo che alla fine ti permetteranno di riconoscere il Signore proprio per gli anticipi che lui stesso ti aveva dato. Come diceva d. Milani ai suoi ragazzi: Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. I piccoli vasi d’amore rendono visibile l’amore di Dio, perché alimentano la stessa fiamma. E questo è olio tuo e solo tuo, non lo puoi cedere ad altri. Non vi conosco non è una minaccia, ma l’amara constatazione di fronte a chi non ha fatto scorta d’amore, di verità, di giustizia, di tutto ciò che ti rende riconoscibile agli occhi di Dio. L'olio è la tua vita e come te la sei giocata, il bene che hai voluto, magari incerto o frammentato, ma che qualche vasetto lo ha riempito, permettendo allo sposo di riconoscerti e di accoglierti in casa.

 

 

 

venerdì 23 ottobre 2020

Omelia esequie Michele Baù

 

Michele Baù (esequie 23 ottobre 2020)

(Rm 5,5-11 / Lc 7,11-17)

Ci piacerebbe che Gesù oggi incrociasse anche questo nostro funerale, come si è avvicinato al corteo alle porte di Nain, a quella donna che accompagnava il proprio figlio morto. Ci piacerebbe che prendesse la mano di Michele e gli dicesse: Dai, alzati. Invece ci troviamo a misurarci con il nostro dolore, il nostro carico di inquietudine e tante domande che rimbalzano nel cuore della mamma di Michele, della sua famiglia, dei suoi amici e di tutti noi. In questa morte sentiamo che qualcosa non solo ci addolora, ma ci provoca e ci chiede conto di noi stessi e degli altri, di come viviamo la vita e di come custodiamo quella di chi ci è affidato. Perché non sempre andrà tutto bene, anche se lo scriviamo sui davanzali, non sempre ci siamo, non sempre siamo alleati del meglio. La morte di un ragazzo, di un figlio, di un amico è l’occasione per riprendere in mano i nostri giorni e le nostre scelte, per riagganciare la vita alle cose importanti, per affidare i nostri passi incerti a colui che ci libera dal male e dalla morte, anche quando la morte non è solo quella dell’altro ma quella che imprigiona il nostro cuore. Raggiungiamo quel villaggio dell’alta Galilea di nome Nain e lasciamo che Gesù si avvicini e ci suggerisca parole di speranza e di vita.

1.    Anzitutto c’è un figlio, un figlio unico. È così che ci guarda Dio ed così che dovremmo guardare a noi stessi e agli altri. Sei unico e sei straordinario. Michele era stato arricchito di tanti doni: un bel ragazzo, coinvolgente, sportivo, sensibile, capace di riflessione e di profondità. Poteva liberare una straordinaria bellezza e un po' l'ha fatto. Poi la vita è cambiata: è diventata faticosa, ribelle, segnata da incomprensioni, vuoto, situazioni che era meglio evitare. Un po’ il contesto in cui si è trovato a vivere, un po’ la sua fragilità, la malattia che col tempo si è impossessata di lui. Un po’ anche le proposte da cui si è lasciato catturare,  le scelte non sempre adeguate, i rimedi non sempre efficaci che gli sono stati offerti. Questo non è il processo di Michele. Non ne ha bisogno e non spetta a noi. Ma in questa circostanza possiamo chiederci se siamo custodi della nostra irripetibilità, del dono che ci appartiene, se come chiesa e come società guardiamo ad ogni ragazzo che viene al mondo, come ad un figlio unico, prezioso e mai replicabile. Guarda di non lasciarti clonare, attento a chi disperde la ricchezza che ti appartiene, sta in guardia a chi promette e non mantiene. Occhio ai venditori di fumo, non solo per modo di dire. Sei originale, non morire fotocopia (Carlo Acutis), men che meno brutta copia.

