sabato 11 ottobre 2014

Omelia 5 ottobre 2014


Ventisettesima domenica del Tempo ordinario

C'è una bella poesia di Giovanni Pascoli che con molta leggerezza racconta la bellezza di un orto:

E come l'amo il mio cantuccio d'orto,
col suo radicchio che convien ch'io tagli
via via; che appena morto, ecco è risorto.

Tra le proprietà che uno possiede c’è sempre un pezzettino di terra che gli è più caro, dove ci mette un po’ di cura in più. Anche Dio ha questo appezzamento: è una vigna che circonda di grande attenzione e nella quale addirittura risuonano canti gioia: Canterò per il mio diletto un cantico di amore per la sua vigna. Che cosa ci suggerisce questa immagine e perché Gesù ancora una volta se ne serve?

1.     Anzitutto essa corrisponde a qualcosa di bello e vitale. Il cristianesimo non è un codice di procedura ma una realtà che cresce, si diffonde e porta frutto. Questo interroga la nostra modalità di approccio alla fede e la nostra testimonianza. Noi proveniamo da un cristianesimo consolidato che ha dato forma alle nostre comunità, ai loro assetti pastorali. Ma bisogna continuamente interrogarsi su quello che facciamo, sulle modalità con cui operiamo per non correre il rischio che la struttura mortifichi la vitalità evangelica e ci ritroviamo a rincorrere tradizioni che alla fine ci imprigionano. E’ quello che continuamente ripete Papa Francesco: quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una ONG. E la Chiesa non è una ONG. E’ una storia d’amore. Ecco la vigna, il piccolo appezzamento situato nel cuore di Dio.

2.     Nella vigna tuttavia succede qualcosa di grave. La logica d’amore è sostituita da altre visioni che portano a gesti drammatici. Tutta la cura che il padrone pone nei confronti della sua proprietà è vista con sospetto, con fastidio, fino alla violenza e alla prevaricazione: prima nei confronti dei servi, poi nei confronti del figlio. “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Comprendiamo bene che qui c’è un chiaro giudizio nei confronti dei capi del popolo ostili all’azione di Gesù. I custodi della vigna che ne dimenticano e tradiscono il senso. È lui il Figlio che verrà ucciso fuori della vigna, proprio da loro. Ecco a volte questo capita anche nella nostra vita: Gesù ci è d’impiccio. Ci dichiariamo credenti, ma il vangelo che seguiamo è un altro. Pensate alla vicenda di questi due ragazzini diventati genitori a 13 anni. Una storia gestita bene a quanto sembra, ma che ci interroga in termini educativi. A volte ci pare che la chiesa sia retrograda quando parla di sessualità e riteniamo che in nome di una presunta libertà ogni scelta sia legittima. Invece in questi casi comprendiamo che la sessualità non può essere slegata dall’età, dalla crescita affettiva, dai linguaggi della mente, del cuore e non solo del corpo. Se escludiamo le prospettive evangeliche, non solo uccidiamo Gesù, ma perdiamo anche l’uomo così come Dio stesso lo sogna.

3.     Dio però non si rassegna di fronte a questa situazione e ricomincia da un’altra parte. Costruisce un popolo capace di custodire il suo sogno. A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. Sono parole che sempre dobbiamo ricordare per non credere di possedere l’esclusiva su Dio. Bisogna essere sempre attenti a questi spostamenti che Dio realizza. Oggi inizia il Sinodo sulla Famiglia. Pensate al modo con cui si parla di tale realtà: o in termini distruttivi che la cancellano o in termini allarmistici che segnalano solo l’emergenza, le situazioni problematiche. E con una simile angolazione fare una famiglia sembra impossibile: meglio adeguarsi ad altri modelli. Un sinodo è l’occasione per ritrovare il sogno di Dio, per riguadagnare fiducia, ma anche per vivere questo nostro tempo, senza dimenticare le situazioni complesse che la famiglia incontra. Perché ci sono famiglie che ancora continuano ad essere tali, nonostante le difficoltà. Sono la pietra scartata dai saccenti di questo tempo che diviene pietra angolare, una meraviglia ai nostri occhi!

Ecco, non lasciarti confondere ed entra con gioia nella vigna: scopri la bellezza di farne parte e impara a custodirne il dono.

sabato 30 agosto 2014

Omelia 31 agosto 2014


Ventiduesima domenica del T.O.

Tu mi sei di scandalo. Skandalon in greco, indica il sasso, quello insidioso che ti fa inciampare. Pietro, definito pochi versetti prima come la roccia, viene paragonato a una pietra scivolosa sulla quale le convinzioni precedenti non stanno più in piedi. È la nostra vita: momenti in cui siamo rocce e momenti in cui siamo sassi pericolosi, per noi e per gli altri.

