mercoledì 11 marzo 2015

Omelia funerale Lina Guidolin


Funerale Lina Guidolin (11 marzo 2015)
Dt 8,2--10 – Rm 8, 31-39 - Mc 15,29-39

Quarant’anni. Un’età impensabile per poter parlare di morte, specie se essa incrocia il fiorire della vita, un marito, una figlia, un lavoro, il futuro. Quarant’anni di gioia e speranza che, oggi, sembrano dissolversi e contraddire ciò che di bello un uomo può realizzare. Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli svanisce.

Ma quarant’anni sono anche la cifra simbolica di un cammino già noto, nel quale anche i quarant’anni di Lina trovano un senso. È l’esperienza dell’esodo, di quel percorso che Israele compie uscendo dall’Egitto per entrare nella terra che Dio ha promesso. È un viaggio che il popolo non può dimenticare e che Mosè rammenta, prima di varcare i nuovi confini: Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore. Che c’era nel cuore di Lina in questi suoi quarant’anni, che cosa le ha fatto conoscere il Signore di lui, dei suoi progetti, della vita? 
1.    I quarant’anni di Lina sono stati tempo di intraprendenza operativa e professionale. Lina non amava una vita in panchina. Le piaceva il suo lavoro e in esso poneva la sua professionalità, la sua determinazione, la sua passione. Quel reparto medico al quinto piano dell’ospedale era diventato casa sua e gli ultimi istanti di vita passati in quel luogo, dalla parte del malato, sembravano riaffermare una convinzione da cui Lina non si schiodava: la necessità di immedesimarsi nella situazione dell’altro, di aprire la professione agli slanci della missione, di mettere insieme terapia e vicinanza, intelligenza e cuore. Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant'anni. Il lavoro ci logora quando lo facciamo senza coglierne il senso, quando lo priviamo della sua capacità di parlarci di un progetto, della possibilità di sognare qualcosa di nuovo per noi e per gli altri. La terra promessa per il cristiano non è solo l’aldilà ma anche un aldiquà, un mondo capace di promuovere e di ospitare il vangelo e una differente umanità. E Lina ci provava ogni giorno con determinazione e cura.
2.    Ma i quarant’anni di Lina sono anche lo spazio degli affetti e in particolare della famiglia, quella d’origine e quella che nasce dal matrimonio con Stefano e dall’arrivo di Beatrice. L’esperienza della maternità rappresenta però il crocevia tra la gioia e la preoccupazione perché è proprio da tale momento che Lina comincia a confrontarsi con il suo male. Eppure le prospettive oscure, che certo a Lina non sfuggivano, non le impediscono di avere e di dare coraggio, contando sulla forza che le proveniva da quanto aveva di più caro: suo marito e sua figlia. Uno può anche chiedersi che senso ha tutto questo, se poi ti viene tolto. Forse il senso non sta nell’essere tolto, ma nell’essere stato donato perché una madre potesse essere tale e potesse sperimentare la forza dell’amore vero. L’amore ha questa capacità: di farti abitare le contraddizioni e le desolazioni, di farti rimanere in piedi anche quando l’equilibrio è precario, senza essere travolto dall’oscurità. Quando si ama si mette mano all’impossibile. Perché? Perché nell’amore si tocca il mistero di Dio. E a lui nulla è impossibile. Lina ci è stata rubata da una brutta malattia ma l’amore di cui è stata capace non può essere vinto, neanche dalla morte. Ce l’ha assicurato Gesù che la morte l’ha vista in faccia ma che dalla morte non è stato inghiottito. Chi ama, nell’amore continua a vivere, rimane nel cuore di chi lascia e trova la pienezza dell’amore nel mistero di Dio. Chi potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù?
3.    Infine i quarant’anni di Lina sono avvolti dalla prova. Per umiliarti e metterti alla prova, per sapere se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Il cammino dell’esodo è un tempo di tentazione, in cui Dio sembra sparire dalla vista. Proprio come Gesù sulla croce: Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. Scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ma Gesù non scende dalla croce; grida il suo sconcerto: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E rimane in quella collocazione, persuaso che Dio possa essere tale anche quando le circostanze sembrano smentirne l’azione. Lina è rimasta sulla croce con Gesù e non ha perso la sua fede. Anzi, sabato, appena sono arrivato in camera sua, il respiro era affannoso e angosciato, quasi un grido. Mi sono presentato e le ho dato una carezza; le ho detto di non aver paura e poi abbiamo recitato una preghiera con i famigliari. E il respiro si è normalizzato, quasi vivesse ormai la sua consegna al Signore.
Detto questo le nostre domande non sono esaurite. Ma insieme ad esse rimane la persuasione che i quarant’anni non sono trascorsi per nulla. E che la terra promessa di risurrezione e di vita non mancherà. Con la sorpresa di Dio e con quel legame di comunione che neppure la morte riesce a cancellare.

