sabato 20 aprile 2013

Omelia 21 aprile 2013

Quarta domenica di Pasqua

Sono ancora vive nella mia mente le immagini di Piazza S. Pietro, gremita all’inverosimile da almeno ottantamila fedeli, mercoledì scorso, all’udienza di Papa Francesco. Un’assemblea di straordinarie proporzioni, ma composta e festosa, mossa dal desiderio di incontrare il successore di Pietro, di pregare con lui, di poter trovare sostegno nella fede. Sembrava la moltitudine immensa di ogni nazione, tribù, popolo e lingua di cui ci ha parlato il libro dell'Apocalisse. E la figura del Papa che, con l’immediatezza e la semplicità che gli sono proprie, diviene segno di unità, di appartenenza, di considerazione e di stima verso ciascuno.

Roma, però, in questi giorni ci ha dato anche un’altra immagine: quella della desolazione partitica e istituzionale legata all’elezione del Capo dello Stato. L’incapacità di trovare un accordo, l’incaponimento nelle proprie posizioni, la congiura e il tradimento, la provocazione irriverente, l’insulto. Se qualcuno non ti piace non c’è bisogno di scriverlo nella maglietta o di farne un panino. Il rispetto delle idee non deve mai dimenticare il rispetto delle persone.

Perché da un lato vi è un quadro di unità e dall’altro uno di frammentazione? Forse perché la figura del pastore non solo determina una relazione, quella che i cristiani hanno con il loro Signore, ma stabilisce anche uno stile, un modo di prendersi cura degli altri di cui abbiamo perso le coordinate. E il Buon Pastore oggi ritorna per ricordarci questo differente orizzonte: la dispersione alla quale ci espone la pretesa di salvare se stessi e l’esigenza di custodire gli altri che ci sono affidati. Che stile ci insegna il Buon Pastore?

1.     Le mie pecore ascoltano la mia voce. Il Buon Pastore è in azione quando si sente la sua voce. Ma è una voce carica di attaccamento e di affetto per le proprie pecore: Io le conosco ed esse mi seguono. A volte i pastori terreni non funzionano perché alzano la voce ma non vi è partecipazione alla sorte del gregge. Manca l’affetto. Può essere un politico che ha perso il contatto con la situazione del Paese. Può essere un prete che predica messaggi senza vita. Può essere anche un genitore o un educatore che dice tante parole di esortazione, di spiegazione, di raccomandazione ma senza il cuore. Se un ragazzo arriva a dire con lucido disincanto: «Non mi fido dei miei professori», che cosa ha percepito dei suoi insegnanti? Oggi ai ragazzi vengono offerte numerose opportunità scolastiche, culturali e sportive. Anche le scuole sviluppano la loro offerta su un piano di forte concorrenza con altri istituti. Ma non va perso di vista il valore della relazione educativa. E l’educazione, come ricorda d. Bosco, è cosa del cuore. Se non ci metti cuore rimane ben poco. Le pecore ti ascoltano perché le conosci. Questo è il buon pastore.

2.     Altro tratto del pastore è la prospettiva di vita che tiene in serbo: Io do loro la vita eterna. Non basta assicurare un’azione di raccolta del gregge: occorre promuovere vita e difendere quella vita. Nessuno le rapirà dalla mia mano. Festa dei sedici anni. Una famiglia benestante organizza per la figlia un ricevimento in villa. Non capita raramente nella nostra città. Ma questa volta ci sono pochi e selezionati invitati che non si limitano a trascorrere qualche ora insieme, ma è chiesto loro di interpretare un copione che vagamente richiama il ballo delle debuttanti con tanto di troupe televisiva che riprende l’evento. Che vita stiamo aprendo a questi ragazzi? E poi ci interroghiamo perché con disinvoltura, in questo tempo di crisi, i figli chiedono soldi. Perché glieli diamo. Perché non ne indichiamo il valore. Perché temiamo di esporli al confronto con gli altri e a brutte figure. Ma cosa devi realmente temere? Il timore di essere considerato un poveraccio o che tuo figlio costruisca il suo futuro sul nulla, che perda le coordinate reali della vita? Io do loro la vita eterna. Fa’ in modo che la vita che indichi a tuo figlio sia una vita in piedi, che resista agli urti. E fa’ che nessuno li strappi dalla mano della responsabilità e dal gusto delle cose sudate.