Quando diventiamo ciottoli ingannevoli? Gesù ce lo fa capire: Perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini. Ecco, l’instabilità della vita dipende dai pensieri che coltivi, da quello che ti orienta nel cammino. Segui strade terrene o strade fatte di cielo? Abbiamo sentito in questi giorni di quella bambina americana di nove anni che al poligono dove stava sparando con una mitraglietta, per sbaglio, uccide il suo istruttore. Cosa porta dei genitori a fare una scelta così sconsiderata? Che cosa metti in mano a tuo figlio? Magari non sarà la mitraglietta Uzi, ma ci sono anche altre armi. Mi fa pensare ad esempio una trasmissione di MTV dove vari adolescenti americani presentano la propria casa. Abitazioni enormi e lussuosissime dove la felicità sembra data dalle infinite risorse del conto di tuo padre. Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Gesù rimette Pietro sulla strada del discepolo: Va’ dietro di me. Qual è il cammino che Gesù indica per tornare ad essere roccia?
 
1.    Se qualcuno vuole venire dietro a me. In questa espressione troviamo un’ipotesi e un appello alla volontà. Diventare discepoli non è scontato: domanda una decisione che va interiormente chiarita, motivata, assunta. Ci sono altri modelli in agguato che rischiano di essere omologati e omologanti. Tu chi sei? Chi vuoi seguire? Non conformatevi a questo mondo. Venerdì sera ero a cena in casa di due amici medici. Ad un certo punto arriva la telefonata di un decesso e la moglie, medico di base, parte per fare la constatazione. Fuori servizio, avrebbe potuto far intervenire la guardia medica, ma lei dice: «Loro conoscono me». E poi torna e racconta che è stata con i familiari e ha detto pure le preghiere. Mentre era assente, il marito mi racconta che il giorno prima aveva caricato in macchina un bambino africano con la mamma e lo aveva portato dallo specialista. «Lei è così». Ecco: chi segui? I codici di procedura? Le ricette in bianco e in rosso che vengono cambiate? O un pezzo di vangelo che il Signore ti affida anche quando sei medico? Se qualcuno vuole venire dietro a me…

2.    Rinneghi se stesso. Rinnegare non vuol dire mortificare quello che di bello e di buono c’è nell’uomo. Vuol dire aderire a un percorso più grande di quello che sei. Rinnega la pretesa di essere tu stesso il centro dell’universo, la chiave di misura e di valutazione di tutto. Lascia spazio a Dio perché l’onnipotente è lui. Pensate alle volte in cui diciamo: “Ho fatto” con la sensazione di essere qualcuno. Descriviamo la nostra giornata all’insegna di quel che abbiamo combinato e ci pare che le nostre opere equivalgano al nostro valore. È una tentazione dell’homo faber. Ma anche l’homo ludens non è da meno: divertimento, piacere, evasione e se non riesco a garantire questi spazi mi sento frustrato. Allora piazzi i figli ai nonni perché le tue vacanze non devono subire il loro stress. Rinnega questa logica, dice Gesù. Trova una visione composita della vita. Non sei solo quello che fai, non sei solo il tuo divertimento. Sei quello che vali, la tua profondità, la tua capacità di incontro, la tua fede. Prova a vedere che succede se liberi anche queste risorse.

3.    Prenda la sua croce e mi segua. Questa immagine che non ci va molto a genio non dice tanto la sofferenza, i patimenti fisici. Il cristiano non li cerca e non li raccomanda. Perché Gesù muore in croce? Per amore. Prendere la croce vuol dire: se vivi un’esistenza nell’amore e nel dono niente e nessuno te la può togliere, anche se tenteranno di convincerti del contrario. Gesù dice queste cose prima della sua morte, ma i suoi ascoltatori conoscevano bene il cammino dei condannati che salivano l’erta del Calvario portando il patibolum sulle spalle. E sapevano anche che la gente li derideva e li insultava: «Sei uno che ha fallito, uno che ha sbagliato tutto e paghi le conseguenze della tua esistenza sconsiderata». È quello che avvertono i cristiani di Mosul che vengono allontanati e perseguitati con una “N” di nazareno dipinta sulle loro abitazioni. Un marchio infamante per i loro aguzzini che inneggiano ad una religione di sopraffazione, di eliminazione, di terrore. Prendere la croce vuol dire: questo modo di impostare la vita non vincerà. Perché ha dimenticato l’amore. E siccome l’amore è l’anima della vita, se perdi l’amore hai perso tutto. Pensate alle eredità: talvolta un genitore opera alcune scelte preferenziali oltre la legittima. Perché un figlio è più in difficoltà, perché ci sono esigenze diverse. E subito monta la gelosia perché sembra di essere defraudati. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Trovi solo quello che hai donato. E nel dono trovi la parte migliore di te.