Veglia su Stefano e Beatrice, Lina, sui tuoi genitori e famigliari e veglia anche sulla nostra fede perché la speranza non venga meno e la tua testimonianza non vada perduta.  

domenica 1 marzo 2015

Omelia 1 marzo 2015


Seconda domenica di Quaresima

Quella sagoma nera, incappucciata che tiene in mano un coltello con cui sgozza le sue vittime atterrite ha un nome. Jihadi John, cittadino britannico di 27 anni, cresciuto in un tranquillo quartiere londinese, una famiglia benestante, laurea in informatica a Westminster, i vestiti firmati, la metro come tutti ogni giorno. Eppure quest’uomo è stato capace di una trasformazione che ci lascia esterrefatti, ci colloca nel deserto, proprio come quello che appare alle sue spalle, durante le sue agghiaccianti esecuzioni.

È la vicenda di un uomo che ha perso se stesso, ma è anche quello che talvolta capita a noi, quando la nostra umanità si avvolge di oscurità e non ci riconosciamo più. Tuo fratello con cui lavoravi insieme e chi ti abita poco lontano che ti estromette dall’attività, tua madre che vuole rifarsi una vita e che ti caccia dai nonni, tuo figlio che ti priva di vedere i nipoti perché non gli dai la casa. Il deserto qualche volta si diffonde anche intorno a noi.

Ebbene Gesù, nel mistero della trasfigurazione vuole indicare ai suoi discepoli un’umanità diversa, luminosa, che sappia di cielo. Notate che l’episodio è introdotto dall’indicazione: dopo sei giorni. Nel sesto giorno della creazione Dio ha creato l’uomo. Un’umanità sottratta alle logiche della morte, anche se Gesù la sta per incontrare. Come si entra in tale chiarore.

1.    Anzitutto bisogna accettare un invito a salire. Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte. La trasfigurazione domanda l’audacia di un’ascesa, non è esperienza da piano terra: staccati da quella mentalità che talvolta ti impedisce di vedere orizzonti più grandi e ti fossilizza. In questi giorni in India è stata liberata una donna oggi trentunenne che dall’età di tredici anni è stata costretta ad accogliere in grembo figli, sei in tutto, di coppie paganti. La sua situazione analoga a quella di centinaia di altre ragazze è stata resa nota da un’organizzazione non governativa che combatte le organizzazioni criminali che alimentano e soddisfano tale mercato. A volte noi non ci pensiamo: ci pare che avere un figlio sia un diritto ad ogni costo e dimentichiamo che i presunti nostri diritti sono talora garantiti da schiavitù. Sali sul monte, guarda le cose con più attenzione.

2.    Giunti sul monte Gesù si trasfigura. In greco c’è il verbo metamorphóomai che indica un cambiamento di forma. I discepoli vedono Gesù in una maniera nuova, vedono la vita in una maniera nuova. È la maniera di Dio che rischiara anche le situazioni oscure. Per te le tenebre sono come luce. Notate che Gesù porta i discepoli sul monte perché non si capivano più. Lui aveva appena annunciato la passione e quei discorsi pesavano nel loro cuore come un macigno: una sorta di fallimento rispetto alle loro attese. Sul monte Gesù vuole indicare una strada diversa: Dio può essere tale anche quando ti sembra impossibile. E te ne dà prova con un raggio di luce che cambia le forme, ti fa vedere la vita in quella che sembra una realtà di morte. Ecco allora l’invito della trasfigurazione: osserva le forme nuove di Dio, sappi ricercarle, riconoscerle. Avete sentito di quella polemica innescata dal primo cittadino di S. Giorgio in Bosco di far pagare alla Germania i danni per l’eccidio del 1945 di cui abbiamo memoria nel nostro comune. Mi è parsa sensata la risposta del nostro sindaco che di fronte alla richiesta di unirsi nella stessa rivendicazione ha ricordato i settant’anni di storia che sono passati, agli sforzi di riconciliazione e ai tentativi di costruire un’Europa diversa. Se poi i gemellaggi hanno qualcosa da insegnarci, proprio in questa settimana ho sentito che un gruppo della parrocchia di Boves ha rintracciato la tomba del criminale nazista responsabile dell’eccidio nella loro città e vi si è recato per pregare. Ecco la metamorphosis il cambiamento di forme che Dio ti chiama a riconoscere e ad operare.