3.     Infine il Buon Pastore sa di rispondere a qualcun altro: iI Padre che me le ha date è più grande di tutti. Noi siamo sempre pastori affidatari. Il gregge è di qualcun altro. E questo la aveva ben capito Pietro che, scrivendo ai presbiteri delle prime comunità, diceva loro: “Non spadroneggiate sul gregge”. Sei pastore se ti riconosci in una missione più grande della tua e se ti ricordi a chi appartiene ogni uomo che ti è affidato. Appartiene a Dio. Non spadroneggiare. Sul mistero della vita, sull’identità della famiglia, sul diritto alla cura, alla salute e a una vita dignitosa. Ci possono essere le personali convinzioni, ci può essere una logica di opportunità o di convenienza ma ci sono dei valori non negoziabili che hanno lo scopo di inserirci in un orizzonte più grande ed evitare il rischio di metterci al posto di Dio. Perché  quando si toglie tale riferimento non si è più liberi o più laici: si è schiavi di altri potentati o egemonie, a cominciare dalla pretesa di autodeterminare giusto e sbagliato, giusti e sbagliati.

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non è una voce gridata quella di Gesù. Oggi meno che mai. Ma è la voce di chi conosce, di chi vuol bene e in quel bene nasconde una promessa di vita che è aperta a tutti e che dura per sempre.

Omelia 14 aprile 2013

Terza domenica di Pasqua

Il cambiamento è un desiderio che portiamo nel cuore. Oggi lo percepiamo in relazione alla crisi ma anche alle più generali condizioni della nostra vita. Ci sono infatti numerose trasmissioni televisive che cavalcano tale esigenza: ti servono dei soldi? Se nessuno te li lascia puoi sempre vincere l’eredità. Una casa nuova? Te la costruiamo noi. Un corpo nuovo? Ti facciamo dimagrire e ti sottoponiamo al bisturi. Un futuro sorprendente? Prova a cantare, a ballare a improvvisare uno show. Italia’s got talent.
Scenari di cambiamento nei quali talvolta all’illusione segue la delusione. Come si cambia realmente nella vita?
La pagina del vangelo di oggi ci suggerisce il cambiamento della risurrezione. È un cambiamento efficace, che ridisegna in maniera nuova la vita. Come avviene questo cambiamento?

1.   Innanzitutto l’evangelista insiste nel dirci che Gesù si manifestò    di nuovo e conclude affermando che era la terza volta che si manifestava. Il cambiamento della risurrezione non avviene sui facili entusiasmi di uno show televisivo. Ha bisogno di pazienza, di attesa, di fiducia. Ha bisogno di recuperare i pezzi. Pensate al gruppo dei discepoli: l’evangelista li conta e sorprendentemente sono solo sette. E gli altri? Il cambiamento deve verificare cosa lasci e cosa trovi e se quello che pretendi di abbandonare sia davvero insignificante o ingombrante.  Vi sono anche alcune scuole cittadine che sviluppano richieste così elevate sul piano della prestazione scolastica che, inseguendo i fantasmi dell’eccellenza, scatenano esasperata rivalità tra docenti, alunni e genitori. Non è che ci perdiamo per strada i pezzi dell’educazione che ha bisogno di valori e non solo di risultati sul piano delle prestazioni? Si cambia solo se hai la pazienza di recuperare un quadro sufficientemente completo di quello che sei perché non succeda che con l’attesa del nuovo non vi partecipi solo a metà.

2.   Un altro elemento da considerare nel cambiamento è il suo humus. Dove cresce? Pietro, nell’incertezza dei giorni che seguono la risurrezione e nonostante abbia già incontrato il Signore risorto, dice: Io vado a pescare. E gli altri lo seguono. Sembra una rinuncia delusa rispetto alle prospettive aperte da Gesù, ma in quella scelta c’è qualcosa di promettente. Perché è proprio là che Pietro di nuovo incontra Gesù: nella pesca, come era avvenuto all’inizio della sua vocazione. Anche allora Gesù aveva riempito le barche. E ora Pietro e i suoi amici riconoscono che il Signore non li ha abbandonati: ritessono una relazione che sembrava perduta e ricomprendono la loro missione.  A volte noi pensiamo di guardare semplicemente avanti trascurando il passato con la voglia di dare un taglio. Ma quel futuro che cerchiamo ha bisogno di solidità perché la novità che inseguiamo non si riveli ingannevole. Su quali direttrici ti eri impegnato? Per quale pesca? Quando usi tuo figlio per ricatti monetari, dosandolo strategicamente ai nonni che già te lo mantengono all’asilo, non è che ci siamo dimenticati il senso del matrimonio e della famiglia? Eppure ti eri sposato in chiesa. Cosa capirà di te e del mondo tuo figlio? Che cambiamento ci sarà nella sua e nella tua vita? Gesù invita a gettare nuovamente le reti ma in un progetto che già ti ha consegnato, in una vocazione che non smentisce. Gesù risorto non fa cose nuove, ma fa nuove tutte le cose. Credi che la novità non è fuga, ma esserci in maniera differente in quello che ti è stato affidato.