Ecco, la roccia e il sasso. Secondo Dio o secondo gli uomini? Il rischio di Pietro è sempre in agguato, ma Gesù non si dà per vinto: sostiene l’apostolo, sostiene anche noi.

sabato 16 agosto 2014

Omelia 17 agosto 2014


Ventesima domenica del T.O.

In quel tempo, partito di là. Il verbo greco è exercomai, termine tecnico del vocabolario dell’esodo che indica l’uscita, il passaggio dalla schiavitù alla terra promessa, da un luogo dove uno non riesce a vivere una vita piena e cerca spazi di autenticità e di libertà. Gesù sta vivendo e indicando un movimento esodale, un passaggio da compiere per non rimanere imprigionati. Pochi versetti prima l’evangelista ricordava una polemica con i farisei sulle tradizioni degli antichi: regole che avevano prevalso sulla fede e oscurato il senso di Dio, convenzioni che sono diventate Dio. Provate a pensare se questa non sia talvolta la nostra condizione, rispetto a quel "pensiero unico" con cui interpretiamo ciò che capita allineandoci alla mentalità dominante sui temi della vita, degli affetti, dell'economia. Siamo prigionieri: uscire di là. Come avviene questo passaggio?

1.    Si ritirò nella zona di Tiro e Sidone. Gesù raggiunge innanzitutto un territorio straniero oltre i confini di Israele. Si ritirò, osserva l’evangelista: anacoreo. Verbo che piace molto a Matteo e che indica il percorso di chi prende distanze, di chi ritorna all’essenziale. Ma è interessante che questo ritorno sia nella direzione di un viaggio e non di una cella. Trovi te stesso se percorri strade di novità, se riconosci l’appello di Dio oltre le delimitazioni nelle quali la sua azione ti sembra possibile. Dove abbiamo rinchiuso Dio? In chiesa? In un servizio? In una parrocchia? Come parliamo di lui? Con linguaggi edificanti estranei alle sfide culturali che stiamo vivendo? Ognuno di noi ha dei confini da varcare per ritrovare Dio. Pensate al dramma dei profughi che stanno arrivando nel nostro territorio e alle nostre delimitazioni. Ecco Tiro e Sidone che ci restituiscono un’umanità differente da quella con cui ci misuriamo: aperta alla fraternità e ad una visione del mondo che è tutto sotto lo sguardo di Dio. Non lasciarti imprigionare dal particolarismo, dalla paura, dal sospetto.
 
2.    Ed ecco una donna cananea. Il viaggio di Gesù è segnato da donna che grida e implora il rabbi per sua figlia tormentata da un demonio. A che serve un viaggio se non per udire un grido? Eppure questo grido sembra disatteso. Da un Gesù che inspiegabilmente tira dritto e da discepoli che cercano risposte convenienti. Che sta succedendo? I discepoli dicono a Gesù: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Il verbo apolùo, con cui si indica anche il ripudio matrimoniale, non vuol dire tanto esaudiscila, ma cacciala via. Ci dà fastidio. Ti costa tanto fare un miracolo? Gesù però non acconsente a questa logica, non distribuisce la grazia in caramelle. A volte ci sono cammini lunghi da vivere, purificazioni da accogliere. Viaggio del Papa in Corea. Per i media sembra che il problema più grande sia stato si il telegramma senza risposta che papa Francesco ha inviato alla Cina, sorvolando quel paese. Ma come, a questo papa rispondono tutti! Perché qui non ha fatto il miracolo? Forse perché il miracolo che Dio intende compiere è quello della libertà, della ricerca dei segni, della tenacia del bene. Il miracolo non è solo nella guarigione di un bisognoso, ma anche nella tua guarigione. Supera le pretese magiche o funzionali e vivi anche tu l’avventura della fede. Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia. Frase un po’ enigmatica ma che ci fa capire che tutti siamo in viaggio sulle strade di Dio.
 