2.    Ma, mentre questo figlio viene portato al sepolcro, Gesù si accosta, pieno di compassione. Ecco penso che Gesù oggi guardi Michele così: pieno di compassione. E con la stessa compassione guardi a sua madre, a suo zio, a tutti noi. La compassione è il giudizio di Dio, l'unico giudizio. Noi quando guardiamo certe situazioni, forse anche quando abbiamo incontrato Michele e quelli che un po’ gli assomigliano, quando abbiamo incontrato la sua famiglia, non abbiamo avuto sempre compassione. Ci siamo lanciati nei giudizi, ci siamo spregiudicatamente schierati da un’altra parte, abbiamo evocato interventi drastici e punitivi. Così impari, così si fa! Ci siamo dimenticati di chi è Dio e ci siamo dimenticati di chi siamo anche noi. Perché ognuno di noi porta ferite con sé, ognuno porta fragilità, colpe, peccati. A volte solo meglio nascosti. A questa umanità sofferente Gesù dona la medicina della compassione, forse quella che ci ha portato in chiesa quest'oggi e quella con cui ci manda a guarire il mondo. Ceto, non essere superficiale, sta attento a quello che accade, accertati sulle responsabilità, chiama il male per nome, denuncia se occorre, ma ricorda che i grandi cambiamenti degli individui e della società non li producono giudizi e condanne, ma la misericordia, il perdono e la fiducia sull’uomo. Anche per quell’uomo che sei tu. Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Compassione e misericordia. Cristo è morto così.

3.    Infine Gesù si avvicina: Accostatosi, toccò la bara. Avvicinarsi e toccare, due verbi pieni di prossimità nella quale Dio si fa presente e genera vita. Forse Gesù oggi ci dice la stessa cosa: avvicinati, tocca! Porta un po’ della vita di Dio, di quello che lui sogna, di quello che segretamente suggerisce ai suoi figli. Portalo ai ragazzi, come Michele, perché non si arrendano mai, perché non siano sopraffatti dal male e non ne siano sedotti. Ma portalo anche come l’ha fatto Michele, perché, a dispetto della drammatica e sconsiderata sua scelta di togliersi la vita, lui cercava e difendeva la vita, ma una vita vera, sottratta ad ogni schiavitù e agli sconti. Basta leggere i suoi post su fb per riconoscervi il legame intenso con l’Africa, terra alla quale sapeva di appartenere e rispetto al cui sfruttamento non si rassegnava, per i migranti nelle cui tragedie si sentiva coinvolto, per i malati come lui nelle cui storie c’era a volte la latitanza di chi avrebbe dovuto aiutare e l’inefficacia delle soluzioni. "lo faccio perché ho il terrore di finire ancora legato ad un letto, lo faccio perché non mi va più di chiedere per qualunque cosa, lo faccio perché ho una dignità". Michele se ne va, se ne va in un modo che non avremmo voluto, ma se ne va lasciandoci un messaggio di verità e di vita, perché mettiamo mano, come Gesù, alle bare di questo nostro tempo e liberiamo speranza, autenticità, riscatto. «Giovinetto, dico a te, alzati!». Che Michele possa alzarsi alla vita di Dio e che possiamo alzarci anche noi a difenderla e a liberarla.

sabato 26 settembre 2020

Omelia 20 settembre 2020

 

Venticinquesima domenica del T.O.

È morto don Roberto Malgesini, un prete pieno di carità, ucciso da uno di quei poveri cui ogni mattina portava la colazione. Troppo buono, ripetevano in tanti. Ma forse, troppo è il nome di Dio e per i suoi discepoli troppo non può che essere la forma della loro vita. Ce lo dice anche la parabola di oggi con un padrone troppo buono che fa girare le scatole a quelli che lo vorrebbero troppo giusto. Un’altra parabola che sovverte la nostra idea di Dio, che ci dice che lui è oltre le nostre rappresentazioni, anche le nostre ponderate e religiose aspettative. I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Vediamo come funziona questo Dio. L’azienda, l’ingaggio, la retribuzione.