3.   Infine il cambiamento avviene se cambi interiormente. Come poteva sentirsi Pietro dopo il rinnegamento di Gesù? Il Risorto si era manifestato già per due volte e non aveva minimamente affrontato la questione. Sono quelle situazioni che ti lasciano nell’incertezza. Come quando abbiamo i conti in sospeso con qualcuno: abbiamo ripreso a vederci ma non abbiamo affrontato la questione. Davvero il problema è risolto? Ma ad un certo punto Gesù si rivolge a Pietro con quella triplice domanda che ricorda all’apostolo la triplice negazione. E quel dialogo spazza via il rimorso, il rammarico, la delusione, l’incertezza. Ma è un dialogo modellato dall’amore. Mi ami? Pietro risponde con un cauto Ti voglio bene. Ma questo già basta per cambiare le cose. Questo ci fa capire che il cambiamento non avviene se il cuore non cambia e se non si lascia rimodellare dall’amore. In questi giorni i TG hanno dato spazio a Khalifa, un writer di 19 anni che in Siria, sulle macerie della guerra, dove trova un brandello di muro, scrive messaggi di pace. “Un giorno questo sarà bellissimo”. Non puoi credere a un cambiamento se rimani prigioniero dell’odio, della ritorsione, del risentimento, del calcolo, dell’opportunismo. Solo se fai spazio all’amore, quello che Dio ti insegna, allora le cose cambiano. Ecco perché è Gesù è risorto. Per liberare amore e per renderti persuaso che unicamente tale forza può operare cambiamento. Accogli e libera quel suo amore e forse qualcosa inizia a cambiare. In maniera più efficace e un po’ più duratura di una trasmissione TV.

sabato 13 aprile 2013

Omelia 7 aprile 2013

Seconda domenica di Pasqua
Credo in un solo Dio, la Natura, Madre onnipotente, generatrice del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, l'Uomo, plurigenito Figlio della Natura, nato dalla Madre alla fine di tutti i secoli: natura da Natura, materia da Materia, natura vera da Natura vera, generato, non creato, della stessa sostanza della Madre.
Credo nello Spirito, che è Signore e dà coscienza della vita, e procede dalla Madre e dal Figlio, e con la Madre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti dell'Intelletto.
Aspetto la dissoluzione della morte, ma non un'altra vita in un mondo che non verrà.

È il credo ateo redatto da Piergiorgio Odifreddi, espressione di un atteggiamento scientifico inconciliabile con le ragioni del trascendente poiché solo ciò che è empiricamente dimostrabile può essere ritenuto vero. È una posizione discussa e discutibile, anche dagli stessi scienziati. Perché non tutta la conoscenza passa per gli alambicchi di un laboratorio e l’esperienza umana ci dimostra che molte nostre acquisizioni e convinzioni incrociano i sentimenti, non solo i ragionamenti, le relazioni e non solo le dimostrazioni. Basta pensare all’esperienza dell’amore e a quanti aspetti della vita ci fa conoscere. Non si tratta di acquisizioni scientifiche, ma non per questo meno vere. E si tratta di acquisizioni che implicano la fede, perché tu ami solo se credi. Se credi in chi ti sta accanto, nella storia che può nascere, nel futuro che ti apre. Ci sono motivi scientifici? No. Ci sono motivi ragionevoli e tale ragionevolezza è condizione sufficiente per cercare di aprire un nuovo varco nella vita. Anche il varco di Dio.
La vicenda di Tommaso rappresenta proprio tale apertura. Dalle pretese investigative che appartengono agli strumenti della ragione a nuove condizioni di conoscenza. Per questo è il Gemello: è il gemello di ogni uomo in ricerca!

1.      Anzitutto la vicenda iniziale. Gesù appare la sera di pasqua e Tommaso non c’è. Non era con loro quando venne Gesù. Quando i suoi amici gli raccontano dell’incontro con il Signore, le sue pretese risentono della sua assenza. «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». La relazione si è trasformata in dimostrazione, l’esigenza di metterci il cuore con la pretesa di toccare con mano. Funziona così anche nella vita: ti allontani dai luoghi che ti appartengono, dalle persone che ti sono affidate e ti lamenti perché gli altri non ci sono o non sono all’altezza delle tue aspettative. Ma tu dove sei? L’altro ti viene dato in uno spazio di gratuità e di libertà non di rivendicazione o di pretesa. L’altro si dà nella misura in cui qualcuno è disposto ad accoglierlo, così com’è. E nelle questioni della fede non è diverso. Ci siamo allontanati dai luoghi degli appuntamenti con il Risorto, dall’esperienza dell’incontro con lui e pretendiamo che lui ci dia prove convincenti della sua presenza. Quelle che stabiliamo noi. E ci dimentichiamo che la condizione fondamentale per incontrare il Signore è la relazione che egli stabilisce con la comunità dei suoi discepoli. Lì lo trovi, non sotto i tuoi microscopi indagatori. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Dove sei?