3.    Ma questa pagina ci inquieta anche per le risposte di Gesù, che francamente ci sembrano dure. Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa di Israele. Non è bene togliere il pane ai figli per darlo ai cagnolini. Nella mentalità di allora Israele era il figlio, oggetto dell’attenzione di Dio, i pagani erano considerati cani. Non necessariamente con disprezzo, ma certamente come gente differente, con cui si tratta in maniera diversa. La missione iniziale di Gesù si inserisce in questa logica in relazione a quello che il Padre gli ha affidato. Ma ciò che sorprende e forse un po’ imbarazza è che anche il Figlio, in questa sua precisa missione, si lasci sorprendere dall’azione del Padre che apre nuovi orizzonti. E l’orizzonte è dischiuso dalla sconvolgente risposta della donna che allude a un cibo per tutti, per i figli e per i cani, per chi prende dalla pagnotta e per chi si accontenta delle briciole. A quel punto Gesù non può che riconoscere: Donna, grande è la tua fede. Avvenga per te come desideri. Ecco, l’esodo è ormai iniziato. La fede è per tutti e anche dove non te lo aspetti Dio apre la sua novità. Il tuo esodo, il tuo cambio di mentalità avviene nel momento in cui con stupore riconosci questa azione. Dove non avresti pensato. Come ieri in Corea: a fronte di un Oriente che ci inquieta un milione di persone ha partecipato alla messa di Papa Francesco. Avvenga per te come desideri. Impara a desiderare secondo Dio e non tarderai a vedere la sua azione.

sabato 9 agosto 2014

Omelia 10 agosto 2014


Diciannovesima domenica del T. O.

Forse l’opera d’arte maggiormente conosciuta della pittura giapponese è “La grande Onda” dipinta da Katsushika Hokusai presso la spiaggia di Kanagawa nel 1830 ca. http://it.wikipedia.org/wiki/La_grande_onda_di_Kanagawa L’onda diviene il riflesso di un animo agitato, sconvolto, continuamente sballottato e che non ha mai tregua. L’onda è un respiro bloccato mentre i flutti si raccolgono in alto e sembrano abbattersi come artigli minacciosi di un rapace. È quello che la vita talvolta ci riserva in quelle esperienze che minano la nostra stabilità. Pensate ai cristiani di Mosul: l’onda del fanatismo islamico integralista e violento che li sta spazzando via. Oltre centomila. Pochi sacchi con i vestiti, alcuni addirittura in pigiama su carovane di auto improvvisate o a piedi lungo il deserto. Una fuga verso Nord, nel Kurdistan, mentre l’Europa sembra sorda di fronte alla tragedia. Che si fa quando arriva l’onda che devasta la vita? I discepoli sulla barca sono l’icona di una situazione di difficoltà nella quale Gesù non è assente e offre possibilità di comprendere quanto sta succedendo e di venirne fuori.

1.    Accettare la prova. Anzitutto il brano inizia con una decisione molto ferma da parte di Gesù: Costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Sembra che la sedentarietà tranquilla non piaccia al Maestro preoccupato più della qualità della fede dei discepoli che della qualità della loro vita. Pensate alle parole di Papa Francesco: «Quando la chiesa diventa chiusa, si ammala. Preferisco mille volte una Chiesa incidentata, piuttosto che chiusa e malata». Proprio perché la fede si dà come cammino essa non può che correrne il rischio, accettando di crescere anche attraverso la prova. Il termine basanízo che indica la barca agitata dalle onde è lo stesso verbo che si usa per la prova dei metalli preziosi, per verificare se si tratta davvero di oro. Gesù a volte ti trascina in situazioni complesse per vedere se si tratta di fede o di buona salute, di adesione a lui o a te stesso, di bigiotteria ornamentale o dinamica di vita. Non è lui la causa delle tragedie umane ma un’onda che arriva, come a Refrontolo, è sempre un monito rivolto all’esistenza: come imposti la vita? Di chi ti fidi? Quali sono le tue sicurezze?

2.    Riconoscere le paure. Ma non è così semplice riconoscere il Signore. Quando egli arriva, sul finire della notte, credono che si tratti di un fantasma. E gridarono dalla paura. Dio qualche volta ci sembra confuso e i suoi progetti ci spaventano come se si trattasse di una presenza estranea, che non condivide la sorte degli uomini. In Francia in questi giorni il Consiglio superiore per l’audiovisivo ha espresso un parere negativo rispetto alla decisione di alcune grandi reti televisive di trasmettere il filmato “Cara futura mamma”, dedicato al riconoscimento e alla valorizzazione dell’umanità dei bambini e delle persone affette dalla “sindrome di Down”. Si trattava di una serie di immagini che volevano incoraggiare una mamma gestante ad accogliere anche un bambino così. L’authority afferma invece che è sconveniente «disturbare la coscienza delle donne che, nel rispetto della legge, hanno fatto scelte diverse di vita personale». Ecco il fantasma che si aggira: la vita che ci fa paura e il vangelo che sembra contrastare la nostra felicità. «Coraggio, dice Gesù, sono io, non abbiate paura». Sono io è il nome santo di Dio che vuol dire ci sono. Il fantasma da combattere non è lui, ma le tue paure che talvolta cambiano i contorni della vita popolandole di spettri. Paura di mettere al mondo un figlio, paura che gli immigrati ci portino le malattie, paura che l’altro invada spazi vitali. Non è che le paure siano diventate più grandi di Dio, più grandi di quel “sono io” con cui ti accompagna?