1.    L’azienda: Dio ha una vigna. La vigna è qualcosa di bello, è l’appezzamento cui tieni di più. La vigna racconta una storia, custodisce progetti, raccoglie attese. Non è un campo di cetrioli. Con questa immagine Dio descrive la terra che ha in mente, quella per cui lui si spende e quella per la quale ti chiede di collaborare. Don Roberto credeva in questa terra: la terra della fraternità, della solidarietà, dell’inclusione. È una terra ben diversa da quella dei tre giovani che hanno ucciso Willy, che percepivano il reddito di cittadinanza frequentando hotel di lusso e correndo con macchine fuoriserie. Terra di violenza, di sopraffazione, di imbroglio, di ruberie. Cosa stai coltivando? In quale campo lavori? La violenza diffusa tra i ragazzi ci domanda attenzione sui modelli che stiamo loro proponendo. Non solo quelli delle furberie e della prevaricazione, ma anche quelli del nulla e dell’evasione, della vita il cui obiettivo è il video su Tik-Tok e i like che porti a casa. 

2.    L’ingaggio. Un altro aspetto importante di Dio e che lui non si stanca di chiamare. A tutte le ore. E non gli dispiacciono neanche i last minute. L’ingaggio è sempre possibile. Perché non è questione dell’azienda in cui entri: è questione di te, della tua vita. L’azienda sei tu e, pur di averti, Dio apre per cinque volte al giorno l’ufficio di collocamento. Sabato iniziano i corsi di preparazione al matrimonio. Vedili come un’occasione di ingaggio che Dio ti rivolge, ma non immediatamente per sposarti in chiesa, bensì per dare forza alla tua vita di coppia, a quella relazione che hai messo in piedi. Non è mai troppo tardi per parlarsi, per verificare alcune dinamiche. Altrimenti sei preoccupato della casa, del mutuo, del lavoro, del figlio che magari nel frattempo arriva. E non hai mai verificato il rapporto con il tuo compagno. Vivete insieme ma siete due galassie che non si incontrano più. Entra nella vigna, entra in una progettualità. Non consegnare all'ozio la tua relazione di coppia. Non è mai tardi per essere quello che puoi essere. In famiglia, a scuola, nel lavoro, nel volontariato, in parrocchia.

3.    Infine l’aspetto più delicato: la paga. Uguale per tutti. Qui è l’aspetto più sconcertante di Dio: non funziona in base ai meriti tuoi, ma in base ai meriti suoi, quelli dell’amore, libero dal calcolo, abbondante, sorprendente. Con te ha pattuito una ricompensa: l’hai avuta, perché ti dà fastidio che la prenda anche l’altro, uguale alla tua? Perché a volte ci prende l’invidia? L’invidia nasce dalla sensazione che l’altro sia stato più fortunato. Lui si è divertito, io ho lavorato. Io mi sono comportato bene, lui si ne ha fatte di cotte e di crude. Gli operai della prima ora brontolano perché loro hanno sopportato il peso della giornata e il caldo. L’unica cosa che registrano è la fatica in un lavoro che sembra più una schiavitù che un’opportunità. Qui è il problema. L’invidia nasce quando pensi che l’ozio sia meglio del lavoro, lo sbragamento meglio dell’impegno, il billionaire meglio della tua giornata di lavoro, l’avventura meglio di un progetto famiglia, il bar meglio del volontariato. La differenza non è in quello che otterrai, ma in quello che hai vissuto, nella passione che hai messo, nelle ore di lavoro in cui hai creduto di realizzare qualcosa di bello. Se qualcuno ci arriva dopo a scoprire questa realtà per Dio è una gioia, ma a te non toglie nulla di tutto il bene di cui sei stato artefice. Allora lascia da parte le rivendicazioni sindacali. Riscopri il pezzo di vigna che il Signore ti affida: se già stai lavorano vivi il tuo lavoro con gioia, se scopri di essere disoccupato, guarda che il Signore sta ancora passando e rinnova l’invito: Va’ anche tu nella mia vigna.