2.      Gesù ritorna otto giorni dopo. Anche questo dato è importante. Documenta la costituzione di una tradizione di fede che fa della domenica l’occasione dell’incontro permanente con il Risorto. Come se Gesù conoscesse le nostre difficoltà e ci desse una possibilità di trovarlo ogni volta che ne abbiamo bisogno. Non c’è solo un luogo per trovare il Signore ma anche un tempo. È quello che ci ha detto il Libro dell’Apocalisse. Il discepolo tribolato, deportato a Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza, nel giorno del Signore è preso dallo Spirito e ode una voce potente che apre una nuova consapevolezza sulla storia. Anche noi viviamo oggi in una situazione di deportazione che mette a rischio la fede. La pratica del suicidio, da cui è tragicamente segnata anche la cronaca di questi giorni, sembra l’unico approdo della disperazione. E rischiamo di esserne succubi. Il giorno del Signore è un regalo che Dio ci fa per ricordarci che lui è vivo, che ha vinto la morte, che le regioni della vita sono più forti di qualsiasi condizione di crisi con cui ci misuriamo. Guarda che c’è ormai un giorno nuovo nel quale Dio ci chiama ad abitare, anche quando i giorni terreni sembrano smentirlo. La fede cresce se metti in conto l’ottavo giorno e ti sforzi di vederne già oggi gli anticipi, mettendo in discussione ogni logica di morte, di chiusura e di rassegnazione.

3.      E infine le piaghe. Queste sono le prove che Dio ci dà. Il Risorto poteva cancellare le sue ferite, invece se le tiene. Per dirci che è là che ci aspetta. Quelle impresse nella sua carne, per dirci che è proprio lui. E quelle impresse nella carne di ogni uomo verso il quale ti fai attento e premuroso. Perché in tale attenzione e premura lui sarà presente e lo potrai incontrare. Come ci ha ben fatto capire Papa Francesco con il gesto della lavanda dei piedi. E non a caso il vangelo di oggi si conclude dicendo che Gesù fece molti altri segni che non sono stati tutti scritti. Sono quei segni che passano attraverso le nostre mani e i nostri piedi e ci fanno capire che lui è ancora risorto e vivo.

lunedì 18 marzo 2013

Omelia 17 marzo 2013

Quinta domenica di quaresima

Veniamo da una settimana piena di emozione a motivo dell’elezione del nuovo papa.
Quest’uomo venuto dall’altro capo del mondo ci affascina per la semplicità, la pacatezza, la profondità. E perché ci pone di fronte ad una chiesa che sa ancora sorprendere, proprio perché per prima si è lasciata sorprendere. Dalla novità di Dio più che dagli effetti mediatici, dai giochi dello Spirito più che da quelli del potere, dal profumo del vangelo più che da quello dell’incenso.
Dio scrive la sua storia tra le pagine della cronaca umana e a nulla valgono i tentativi di catturarlo, di ridurlo a una vetusta tradizione, di farne un codice di procedura. Dio è novità e la pagina del vangelo di oggi ce lo fa capire con straordinaria chirezza.
Perché anche in questo caso vediamo come le ristrettezze e le miserie umane possano essere riscritte dall’iniziativa di Dio.

1.    La prima scena è quella del giudizio intorno a una donna accusata di tradimento matrimoniale. La posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio». La posero. Come si pone un oggetto. Non interessa né la donna, né l’amante. Neppure il marito. Interessa solo un pretesto per incriminare Gesù. Mosè nella legge ci ha comandato di lapidare donne come questa. Non è facile uscirne, perché la sentenza è già scritta. Non tanto quella sulla donna, ma quella su Gesù che può essere facilmente accusato di sfidare l’ordine costituito o che può essere smontato nel suo messaggio di verità e misericordia.  La ricerca di un pretesto. Pensate a quello che oggi succede sulla scena della responsabilità pubblica, alla ricerca del torbido sulla vita di esponenti della politica, della cultura, della chiesa. Gli episodi scabrosi sono un efficace espediente per stroncare carriere, per colpire l’avversario, per concentrare l’idea del male in un’unica direzione. Non che il male non vada denunciato e perseguito. Ma talvolta non ci interessa la liberazione dal male. Ci interessa distruggere l’altro, pensare che il male appartenga solo a qualcuno o, astuzia ancora più subdola, creare una mentalità per la quale nessuno possa fare discorsi di moralità. Perché oggi regnano trasmissioni scandalistiche come Striscia o Le Iene? Perché ci danno l’illusione di scovare il male, di scoprirne i responsabili, di colpirli, standocene sempre e solo dalla parte di chi emette la sentenza. O per trovare chi predica bene e razzola male e sostenere la convinzione che nessuno possa richiamare gli orizzonti della verità, della bellezza, dell’onestà. Mosè ci ha comandato di lapidare. E noi viviamo con le pietre in mano.