3.    Camminare sull’acqua. C’è un altro passaggio che il Signore ci fa fare. «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Dalla tempesta si esce se impariamo a sfidare le leggi della natura, dell’ovvio, delle consuetudini e delle mode. C’è un altro equilibrio da ricercare, quello che nasce dalla fede. Ieri è venuto un uomo sulla quarantina per il funerale della mamma. Ricordando la malattia di questa donna, ha raccontato due episodi. Il primo quando in seguito a un aneurisma la donna era stata ricoverata e lui le era stato accanto per tutta la notte stringendole la mano. «In quel momento c’è stato il primo bilancio della mia vita e la verifica di quello che conta davvero e ti tiene in piedi». Il secondo, quando ha visto come si prendevano cura di sua madre alla Casa dei Gelsi. «Io le sono sempre stato vicino ma non riuscivo a farlo quando si sporcava. Quando ho visto la serenità con cui il personale la puliva, scherzando senza mai svendere la dignità di mia madre, mi sono chiesto: ma da dove arriva questa energia?». Ecco, la vita qualche volta ci fa capire che c’è una zona dove l’impossibile si trasforma, dove le acque non ti sommergono, dove ci può essere una mano che ti rialza. È il senso di quella “Carta del coraggio” che oggi gli scout sottoscrivono a S. Rossore.
 
 
     «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Non lasciarti sommergere dall’onda perché c’è qualcuno che la vince e su di essa ti fa camminare. Forse può essere un modo nuovo per guardare ai problemi e per imparare ad uscirne.

 

 

Omelia 3 agosto 2014


Diciottesima domenica del T. O.

Laurence Binyon è un poeta inglese noto per aver pubblicato sul Times una poesia che, alla vigilia della prima guerra mondiale, scosse molto l’opinione pubblica londinese.

Io scendo tra le genti come un'ombra,
Io siedo accanto a ciascuno.
Nessuno mi vede, ma tutti si guardano in faccia,
E sanno ch'io sono lì.
Il mio silenzio è simile al silenzio della marea
Che sommerge il campo di gioco dei bimbi […]

Io Sono più tremenda degli eserciti,
Io sono più temuta del cannone. […]
Io sono il primo e l'ultimo istinto dei viventi...
Sono la Fame.
La fame, primo e ultimo istinto dei viventi. Gesù lo sa bene. E proprio per questo si fa conoscere mentre la fame si fa sentire, al termine di una giornata in cui molta gente lo ha seguito. Sarebbe più comodo mandare a casa tutti, come suggeriscono i discepoli, ma lui prende sul serio la fame degli uomini e ad essa dà risposta. Pane in abbondanza per tutti, addirittura che avanza. Quel pane è lui stesso, cibo di eternità; perché in ogni fame c’è sempre una fame più grande: di conoscenza e di verità, di appartenenza e d’amore, di compimento e felicità.  Ma quello che emerge nel vangelo che abbiamo ascoltato è la partecipazione dei discepoli alla sazietà del mondo: Voi stessi date loro da mangiare. Siamo affamati, ma ci saziamo solo se rispondiamo alla fame degli altri. Non rimanere inerte, sembra dire Gesù, non fuggire: puoi contribuire al desiderio di felicità degli uomini. Come?

1.    Anzitutto considera quello che c’è. Il miracolo accade in ragione di una iniziale disponibilità, anche se sembra inadeguata o insufficiente. «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». Oggi noi siamo segnati da una logica di programmazione che funziona con progetti, stanziamenti, valutazione delle risorse: le grandi opere. Ma le grandi opere del cristianesimo sono sempre partite con un’insufficienza affidata alle mani di Dio. Basti pensare a S. Giuseppe Cottolengo a Torino. La sua Casa della Divina Provvidenza nasce in precarie condizioni economiche. Oggi è una struttura che raccoglie oltre quattromila ospiti. A volte alcune situazioni della vita ci sembrano insormontabili. E non solo quelle segnate dal limite, come l’assistenza di un malato. Anche quelle che riguardano la vita e il futuro, come fare una famiglia o un figlio dato che in 10 anni sono aumentate del 10% le famiglie senza figli. Con la crisi, con l’imprevedibilità delle situazioni… Porta al Signore la tua disponibilità e lascia che lui accresca quel dono.
 
