sabato 28 marzo 2020

Omelia 22 aprile 2020


Quarta domenica di quaresima


È molto bella l’immagine di Gesù che apre gli occhi al cieco. Gesù che impasta del fango e lo stende sugli occhi in un gesto che sa di creazione. Ce lo suggerisce molto bene l’immagine del pittore Giovanni Vanzulli, che raccoglie il gesto di Gesù intorno alle sue mani energiche che danno vita e danno luce, come quando Dio plasma l’uomo con la polvere della terra. 
Gesù è venuto a ricreare la nostra vita, a darci luce. A darcela anche in questo momento di oscurità dove sentiamo che non solo è sempre più difficile vivere, ma è anche più difficile credere. Perché ci siamo attivati parecchio: messe in streaming, benedizioni eucaristiche, rosario, preghiere alla Vergine, ai Santi. E Dio che sembra tacere. Dove sei, Signore? Accendi la tua luce? E lui che dice: È per un giudizio che sono venuto nel mondo, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi. I ciechi siamo noi. Accecati dalla nostra presunzione, dalla voglia di far fare a Dio quello che vogliamo noi. E Gesù vuole accenderci occhi differenti, gli occhi della fede. Per rinascere nella luce di Dio dobbiamo superare tre varchi, tirarci fuori da tre pensieri malati che segnano i personaggi del vangelo di oggi. La ricerca delle colpe, la presunzione eretta a sistema, l’omertà.

1.     I discepoli. Questi frequentatori di Gesù si rivolgono a lui e gli chiedono: Signore, chi ha peccato, lui o i suoi genitori se è nato cieco? A volte non vediamo perché siamo preoccupati di ricercare le colpe altrui. Le colpe dei cinesi, le colpe di chi ha viaggiato da un paese all’altro, le colpe dei veneti e dei lombardi, forse anche le colpe degli uomini che hanno attirato il castigo di Dio. Gesù fa saltare il gioco delle colpe e anche il collegamento colpe-castigo divino. Né lui ha peccato, né i suoi genitori. Ma è perché siano manifestate le opere di Dio. Alcune nostre scelte non sono senza responsabilità ma a Dio non piacciono i talk-show delle accuse e, nella nostra fragilità, racchiude la sua recuperabilità, i suoi prodigi. Pensate al dato di ieri sera, a quell’appello fatto ai medici per il quale lo stesso ministero della sanità non pensava di raggiungere più di un centinaio di disponibilità. Hanno aderito in ottomila. Certo, la tragedia rimane e puoi continuare a chiederti di chi è la colpa se non arrivano le mascherine. Ma Dio illumina il mondo da un’altra parte, anche questo mondo oscuro del virus. Dalle colpe alle sorprese.

2.    Poi ci sono i farisei. Questi sono i difensori della legge, i difensori di Dio, gente che vuole vedere meglio di lui. E così fanno indagini, insistono negli interrogatori del povero cieco guarito. Ma non vanno oltre alle loro idee, a quello che loro hanno già deciso. Anche questo ci rende ciechi: la presunzione, la  voglia di saperne più degli altri e di aderirvi così fortemente da perdere il senso della realtà. Siamo come Donna Prassede dei Promessi Sposi. Poche idee, alle quali era molto affezionata. Tra le poche molte di storte e non era detto che le fossero le meno care. Pensate a quello che sta succedendo. Quante idee: dalla banale influenza ai pipistrelli, ai complotti internazionali, agli interessi farmaceutici. E giù di video e intervista sui social che alla fine l’obiettività e la serenità se ne vanno a passeggio. Cosa dice il cieco? Io non so se sia un peccatore; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo. Il cieco muove dal principio della realtà: cosa puoi osservare? Lascia stare per ora i retroscena e abita questo momento. Osserva quello che succede: se guardi il numero dei morti capisci che non è la banale influenza; se vedi come funziona il contagio capisci che starsene a casa è un gesto importante, se dai un occhio all’ospedale capisci che la sanità è un bene non del tutto aziendabile. Smettila di osservare le tue idee: la realtà è il luogo dove il Signore ti dà appuntamento per imparare a vedere. Alla realtà facevamo fatica a guardare anche prima del virus: vivevamo in una bolla, la bolla del successo, la bolla dell’economia senza regole, la bolla del divertimento. E ci pareva che dovesse andare proprio così. Il mondo non si può fermare. Gesù ci invita a guardare col principio della realtà. Ci vedi quando ai miraggi subentra la verità.

3.    Infine i genitori del cieco. Hanno paura di essere banditi dalla sinagoga e quindi le loro risposte sono evasive, omertose. Certo, è nostro figlio, è nato cieco. Come ora ci veda non sappiamo. Chiedetelo a lui, ha l’età. Anche loro sono ciechi. Vedono solo la loro paura, la possibile esclusione sociale, il rischio di dover prendere posizione, di coinvolgersi. Tu ci vedi quando ci sei, quando non ti tiri indietro e la fede continua ad accompagnarti. Quando non fuggi alla preghiera della sera con la tua famiglia, quando resisti di fronte al veleno di chi spara contro Dio e contro la chiesa anche in questo tempo, quando continui a vivere la tua fede, nonostante il silenzio di Dio. Dio non ti da quello che chiedi, ma quello che credi. Tu credi nel Figlio dell’uomo? Credo, Signore! E si vede nella misura in cui si è disposti a credere.