2.    Gesù non si lascia imprigionare e indica un’altra prospettiva. Il suo sguardo è chino verso terra, scrive in quella polvere da cui l’uomo è stato tratto per cercarne la verità, sia quando l’uomo sbaglia, sia quando in maniera arrogante vuole ergersi a giudice dell’altro. Chi è senza peccato, getti per primo la pietra. Parole sufficienti per spegnere l’eccitazione degli animi: Se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Se si parte da sé anziché dall’altro le cose cambiano. La microtelecamera posizionata negli anfratti della nostra esistenza rivela fragilità e debolezze che, più passano gli anni, più lasciano traccia di sé. E allora le pietre cadono dalle mani. Pensate anche alle vicende della chiesa, agli scandali che ci appartengono e con cui in questi anni ci siamo misurati. Forse questa pagina dolorosa ci serve per diventare meno arroganti, più consapevoli della nostra povertà, più umili e più misericordiosi, come papa Francesco ha ricordato ai confessori di S. Maria Maggiore. A volte diventiamo pretenziosi nei confronti degli altri proprio perché abbiamo perso la capacità di guardare a noi stessi e alle nostre miserie. Chi di voi è senza peccato…

3.    Ma la strada della conversione e della novità cristiana non finisce qua. Scribi e farisei che accusano la donna se vanno. Lei resta. Non basta la consapevolezza del proprio peccato, occorre il perdono. Solo questa azione cambia la vita, altrimenti viviamo in una sorta di disincanto rassegnato o arrabbiato. È quello che ci capita quando passiamo dalla considerazione delle colpe altrui alle nostre. Il peccato ci immobilizza. Ed è questa l’astuzia più grande del nostro nemico: farci credere che da qui non se ne esca e che una vita buona non sia possibile. Le parole del papa ai cardinali sono significative: "Non cediamo mai al pessimismo, all'amarezza e allo scoraggiamento che il diavolo ci offre ogni giorno". Il diavolo ingigantisce il male e ci allontana dal ricordo di Dio. E così ci troviamo soli, prigionieri del nostro orgoglio e della nostra tristezza. L’unico che può intervenire è Gesù. È lui l’unico senza peccato che scaglia la pietra. Ma non al peccatore: alla realtà del male e della morte. È la pietra del sepolcro che viene ormai lanciata lontano, per dirci che quello che ci opprime non è più tale, che dal male qualcuno ti salva. E che soprattutto puoi ritornare a vivere in maniera diversa: Va’ e non peccare più. Ecco la sfida cristiana che non fa amnistie, che non dice che il male è bene, ma che crede che con Dio il male possa essere vinto. Noi portiamo questa novità. Ed è per questo che non ci attardiamo a recriminare né a commiserarci, ma a credere che il cambiamento è possibile, con Cristo e lasciandolo agire nel nostro cuore.

