domenica 16 ottobre 2011

Omelia 16 ottobre 2011

Domenica ventinovesima del T. O.

Caro direttore, ieri ho fatto eseguire una piccola riparazione in casa. Il tecnico mi presenta il conto : euro 286,50, con Iva 346,67 e aggiunge: «Se non le serve la fattura facciamo 270» che possiamo tirare a 260 (sconto del 9% sull’imponibile). Considerato che nell’anno scorso ho contribuito alle casse dello Stato, solo di Irpef, con 31.530,00 euro, mi chiedo se sia lecito cercare di risparmiare qualche spicciolo senza sentirsi corresponsabili del «parassita della società», come lo definisce la pubblicità ministeriale. (Da Avvenire di questa settimana)
La questione delle tasse è un terreno insidioso dove si accendono gli animi umani e anche individui con gli intenti più virtuosi cercano vie di fuga. La situazione non era diversa ai tempi di Gesù. Anzi qualcuno gli sottopone una questione fiscale sperando di coglierlo in fallo e di trovare un capo d’accusa contro di lui.

1.    Un primo aspetto su cui riflettere è proprio l’insidia. Notiamo che ci sono i farisei e gli erodiani. I farisei erano il partito dei pii, delle persone religiose, e detestavano i romani che vedevano come il male assoluto. Gli erodiani erano il partito che sosteneva la stirpe degli Erodi ed erano
collaborazionisti di Roma. Ebbene tra farisei ed erodiani c’era un odio mortale, ma ora hanno un nemico comune: Gesù. E va eliminato. E notate anche il tono mellifluo con cui la questione è introdotta: «Maestro, sappiamo che sei veritiero, non guardi in faccia a nessuno, insegni la via di Dio». Come dire: vediamo come te la cavi con le tue credenziali, sul terreno scivoloso della vita reale. A volte il senso di responsabilità di fronte ad un ordinamento civile incontra e si scontra con alleanze mortali, anche tra le persone più pie. Il vangelo viene dimenticato ci alleiamo a una legge non scritta che sovverte le convinzioni più solide. Non si tratta di innocenti sotterfugi. A volte una cattiva educazione civica e un vuoto morale impediscono di individuare il bene comune. Il benessere individuale prende il sopravvento e non comprendiamo che la ricerca dell’immediato vantaggio non è separabile dalla paziente individuazione di un interesse generale che appartiene a un gruppo umano. Gesù non si lascia catturare e chiede una moneta. Gli presentarono un denaro. Gesù è nel tempio e quella moneta impura non doveva neppure entrare nel luogo santo. Eppure esce dalle tasche dei presenti con una certa facilità. Gesù sta già facendo capire qual è il vero dio che regola la vita. Un rischio per l’uomo di ogni tempo: la moneta in tasca mia, subito, a scapito del bene di tutti.

2.    Gesù però fa osservare la moneta: «Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?». «Di Cesare». E per Cesare, massimo rispetto da parte di Gesù: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare». Cesare rappresenta l’ordinamento di uno stato rispetto al quale non si tratta di dare, ma di rendere. Rendere perché hai ricevuto: dal suolo, alle relazioni, ai servizi, a quelli che prima di te hanno dato forma a ciò che costituisce l’identità di un paese. Rendi anche il tuo contributo. E ciò che si rende può prendere la forma delle imposte, come gesto di responsabilità di fronte ad un patrimonio da custodire perché continui ad essere ricchezza per me e per altri, oggi e domani. Ma c’è anche una restituzione a Cesare nella forma della consapevolezza che quello stesso stato dovrà mantenere per ritrovare se stesso. Rendere a Cesare ciò che gli appartiene non è solo questione economica ma anche identitaria. Perché non ogni sistema fiscale è equo e anche Cesare può perdere se stesso e il senso del bene comune. I due movimenti però vanno mantenuti insieme. Né sudditanza servile a Cesare, né semplicemente indignados. Pensate per esempio alla questione dell’evasione. Da più parti si sta riflettendo se essa non sia frutto di un sistema che punta unicamente a sanzionare colui che non paga che a premiare il contribuente onesto. Se tu credi che l’altro sia un potenziale evasore, l’altro sarà un evasore! Se io avessi ad esempio la possibilità di scalare dalle tasse l’Iva che pago al tecnico che chiamo, ecco che forse certe contrattazioni clandestine potrebbero essere superate e l’evasione del professionista sarebbe smascherata.