Fratelli, un tempo eravate tenebra: ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli della luce.

domenica 15 marzo 2020

Omelia 15 marzo 2020


Terza domenica di quaresima

Con un’audacia di cui forse solo l’artista dispone, il sacerdote e pittore tedesco Sieger Köder, morto cinque anni fa, mostra l’interno di un pozzo. Sopra, sui bordi dell’anello, una donna che vi si affaccia. In basso, riflessi sull’acqua, due volti: quello della donna e quello di Gesù. La donna guarda l’acqua e Gesù guarda la donna. Come se l’autore volesse dirci: Dio è compagno della sete, di ogni sete degli uomini. E anche lui si fa assetato, per starti accanto, per condividere, per dirti che ben comprende ciò che stai vivendo. Nel pozzo della tua vita trovi lui. Donna, dammi da bere.

1.    È il primo messaggio, pieno di speranza e di vita di questo vangelo. Pensate a questa donna. Di che cosa era assetata? Vai a chiamare tuo marito. Ma quale? In effetti di mariti ne ha avuti cinque. È una donna che ha sete di amore, forse di un amore vero, che va oltre i frainten-dimenti, oltre i tradimenti, oltre le offerte speciali. E Gesù non giudica, non sentenzia. Ma neppure rimane inerte. Gesù si tuffa nella nostra sete perché non ci fermiamo a sorgenti screpolate, perché troviamo l’acqua viva. Di che cosa abbiamo sete in questi giorni? Abbiamo sete gli uni degli altri, soprattutto di chi non vediamo, abbiamo sete di vita, quella che un virus vorrebbe sottrarci, abbiamo sete di verità, quella oltre la quale nutriamo sempre sospetti o complotti, abbiamo sete di gratitudine, quella che cerchiamo di dire a medici e infermieri. Ecco, forse Dio ci dice innanzitutto questo: abita la tua sete, perché è un’occasione per ritrovare te stesso, l’autenticità della vita dopo la tanta Coca-Cola o gli spritz che ti hanno ingannato e non sono riusciti a dirti fino in fondo chi sei. Ascolta la tua sete. Come diceva S. Giovanni della Croce: di notte cercheremo la fonte, solo la sete ci guida.

2.    Ma Gesù ad un certo punto apre le sue sorgenti: Se tu conoscessi il dono di Dio! Gesù fa capire che la nostra sete invoca un’altra acqua, l’acqua viva che è lui. È quel salmo bellissimo che dice la domenica mattina: O Dio tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, come terra deserta, arida e senz’acqua. A volte dubitiamo, come Israele ci chiediamo: Il Signore è in mezzo a noi, si o no? Ma lui c’è. In questo tempo assetato, Dio ci dà appunta-mento per aiutarci a capire che la nostra sete invoca lui, sorgente di acqua viva. Pensate a quello che sta capitando: persone che si ostinano a chiederti quando sarà la messa anche se sanno benissimo che è stata sospesa, o persone che ti chiedono di venirci di nascosto. Pensate però anche alle famiglie che hanno ricominciato a pregare insieme, alla gente che ha ripreso in mano il vangelo, a chi non avendolo mai fatto prima, ora dice il rosario. Forse questo tempo, segnato dalla secolarizzazione, così secolarizzato non è e Dio ci sta dando appuntamento, sta risvegliano la nostra sete di lui. Dammi sempre di quest’acqua, Signore. E quest’acqua ce l’hai già, perché come ricordava Paolo: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito.

3.    C’è un ultimo passaggio che Gesù ci suggerisce. Perché non solo indica alla donna la differenza tra l’acqua che lei cerca e l’acqua che è lui, ma aggiunge: «Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». Questa è la sorpresa di Dio: nei cammini desolati della vita, tu diventi un pozzo! Un pozzo che disseta! Prova a donare acqua buona: lo stanno facendo molti medici e infermieri, alcuni dei quali accettano di essere trasferiti nei reparti più problematici per sostituire colleghi positivi. Lo stanno facendo molti amministratori e gli uomini della protezione civile, gratuitamente. Lo stanno facendo molti genitori e nonni riempendo di speranza la vita di figli e nipoti. Lo stanno facendo invisibilmente tutti quelli che pregano.

"Buon giorno", disse il piccolo principe.
"Buon giorno", disse il mercante.

Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
"Perché vendi questa roba?" disse il piccolo principe.

"E' una grossa economia di tempo" disse il mercante. "Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantetrè minuti alla settimana".
"E che cosa se ne fanno di questi cinquantatrè minuti?".
"Se ne fa quel che si vuole..."