3.    Infine c’è trasfigurazione quando ascolti la voce. Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo. Le immagini scompaiono, i discepoli scendono dal monte ma quel cambiamento nel quale per qualche istante sono stati coinvolti continuerà nel loro quotidiano nella misura in cui faranno posto all’ascolto di Gesù. Così anche per noi: vuoi che la vita cambi, che il tuo cuore cambi? Ascolta un po’ più di vangelo. Abbi l’audacia di sfidare il deserto quotidiano accogliendone la sfida. Qual è la pagina di vangelo che il Signore ti affida? Quella del perdono? Della ritrovata fraternità? Della solidarietà? Mentre i discepoli scendono dal monte non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Può essere un’annotazione di uno scenario che è cambiato, ma può essere anche la descrizione di un cambiamento loro. Da quel momento non videro altri, se non Gesù. Ecco, sei trasfigurato quando ogni giorno vedi Gesù e ti lasci condurre da lui. E l’uomo nuovo esce fuori, creato secondo Dio, aperto alle proporzioni del cielo.

sabato 21 febbraio 2015

Omelia 22 febbraio 2015


Prima domenica di quaresima
 
Siamo fatti per amare / Nonostante noi. Sono le parole della canzone di Nek, arrivato secondo al Festival di Sanremo. Nonostante tutti i nostri tentativi di percorrere strade diverse da quella dell’amore, noi siamo fatti per amare: questo è il nostro DNA; la vita dell’uomo dice la sua verità solo percorrendo strade di apertura, di solidarietà, di dono e la quaresima torna a ricordarcelo. La pagina delle tentazioni ci conduce in questo crocevia: l’amore come grande direttrice della vita e le traverse che talvolta sembrano offrire più seducenti promesse. Come si esce da questa alternativa? Come si vince la tentazione, nonostante noi? Gesù si fa compagno di cammino.

1.    Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto. Prima che si evochi la presenza sinistra del diavolo che tenta Gesù, l’evangelista ricorda che c’è un altro protagonista: lo Spirito di Dio. Vuol dire che la tentazione è ambito in cui egli agisce e che non è subito sinonimo di fallimento, di peccato. Il deserto è il luogo della verità, dove non ci sono artifici ma ti devi misurare con l’essenziale, con quello che conta. A Dio sta a cuore la verità del rapporto con lui e qualche volta ci accompagna in alcuni deserti perché ritroviamo l’autenticità di noi e di lui, delle cose e delle situazioni che ci capitano. A volte infatti viviamo in un perenne teatro, ci pare che la vita corrisponda alle nostre interpretazioni all’insegna del lavoro senza interruzione o del divertimento e dell’evasione. E poi un ragazzo di ventitré anni si toglie la vita. Che sta succedendo? È Dio che ci ha abbandonato o siamo noi che ci siamo perduti, incapaci di indicare senso? Cosa comunichi alle giovani generazioni? Guarda che forse il Signore ti sta conducendo nel deserto perché esci dal film che ti sei costruito e ritrovi l’autenticità, non le sceneggiature.

2.    E  nel deserto rimase per quaranta giorni. Quaranta sono anche gli anni di Israele nel deserto, tempo in cui il popolo sperimenta la fame, la sete, i serpenti e in queste circostanze è tentato di tornare indietro, mettendo in discussione quel Dio che li ha liberati. Gesù vive quei quaranta giorni per dire che ogni cammino di liberazione ha bisogno di tempo. La tentazione è l’occasione che Dio ti dà per crescere, per verificare la tua fede, per allenarti. L’uomo partecipa all’avventura di Dio non come una marionetta ma come soggetto libero. E la libertà ha bisogno di collocarsi, di decidere di sé, di sperimentarsi anche in situazioni in cui ne vedi la fatica. Dio ti aspetta. Già, ma noi non aspettiamo. Non siamo più in grado di apprezzare la fatica e, cercando di schivarla, scendiamo per il crinale più facile. Malattia: se non possiamo curarla, meglio farla finita. Famiglia: se non andiamo più d’accordo, meglio dividersi. Amicizia: se per stare insieme bisogna bere, al diavolo la salute. Al diavolo, appunto. È lui che vince con le sue alternative veloci. Dia-ballo, getto lontano. Vuole gettarci lontano da Dio e da noi stessi, vuole farci credere che la percezione di un’istante sia la verità della vita. Datti il tempo per crescere, per camminare, per stare nel guado, sapendo che ogni passo non è senza senso.