3.    C’è un’ultima esigenza che Gesù aggiunge. Non basta Cesare: occorre anche restituire a Dio ciò che gli appartiene. Se nella moneta c’è l’effige dell’imperatore, c’è anche una moneta con un altro conio. Quella dell’uomo che reca con sé l’immagine di Dio. Allora ogni questione fiscale o economica deve trovare quest’altro riferimento: la salvaguardia dell’uomo, la sua restituzione a colui di cui è immagine. Questa misura economica mi aiuta a custodire l’uomo o mi porta a perderlo? Una politica fiscale che non tiene conto della famiglia, delle possibilità legate alla nascita e alla crescita di un figlio dove ci porta? Di quel figlio ne avrà bisogno anche Cesare. Una politica che non affronta la questione del disagio e taglia fondi destinati all’assistenza, che paese produce? Una società che pensa di cancellare i segni della crisi cancellando i poveri? Bisogna rendere a Dio il suo progetto, quello che intercetta anche logiche di solidarietà che non solo danno a Dio ciò che gli appartiene ma rendono più credibile Cesare stesso, aperto a un progetto del quale anch’egli è parte e servitore. È la strada delle corresponsabilità che Gesù indica e che ancora siamo invitai a percorrere, non solo indignandosi ma anche giocandosi con responsabilità.

sabato 15 ottobre 2011

Domenica 9 ottobre 2011

Ventottesima domenica dl T.O.

Le parole del papa nel recente viaggio a Friburgo hanno col­pito molti, compresi coloro di cui parlava. «Agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei nostri peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli di routine, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l'ap­parato, senza che il loro cuore sia toccato dalla fede».
Chi è vicino a Dio e chi è lontano? La parabola che abbiamo ascoltato ci fa capire che c’è un invito rivolto inizialmente a qualcuno che oppone un rifiuto. Non se ne curarono e anda­rono chi al proprio campo, chi ai propri affari. Ma Dio non si arrende e ricomincia da un’altra parte: «Andate ora ai crocic­chi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Chi è quell’invitato che trova posto al banchetto? L’agnostico a scapito del credente? Gente religiosa a scapito del cristiano? Non è così facile la divisione, perché se c’è una distanza tra chi rifiuta l’invito e chi vi aderisce, ve n’è una an­che tra chi vi partecipa e chi si dimentica l’abito nuziale. Cer­chiamo di capire chi attende il Signore.

1.    Dio desidera innanzitutto che l’uomo capisca che l’incontro con lui è una festa e nella festa viva la sua esistenza. E non solo in corrispondenza ad alcuni appuntamenti cri­stiani: festa sempre. Come diceva Paolo: sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Posso trasformare ogni istante della vita in una festa. A volte mi pare che facciamo di tutto per renderci la vita tutt’altro che una festa: o perché pensiamo che la festa non esista o perché riteniamo corrisponda a una certa idea che non è quella di Dio. Mi vengono in mente alcune vi­cende familiari. Uno ha una passione o un’attività e quella diviene l’orizzonte interpretativo dell’intera esistenza, sua e degli altri membri della famiglia. È un morbo che colpisce soprattutto gli uomini. Lavoro che ti assorbe e ti isola dalla famiglia con la quale perdi i contatti reali. Oppure un inte­resse, un hobby che condiziona pesantemente gli altri che non ne possono più dei tuoi discorsi, dei tuoi libri, delle tue corse in bici, della tua raccolta di pietre e minerali che in­vadono la casa. La festa che Dio ha in mente deve sempre custodire l’uomo in tutte le sue dimensioni, specialmente nelle relazioni con gli altri. Altrimenti la festa diviene un inferno. Tu vai dietro alla barca e tua moglie va dietro a un altro. E neppure te ne accorgi. Tu hai il lavoro per far fronte al mantenimento e al futuro di un figlio ma ti dimen­tichi che tuo figlio ha bisogno di un padre che sappia dirgli come ci si muove nella vita e non solo in un’azienda, che sia costruttore di senso e non solo di bulloni. La festa è relazione non autocom-piacimento e se dimentichi l’incontro diventi come gli invitati scortesi, presi dal proprio campo e dai propri affari.