domenica 16 agosto 2020

Omelia 16 agosto 2020

Ventesima domenica del tempo ordinario

A volte capita. Butti dei semi nell'orto, in un terreno ben preparato e la crescita è stentata, sottodimensionata, incapace di dare gli ortaggi sperati. Viceversa un seme, finito per caso in un angolo del giardino, sviluppa una potenza straordinaria: cresce e produce i frutti più buoni di sempre. E ti stupisce! È il vangelo di oggi. La missione iniziale di Gesù è per le pecore perdute della casa di Israele: per loro è venuto. Vuole spargere il seme buono della sua parola e della sua azione per il popolo dell’Antica Alleanza, terreno che Dio ha dissodato da tempo. Ma, con sorpresa, una donna cananea, una straniera, dimostra di essere una terra più ospitale, una terra aperta all'iniziativa divina, capace di stupire Gesù e di provocare un cambiamento della sua stessa azione, come se Gesù volesse lasciarsi convertire da questa donna. Di che terra si tratta? È la terra della fede, che può diffondersi ovunque, anche dove non lo penseresti. Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri. Mentre domenica scorsa i discepoli venivano rimproverati per la loro mancanza di fede, una donna li supera per una fede grande. E da quell'istante sua figlia fu guarita. Qual è la fede grande che opera i miracoli?

1.    È una fede che fa posto agli altri, all'amore per loro, per la loro vita, per il loro futuro. Fa posto agli altri di fronte a Dio. Qui c’è una madre che non prega per sé, ma prega per una figlia molto tormentata da un demonio. Quante madri e padri hanno figli tormentati. A volte dalla malattia e dalla disabilità. Ma anche dal demonio del vuoto e dello sballo, della pigrizia e della mancanza di responsabilità, dell’ingratitudine e dell’assenza. Porta al Signore queste situazioni, anche se tuo figlio non lo sa, anche se ti deride, anche se non cambia niente. I miracoli avvengono quando vuoi bene, quando quel bene ti porta a sfidare l'impossibile, quando con quel bene ti presenti di fronte a Dio. Può Dio voler meno bene di un padre o una madre? Quando non puoi più parlare a Dio degli altri, parla degli altri a Dio: parlagli dei figli tormentati, ma anche dei tormenti dell'umanità perché Dio ha bisogno di gente appassionata dell’umano, che sappia portargli storie di fraternità, di solidarietà, di coinvolgimento. Quando presso Dio c’è un cuore che pulsa così, il miracolo è già in atto. Dio ha già concesso un pezzo del suo cuore.

2.    È una fede che resiste. Le risposte di Gesù appaiono fredde, disumane, inquietanti. Si va dal silenzio all'asciutta comunicazione di una missione: Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele. E quella donna che non demorde, che si avvicina sempre di più e gli sbarra la strada prostrandosi di fronte. Interessante vedere a questo punto l’atteggiamento dei discepoli che intervengono con Gesù: Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando. Perché dicono così? Perché quella donna fa loro pena? O perché è un fastidio? O perché mette in discussione la popolarità del loro maestro? Sembra che Gesù più che guarire la figlia della donna, debba guarire la fede dei discepoli. I discepoli vogliono sbarazzarsi del problema, vorrebbero un miracolo veloce e ad effetto, un Dio 118 che manda l’ambulanza in tempo utile. Ma Dio non è così. Qualche volta ti fa passare attraverso l’aridità per farti crescere o per far crescere qualcun altro. A volte ci sono dei figli che sfidano i genitori, degli amici che ci provocano proprio sulla resistenza della fede. Il coronavirus è l’ambiente dove queste perplessità si diffondono. Dov'è Dio di fronte a quello che sta succedendo? E il credente è messo sotto processo. Mai come in questo tempo, servono sentinelle, uomini e donne che ostinatamente si mettano di fronte al Signore, sbarrando non solo la strada a lui, ma anche a coloro che in maniera troppo sbrigativa vorrebbero trovare risposte o liquidare le domande. Perché su Dio ci possiamo sbagliare, convinti di essere già credenti, di esserlo più degli altri o di non avere bisogno di esserlo. Un rischio per chi va a messa, ma anche per chi non va. Vado a messa quando mi sento. Chi sente cosa? E Dio può sentire qualcosa anche lui? Piuttosto che andare di malavoglia, meglio non andare. Sei sicuro che Dio la pensi così? Un padre vede volentieri  i suoi figli, anche quando loro non ne hanno voglia. Oppure, come mi ha detto una ragazza l'altro giorno: Ma credi che siano meglio quelli che vengono a messa? Ma Dio, secondo te, è là che fa le graduatorie di chi è meglio o è peggio? No. Tutti figli amati per lui, attesi. Gesù non risponde subito a quella donna che lo supplica per costringere tutti a chiedersi: che Dio hai incontrato? Lo hai incontrato?