domenica 10 marzo 2013

Omelia 10 marzo 2013

Quarta domenica di Quaresima
Chi è Dio? Era questa la domanda che apriva il Catechismo di Pio X. Ma la risposta, per quanto corretta, era insufficiente. Dio non è solo l’essere perfettissimo. È soprattutto il Padre, di cui ci ha parlato il Figlio Gesù e quel Padre, nel vangelo di oggi, ci viene presentato con gli accenti della misericordia, del perdono, dell’amore che non si rassegna a un figlio che se ne è andato di casa.
La parabola si specchia in quello che in queste ore due genitori di Paese stanno vivendo mentre la loro figlia è scomparsa. È la scelta di una maggiorenne, ma non per questo meno dolorosa. “Facci sapere dove sei, facci sapere che stai bene”.
Dio riassume nel suo cuore i sentimenti di tutti i padri e le madri del mondo perché in tale direzione egli vuol essere cercato. Che padre è Dio?
1.     È innanzitutto un padre che, con pazienza, rispetta e custodisce le misure della libertà. Dio non ha creato marionette appese al filo: non è il grande burattinaio. Ha creato uomini liberi e rispetta tale prerogativa anche quando l’uomo decide di andarsene, vittima della suggestione che la casa del padre sia un posto troppo stretto e inabitabile. Pensate allo strano caso chiesa. Pensatela in relazione ad altre esperienze religiose, all’ebraismo, all’islam dove bisogna star bene attenti a quello che si dice. Nel nostro caso tutti possono avere qualcosa da dire, da recriminare. Pensate all’elezione del pontefice. Anche il mondo laico che spesso guarda con sprezzante distacco la Chiesa, ora fa le sue considerazioni. A volte soffermandosi su questioni marginali come quelle del vestito del papa o del comignolo della Sistina, altre volte attardandosi su congetture tra cardinali di destra o di sinistra, come se si trattasse di schieramenti politici. E anche noi, seguendo queste onde d’informazione, coltiviamo spesso la voglia di andarcene e l’impressione che Chiesa sia roba da museo o spartizione di potere. Andandotene non rinnovi la chiesa: la rendi più povera. Per questo Dio, pur rispettando la tua scelta attende il tuo ritorno, la tua partecipazione lieta e responsabile, carica magari di novità, come quella che simpaticamente porta al gruppo dei cardinali l’arcivescovo di Lione che ogni giorno giunge a S. Pietro in bicicletta.
2.     Ma Dio, mentre te ne vai, non resta senza far niente. Scruta l’orizzonte. Ci dice infatti l’evangelista che il padre vede il figlio quand’era ancora lontano. Di che lontananza si tratta? Non è solo quella del viaggio di ritorno. Il pensiero del padre sorge nel cuore del Figlio quando sta pascolando i porci. Allora – nota Gesù – ritornò in sé e disse: Quanti salariati in casa di mio padre… Dio ci raggiunge non solo quando ci dirigiamo verso di lui ma già quando rientriamo in noi stessi, nella verità di ciò che siamo, perché nel cuore di ciascuno Dio ha nascosto la sua presenza. Come diceva Agostino: “Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso”. E in quel sacrario interiore il figlio comprende la verità della sua vita, delle sue scelte, smaschera le illusioni di cui è stato vittima e prende la grande decisione di tornare. Forse facciamo fatica a trovare le strade di casa perché troppo poco troviamo le strade interiori. Però pensate a come ce n’è bisogno. Prova ne sia il fatto che il libro di Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue presto sarà un film. Perché un libro sulla morte diventa un bestseller? Forse perché c’è un bisogno d’interiorità più grande di quello che crediamo. Perché noi pubblichiamo interessanti studi sui comportamenti pericolosi dei giovani che si lanciano dal balcone dell’albergo direttamente in piscina o si procurano le vertigini versandosi la wodka sugli occhi, ma siamo cauti nel presentare le prospettive dell’ulteriorità, tanto che dire una preghiera o far vedere che preghiamo ci mette a disagio. Rientra in te stesso.
3.     E infine il Padre ti accoglie nell’abbraccio. Viene in mente il quadro di Rembrandt in cui il padre con gli occhi chiusi stringe a sé il proprio figlio. Non si vede bene che col cuore. È l’ostinata affermazione di un cristianesimo che si dà come vicenda dei peccatori perdonati. Questa è l’esperienza più consolante che il cristianesimo ci consegna. Ognuno di noi ha il proprio paese lontano, ma questo non ostacola il perdono di Dio. Oggi, a motivo degli scandali nella chiesa e nella società, viviamo la stagione della moralità. Ed è giusto che sia così. Ma non fino al punto da generare l’idea di una sorta di “chiesa dei puri”, perché quella è la pretesa del figlio maggiore: io ti servo, tu non mi hai mai dato, io ho diritto. Dio non sa che farsene di questa presunzione: non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. E tutti, dal papa in giù, abbiamo bisogno di misericordia e perdono. E quel perdono ci rialza e ci mette in gioco, anche quando ci sembra impossibile, perché anche se perdi la credibilità del mondo non perdi la cittadinanza nel cuore di Dio.
Ecco la bella notizia cristiana! Tra qualche giorno sentiremo dire nuntio vobis gaudium magum. Ma l’annuncio bello che ci portano Pietro e i suoi successori non è tanto il loro pontificato, ma ciò che la chiesa custodisce come tesoro prezioso: la misericordia di Dio e la possibilità di ricominciare sempre con lui.

sabato 26 gennaio 2013

Omelia 27 gennaio 2013

Terza domenica del Tempo Ordinario

Franz Kafka, celebre scrittore, così scrive all’amico Oskar Pollak nel 1904: «Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti dai boschi, via da tutti gli uomini, […], un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi».
La forza dirompente del libro. La fede cristiana non è religione del libro, ma nei suoi libri cerca la forza di un cambiamento, la scure che rompa il mare di ghiaccio che talora ricopre l’esistenza. Di che libro si tratta? La liturgia di oggi ce lo fa capire ponendo un libro in mano a Israele, uno in mano a Gesù e uno in mano ai cristiani.