2.    Di fronte agli ospiti che rifiutano l’invito, Dio mette in atto un comportamento alternativo e sorprendente. Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chia­mateli alle nozze. Se la festa com’era stata pensata non funziona, Dio riprende da un’altra parte. Mi pare che anche questo sia interessante perché talvolta ci ostiniamo su al­cuni meccanismi che sistematicamente vengono ripetuti e non producono alcunché. Pensate proprio alla logica del matrimonio, a com’è organizzato, a com’è vissuto. Perché quando arriva un invito a nozze la reazione è spesso si­mile a quella di una piccola tragedia che si consuma? Non ci piace la lunghezza di un ricevimento, non ci piacciono alcuni rituali, non ci va di spendere soldi per vestito e per regali. Ma siamo macinati da un meccanismo per il quale fare scelte diverse diviene rischioso. Perché devi rispon­dere ad attese di genitori e parenti, non devi essere di meno di qualcun altro, devi poter invitare il tale che non si sa mai... E devi investire un piccolo capitale, talvolta nep­pure piccolo. E se Dio ci desse appuntamento nei crocic­chi? Se cominciassimo a porre dei segnali differenti nella direzione della sobrietà e della solidarietà? Forse dalla cornice riusciremo a trovare il soggetto: gli sposi, il loro amore. E forse il nostro banchetto sarebbe un po’ più autentico. Ci si può ricordare ad esempio che lo spreco, riso beneaugurante compreso, è tutt’altro che un augurio: è la voce dei poveri del mondo che di riso non ne hanno neppure un pugno al giorno. Vai ai crocicchi e riparti. Da lì ricomincia la festa di Dio.

3.    C’è una terza tappa e riguarda l’abito nuziale. A quel tale che si è introdotto alla festa senz’abito il padrone ricorda la necessità di riconoscere quanto sta vivendo indossando un vestito diverso. Ma habitus in latino prima del vestito indica l’atteggiamento, il modo di essere. Che uomo sei? Ed è proprio per questo che in occasione del battesimo il cristiano riceve una veste: ti sei rivestito di Cristo. Gli at­teggiamenti da assumere sono i suoi. Noi ci cambiamo d’abito in ogni circostanza ma dentro rischiamo di essere sempre un po’ “casual”: casualità, fai da te, viene come viene. Prova a vestirti un po’ di più di vangelo e forse quella festa che cerchi può iniziare. Può iniziare a casa tua, può accompagnare alcune circostanze della vita, può dare agli altri un segnale che la festa raggiunge anche loro. Non perché prendono il tuo posto ma perché tu diventi il posto in cui prende forma una vita altra. Nella festa, appunto. Tua e di tutti.

giovedì 6 ottobre 2011

Omelia 2 ottobre 2011

Ventisettesima Domenica del T. O.

Siamo ancora una volta nella vigna dove si incrociano e si scontrano due logiche: una legata al proprietario che cura la sua vigna, la protegge, ne attende il frutto. L’altra legata ai vignaioli che vogliono mettere le mani sull’appezzamento, gestirlo autonomamente e impossessarsi del raccolto. Essi reagiscono con violenza ad ogni tentativo del padrone di intervenire nella sua vigna fino a mettere a morte il figlio: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Gesù sta parlando ancora una volta ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e l’accusa nei loro confronti non è per nulla velata. Sono loro i contadini cui Dio ha affidato la sua vigna, tradendo però il contratto e inserendo altri criteri che non erano quelli originari. A nulla è valso l’intervento di Dio attraverso i profeti né quello mediante il proprio Figlio Gesù, cacciato fuori della vigna e ucciso.
Qual è la colpa che Gesù denuncia? È quella di aver ridotto la fede a sistema, di averla privata di Dio e della sua presenza, di averla snaturata e barattata con altro.