3.    Infine fede è la risposta audace con cui l'uomo sorprende il Signore. Come la Cananea che non si lascia intimorire dalle parole di Gesù e lo supera a destra. Non è bene prendere il pane dei figli per darlo ai cagnolini... dice Gesù. E lei: Ma anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Gesù non può resistere di più. La donna lo ha spiazzato. Ti sia fatto come desideri. La fede che compie il miracolo nasce da risposte spiazzanti che dai a Dio. Che cosa può spiazzare il Signore? In questi giorni è uscito uno studio su alcuni religiosi claretiani che a Parigi, durante la seconda guerra, hanno falsificato i registri di battesimo per mettere in salvo una cinquantina di ebrei. Anche in questo caso Dio si sarà sentito spiazzato! Come lo spiazzano i gesti audaci del perdono, l'amore di chi non fugge e rimane accanto; lo spiazza la tua resistenza vigile, intelligente, umile anche quando una situazione ti sta massacrando, lo spiazza vedere una piccola apertura rispetto al lockdown della tua anima. Si ferma di fronte e dice: Davvero grande è la tua fede!  E che in questa fede il Signore ci faccia camminare, suggerendoci l'incontro vero con Dio e sentendo che ad esso è atteso ogni uomo. 


sabato 15 agosto 2020

Omelia 15 agosto 2020

 

Assunzione della B. V. Maria 2020

È stato inaugurato il nuovo ponte di Genova e Renzo Piano, il progettista, ha detto che è un ponte di luce. Dal ponte, chi viene dal nord vede la luce che arriva dal mare.

Ma oggi c’è un altro ponte di luce. È Maria che ci invita a ritrovare i riflessi del cielo, a riempire di speranza la vita. Non vivere di muri, ci dice la Vergine: cerca aperture, passaggi, orizzonti che ti aiutino a guadagnare la vita in ampiezza. Non soffocare. E attento anche alle aperture ambigue, ai passaggi insidiosi. Non tutti i varchi dischiudono vita. I resoconti della movida ne sono il segno. Non lasciarti catturare. Qual è il ponte da cercare e da percorrere? Il ponte di Dio attraversa tre esperienze particolari che la Vergine ci insegna ad affrontare.

1.    Il ponte di Dio attraversa la morte. È un’esperienza con la quale ci misuriamo a fatica, che tendiamo a rimuovere con imbarazzo e paura. Finché non ci si presenta nuovamente di fronte con tutta la sua provocazione e capacità di inquietarci. Maria assunta in cielo è un invito alla fiducia e alla speranza. Dio non ci perde, né perde i nostri cari e neppure ciò che di bello abbiamo vissuto con loro, lacrime, sorrisi, carezze, vicinanza, sostegno. Ce lo ricordava S. Paolo: Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. E dopo di lui risorgono quelli che gli appartengono. La prima a risorgere è Maria, capofila di una carovana recuperata dall'amore di Dio. Qualche giorno fa è morto Tilio Sabbadin e lui confidava ai suoi cari che non aveva paura della morte perché era convinto che sua madre gli sarebbe andata incontro. Credo sia proprio così. La morte è un parto, una nuova nascita: nuove braccia sono pronte ad accoglierci, quelle di Gesù, quelle della Vergine, quelle delle persone che ci hanno voluto bene e abitano già il mondo di Dio.