"Io", disse il piccolo principe, "se avessi cinquantatrè minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana...". Il Piccolo Principe, XXIII



Ci aiuti il Signore, in questo tempo di fatica e speranza, a camminare adagio, adagio e a diventare fontane. Della sua acqua.

martedì 10 marzo 2020

Omelia 8 marzo 2020


Testo dell'omelia di domenica scorsa durante la messa in streaming. Testo un po' più strutturato di quello a braccio e con il terzo punto che è saltato nella diretta. Pagassimo poco la Telecom che assicura un penoso upload... Beh, a tutto c'è rimedio.
La Trasfigurazione di Raffaello la trovate qui 
https://it.wikipedia.org/wiki/Trasfigurazione_(Raffaello)#/media/File:Transfiguration_Raphael.jpg  


Seconda domenica di quaresima


C’è una parola che ritorna con una certa frequenza. Sospeso. Gare, riunioni, spettacoli, scuole e perfino la messa. Tutto sospeso, in questa strana quaresima di emergenza, dove tanti riferimenti quotidiani vengono a mancare.

Anche Gesù oggi è sospeso: ma in una sospensione buona, promettente, tra la terra e il cielo.

Ce lo ricorda bene la Trasfigurazione di Raffaello, ultimo dipinto prima della morte del pittore nel 1520. Gesù è sospeso in un’immagine bellissima piena di luce. Le mani verso l’alto e verso l’osservatore, nell’atteggiamento di si rivolge al Padre e da lui si lascia afferrare e di chi sembra voler arrestare qualcosa di oscuro, come se Gesù dicesse: “Non aver paura, fidati di me”. In effetti il dipinto comprende una doppia rappresentazione: sopra la Trasfigurazione con i discepoli, Mosè ed Elia; in basso la scena della guarigione del ragazzo epilettico, raccontata da Matteo subito dopo. E quella guarigione aveva messo alla prova i discepoli, incapaci di guarire il ragazzo. Le mani che si agitano, il ragazzo con gli occhi stralunati, apostoli disorientati nonostante i libri aperti delle scritture. È quello che viviamo anche noi in questi giorni di coronavirus. Non sappiamo più che fare e tra apparente sufficienza rispetto a quanto accade e senso di impotenza, l’ansia ci morde. Ma qualche mano da questa concitazione invita a sollevare lo sguardo, a osservare il cielo. E allora ritrovi Gesù e quello squarcio di speranza che ridona equilibrio alla vita. Gesù che ti invita a salire, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni. Sali, guarda la vita da una prospettiva diversa, non solo il carrello della spesa, la gestione dei figli. Gesù, forse, osa ancora di più: non solo la salute, anche se ora ci appare come il bene supremo. Ritorna a dare cielo alla tua vita, non lasciarti vincere dalla paura, perché le ombre non avranno la meglio. Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ci fa bene questa anticipo pasquale, perché di pasqua ne hai sempre bisogno, anche prima che arrivi. Signore, è bello per noi essere qui.

Ma questa bellezza è forse anche in mano nostra, è visione che si apre accogliendo i passaggi con cui essa si propone.

1.    Mosè ed Elia. È la storia che precede Gesù, storia cui lui appartiene, storia che lui non rinnega. In questo tempo particolare prendi contatto con la tua storia e fanne racconto, memoria buona, per te, per i tuoi figli, per i tuoi nipoti. La storia della tua vita, la storia della tua fede. Momenti importanti vissuti con Dio, con chi ti ha accompagnato per un pezzo di strada, con le persone importanti per te. Noi siamo il nostro cammino, la memoria ci custodisce e ci consente di ritrovare quello che di cui talvolta avremmo voluto sbarazzarcene, ritenendolo inutile. Mentre inutile non è, anzi, è vitale. Come vitale è il ricordo di Dio. Talmente importante che lui ha deciso di abitare il suo stesso ricordo, facendone non solo memoria, ma memoriale, occasione rinnovata della sua presenza in ogni eucaristia. Torna a ricordare quel Dio che un giorno ti ha abbracciato e non ti ha mai mollato, in barba …alle regole del coronavirus!

2.    Poi quella voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». La voce che già si era udita al Battesimo di Gesù, ora aggiunge un invito: ascoltatelo. Si diventa uomini e donne della trasfigurazione se ascoltiamo Gesù. Chi ascoltiamo in questi giorni? Voci confuse, terrorizzate, polemiche, sarcastiche… Voci fuori e dentro di noi, che si susseguono, si sormontano. E queste voci generano una sola cosa: paura. Scomposta, sproporzionata, inconfessata, ma sempre paura. Prova ad ascoltare Gesù. Quali sono le prime parole che egli rivolge ai suoi discepoli, dopo la trasfigurazione? «Alzatevi e non temete». Alzatevi: è il verbo della risurrezione perché la nostra grande paura è la morte. Ma Gesù l’ha vinta, non ne sei più schiavo, puoi alzarti. E poi: Non temete, la celebre rassicurazione che ritorna per 365 volte nella Bibbia, una per ogni giorno dell’anno, perché il Signore sa che la guarigione dalla paura ha bisogno di costanza. Tra noi che ascoltiamo e lui che ci incoraggia. Non mollare l’ascolto. Egli ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo.