1.    Il rischio accompagna non solo i capi dei sacerdoti e i farisei, ma il cristianesimo di ogni tempo. Può diventare un sistema. E i problemi possono essere interni al sistema stesso o in chi lo accosta cercando di mantenere alcune opportunità. Pensate ad esempio alla ricerca del “catechismo conveniente”: perché se devo fare la cresima in terza media devo fare catechismo dalla prima? E allora genitori che astutamente tengono a casa i figli mandandoli solo in prossimità del sacramento. Ma il catechismo è un corso o un’opportunità di crescita, di appartenenza ad una comunità? Il riferimento ad una parrocchia è un optional generico o una relazione da vivere nella fede? Ma pensate all’intervento del card. Bagnasco nei giorni scorsi e al forte richiamo rivolto alla moralità sociale e politica: «Bisogna purificare l'aria, perché le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate». Di fronte a queste parole c’è stata qualche reazione scomposta come quella di chi ha invitato la chiesa a pensare alle questioni dell’altare e a dire qualche messa in più. Ecco un altro sistema che può far comodo: un cristianesimo che si limiti a dire messa. Come se la messa non dovesse liberare energia profetica nella vita. Che cristianesimo stai cercando? Ti stanno a cuore Dio e il suo regno o l’idea che ti sei fatto di lui?

2.    Gesù però ci conduce ad una maggior profondità di analisi. Facendo del cristianesimo un sistema non c’è una semplice legittimazione di un modo di fare più conve-niente. C’è un giudizio sul cristianesimo stesso che ne fa una “pietra scartata dai costruttori”. Il giudizio è quello dell’inutilizzabilità. È inutilizzabile mediaticamente: le notizie che lo riguardano sono quelle scandalistiche o quelle della contrapposizione. È inutilizzabile anche linguisticamente, dato che l’emittente inglese Bbc d'ora in poi non darà più le date del giorno o dei fatti nominando Cristo. Niente "dopo" e niente "avanti": si dirà "common era". È inutilizzabile culturalmente perché dà l’idea di qualcosa che sa di sacrestia mentre la cultura odierna rivendica libertà di pensiero. Ricordate quando tra i banchi del parlamento è stata eletta Cicciolina? Si trattava di una battaglia di libertà. Adesso che va in pensione con tremila euro al mese ci rendiamo conto che quella libertà non era la nostra. I criteri cristiani oggi sembrano inutilizzabili. Ma questa è una bella cosa, perché vuol dire che non ci siamo venduti né abbiamo venduto il vangelo. Una pietra su questo sistema è destinata a crollare nella rovina di una modernità che vende l’ambiguità come verità e il vuoto come garanzia della libertà. Ma la pietra non va perduta perché Dio la colloca altrove, a sostegno di un altro assetto sociale.

3.    In questi giorni c’è a Treviso la Settimana Sociale sulla fi­gura di Giuseppe Toniolo, un economista cristiano vis-suto nel secolo scorso il cui pensiero però è di una straordinaria attualità e riguarda la dimensione etica dell’economia, pa­rola che fino a qualche tempo fa sembrava “scartata dai costruttori” della finanza mondiale. Adesso ci si rende conto che così non funziona e si insiste su un risparmio etico, su principi della responsabilità e della solidarietà… Erano i principi con cui nel medioevo il movimento france­scano sosteneva la nascita dei monti di pietà e delle ban­che. Principi perduti e con i quali il mondo capisce che deve tornare a misurarsi per il bene della stessa econo­mia. E non solo il mondo, ma anche chi lo abita, iniziando ad esempio a chiedersi di che banca ci si serve e che obiettivi persegue, come usa i tuoi soldi, come ne fa stru­mento di promozione sociale. Ecco, la pietra che inizia a costruire e a sorreggere qualcosa di diverso. Qualcosa di cui puoi dire: Una meraviglia ai nostri occhi. È anche il ti­tolo della lettera pastorale del nostro vescovo con la quale sollecita quest’anno la fede di cristiani adulti in una chiesa adulta. Ma non solo per la chiesa: per il mondo. Perché stia in piedi e perché ci si possa credere ancora.

martedì 27 settembre 2011

Omelia 25 settembre 2011

Ventiseiesima domenica del T. O.