2.    Il ponte di Dio attraversa il potere del male. La prima lettura ci ha parlato di un enorme drago rosso che scaraventa a terra le stelle del cielo. Sette teste, dieci corna, sette diademi. Un drago forte, arrogante, regalmente ornato. Un drago che sembra avere la meglio sul mondo, su Dio, sui discepoli di Gesù Cristo, sulle logiche del vangelo. Ma Dio non si lascia intimorire. E in questo scenario di morte lui continua a generare vita. Mette al sicuro il Bambino nato da quella donna insidiata dalla bestia e mette al sicuro la donna stessa. In quella donna è riconoscibile Maria, ma è riconoscibile anche la comunità dei discepoli del Signore. Come se volesse dirci: non avere paura del male, non può prevalere. Per quanto altezzoso, borioso, mostruoso Dio è più forte. Sono le parole del magnificat, inno di speranza di fronte al proliferare del male. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha rovesciato i potenti dai troni. ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. Maria ci invita a passare attraverso il ponte della non rassegnazione. Che tristezza le vicende di quei politici che hanno cercato i contributi destinati alle misure anti Covid. Tristezza rispetto a chi di quei soldi davvero ha bisogno, perché un'attività imprenditoriale che manteneva una famiglia e qualche operaio si sta sfasciando.  È questo il drago rosso che oggi ci insidia: quello del così fan tutti, io non sarò scoperto, approfittiamo della situazione. Maria ci invita ad attraversare il ponte della correttezza, dell’onestà, della giustizia. Qui c’è il parto del mondo nuovo.

3.    Infine il ponte che Dio attraversa è quello delle persone che ti vogliono bene e ti aiutano a individuare il tuo bene. Come la Vergine che va a trovare la cugina Elisabetta. La sua assunzione comincia con questo viaggio verso la montagna. Cosa c’era nel cuore di Maria dopo l’Annunciazione? Stupore, incomprensione, incertezza. E quando arriva da Elisabetta, basta un saluto per scoprire una sintonia profonda, per sentirsi capita. Benedetta tu fra le donne, benedetto il figlio che porti in grembo! Molti ponti importanti della vita sono quelli che ci aprono gli altri e sono quelli che noi apriamo agli altri. Penso alle persone che stanno vicino a un famigliare disabile o anziano, mentre tutte le strutture assistenziali e associative chiudono o stabiliscono distanze. Sei un ponte su cui corre la luce di Dio. Quali ponti dobbiamo riaprire, quali ristrutturare? Un ponte di ascolto, di vicinanza, di perdono… Non sono i muri che salvano, ma le arcate. E un pilone forse lo sei anche tu. Come la Vergine che oggi è ponte verso il cielo, come quel cielo che attraverso di lei diventa più vicino.

domenica 9 agosto 2020

Omelia 9 agosto 2020

 

Diciannovesima domenica del T. O.

Com’è difficile approdare all’altra riva, specie se nella riva in cui ti trovi le cose sembrano andar bene. È quello che succede ai discepoli. Dopo la moltiplicazione dei pani e il successo ottenuto da Gesù non erano propensi ad andarsene. Tant’è che Gesù li deve obbligare. Subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Perché bisogna andarsene altrove? Perché Gesù non vuole gente da bagnasciuga, ma rematori. Non ha bisogno di raccogliere applausi bensì nuove disponibilità, nuove storie di vita, di profondità. Ognuno ha una riva che lo aspetta: della serenità interiore in un tempo in cui l'ansia ti imprigiona, di un perdono senza il quale viviamo male i giorni, di una nuova disponibilità verso qualcuno che ha bisogno di noi, di una scelta di vita dopo lunghe e inconcludenti tergiversazioni. Gesù costringe anche noi a partire e ci consegna la sua carta di navigazione.