1.    La prima lettura ci parla della solenne proclamazione del Libro della Legge. Israele era tornato dall’esilio a Babilonia, erano ripresi i lavori di ricostruzione del tempio e, in maniera inattesa, un mattino del settembre del 444 a.C. in un’intercapedine, viene scoperto un rotolo con gli scritti di Mosè. La gioia è incontenibile; Israele comprende che la fedeltà di Dio non è venuta meno, ma comprende che. per ricostruire autenticamente il proprio futuro. non deve mettere mano solo alle pietre, ma ad un atteggiamento fondamentale: l’ascolto. Il sacerdote Esdra dà dunque inizio alla proclamazione pubblica della Legge, dal mattino presto a mezzogiorno, mentre tutto il popolo tendeva l'orecchio al libro della Legge (Ne 8,3). Esdra sta in alto: non c’è libro più elevato di quello che viene letto e il popolo all’ascolto di quelle parole piange. Vi vede la sua storia, la fedeltà di Dio, la possibilità di un nuovo futuro. Un’immagine che sembra contrastare con questa nostra Europa che legge di tutto e sembra aver dimenticato quel libro da cui proviene la sua stessa origine. Esprimiamo riserve o addirittura ci scagliamo contro un’ora di religione a scuola, legandola a un’opzione, come se fosse opzionale per un ragazzo che cresce nel nostro Paese conoscere o meno la Bibbia e la storia di ieri e di oggi cui quello stesso libro dà origine. Viviamo di un pregiudizio laico che baratta il fascino di un’immersione con la paura della contaminazione e, per non essere nemmeno provocati dalla questione, la allontaniamo dalla vita e dagli interessi.

2.    Il secondo libro lo troviamo tra le mani di Gesù, in quel rotolo che egli apre nella sinagoga di Nazaret. È sempre la sapienza antica di Israele, il rotolo di Isaia, ma con una differenza. Gesù ad un certo punto riavvolge quello scritto, lo riconsegna e dice: Oggi si è compiuta questa scrittura che avete ascoltato. Con questo gesto e queste parole, Gesù ci fa capire che il nuovo libro da leggere è lui. In lui si riassume la parola che Dio ha detto in precedenza e in lui quella parola si compie. E Gesù ce lo fa capire con l’immediatezza dei gesti della carità: Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, a rimettere in libertà gli oppressi. Ricordate Kafka? Un libro è una scura che rompe il mare gelato dentro di noi. Il libro che Gesù ci consegna è questo: è il libro dell’amore, leggendo le cui pagine ci rendiamo conto che è questa la forza che ci fa uomini, che ci tiene in piedi. Pensate alla situazione di sovraffollamento delle carceri su cui sono ritornati, in questi giorni, i magistrati in occasione dell’inizio dell’anno giudiziario. Gesù ci chiama a proclamare ai prigionieri la liberazione e l’unico servizio sul carcere che vediamo in questi giorni alla TV è quello che riguarda Fabrizio Corona.  Il mare di ghiaccio ci ha già imprigionato.

3.    Il terzo libro è quello scritto da Luca. L’introduzione del suo vangelo ci ricorda la concreta vicenda del suo autore, quando ha preso stilo e pergamena e ha raccontato gli avvenimenti di Gesù. L’evangelista ha fatto ricerche accurate, ha consultato adeguatamente le sue fonti perché il suo interlocutore – Teofilo – possa essere persuaso della solidità degli insegnamenti ricevuti. La forza di un libro è anche la solidità di quello che ti insegna. Luca dice a Teofilo: vuoi strare in piedi? Leggi quello che ti scrivo. Verifica non solo il profilo storiografico ma anche la vita di cui ti parlo. E forse non sarebbe male se oggi, invece di attardarci in estenuanti e inconcludenti verifiche dei vangeli, barattate come scientifiche, andassimo al cuore di questi racconti per ritrovare che la vita che ne viene. Eviteremo di perdere tempo sul sacro graal o sulla moglie di Gesù e andremo un po’ di più a capire se la vita secondo il vangelo abbia ancora qualcosa da dirci e da dire.

Oggi si è adempiuta questa scrittura. Gesù ci consegna ancora il suo libro perché solidamente strutturi la nostra vita, perché possiamo riconoscere lui e perché continuiamo a rompere il mare di ghiaccio. Dentro e fuori di noi.

Omelia 13 gennaio 2013

Battesimo del Signore 2013

Nel nostro modo di salutarci è invalsa un’abitudine un po’ british nella quale, dopo il buongiorno, diciamo: “Come va?”. Di fatto non è detto che ci interessi sapere come vada all’altro, né l’altro ci tiene a raccontarci sempre qualcosa di sé. È un modo per sciogliere l’imbarazzo di un approccio o per arricchire una conversazione rispetto alla rarefazione degli argomenti. A volte possiamo pensare che anche l’approccio di Dio alla terra funzioni così, per darci un fugace saluto e chiederci un “come va?” di circostanza.
La festa del Battesimo del Signore, invece ci pone di fronte ad un’altra intenzione: il Figlio di Dio viene ad immergersi nelle nostre vicende, in una solidarietà che proprio quel gesto di profondità nelle acque del Giordano ci suggerisce. Dove si immerge il Signore?