3.    Ma nella tentazione che cosa succede veramente nel cuore dell’uomo? L’evangelista ce lo fa capire con questa descrizione: Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. L’umanità di Gesù è contesa tra le bestie e gli angeli. L’uomo infatti nella settimana della creazione è creato nello stesso giorno degli animali, ma è rivestito di straordinaria dignità poiché, a differenza degli animali, è fatto ad immagine di Dio. Ecco la tentazione: è quella di esasperare questo rapporto. O perché perdi il contatto con il pianeta terra in uno spiritualismo disincarnato o perché l’animale dimentica di portare un riflesso di Dio sul suo volto e si trasforma in una bestia. E di esempi bestiali in questa settimana ne abbiamo collezionati parecchi: dai tifosi olandesi che hanno devastato la capitale, alla tredicenne di Torino violentata per mesi dai coetanei. Che fatica facciamo a riconoscere che la nostra sessualità non è solo pascolo dell’animale, ma è abitata dagli angeli, da chi cioè porta in essa un annuncio di Dio. Non perdere mai la tua umanità, ma non svenderla, non modificarla. Sei di più dei tuoi istinti e delle tue paure. Recupera quell’uomo che Dio ha creato e credi che in ogni istante della vita, anche il più drammatico, con Gesù nella tentazione puoi ritrovare te stesso. Siamo fatti per amare. Nonostante noi.

 

 

sabato 14 febbraio 2015

Omelia 15 febbraio 2015


Sesta domenica del Tempo Ordinario

Tu, lebbroso, mio fratello. Tu che sei isolato, evitato, rifiutato, respinto, Tu che gli uomini non vedono, non vogliono vedere, Tu lebbroso, sei mio fratello. […] Tu, lebbra, sei nemica degli uomini. Sei il fetore del nostro disprezzo. Tu sveli l’orgoglio che ci consuma, riveli il putridume delle nostre ipocrisie, manifesti l’isolamento dei nostri cuori.

Sono parole di Raoul Follereau da cui prende avvio l’opera straordinaria di un uomo che ha fatto per trentadue volte il giro del mondo per curare i lebbrosi e convincere i potenti della terra che quel male poteva essere vinto. Il lebbroso è un fratello e la lebbra è il putridume dell’indifferenza che crea distanze nei confronti dell’uomo escluso dai giudizi prima ancora che dalla sua malattia.

Oggi è come avere addosso l’aids: se te lo sei preso qualche motivo c’è e certo non ti fa onore. Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Ma pensate anche alla disabilità, ai malati psichici, agli immigrati, a tutti coloro che “la cultura dello scarto” ha ghettizzato in nome della vita ritenuta normale.

Gesù prende le distanze, non dal lebbroso, ma da questo mondo disumano dove la malattia diventa giudizio, le regole precedono le persone, i criteri dell’efficienza perdono l’uomo. E indica la strada della guarigione.

1.    Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Interessanti queste parole: se vuoi. Non è l’attesa di un’arbitraria concessione che può arrivare o meno, ma una ricerca di volontà. Se vuoi. Cosa vuole Dio? Vuole davvero queste sofferenze per mettere alla prova la nostra pazienza? È un Dio assetato di lacrime? A volte attribuiamo a Dio situazioni che non gli appartengono, cosparse di quella sensazione di castigo che facciamo fatica a scrollarci di dosso. Oppure arriviamo alla conclusione che, stante una situazione dolorosa, Dio non esista. Non solo nella malattia, ma anche nei drammi del mondo: un uomo bruciato vivo, i profughi travolti dalle onde e calati a picco in mare. Dov’è Dio? Non c’è o vuole farci capire fin dove possiamo arrivare senza di lui? È un Dio che cerca la sofferenza o un Dio che ti sta dicendo: non è questo che voglio? Ritrova la volontà di Dio, il suo progetto, la sua voglia di vita, di umanità, di fraternità.  