2.    Ma oltre la disponibilità, il miracolo ha bisogno della diffusione. Spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Il cristiano è coinvolto nella distribuzione del nutrimento buono, di una cultura fatta di dono, di amore percepito e realmente dato. Ha fatto molto riflettere nei giorni scorsi il caso di due gemelli nati da una donna thailandese che ha prestato il suo utero a una coppia australiana. Al terzo mese a uno dei bambini viene diagnosticata una malformazione e, di fronte al rifiuto della gestante di interrompere la gravidanza, i genitori australiani decidono di prendersi solo il bambino sano. Una storia di miseria umana: ma quella più grande non è quella di una donna che per far fronte alla povertà della sua famiglia arriva a scelte estreme. Povertà anche di chi ambiguamente sembra fare scelte d’amore e poi ne limita la forza. A volte si ha l’impressione che il pensiero cristiano in relazione a vita nascente sia piuttosto restrittivo; ma proprio in questo caso vediamo che non basta intuire dei varchi: bisogna passarci e assumersene le responsabilità. Come la donna thailandese che tenendo il bambino ha dichiarato: «Lo amo come un figlio e farò qualunque cosa per lui».

3.    Infine il miracolo avviene con un’operazione di raccolta. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Porta con te il ricordo di qualcosa di buono perché quello che hai ricevuto continui a nutrirti. Nei giorni scorsi Claudio Risé ha rieditato un libro, Felicità è donarsi, in cui racconta una sua esplorazione solitaria della Sardegna, all'insaputa dei genitori. Quindicenne, a Civitavecchia si imbarcò su un rimorchiatore, guardato con diffidenza dall'equipaggio. Ma un giovane mozzo, intuendo che il coetaneo era digiuno, gli si avvicinò porgendogli due mele. «Feci per frugarmi in tasca – ricorda Risé – alla ricerca di spicci. Mi fulminò con gli occhi scuri. “Che fai? – disse –. Sono per te. Da me”». Quel ricordo mi ha accompagnato ogni giorno confida lo psichiatra, ha spezzato il mio egocentrismo e ha inaugurato il mio essere-con.

Ecco perché al termine di ogni messa il sacerdote, raccogliamo e riponiamo il pane avanzato. Perché sia ricordo buono di un essere-con che cambia la vita.
 
Io sono la fame. Non è bella cosa la fame. Ma può essere l’esperienza che cambia la vita. Se trovi colui che ti sazia e se impari a farti nutrimento per gli altri.

sabato 19 luglio 2014

Omelia 20 luglio 2014


Sedicesima domenica del T. O.

Abbiamo di fronte agli occhi le immagini che ci giungono da Israele. Oltre 300 morti che interrogano la comunità internazionale ma anche la preghiera per la pace che i contendenti hanno fatto insieme a Papa Francesco. Dov’è finito quel progetto di concordia e di buona volontà? A volte il male sembra avere il sopravvento. È il problema che incontra il seme di cui Gesù già ci aveva parlato domenica scorsa. Non è solo questione di terreni; c’è anche la zizzania. È l’immagine di una realtà che minaccia il raccolto, che infesta il campo alterandone la fisionomia promettente. Il seme era buono, ma non era il solo. E forze di morte sembrano prevaricare su di esso. Eppure Gesù non perde la speranza e invita i suoi discepoli a fare altrettanto. Che cosa suggerisce?

1.     Anzitutto vigilare e registrare quanto accade. Mentre qualcuno dorme, infatti, qualcun altro agisce di nascosto. Un nemico venne… seminò… se ne andò. Tre azioni che sono passate inosservate. Il cristiano si confronta con forze che avversano l’azione di Dio, che attendono il momento in cui abbassiamo la guardia per diffondere il loro veleno. Notate che in greco il termine zizzania è al plurale: seminò delle zizzanie. La zizzania è una specie di “radice mutante” che si annida nel cuore umano in tante forme. Se il buon seme è quello del vangelo, le zizzanie sono le esperienze che lo contrastano. E sono esperienze che crescono boriose e rivendicano il loro dominio, la loro supremazia. Ti confondono a tal punto da credere che siano esse la piantagione buona. Ma non portano frutto: anzi, disumanizzano. Pensate all’erba cattiva del sospetto, della maldicenza, del giudizio. Pensate alla velocità con cui cresce. Ma che frutti genera? Frutti di morte. Vorresti somministrarli a qualcuno ma intanto avvelenano la tua esistenza. Pensate anche alla bugia e al sotterfugio: furbo chi arraffa di più! Ma intanto la tua vita diviene un imbroglio. Pensate a quei dirigenti di Rovigo che approfittando della caduta del sindaco e della giunta, con un vero e proprio blitz si sono aumentati lo stipendio. Attento al nemico in azione: impara a distinguere la spiga del loglio da quella del buon grano.
 