Siamo ancora nella vigna, come domenica scorsa. Ma l’invito ad andare a lavorare non raggiunge oggi salariati ingaggiati a giornata, bensì due ragazzi: «Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna». La risposta non è estranea a situazioni che talvolta osserviamo anche a casa nostra.
La prima è un rifiuto all’insegna della poca voglia. Un ragazzo ribelle che poi però si pente e va a lavorare nella vigna. La seconda risposta invece è compiacente: «Sì, signore». Ma a tanta deferenza non corrispondono i fatti. Non vi andò. La domanda è: Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?
Gesù sta parlando con i capi dei sacerdoti e anziani del popolo, gente che ostenta un’obbedienza ineccepibile sul piano formale ma non sempre disposta ad operare in maniera conforme a quanto proclama. Viceversa, al seguito di Gesù c’è gente poco raccomandabile che non sembra molto incline a discorsi religiosi, ma che di fatto sembra avere una disponibilità nei confronti di Dio, molto più grande degli osservanti. Ecco la conclusione di Gesù: «Pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio».
Gesù ci mette in guardia di fronte ai rischi di un cristianesimo di facciata e ci invita a ritrovare la volontà di Dio. In che modo?

1.   Un primo aspetto riguarda la relazione con Dio e l’immagine di lui. Il primo ragazzo risponde al padre, dicendo semplicemente: «Non ne ho voglia». Nessuna espressione che faccia intendere un legame con quel padre. Il secondo invece mette innanzi un deferente «Sì, signore». Il padre in questo caso è percepito in termini autoritari. Da un lato il legame viene negato, dall’altro viene alterato. Talvolta non facciamo la volontà di Dio perché al posto di Dio non c’è nessuno o c’è un’idea sbagliata di lui. Il papa in questi giorni è in Germania e in più occasioni ha parlato dei totalitarismi. Qui in Turingia e nell'allora Ddr avete dovuto sopportare una dittatura bruna (nazista) e una rossa (comunista), che per la fede cristiana avevano l'effetto che ha la pioggia acida. La dittatura rossa toglieva Dio e metteva il sistema al suo posto. Sistema che doveva appartenere al popolo e che in realtà ha generato un tiranno dispotico, opprimente e crudele. La dittatura bruna non toglieva Dio ma lo usava: Gott mit uns! La persuasione che Dio fosse alleato di un determinato meccanismo di selezione dove alcuni e non altri erano soggetto di diritto. E anche in questo caso ne è nato un mostro. Oggi inorridiamo per i crimini di un tempo ma forse la “pioggia acida” continua a cadere nella nostra Europa che dimentica, come ha ricordato il papa al parlamento tedesco, che molti dei valori nei quali ci riconosciamo hanno radici cristiane. Dio non è il grande assente né l’antagonista della civiltà. Ma colui che la orienta e la protegge, anche da se stessa. A patto che sia lui e non un altro. Non l’uomo o il sistema che prende il suo posto.

2.   Un secondo aspetto su cui riflettere è la dinamica della li­bertà. Questi due figli mai vengono redarguiti, né, tanto meno, costretti a lavorare contro voglia. C’è una proposta cui variamente si può rispondere: “Figlio, oggi va’ a lavo­are nella vigna”. L’adesione alla volontà di Dio è rispettosa dell’uomo. Ma proprio perché lo rispetta, l’uomo ne esce riconosciuto non solo nella possibilità di dire di no, ma anche in quella di dire di sì. E qui nasce la meraviglia. Se tu pensi che la velocità della luce sia il massimo, quando uno ti parla di andare oltre ti sembra un folle. Ma se ti fidi e acconsenti alla sperimentazione, sulla base di un credito di fiducia, allora scopri che i neutrini vanno più veloci. Dio ci lascia liberi. Possiamo dirgli di no. Ma la sfida vera della libertà non sta nei no che ti mantengono dove sei, ma nei che aprono prospettive. Matrimonio e vo­lontà di Dio. Siete venuti liberamente? Siete disposti ad amarvi… ad accogliere i figli… Ne sono seguiti tre sì, pro­clamati solennemente o con un po’ di emozione. Ma quei sì qualche volta si restringono con la sensazione che il matrimonio sia una gabbia. E allora ecco la ricerca di altro che non corrisponde solo alle performaces scambiste che popolano i giornali locali di questi giorni, ma che diventano chiusura di un pezzo della propria vita all’altro. Il mio tempo, il mio lavoro, i miei hobby, i miei amici. Ma perché non provate a “riprendervi” e a pensare che la libertà non sia fuori della coppia, ma nel credito di fiducia che cia­scuno è disposto a dare e a ricevere? Chi ha fatto la volontà di Dio? Chi ha detto sì? O chi nella vigna c’è andato?