2.    Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». Ecco cosa vuole Dio, non l’indifferenza, ma la compassione, non la distanza, ma il contatto. E la sua mano torna al lavoro, come la mano tesa alla suocera di Pietro. È la mano creatrice, come quella di Dio sulla volta della Cappella Sistina. La lebbra è quella dell’ipocrisia, come ci ricordava Raoul Follereau, che ci fa pensare che dobbiamo trattare tutto in maniera sanitaria e giuridicamente accertata. Ieri è venuto un papà e mi ha mostrato un testo che leggevo senza difficoltà. Poi me ne ha mostrato un altro: inizialmente non ci capivo nulla perché i caratteri erano stranissimi, ma poi le parole prendevano forma e mi rendevo conto che era il testo precedente. «Ecco, concludeva quel padre, mio figlio vive lo stesso problema. Ma con un po’ più di tempo ce la fa». Pensate a questi bambini che sono anche alla nostra scuola materna: avrebbero bisogno di sostegno, ma la struttura pubblica vuole spesso delle dichiarazioni. Una catalogazione: deficit cognitivo, disturbi di apprendimento, difficoltà sensoriali, motorie… Ma questo vuol dire spese e allora si va per le lunghe. E perdiamo tempo prezioso in attesa di una mano che sembra persa nei meandri di un ping-pong infinito. Lo voglio, guarisci. Che cosa vuoi? Compassione, tendere la mano, toccare. Non starsene chiusi in un ufficio. La più grande / disgrazia che vi / possa capitare è di non essere / utili a nessuno (R. Follereau).

3.    Infine il brano si chiude con una sorta di monito che sembra quasi contrastare la tenerezza precedente: ammonendolo severamente, lo cacciò via subito. Sono i verbi dell’esorcismo, come quando Gesù caccia i demoni. Perché questa durezza? Gesù sta cacciando il lebbroso, ma lo sta cacciando da se stesso, da quel modo di pensare che ha intaccato anche lui. Come se volesse dire: esci da queste convinzioni, come hai potuto pensare che Dio ti volesse punire, che da parte sua ci fosse una volontà diversa da quella dell’amore e della guarigione? Nei giorni scorsi una donna rimasta vedova mi parlava degli ultimi anni vissuti col marito. «Quando abbiamo scoperto il suo male ci è crollato addosso il mondo». Ma poi aggiungeva: «Non l’ho mai abbandonato e quegli ultimi anni sono stati i più belli, perché dopo tanto tempo a pensare ai figli ci siamo ripresi come coppia. Se tornassi indietro rifarei la stessa cosa». Lasciati esorcizzare dalle idee sbagliate di Dio, della vita, della sofferenza. Lasciati esorcizzare da quella paura di stare accanto al disagio perché può essere proprio la grande possibilità per diventare uomo e per continuare ad esserlo.

sabato 7 febbraio 2015

Omelia 8 febbraio 2015


Quinta domenica del tempo ordinario

Vi ricordate la celebre poesia di David Maria Turoldo quando gli diagnosticarono il tumore che lo avrebbe portato alla morte nel 1992?
 
Ieri all'ora nona mi dissero:
il Drago è certo, insediato nel centro
del ventre come un re sul suo trono.
E calmo risposi: bene! Mettiamoci
in orbita: prendiamo finalmente
la giusta misura davanti alle cose;
e con serenità facciamo l'elenco:
e l'elenco è veramente breve. […]

La malattia è un’esperienza che sconvolge la vita. Il drago non è un gattino che fa le fusa: ti terrorizza e ci morde. Ma la malattia può essere anche l’occasione per guadagnare la giusta misura davanti alle cose, la verità dell’esistenza, sia per il malato, sia per chi gli vive accanto.
Nel vangelo di oggi Gesù visita a casa di Pietro la suocera malata: Era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.
C’è la donna inferma, ma c’è anche gente che le gira intorno preoccupata, dato che alcuni non tardano a informare Gesù. Cosa ci suggerisce questa situazione, come agisce Gesù?
 
1.     Anzitutto è utile sapere che ci troviamo in una sezione del vangelo nota come “la giornata di Gesù a Cafarnao”. Ebbene in questa giornata, fatta di solitudine e preghiera, di incontri e predicazione, c’è spazio anche per l’esperienza del limite e della fragilità. Gesù non fugge di fronte al male, anzi: venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Noi, figli di Vasco Rossi, vorremmo che la vita fosse sempre “una splendida giornata”, stravissuta, straviziata, stralunata. Invece qualche volta essa ci riserva anche le pagine della debolezza, come ricorda Giobbe: L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Vivere la malattia e stare accanto ad una persona malata è faticoso. A volte in questa circostanza vedi fuggire anche le persone più care. Tuo marito, i tuoi figli, gli amici. Ma la malattia ci ricorda che la nostra umanità si gioca anche qui e se la nostra giornata non ce ne vede partecipi perdiamo un’occasione per essere uomini.