3.    Infine la trasfigurazione ha bisogno di gente che scende dal monte. E che veda le cose in maniera diversa: Alzando lo sguardo non videro più nessuno, se non Gesù solo. Vuol dire abitare il quotidiano attivando uno sguardo superiore (alzando!) per intravedere Gesù, i suoi disegni, il suo stile. Nella tua vita di sposato, di consacrato, di prete. A volte ce la giochiamo in autonomia: c’è Gesù nella tua vocazione, te ne sei dimenticato? Non solo per quello che ti chiede, quanto per quello che ti dà! Alza lo sguardo come genitore: cosa ti suggerisce Gesù per i tuoi figli? Magari a far crescere in loro il senso della responsabilità perché la vicenda che stiamo attraversando coinvolge tutti. Alza lo sguardo come donna, in questo 8 marzo: quali presenze ti affida il Signore, nella chiesa, nella società? Penso alle tante donne medico, infermiere, oss, biologhe che in questi momenti si spendono senza risparmio. Non so se alzino sempre lo sguardo su Gesù. Certo che lo sguardo ce l’hanno sugli ammalati. E negli ammalati c’è lui, garantito. Ecco la trasfigurazione, che percorre la vita e rende questa vita vivibile, non sempre facile, ma pur sempre degna di questo nome. Uomini e donne della trasfigurazione. Con loro il cielo torna ad aprirsi.  

Omelia 1 marzo 2020


Prima domenica di Quaresima 
(appunti riflessione comunitaria in assenza della messa)



1. La tentazione è una costante nella vita del credente: è la sensazione che, su strade diverse da quelle di Dio, si possa camminare meglio e raggiungere situazioni più felici. Ma è una illusione: è come quando in autostrada vedi un’altra carreggiata che ti corre accanto e vorresti prenderla, per fermarti quando vuoi, per non pagare il pedaggio, finché non ti rendi conto che quella strada ti porta poi da un’altra parte…

Le tentazioni poi hanno a che fare con la storia dell’uomo e gli scenari in cui vive. Oggi viviamo l’emergenza del coronavirus e anche questa stagione ha le sue tentazioni. Tentazione da coronavirus: vediamone i sintomi.

-      Carrello del supermercato pieno: mangia, sei un affamato e il cibo ti sazia! Non pensare agli altri che rimangono senza pasta, fa' la scorta a casa. Non di solo pane…

-      La ricerca delle colpe altrui: uno sport che ci piace. Ricordate? Erano i profughi a portarci le malattie, poi i Cinesi. E adesso profughi e  cinesi siamo noi e gli altri stati ci rispediscono a casa.  

-   La tentazione di forzare i blocchi: assurde queste misure, è un’influenza come tante! Ma gli ospedali cominciano a riempirsi. Forse non è come le altre volte.

Prima cosa da fare è smascherare la tentazione, chiamarla per nome. Finché non la riconosci, la tentazione ti vince, il tentatore vince.



2. Già perché nella tentazione c’è lui, il Tentatore, che sa fare bene il suo mestiere. Noi abbiamo ridotto il diavolo a un fumetto. Invece non perde occasioni per dividerci, per raccontarci menzogne, per insinuare sospetti; e non servono pronununciamenti ufficiali, basta un "ho sentito...",  “si dice...”. Il diavolo è il divisore e anche in questo momento è al lavoro: monta sul coronavirus e lo cavalca bene, per contrapporci (il divisore), per banalizzare (il menzognero), per screditare (il calunniatore).
Ma attenzione perché le tentazioni prima ancora del diavolo, sono abitate da Dio. Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto. Allora nella tentazione Dio ha qualcosa da suggerirci, la tentazione ci fa crescere: riscoprire la nostra fragilità (onnipotente è un altro), riscoprire le relazioni importanti (hai perso qualcuno?), riscoprire la preghiera (non ti basti). Riscoprire, mentre la messa viene a mancare, quanto importante sia la messa. Come se Gesù ci chiedesse: Da uno a dieci, quanto ti manco?

Asia Bibi, dopo dieci anni di carcere in Pakistan con la falsa accusa di blasfemia, vive ora in Canada. In questi giorni era a Parigi. Intervista: Come ha fatto a resistere? Ho imparato a sentire interiormente la presenza di Dio e a comprendere quanto grandi siano i miracoli. Dio mi ha aiutato molto, mi ha dato pazienza in abbondanza. Chissà in quella cella senza finestre quante volte è stata tentata dall'assenza di Dio. Eppure proprio in tale esperienza Dio la aspettava. Forse in questi giorni aspetta anche noi. 



3. Un ultimo aspetto. La tentazione si supera dimorando nella Parola. Tutta la parola: Sta scritto “anche”. Il diavolo ci suggerisce parole di convenienza, Gesù ci invita a dimorare nell’anche della Parola. Le parole dimenticate, fraintese, evitate: quelle del perdono, della solidarietà, della misericordia, della semplicità. E non c’è modo di trovare queste parole “anche”, che dimorando nella Parola, aprendo i vangeli e ascoltando. Forse è un buon antidoto rispetto a quella comunicazione malata che fa coincidere la verità con la voce di chi grida di più e la confonde con il numero dei like raccolti in calce ad un post. Gesù non raccogli like: ascolta il Padre e quell’ascolto vince la tentazione. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. Torna ad aprire il vangelo, lascialo agire nella tua mente, nel tuo cuore, nelle tue scelte. Forse non arriveranno gli angeli, ma sarai tu, angelo di un nuovo annuncio, per chi ti vede, per chi dalla tentazione ha, come te, bisogno di uscire. 

lunedì 10 febbraio 2020

Omelia Luca Fochesato


Funerale Luca Fochesato (10 feb. 2020)

(Rom 8,31-35.37-39 / Mc 4, 35-41)

Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino e dormiva.