3.   Un ultimo aspetto per ritrovare la volontà di Dio riguarda la possibilità di ritornare sui propri passi. Come il primo figlio. Ma poi, pentitosi, vi andò. Questa possibilità ci fa capire che non è mai troppo tardi. A volte intuiamo che su alcune faccende bisogna cambiare registro ma non ci smuoviamo di un millimetro. Come quelli che dicono: capisco che la messa è importante, ma piuttosto di venire distratto da tante preoccupazioni, meglio non venire. E se venissi e i tuoi pensieri li portassi al Signore? E quando assecondiamo certi sistemi “così-fan-tutti”: spreco del cibo e delle risorse, evasione fiscale, programmi televisivi all’insegna del vuoto. Cos’è più importante: essere coerenti con la propria idea o ritrovare le idee di Dio?
La volontà di Dio non è impossibile. È un gioco di grazia e di libertà e se giochi la tua libertà sulle strade di Dio, la sua grazia non tarda.

domenica 18 settembre 2011

Omelia 18 settembre 2011

Venticinquesima domenica del T. O.
Ricordate l’attrice Claudia Koll? Qualche anno fa ha fatto parlare di sé per la sua conversione. La protagonista di film piuttosto arditi improvvisamente trovava la forza di credere. «Il Signore mi ha attirata in chiesa, mi ha ricreata col sacramento della Riconciliazione. L’eucaristia mi ha ridato le forze. Mi accorgevo che il mio cuore stava cambiando, così ho cominciato a mettere ordine nella mia vita e a modificare i miei comportamenti». Quando capitano fatti di questo genere da un lato rimaniamo ammirati, dall’altro siamo presi da qualche sentimento di rivalsa, tipico di chi viene superato a destra. “Te la sei goduta per tutta la vita ed ora ti converti: troppo comodo!”.
Il vangelo di oggi ci fa riflettere su questo stato d’animo che talvolta nasce anche in noi. Ma non c’è in gioco un semplice sentimento bensì l’immagine di Dio, la comprensione del suo modo di agire, l’idea del cristianesimo. I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Dobbiamo ritrovare i pensieri di Dio. Quali?
1.    Il primo pensiero riguarda la vita cristiana. Il vangelo ne parla come di una vigna che, nel mondo biblico, è una particolare proprietà alla quale si è affettivamente legati. Non è un semplice appezzamento: è un legame di famiglia, un’eredità da cui non ci si può separare e che costituisce oggetto di preoccupazione e di cura, di investimento e di sogno. Se hai una vigna vuoi che sia bella, che porti frutto e produca il vino migliore. Dio mentre chiama gli operai non intende opprimerli, ma coinvolgerli in un progetto meraviglioso cui crede con tutte le sue forze. Gli operai della prima ora non l’hanno capito. Essi hanno registrato una disuguaglianza e del lavoro ricordano solo il peso della giornata e il caldo. A volte anche noi siamo così e ci sfugge la bellezza di quello che stiamo vivendo. Cogliamo l’impegno della vita cristiana e non il dono, la responsabilità e non la creatività che possiamo recare, i comandamenti e non la beatitudine. E allora la testimonianza ci sembra insopportabile, l’impegno in parrocchia esagerato, la coerenza evangelica una restrizione del divertimento. Ma dove sei? In prigione? Se vivi l’esistenza cristiana in questo modo ti sei perso per strada qualcosa, perché il cristiano è condotto non da un codice di procedura, ma dalla Bella notizia.