2.    Come agisce Gesù nella malattia? Poche parole ma di grande intensità: Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano. Gesù si avvicina e prende per mano la donna. C’è un contatto: Gesù non ha paura della prossimità. Tocca con mano la donna e la situazione. Ma qual è l’obiettivo: La fece alzare. Egheiro. È il verbo della risurrezione. Cerca nella malattia contatti di risurrezione, aiuta il malato a risorgere. Pensate a quello che è capitato in Canada proprio in questi giorni. La Corte Suprema ha aggiunto anche questo stato a Belgio, Olanda e Svizzera paesi nei quali è lecito per un medico aiutare una persona a uccidersi quando questa sia «un adulto competente che chiaramente acconsente a terminare la sua vita e che ha una condizione medica grave e irrimediabile». Gesù pone gesti di risurrezione e noi facciamo leggi che decretano la morte. E ci pare che siano gesti di libertà e di civiltà. Ma dove sta la civiltà di un popolo? Nella morte o nella vita? Si tratta di un capitolo complesso che non deve portarci a sottovalutare la fatica di certe situazioni terminali, ma neanche esporci alla tentazione di far sparire i problemi facendo sparire l’uomo. Poni gesti di risurrezione: stai accanto, scopri i legami di solidarietà, strappa l’ospedale ad una pervasiva logica aziendale, fa’ l’infermiere e fa’ il medico cercando l’uomo, trattando i malati come persone e non come numeri. Egheiro!

3.    E infine la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Qui l’evangelista ci fa capire qual è il criterio che stabilisce la guarigione. Servire. In greco diakoneo. È il verbo del servizio cristiano. Sei guarito dal male quando interpreti la vita come dono per gli altri. Allora qui comprendiamo che non si tratta solo di malattie del corpo, ma anche di quelle del cuore. Sia che tu sia malato, sia che tu sia sano, ricordati che la grande febbre della vita è quella dell’egoismo, della chiusura. Apri la tua vita agli altri: se sei malato evitando di chiuderti, se sei sano regalando qualcosa di te.

E allora il drago non vince, perché non trova più quel trono su cui regnare. E la malattia diviene speranza: di guarigione e occasione per essere uomini.

lunedì 2 febbraio 2015

Omelia 1 febbraio 2015


Quarta domenica del Tempo Ordinario

Dostoevskij nel celebre romanzo I fratelli Karamazov immagina una vicenda ambientata in Spagna nel 1500, al tempo dell’inquisizione. Dopo quindici secoli dalla morte, Cristo fa ritorno sulla terra. Pur comparendo furtivamente, il popolo lo riconosce e lo acclama come salvatore; tuttavia egli viene subito incarcerato per ordine del Grande Inquisitore proprio mentre ha appena realizzato la resurrezione di una bambina. In prigione l'Inquisitore si reca a trovare Cristo, e, dopo avergli comunicato la sua condanna a morte, gli rimprovera di avere seminato confusione, di aver voluto portare la libertà ad un popolo che è incapace di usufruirne, poiché un popolo felice non può essere libero, ma sottoposto ad un potere autoritario che decida per lui. «Ti ripeto che domani stesso tu vedrai questo docile gregge che i precipiterà ad attizzare i carboni ardenti del tuo rogo, sul quale ti farò bruciare perché sei venuto a disturbarci». La pagina di Dostoevskij è una grande provocazione. Gesù può essere di disturbo e lo può essere anche per gli stessi cristiani. La pagina del vangelo ci aiuta a riflettere. Gesù sta predicando nella sinagoga di Cafarnao ma la sua parola scatena la reazione violentissima di un uomo posseduto. Chi ti possiede? La parola di Gesù o altri progetti? Proviamo ad osservare come si manifesta questa progettualità alternativa..