Sembra la descrizione di quello che stiamo vivendo in questi giorni, di quello che vive una famiglia che ha perso un figlio. Una tempesta, improvvisa e devastante, che scatena la sua furia non in mezzo ad un lago, ma sulle rive di una giornata di lavoro, in autostrada, mentre sta sorgendo il sole. E la notizia che si rincorre nei notiziari, nei blog, nelle teste e nei cuori, seminando sconcerto, rabbia, tristezza e soprattutto domande. Perché quando capitano fatti del genere è difficile comprendere e ci resta l’inquietante sensazione di essere in balia di forze oscure e forse di un Dio che, se c’è, ha smesso di interessarsi di noi.

Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». Domanda piena di risentimento, di sarcasmo, di rassegnazione all’ineluttabile. È finita. Destati, Signore. perché dormi? (Sal 44,24)

Ma il sonno di Dio non è la sua assenza. Quel sonno sulla barca è l’anticipo di un altro sonno, quello ultimo, quello che appartiene ad ogni uomo, quello che anche Gesù vive consegnandosi alla morte, unico modo per poterla incontrare ed affrontare. Il sonno di Gesù è il segnale di una battaglia ormai prossima, quella che lui combatterà in casa della morte, per strapparci dalle sue catene. La morte è la grande nemica. Tu non la puoi evitare, non puoi alterarne i tempi, la sua arrogante provocazione. Ma la puoi vincere, fidandoti di Gesù, partecipando alla sua lotta, sapendo che, dove le nostre forze vengono meno, lui agisce, dove facciamo fatica a vedere, lui ci vede bene: Nemmeno le tenebre per te sono oscure e la notte è chiara come il giorno: per te le tenebre sono come luce (Sal 139,12). Questa è la duplice verità che i cristiani custodiscono: che la morte è la comune destinazione degli uomini ma che dalla morte uno è tornato, scombinando per sempre i registri contabili degli inferi e segnando conti in perdita. E infatti, l’evangelista nota che Gesù si destò. In greco: diégheiro, il verbo della risurrezione, come se Gesù volesse dirci: non aver paura, abbiamo vinto; non lasciarti inquietare, ti porto fuori.

Come si vince la morte?

1.    La si vince rimanendo uniti a Gesù. Anche Luca è stato unito a Gesù, nel giorno del Battesimo. La vita a volte ci porta a dimenticarcene, a percorrere altre strade, ma Dio non ci perde. La sua fedeltà rimane per sempre, anche oltre i nostri andirivieni. Una delle esperienza più belle che ha accompagnato la vita di Luca è stata quella del canto, con il Moviechorus che aveva iniziato a frequentare quando era andato a lavorare a Rubano. Una passione gioiosa, avvolgente, contagiosa. E nei canti di Luca, quelli che gli piacevano, ci sono spesso le tracce di Dio. 9.000 (Nain thousand) days è il testo che ricorda i 27 anni di carcere di Nelson Mandela e la poesia di Henley che lo sosteneva nella terribile prova. Dal profondo della notte che mi avvolge, nera come un pozzo da un estremo all'altro, ringrazio qualunque dio ci sia per la mia anima invincibile. Qualunque Dio. Anche Luca era un cercatore di Dio e per questo aveva intrapreso anche il cammino di Santiago, esperienza della quale diceva: Finché non l’hai fatto, non sai che vuol dire. Ecco, noi siamo viandanti alla ricerca di assoluto, alla ricerca di Dio; ma mentre lo cerchiamo, lui ci ha già trovato. Ce lo diceva S. Paolo: Chi ci separerà dall’amore di Dio in Cristo Gesù? A volte siamo cercatori inquieti, pensiamo che Dio sia lontano e non ci rendiamo conto che lui ci porta in braccio e che stiamo camminando con le sue gambe. Prima di decretare la sua assenza prova a guardarti intorno, prova a spingere la porta, fosse anche la porta della prima chiesa che incontri nel tuo pellegrinare.

2.    Ma c’è un altro antidoto potentissimo contro la morte: l’amore. Quante volte Luca ha cantato Dolce sentire? Dolce sentire come nel mio cuore, ora umilmente sta nascendo amore. La morte regna dove c’è chiusura, odio, distanza, indifferenza, cattiveria. Gesù ha portato in casa della morte qualcosa di diverso: l’amore. Anche quello per i nemici, anche quello per chi l’ha messo in croce. Di fronte all’amore la morte perde la sua forza. Luca era un ragazzo che sapeva voler bene, sensibile, altruista, generoso. Sapeva cogliere nell’altro i bisogni nascosti e vi rispondeva con dolcezza e simpatia. Non a caso c’è un altro testo che lui interpretava e che gli piaceva proprio tanto: Seasons of love.