2.    Il secondo pensiero riguarda Dio e il suo modo di fare. I lavoratori assunti a tutte le ore vengono pagati alla stessa maniera, secondo i compensi più alti. E qui la mentalità sindacale va in crisi perché i primi pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma il padrone presenta ragioni diverse dal contabile. La ragione dell’eccedenza: Voglio dare a quest’ultimo quanto a te. E la ragione della bontà: Sei invidioso perché sono buono? Nella vigna si scopre un Dio che non è quello che abbiamo in mente. Forse il cristianesimo in questo nostro tempo ha proprio la missione di dire: “Dio non è così” perché in circolazioni vi sono alcune immagini divine che, più che corrispondere alla modalità con cui Dio si è rivelato, corrispondono a quello che abbiamo in mente noi. Un Dio indifferente o assente per giustificare il fatto che non fa quello che vogliamo; un Dio non dimostrabile perché non passa attraverso le equazioni della matematica; un Dio fatto di buon senso e che non dice nulla di più di quello che abbiamo in mente noi. Dio ci prende in contropiede e ci dice: “Ma chi hai conosciuto? Io non sono così!”.
Pensate alla tragedia alimentare del Corno d’Africa, dovuta alla carestia e alla guerra. Abbiamo già tanti problemi economici da risolvere: perché impegnarci con quella gente, dato che è quasi impossibile anche solo poterci arrivare? Forse andiamo proprio per dire: Dio non è così, né vuole così. Un Dio che non si rassegna alla fame e ci ricorda la carità, un Dio che non si limita a intervenire con i suoi devoti ma c’è per tutti, un Dio che non si dà pace di fronte all’indifferenza del mondo e ci invita ad essere coscienza critica. I cristiani sono segno di un’economia diversa sul mercato finanziario del mondo, perché il loro Dio è diverso. Chi hai incontrato?
3.    Il terzo pensiero riguarda il rovesciamento delle precedenze correnti: gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi. Se Dio ha questo criterio, perché non impari a praticarlo? Pensate a quello che sta avvenendo in numerose aziende a rischio chiusura: ci sono dei tagli da operare e, pensando che riguardino sempre qualche altro, si pensa a portare a casa la propria pelle. Perché sono più efficiente di altri, perché sono più anziano, perché me lo merito… E se il percorso da fare fosse quello di rinunciare tutti a qualcosa per continuare tutti a prendere qualcosa? Non saremo un po’ più simili al padrone della vigna?

I miei pensieri non sono i vostri pensieri. La vita cristiana è un cambio di mentalità, la possibilità di mettere da parte il pallottoliere del mondo e di praticare una nuova economia. Quella di cui già siamo partecipi e quella che ci è chiesto di trafficare sulla trama delle relazioni e delle scelte.

domenica 11 settembre 2011

Omelia 11 settembre 2011

Ventiquattresima domenica del T. O.

11 settembre è una data che reca con sé la memoria della tragedia di dieci anni fa e non mancano in questi momenti considerazioni su quei fatti che hanno cambiato la storia del mondo. E forse ricorderete anche l’esultanza di molti americani di fronte alla morte di Bin Laden. Sentimenti comprensibili in un popolo che è stato colpito al cuore, nei suoi affetti, nella sua vita pubblica, nelle sue istituzioni. «Giustizia è stata fatta», ha detto il due maggio scorso il presidente degli Stati Uniti, vedendo crescere la sua popolarità. Ma la domanda che qualcun altro si faceva mentre si festeggiava la morte del nemico era proprio se giustizia fosse davvero stata fatta e se il mondo fosse diventato più sicuro. Perdonare Bin Laden suonerebbe quasi paradossale, ma esultare della sua morte è una strada percorribile?
Cambiamo scenario e arriviamo a casa nostra. Non c’è terrorismo e non ci sono le proporzioni della tragedia americana, ma a Sovico, un paesino nel Monzese, una madre ha avuto il coraggio di perdonare un ragazzo sudamericano che con una bottiglia di vetro rotta su un muretto ha sgozzato suo figlio. «Perché sono cristiana, ha commentato la donna, e perché non deve vincere il male».
Due situazioni assai diverse, ma con un’unica problematica: come reagire di fronte al male, fino a che punto può giungere il perdono? Fino a sette volte? A Pietro sembrava già un buon risultato, ben in linea con la tradizione biblica che considera il “sette” numero della pienezza. Ma la risposta di Gesù è disarmante: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Come si fa a perdonare così? È realistico?