1.    Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Lo spirito impuro crea distanza, barriera. Noi-Gesù. A volte abbiamo la sensazione che Gesù si allarghi un po’ troppo nella nostra vita e delimitiamo gli spazi. Fin qui puoi arrivare, non andare oltre. Pensate alla questione convivenza. È il segnale che la vicenda famigliare si sta staccando dalle prospettive cristiane. Che vuoi da noi Gesù? Lasciaci provare a modo nostro. E si aggiungono anche i genitori: “Piuttosto che si separino, meglio che provino”. Ecco, l’ambiguità è proprio in quella che si definisce “una prova”. Perché di fatto non puoi provare quello che non c’è. Non puoi vedere un panorama se non vai oltre a quel valico che non ti consente più di tornare indietro.  Non puoi dire che è amore se ti giochi a metà, se tieni aperta una via di fuga. Il matrimonio non è “giochiamo” a marito e moglie, come si faceva da bambini, ma impariamo ad “esserlo”, senza sconti sulla fiducia reciproca. Gesù non ostacola la felicità ma ne apre l’autenticità. Lui parla con autorità, non come gli scribi. Perché se il matrimonio non aggiunge nulla alla convivenza senti una certa inquietudine? E perché quando decidi di sposarti dopo anni di convivenza ti viene la tremarella? Vuol dire che non è la stessa cosa! Sta’ sempre in guardia dagli scribi di questo tempo perché diffondono una sapienza mondana che alla fine ti imprigiona. 
 
2.    Sei venuto a rovinarci. Dopo la distanza ecco il sospetto. Questo è il peccato delle origini: Dio antagonista, Dio che non sia così necessario o che, peggio, voglia l’infelicità degli uomini. Questo è tempo di pensare se avvalersi o meno della religione a scuola. E questa scelta ci sembra il crocevia di una certa libertà variamente motivata: basta con queste ingerenze, siamo in uno stato laico, la religione non c’entra con la scuola… Il sospetto è che la chiesa voglia controllare lo stato, arrogarsi diritti sulla gente. E invece vediamo proprio in questo nostro contesto quanto la questione religiosa sia diventata nevralgica. Il secolarismo voleva ostruirle la porta ed essa rientra dalla finestra e in maniera spesso violenta, incontrollata, acritica, tanto che un ragazzino francese in questa settimana scrive: «Io non sono Charlie. Io sto con i terroristi». Gesù dice all’uomo posseduto: «Taci! Esci!». Forse anche noi dobbiamo imparare a uscire dal mondo del sospetto perché è proprio questo atteggiamento l’alleato della nostra infelicità. Senza Dio non esponi la vita alla libertà ma al vuoto e alla confusione. L’uomo è più “alto” di quel che sembra e senza quella misura diventa uno gnomo. Sei venuto a rovinarci? No. Ti stai rovinando da solo!

3.    Io so chi sei: il santo di Dio. In questa espressione che sembra una professione di fede, c’è in realtà il tentativo diabolico della cattura. So chi sei, ti tengo in mano, non hai misteri per me. È un Dio che ha cessato di stupire, che viene ridotto a sistema, a fotocopia. Lo so già. Che cosa sai? La tua presunzione, i tuoi schemi. Dio invece è novità, è sorpresa che coinvolge non solo i pensieri ma la vita, come se si trattasse di un parto. Non a caso l’intervento di Gesù costa fatica: straziandolo e gridando forte. Lascia che il Signore metta un po’ a soqquadro la vita. Quando capita non ti ha abbandonato ma sta facendo nascere l’uomo nuovo che si fida di lui.

Chi è costui che comanda persino agli spiriti impuri e questi gli obbediscono? Che te ne fai di Dio? Il disturbo del grande inquisitore o la bella notizia della vita? Accoglierlo vuol dire lasciarlo agire, lasciarlo agire vuol dire tornare a sorprendersi. Di lui e di noi.  

domenica 25 gennaio 2015

Omelia 25 gennaio 2015


Terza domenica del Tempo Ordinario

Sul sito archeologico dell’antica Priene, città dell’Asia Minore nell’attuale Turchia, è stata trovata un’iscrizione del 9 a.C. che celebra i natali di Augusto. Ebbene quel giorno è salutato come portatore di un lieto annuncio per tutto l’impero. Quella parola “lieto annuncio” corrisponde al termine greco euaggelion, vangelo. Il termine ai tempi di Gesù era dunque già diffuso: indicava una buona notizia di carattere politico o militare, una vittoria o la morte dei propri nemici. I cristiani ripresero quel termine ma lo associarono all’annuncio di Gesù. Non erano gli imperatori a portare buone notizie al mondo ma il Figlio di Dio che recava una nuova visione della storia e una inedita possibilità di liberazione rispetto a tutto ciò che imprigionava l’uomo, morte compresa.