525. 600 minuti, 525. 600 momenti a noi cari
Come lo misuri, misuri un anno?
In luce, in tramonti, in mezzanotti, in tazze di caffè?
In centimetri, in miglia, in risate, in litigi?

Come misura l'anno di una vita?

Perché non in amore?

Misuralo in amore, stagioni d'amore.

Mi pare un bel messaggio, cui Luca ha dato consistenza con i suoi gesti d’altruismo, con le adozioni a distanza, con la decisione di donare anche i suoi organi. Della nostra vita resta soltanto questo: quello che abbiamo fatto per amore. Non quello che metti in tasca, ma quello che riesci a tirare fuori. Dio si nasconde nell’amore e quando c’è amore c’è già anticipo di paradiso.

3.    Infine di Luca ci rimane la gioia per la vita. come cantava: Perché son parte di una immensa vita, che generosa risplende intorno a me. E anche lui contribuiva a questa generosità: con la sua leggerezza, con la solare vicinanza che arricchiva di sorrisi non solo gli amici, ma anche l’ambiente di lavoro. Ci rimangono il suo rispetto, la sua discrezione, l’assenza di cattiveria perché Luca, appena percepiva che la conversazione diventava pericolosa e che qualcuno ne poteva diventare il bersaglio, cambiava discorso o simpaticamente diceva: Tasi, pensa par ti. Come Gesù che sgrida il mare: Taci, calmati. La morte è alleata dei giudizi malevoli, delle chiacchiere inutili, delle parole che feriscono. Luca non solo non bestemmiava ma circondava di rispetto e di fiducia la vita di ogni persona che incontrava. Dice la poesia di Mandela. Non importa quanto stretta sia la porta / Quanto impietosa sia la vita, / Io sono il padrone del mio destino: / Io sono il capitano della mia anima. Rimani capitano di te stesso, sembra dirci Luca, senza lasciare che qualcuno ti rubi l’anima, saccheggi i tuoi giorni e si impossessi della speranza che porti nel cuore.

Tale speranza ora si apre all’eterno e forse da quella grande bonaccia, Luca ci rivolge le stesse parole di Gesù: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?

Aiutaci, Signore, ad attraversare con te il grande mare della vita, ricordaci che tu hai vinto la morte, regalaci la certezza che i nostri cari non sono perduti e che su quella riva di eterno aspettano anche noi.

martedì 4 febbraio 2020

Omelia Luisa Zardo


Luisa Zardo in Pegoraro  (4 feb. 2020)
(Is 25,6.7-9 / Lc 24,13-35 )

Che sono questi discorsi che state facendo tra voi? Si fermarono col volto triste. E pensando a Luisa, un po' di tristezza affiora anche dal nostro cuore e dal cuore di chi maggiormente le ha voluto bene. Una vicenda che non ci lascia indifferenti, che ci scuote e che interroga Dio e i suoi disegni: Tu solo sei così forestiero da non sapere cos’è successo? A volte il Signore sembra estraneo alle nostre fatiche, incurante del nostro disorientamento, delle speranze che abbiamo perduto. 
Noi tutti speravamo. Verbo all’imperfetto a indicare un’azione in balia di un passato che non ha ancora finito di inquietarci. Dove sei, Signore? Dove sono le tue promesse? Dov’è l'amore nel quale è riconoscibile la tua presenza? 
Ma il Signore non risponde subito, non ha fretta: la sua vicinanza si fa ascolto dei suoi amici, cammino condiviso, accoglienza della tristezza e dello smarrimento che abita l’anima e offusca lo sguardo. Non importa, ci vede lui: per Dio le tenebre sono come luce.
E mentre i due di Emmaus raccontano, anche noi oggi vorremmo raccontare. Raccontare anzitutto Luisa, di prima. Prima di quel terribile momento in cui la malattia avrebbe segnato inesorabilmente i suoi giorni. Prima non era così. Prima Luisa era una donna energica e volitiva, determinata, piena di coraggio e di iniziativa. 
Terza di quattro fratelli, da piccola aveva pativo parecchio per la perdita della mamma, a sette anni. A dispetto di tale distacco, però, aveva tirato fuori grinta e intraprendenza, andando a lavorare un paio d’anni a Monza e investendo poi nuovamente nella famiglia, la sua. Aveva conosciuto Giovanni frequentando la parrocchia, l’aveva invitato al suo diciottesimo quando tali feste si facevano non in discoteca, ma sotto il barco, mangiando carrube e bagigi, forse con la musica di un mangiadischi. Manovre di avvicinamento con vari movimenti, fino al 1969, quando lei si era presentata al giuramento di lui, con la febbre addosso, a Casale Monferrato. Quattro anni dopo don Bortolo li avrebbe sposati. 
E ne è uscita una bella famiglia arricchita dall’arrivo di Enrico e Francesco, ma anche una famiglia più grande, fatta di parenti, di amici e da tanta gente che Luisa teneva insieme. Aveva la capacità di vedere le esigenze degli altri, di anticiparle, di rispondere con disponibilità, soprattutto mettendosi ai fornelli, dato che, complice il lavoro all'Istituto Alberghiero,  in cucina dava il meglio di sé. Anche la nostra parrocchia le è grata, per quello che ha fatto in numerosi campi estivi, in cui ha messo bravura, vivacità e tanta amicizia.
Diceva poco fa il profeta Isaia: Preparerà il Signore Dio su questo monte un banchetto per tutti i popoli. È il banchetto della fraternità, della condivisione, della gioia. Credo che di quel banchetto Luisa sia stata un certo anticipo e ce ne abbia fatto assaporare la particolare bellezza.
E questo è quello che noi speravamo: che questa pagina continuasse, che Luisa potesse regalarci ancora momenti così intensi e carichi di vita.