2.    Vi è però una seconda tentazione, più pericolosa della prima. È quella di intervenire immediatamente, di fare pulizia, di pretendere l’eliminazione della zizzania: Vuoi che andiamo a raccoglierla? È il gioco subdolo del nemico che mentre ti dà l’idea di poterlo eliminare, in realtà sta rafforzando sé stesso. Perché se tu ti metti subito a combatterlo trascuri alcuni aspetti importanti: non ti rendi conto che la zizzania non è solo degli altri ma un po’ è anche tua, non ti rendi conto che la zizzania ha uno parte aerea visibile una radice sotterranea, ramificata, non ti rendi conto che estirpandola rischi di sradicare anche qualche pianticella buona, indebolendoti. Il male ci dà fastidio, vorremmo eliminarlo, ma chi domina il mistero del male è uno solo. E se vuoi partecipare della sua vittoria devi unirti alla sua lotta, accettando la difficile convivenza. Lasciate che buon grano e zizzania crescano insieme, raccomanda il padrone ai servi. Perché è importante questa crescita simultanea? Perché ti consente di vedere meglio i confini tra le due realtà, di conoscerne l’azione e gli esiti, di sviluppare risorse. A volte la vita ci riserva dei dispiaceri: dissapori con qualcuno, attese deluse, ferite che ci arrivano. E vorremmo strappare questa zizzania con misure risolutive, sia quando prendiamo le distanze da qualcuno, sia quando proclamiamo improbabili cambia-menti. Prova a metterti con calma di fronte al bene e al male che ti appartengono: forse la colpa non è solo degli altri. Prova a vedere se la tua vulnerabilità ti insegna qualcosa: forse c’è qualcosa da imparare anche dalle fatiche. Prova a vedere se l’esperienza dolorosa può renderti può attento a quello che patiscono anche gli altri.

Come diceva Paolo: Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. Non alla nostra presunzione. Quando il criterio di riferimento è la perfezione subentra la rabbia e la devastazione. Quando sperimentiamo la debolezza impariamo ad essere un po’ più umili, a conoscere il Padre, a sentirci custoditi da lui, a invocarlo. A diventare come lui misericordiosi e pietosi (salmo), più indulgenti con noi stessi e con gli altri.

3.    C’è un terzo intervento che consente di contrastare l’azione della zizzania. Mentre essa va raccolta e bruciata, il grano va riposto nel granaio. Ebbene il termine che indica questa seconda operazione è il verbo synágo (come sinagoga) vuol dire raccogliere insieme. Ecco, forse il buon grano cresce anche in uno sforzo di comune impegno che va oltre gli sforzi personali. È un appello comunitario, collettivo, per tessere relazioni buone, occasioni di coesione e di partecipazione in cui il regno cresca e si diffonda. Non solo cosa posso fare io, ma anche cosa possiamo fare noi, perché di fronte ad alcune provocazioni culturali, belliche, politiche da soli si fa poco. E non solo come contrastare insieme il male, ma come fare insieme il bene. Provare a alimentare sinergie di bene, per sottrarre terreno alla zizzania ed essere fare spazio al Regno che viene.

domenica 13 luglio 2014

Omelia 13 luglio 2014


Quindicesima domenica del T. O.


http://it.wikipedia.org/wiki/Seminatore_al_tramonto 


Non so se ricordate il celebre dipinto di Van Gogh che raffigura il Seminatore al tramonto. Il pittore imprime sulla tela l’intensità dei colori provenzali, ma accompagna l’immagine con una singolare inversione cromatica. Il cielo diviene giallo e la terra risponde di un blu caliginoso con macchie di viola brillante. I colori della messe matura sono in alto e i colori del cielo sono in basso, come se quel seminatore che appare sulla destra stesse facendo un’operazione carica di cielo. In effetti è proprio così. Quando semini apri varchi di cielo, di speranza, di futuro. Il seme domanda la pazienza dell’attesa, l’accoglienza fiduciosa. Se guardi il campo dopo la semina non vedi alcunché. Ma se lo guardi con i colori giusti, vedi i riflessi del cielo. Già domenica scorsa il vangelo ci ricordava che Gesù stava incontrando ostilità e rifiuto e che erano solamente i piccoli e i poveri a seguirlo. Oggi sono proprio loro che si interrogano e dicono: “Ma ‘sto vangelo funziona? Le tue parole cambiano il cuore degli uomini, gli eventi del mondo o siamo vittime dell’illusione?”. Se ci pensate sono domande che ci facciamo anche noi quando ci pare che il messaggio cristiano sia inefficace o sia rivolto ad un gruppo di derelitti che cercano un po’ di consolazione. Come funziona la semina di Dio? Quali colori ci invita a riconoscere?