Mentre Gesù inizia la sua vita pubblica, il termine vangelo risuona per ben due volte, nelle parole dell’evangelista e in quelle di Gesù. Egli andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Tempo e luogo. Il vangelo è un modo nuovo di abitare la storia sapendo che in essa irrompe ormai l’azione di Dio. Il chronos, lo scorrere dei giorni, è abitato dal kairos, la misura dell’eterno. E questa sorpresa ridisegna la vita. Se il vangelo non coinvolge la vita che lieto annuncio è? E quella rete che ritorna per ben tre volte nel vangelo di oggi è proprio l’immagine della vita. Vita che cerchiamo nella rete gettata, nella rete riparata, nella rete lasciata.

1.    Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare. Gettare le reti è un gesto di speranza, di fiducia. Il vangelo è parola che riguarda le attese della vita. Dove stai gettando la rete? A volte non ci sono mari molto pescosi ma acque ferme. L’abbiamo letto nel giornale anche ieri: Festeggia la patente con alcol e coca e si schianta. A Castelfranco, non in America. I racconti delle feste che i nostri adolescenti promuovono ci fanno capire che questo mondo di sballo non è poi così distante. Un quindicenne viene segnalato per detenzione e spaccio di coca. Gli amici commentano: «Che pirla, si è fatto beccare». Sei pirla se ti fai beccare o se sballi? Sono bastardi i carabinieri che ti fermano o tu che ti muovi “fatto” per strada? Interroga la tua vita, le tue attese perché a volte le acque in cui peschi possono essere stagnanti o velenose. Il Vangelo risuona quando giochi in grande la vita.

2.    Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. Qui i pescatori aggiustano perché la rete, metafora della nostra vita e delle nostre attese, qualche volta si rompe. E serve pazienza, capacità di rimettere insieme i fili, di riannodare. Anche questo è un terreno dove il Signore vuol far udire il suo vangelo perché talvolta c’è il rischio che, per poter riannodare la vita, ne strappiamo un pezzo. Pensate all’esigenza che qualche volta emerge di fare il punto della situazione. Un momento difficile, qualcosa che non va come vorresti, l’interruzione di un rapporto e la vita si scuce. E allora cominci a prenderti in mano e ti rivolgi a un terapeuta. Niente da dire, ma hai verificato chi è, che visione di uomo lo muove? Ma oggi vanno di moda percorsi wellness facilmente rintracciabili anche in palestra dove oltre allo zumba trovi un corso di meditazione con un guru che si prende cura della tua vita. E che succede? Un po’ alla volta il guru riannoda, ma modo suo, tagliando alcuni fili che a lui non servono: pensa a te stesso, tieni distanti quelli che sono carichi di energia negativa, impara a volerti bene. E siccome mi voglio bene, mi dimentico che nel frattempo ho dei figli, un lavoro, una dignità che mi appartiene e che appartiene anche alla mia famiglia. E allora divento assente, regredisco, trasgredisco. E’ importante riassettare la rete, ma non farlo senza che risuonino parole di vangelo. Lì c’è buona notizia.

3.    E infine il terzo annuncio evangelico: E subito lasciarono le reti e lo seguirono. La vita a volte non porta solo attese buone o esigenze di riassetto. A volte può anche imprigionare. Quale rete ti imprigiona? Notate l’insistenza con cui si evoca l’ambiente lavorativo: gli strumenti per la pesca, la barca, i garzoni. Era una piccola azienda di famiglia, gestita da Zebedeo. Chissà che cosa avrà detto il titolare quando ha visto andarsene i due figli! Attento al lavoro perché qualche volta può diventare una trappola. Quando ti ruba alle relazioni importanti, quando il guadagno diventa spregiudicatezza e illegalità, quando in bilancio c’è anche lo sfruttamento, quando ti limiti al minimo e scarichi il lavoro sui colleghi? Il vangelo non è accomodamento: è strada nuova da percorrere, come quella dei discepoli che da quel momento in avanti comprendono che non sono i pesci l’orizzonte della vita, ma l’uomo. Vi farò diventare pescatori di uomini. Essere a servizio del vangelo vuol dire cercare un progetto di umanizzazione e lottare per tutto ciò che lo compromette.

Venite dietro a me. Su queste strade di umanità il Signore ci aiuti a seguirlo.