Invece la vita riservava qualcos’altro e, guarda il gioco beffardo del destino, proprio con i primi segnali che arrivano nel corso di un campo estivo parrocchiale, in casa alpina. Era l'agosto del 1999 e una mattina, Luisa faceva fatica a capirsi, anche nelle cose più semplici, come accendere il fuoco, prendere una pentola e metterci a bollire il latte. Erano le avvisaglie di un male che ancora non si conosceva bene, ma che progressivamente avrebbe divorato la consapevolezza e la memoria, consegnando i giorni alla ripetitività, all’incertezza, a tante domande.
Ecco, forestiero sulla strada di Emmaus, ecco le nostre domande: perché? Perché il male ci ruba quanto di più bello possediamo: la voglia di esserci e quella di fare, i legami, la gioia di condividere, il sogno di invecchiare insieme? 

Ed egli disse loro: «Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
Bisognava. Perché bisognava? Non abbiamo risposte risolutive rispetto al male; ne paghiamo e ne patiamo la misteriosa provocazione come tutti gli uomini. Quel bisognava però ci dice che Dio, rispetto al male non fugge: lo abita, lo prende su di sé e, partecipe di tale situazione, consente agli uomini di capire qualcosa in più, con pazienza, continuando a camminare. 
Allora spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui. Cosa ha voluto dirci il Signore attraverso Luisa e questi vent’anni di malattia? Qualcosa ci ha detto attraverso di lei, qualcosa attraverso la sua famiglia.

-      Ci ha detto anzitutto che la vita è fragile: fragile è l’ammalato ma fragile è anche chi gli sta accanto. Perché quando passi mesi e anni accanto ad un infermo, senti che nessuno è così fermo come crede. La malattia ci ricorda la nostra debolezza, ci ricorda che la vita è fatta di pagine non sempre scoppiettanti, che i ritmi  incalzanti spesso sono ingannevoli, anche se sono quelli del lavoro. Calmati, rallenta, ritrova la verità dei giorni. Non disperderli e non lasciarti travolgere. Onnipotente è qualcun altro, non sei tu. Ogni tanto fa’ una visita in ospedale, va a trovare un malato. Fa bene a lui e fa bene a te.
-      Ci ha detto che ogni uomo continua ad essere tale, fino alla fine. E questo Giovanni e i suoi figli lo hanno sempre affermato e difeso, seguendo con premura Luisa, anche quando sarebbe stato più semplice scaricare altrove il problema o portarlo a veloce conclusione. Ma è una strada pericolosa, perché se ci mettiamo noi a dire dove c’è un uomo e dove non c’è, dove c’è vita e dove non c’è, potrebbe capitare che qualcuno metta in discussione anche la nostra stessa esistenza. E allora è sempre meglio restituire a Dio questa valutazione e lasciare ad ogni uomo che ci vive accanto la possibilità di interrogarci e di disturbarci, anche quando non sembra più tale, anche quando non ha più parole per poterlo fare. Cerco l'uomo. Forse il malato ci è dato per questo. 
-      E infine attraverso la vicenda di Luisa e della sua famiglia il Signore ci ha restituito una pagina preziosissima: quella della compassione e della carità. Perché l'uomo da cercare non è solo nel malato, ma anche in chi gli sta accanto, in chi, sulla strada da Gerusalemme a Gerico si lascia convincere dalla misericordia, come il Buon Samaritano. Nel vangelo di Emmaus si dice che il Signore, ad un certo punto, fece come se dovesse andare più lontano. Ecco, il malato ci è dato per andare più lontano, per raggiungere le terre dell’amore, quelle che ci restituiscono a noi stessi, quelle da cui proveniamo e verso cui siamo in cammino.

Rimani con noi, Signore, perché si fa sera. Non lasciarci prigionieri dell'oscurità.
Aiutaci ad abitare i giorni con fiducia e aprili al giorno senza tramonto al quale ora
affidiamo Luisa e la speranza di ciascuno di noi. 



sabato 25 gennaio 2020

Omelia Tiziano Turcato


Esequie Tiziano Turcato (21 gen. 2020)

(Gal 5,16-25 14,7-12 / Mt 6,1-6)


A Tiziano appartenevano numerosi mondi: la sua famiglia, il bene più prezioso che aveva, il lavoro con i suoi fratelli, la parrocchia, dove non mancava di pulire la chiesa e varie esperienze di volontariato, servite con premura e generosità. Ma il mondo che più gli piaceva ce l’aveva dietro casa: l’orto e il frutteto cui dedicava buona parte delle sue giornate, ossigenando la sua vita di amore per la terra e di amicizia con tanta gente che, in maniera non sempre disinteressata, specie nella stagione delle ciliegie, lo andava a trovare.