1.    Anzitutto il fatto che mentre i suoi discepoli sono sulla barca lui non se ne sta al bar, ma sul monte a pregare, a lungo. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. È molto rassicurante questo aspetto. Noi preghiamo, ci affidiamo alle preghiere di qualcuno, ma l’aspetto determinante della preghiera è che Gesù prega per noi. Sempre. Porta al Padre la nostra vita, le nostre vicende, i nostri crucci interiori. E mentre attraversiamo il mare agitato, anzi, ancora prima che si alzino le onde, egli conosce quello che sta per capitare. Mai perdere la fiducia in un Dio. Bello il discorso di Renzo Piano per l’inaugurazione del Ponte di Genova: È stato il più bel cantiere che ho avuto in vita mia. È stato straordinario. Ma non credo che si debba parlare di miracolo: semplicemente è stato che il Paese ha mostrato una parte buona. Dio è così. Lavora ai suoi progetti anche nelle tragedie e aspetta che ciascuno di noi tiri fuori la sua parte buona.

2.  Se vuoi raggiungere l’altra riva non devi aver paura dei fantasmi. Perché capita proprio così: Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Quali fantasmi ti impediscono di raggiungere l’altra riva? Il fantasma della solitudine, il fantasma della povertà, il fantasma della sfiducia, il fantasma del rancore. I migranti arrivano col virus addosso. Quanti fantasmi! Poi scopriamo che col virus arrivano anche i nostri ragazzi che sono stati in discoteca in Croazia o a Ibiza. E allora gridiamo di meno. Il fantasma è un malessere che si alza dentro di noi e ingigantisce la paura, i sospetti, le ansie. Quand'è che il fantasma si dissolve? Quando senti la voce di Gesù. Parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Noi ci spaventiamo quando perdiamo il contatto con quella voce e allora sentiamo ululati, dentro e fuori di noi. Bisogna smetterla di seguire i fantasmi e ascoltare un po’ di più il Signore.

3.  Infine l’altra riva la raggiungi se impari a camminare sulle acque, come Pietro. «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». E Pietro inizia una nuova attraversata, segnata dalle difficoltà e dal rischio di essere sommerso, ma anche da una nuova consapevolezza che riguarda l’apostolo: quella della fede. Uomo di poca fede, perché hai dubitato? I cristiani sono chiamati a camminare sulle acque dell’impossibile, sfidando la mentalità corrente. Pensate al tentativo di modificare ancora una volta la legge sull'interruzione di gravidanza. Non basta l’introduzione della Pillola Ru486 che sembra trasformare una pratica abortiva all'assunzione di una specie di aspirina. Ora lo puoi fare anche a casa tua, non solo fino alla settima, ma fino alla nona settimana di gestazione. Un passo in avanti, dice il ministro Speranza. Avanti verso dove? Verso la libertà della donna che vivrà in solitudine questo momento? Verso il coinvolgimento improbabile del suo compagno: non c’entra anche lui? Verso l’assistenza affidata a un centralino nel caso di imprevisti? Allora sei consapevole che potrebbero verificarsi. Certo, molto più complicato camminare sulle acque inquiete di una gestazione imprevista, ma non ci sei solo tu. C’è la mano di Gesù che ti rialza. È la mano di chi può darti una mano ed è la mano del figlio che porti in grembo: una mano debole e forte, che ti salva mentre lo salvi. Camminare sulle acque, con l’audacia dell’impossibile e la fiducia di raggiungere una riva nuova, con lo stupore dei perduti ritrovati e di chi capisce che forse non è solo.