1.    Ecco il seminatore uscì a seminare. Prima delle considerazioni agronomiche che riguardano i terreni c’è la fiducia di quel gesto. Dio che semina a piene mani. È quello che stava facendo Gesù con la sua predicazione. Dio non funziona come le moderne seminatrici che misurano e distanziano i semi con logiche di calcolo e di profitto. Dio, quando si tratta della sua parola, adotta lo spreco perché ce ne sia almeno una che ti scenda nel cuore. In questi giorni la gente mi fa le congratulazioni perché sono diventato parroco. Ma c’è anche qualcuno che aggiunge: “Che vai fare in quel posto? Sei sprecato”. E una madre che ricorda strade di fede ad un figlio? Non sta anche lei sprecando parole? E quando cerchiamo di convincere qualcuno ad aprire varchi di fede? Dio mette in conto lo spreco perché continui ad esserci almeno un’occasione in cui tra i solchi della tua umanità cada un seme di vangelo.

2.    Mentre seminava una parte del seme cadde su… La semina di Dio ha bisogno del terreno. Dio non agisce a colpi di bacchetta magica: la magia sei tu se ti fidi di lui, se lo lasci agire. E Dio ti ama a tal punto da metterti in guardia, da avvertirti di alcuni rischi sempre in agguato. Quei tre terreni fallimentari sono la descrizione di una terra che non ospita il cielo e che perde, di conseguenza, i suoi colori più veri. Puoi essere ruvido selciato che non lascia penetrare la parola e qualcuno te la ruba. È la parola che cade su strade calpestate da tutti, strade di opinioni ricorrenti, di mode: fanno tutti così. E perdi l’originalità cristiana. Il Maligno che ruba la parola è il principe di questo mondo che vuole stabilire la sua signoria. Puoi essere terreno sassoso dove la terra mescolata alla ghiaia fornisce solo un breve nutrimento al seme: si alza il sole e la pianta brucia. Entusiasmi improvvisi ma effimeri. Come quando trovi qualcuno che dichiara: “Sono innamorato di Papa Francesco”. Ma ascolti anche quello che ti dice? Infine puoi essere terreno fertile sopraffatto però da rovi che soffocano la crescita della pianta. Le spine sono le preoccupazioni, i problemi di questo mondo, le garanzie economiche, l’ansia per il futuro. Possono crescere e diffondersi da bloccare gli orizzonti, da nascondere il senso della vita. Ecco Gesù vuole metterti in guardia: non tutto è scontato. Non tutto conduce allo stesso esito. Ma questo sembra un discorso moraleggiante se non introduciamo anche il quarto terreno. Gesù ne parla dicendo epi ten ghén, ten kelén: il terreno su cui cade il seme è quello kalós, bello. Gesù vuole che la vita sia bella – come un quadro di Van Gogh! - e su questo terreno affonda il suo seme. Se accogli il vangelo vedi bellezza.

3.    E diede frutto. La semina di Dio si conclude con questa persuasione. Perché con tutta la casistica agronomica ci può rimanere il dubbio: funziona o non funziona la Parola di Gesù? Era la domanda latente dei discepoli. La Parola non è magia, abbiamo detto: ha bisogno di accoglienza e responsabilità. Ma non è neppure forza inerte. È come la pioggia e la neve di cui ci ha parlato il profeta Isaia. Non scendono dal cielo senza irrigare la terra. Così il vangelo è energia misteriosa che agisce, che sostiene, che guarisce. Anche quando non te lo aspetti. Anche nell’aridità di alcune situazioni. Pensate alla tensione tra Israele e Palestina. Uno dice: ma a che è servita la preghiera in Vaticano? Sembra parola sulla strada di un inscalfibile cuore umano! Ma se quello che vediamo provoca orrore e tristezza vuol dire che gli uccelli dell’indifferenza non hanno rubato tutto e si sta diffondendo una cultura di pace che chiede conto anche di questo conflitto talvolta dato per inevitabile o visto in maniera sonnacchiosa anche a casa nostra. Come la pioggia e la neve. La Parola porta frutto, anche quando ti sembra impossibile, anche quando sembra in ritardo. E se gli altri a cui vorresti portarla ti sembrano un po’ refrattari non ti preoccupare, perché intanto Dio sta cominciando da te.