Certo, c’erano ciliegie, pesche, albicocche, ma c’erano anche altri frutti che crescevano nel campo di Tiziano, quelli di cui ci ha parlato S. Paolo poco fa: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo nello Spirito”. Tiziano mentre coltivava ciliegie era attento anche ai frutti dello Spirito. E guardando la sua vita mi pare che ne possiamo raccogliere alcuni. La discrezione, la precisione, la partecipazione.


1.    Discrezione. Tiziano era anzitutto un uomo sobrio. Non amava la visibilità e quello che faceva non aveva bisogno di pubblico encomio. Quando fai l’elemosina non suonare la tromba come fanno gli ipocriti per venire lodati dagli uomini. Tiziano non amava elogi, neanche al suo funerale, tanto che a casa raccomandava: “No ste dirghe tante robe al prete, fe presto”. Preoccupato dalle troppe parole,  controllava anche la rotta delle conversazioni e, prima di incorrere nelle secche delle critiche o delle chiacchiere inutili, tagliava corto e diceva: “Dai, Maria, va fare el caffè”. Era il segnale che si era già detto abbastanza. Anche gli scherzi andavano misurati, perché potevano diventare mancanza di rispetto, ferire e non divertire. “Sto comportamento no me piaze”. Come dire: non esagerare, fermati finché sei in tempo. La discrezione apparteneva anche alla malattia, vissuta sempre con dignità e coraggio, senza ostentazione. Della gravità Tiziano era ben consapevole, ma non c’era la necessità di caricarla sugli altri. Non era però un atteggiamento impavido, eroico. Perché poi si commuoveva spesso, soprattutto in questi ultimi giorni, ma lo faceva con chi sapeva di poterlo fare, con la sua famiglia che lo assisteva, con alcuni amici, con me nel momento in cui sono andato trovarlo e gli ho dato l’unzione degli infermi, assicurando che lo avremmo portato nelle nostre preghiere. La sobrietà non è indifferenza rispetto a quello che capita: è orientamento, senso della misura, capacità di cogliere l’essenziale. Occhio ai discorsi che senti, ai discorsi che fai. Perché talvolta nascondono la necessità di mettersi in mostra, di ottenere riconoscimento, di compiacere qualcuno. Ma il valore delle persone, sta poco nei loro discorsi, sta in quello che fanno e in quello che scelgono, anche se parlano poco. Tiziano preferiva parlare con la vita.


2.    Precisione. Di poche parole, Tiziano era però un uomo preciso. Al lavoro si rigava dritti, anche se i dipendenti erano i suoi figli. Orari, puntualità, regole, esattezza. ”De lá dea rete semo casa, de qua semo in officina”. Uno stile che continuava nella vita. Non esistevano “sì, no, forse, vedemo...”. O era o era no. E parola era parola. Era preciso anche con il Signore, Tiziano che, piuttosto di entrare in chiesa a messa iniziata, andava a quella dopo. E ogni sera concludeva la giornata con le preghiere, recitate con sua moglie. Padre nostro, Avemaria, Gloria... Quando pregate non sprecate parole... E tuttavia, questa vita ordinata, dritta come dritte voleva le gombine dell’orto, riusciva a far posto anche a ciò che arrivava un po’ inatteso, ai tempi che cambiavano, a figli che a volte variano i progetti dei padri. Perché la vita non é una gombina e Tiziano lo aveva capito, integrando la sua precisione con la benevolenza, la pazienza, la possibilità di lasciarsi sorprendere ancora, fino a vedere un matrimonio il giorno prima di morire. Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro, raccomanda Gesù. Ma il Padre è perfetto nell’amore, non nel rigore, nella pazienza non nella sentenza.


3.    Partecipazione. È il frutto buono della vita di Tiziano che in molti abbiamo raccolto. Perché parecchi, “quando andranno in pensione”, promettono di dedicarsi al volontariato. Poi non sempre se ne ricordano, forse per colpa di quote che tardano ad arrivare. Tiziano invece, se ne è ricordato e ha iniziato a dare una mano a tanti: Auser, Pro Loco, Parrocchia, Crocetta, Festa dei popoli. Mi pare che le distinzioni non fossero la sua preoccupazione e dove c’era bisogno, c’era anche lui, specialmente al mattino, quando per parecchi anni, in pulmino, accompagna alcuni nostri ragazzi disabili nelle loro cooperative di lavoro. Non c’era solo il servizio, ma un legame fatto di simpatia, di solidarietà e di affetto. Partecipazione, come compagnia buona da stabilire nella vita per vincere la solitudine e l’indifferenza. E qui ascolto Tiziano. Mi fermo. Perché questa è la terra della carità, la terra di mezzo tra Dio e gli uomini, la terra dove Dio ama riservarci le sue sorprese e le sue ricompense, quelle del Padre che vede nel segreto. A questa terra di novità e di vita affidiamo Tiziano. Forse non troverà ciliegie ma troverà i frutti dell’amore, quelli che Dio coltiva e quelli che non vanno perduti.