1.    Si immerge, innanzitutto, nella nostra storia. Il Giordano è un fiume che racconta la storia di un popolo: per entrare nella terra promessa, Israele lo attraversa e da quel momento il corso d’acqua segnerà per sempre la storia della Palestina, fino ad oggi. Ecco che cosa vuole dirci il Signore: la vostra storia mi appartiene. Ci sono anch’io. Qui è custodita la bella notizia cristiana, quella di Dio che si fa compagno dei nostri giorni. E qui comincia la sfida, perché un Dio che si immerge in questo modo un po’ ci dà fastidio. Pensate al dibattito incandescente, non privo di ripercussioni elettorali, che si sta vivendo in queste ore a motivo della sentenza che apre la strada all’adozione a coppie omoparentali. Se ne sta facendo una battaglia ideologica in difesa dei diritti omosessuali, accusando di pregiudizievole oscurantismo coloro che esprimono perplessità o dissenso. E si adducono motivazioni del tipo: le persone omosessuali sano voler bene più degli altri. Oppure: piuttosto che un bambino non abbia nessuno… Allora. Bocce ferme. Qui non si sta dicendo che le persone omosessuali non siano capaci di voler bene, ma che un bambino crescendo ha bisogno dell’amore di un padre e di una madre, come del resto sancisce anche la carta dei diritti umani. Per una questione di identità che si costruisce nel paziente gioco di riconoscimento di uguaglianza e diversità. È vero che ci possono essere situazioni in cui un figlio cresce solamente con un genitore, ma questa, per quanto diffusa, è una situazione di emergenza rispetto ad una norma che deve salvaguardare il bene e non solo la momentanea evenienza.  Ecco, il Signore, immerso nella nostra umanità ci chiede forse rispetto per l’umanità delle persone omosessuali, ma anche per l’umanità di un bambino, anch’egli soggetto di un diritto alla vita e all’amore che non può essere collocato tra i saldi di questi giorni. 

2.    Una seconda immersione il Signore la fa per sostenere una lotta. La lotta contro le potenze del male che tengono prigioniero il cuore dell’uomo. L’acqua per Israele, che non è un popolo di navigatori, dice profondità minacciosa, paura, morte. Il leviatan è il mostro marino che si muove negli abissi e che terrorizza i naviganti. Ma quell’acqua tumultuosa è abitata da una nuova forza, che dalla paura ci libera. Viene uno che è più forte, assicura Giovanni. La nostra storia non è condotta solo dalle vicende del quotidiano, ma anche da un sotterraneo che talvolta ci inquieta. È il nostro passato che talvolta condiziona pesantemente il presente e il futuro. Quell’esperienza che non vorremmo avere mai fatto o, viceversa, quell’occasione che non abbiamo saputo cogliere: rimorsi e rammarichi, con tutto ciò che portano con sé. Ecco il leviatan, una sorta di grande invertebrato, fatto di sensi di colpa, risentimenti, delusioni, rabbia, tristezza. Se quel passato lo vivi da solo, può farti paura: diventa un’ombra che si ingigantisce sempre più. Se lo vivi con Cristo, trovi qualcuno che lo condivide e lo apre alla speranza. Invece di macerarti nel tuo passato e tentare di seppellirlo col terrore che ogni tanto si risvegli, prova a portarlo al Signore. E come?

3.    È la terza immersione a suggerircelo. Dopo il Battesimo, infatti, Gesù se ne sta in preghiera e si immerge in un’esperienza che conosciamo e possiamo frequentare: la preghiera. Se vuoi trovare Gesù immerso nella vita, nella tua oscurità, nelle vicende umane devi immergerti nella tua e sua preghiera. È per questo che ogni nostra preghiera a messa finisce dicendo: per Cristo nostro Signore. Perché ci fidiamo di lui che prega con noi. Questo è il modo con cui ci liberiamo da alcune situazioni. Perché quando preghi cominci a vederle in modo diverso, a ridimensionarle, a trovare delle risorse spirituali, ad affrontare anche gli altri in maniera diversa. Senti soprattutto la voce del Padre che dice anche di te le stesse cose di suo Figlio: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Se c’è un Dio che ci accompagna in questa maniera, che cosa può farci paura?
Il Battesimo del Signore è l’affermazione di questa vicinanza che ridisegna la vita. Non un “come va?” di circostanza, ma l’immersione nella vita perché sia vera e non vada perduta. La vita con Dio e la vita di Dio. Che diventa la tua.