1.    Perché perdono ci sia è importante che perdono si chieda. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il male commesso domanda consapevolezza poiché esso corrisponde ad una sorta di debito, più o meno grande, che uno contrae. Se non si riconosce il debito esistente si crea uno squilibrio che smentisce non solo i rapporti con gli altri ma anche la propria identità: credo di essere quello che non sono e ritengo di poter agire come se niente fosse, con l’arrogante o furbesca pretesa di cancellare l’ingiustizia di cui sono stato artefice o di attribuirla ad altri. Pensate al caso Battisti, l’ex militante dei proletari armati per il comunismo, che non pago della protezione inusitata che gli accorda il Brasile si permette tutta una serie di considerazioni che non rinnegano il passato da terrorista che ha sulle spalle. Chiede perdono come responsabile politico, per le vittime degli attentati, ma non vuol sentir parlare di pentimento: «Non mi piace, è una ipocrisia, sinonimo di delazione, è legata alla religione». E allora che ce ne facciamo di una richiesta di perdono se non passa attraverso la distanza dal crimine e dall’ideologia che l’ha sostenuto? Non è solo questione di chi ha premuto il grilletto ma della legittimazione di un certo modo di fare che ha insanguinato l’Italia. Ecco il debito, che se non è riconosciuto può trasformare il criminale in un eroe o in un perseguitato e alterare i rapporti, anziché chiarirli.

2.    Un altro aspetto è la considerazione delle proporzioni. Diecimila talenti sono una cifra spropositata. Lo storico greco Polibio narra che Scipione impose ai Cartaginesi sconfitti un pagamento di 10.000 talenti d'argento in 50 rate annuali. Non c’è paragone con il secondo debito: cento denari che corrispondono a cento giornate lavorative di un salariato. Occorrevano 6000 denari per fare un talento. Ecco, qualche volta il perdono è difficile: perché ci sfuggono le misure della faccenda. Il debito degli altri viene ingigantito oltremodo e si decretano misure drastiche dalla sospensione dei rapporti alla ritorsione, covando il desiderio di vendetta. Se un ragazzo tredicenne di genitori divisi, dopo una giornata trascorsa col padre, torna a casa e confida alla madre che “si è divertito e col papà si sta bene”, nel momento in cui la madre risponde: “Si vede proprio che non lo conosci”, da che cosa è ispirata una simile valutazione? Dal desiderio di aprire gli occhi all’incauto preadolescente o da quello di togliersi alcuni sassolini. Ma quei sassolini rischiano di diventare pietre, non solo contro l’ex ma anche contro il figlio. Sicura, sicuro di non aver nulla da farti perdonare? Rancore e ira sono cose orribili e il peccatore le porta dentro. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?

3.    Resta tuttavia da mettere in conto la grandezza del gesto. Non a caso la parabola mette in relazione il perdono degli uomini con il perdono di Dio. Quando perdoni c’è qualcosa di divino che prende forma. Infatti Gesù non si limita a raccomandare il perdono, ma il perdono dato di cuore al fratello. Prima abbiamo detto che, perché ci sia perdono, occorre chiederlo, ma tu lo chiedi se lo vedi, se esso ti sorprende. Gesù è morto in croce quando non ci veniva neanche in mente di chiedere perdono. Solo perché abbiamo visto il suo gesto a quel gesto abbiamo attinto! E allora il vangelo di oggi è una sfida: attingi al perdono per poter perdonare: prendi coscienza del debito che ti è stato rimesso. E comincia a perdonare perché anche l’altro domandi perdono. Non è la prassi più diffusa, è vero. Ma è l’unica a contrastare l’odio. Come ha insegnato la mamma di Lorenzo ai suoi funerali.

lunedì 5 settembre 2011

Omelia 4 sttembre 2011

Ventitreesima domenica del T. O.

È uno strano paese l’Italia. Da un lato andiamo a caccia delle inadempienze, delle infedeltà o delle iniquità degli altri, facendo dell’intercettazione uno degli sport più praticati e della gogna mediatica uno strumento di controllo. Dall’altra vi è un garantismo ad oltranza per cui non vi sono più colpevoli e tutto è ricondotto a una privacy dove a nessuno è più lecito dire ciò che è bene e ciò che è male. Non è solo un problema sociale. È anche un problema relazionale ed educativo; pensate a casa nostra: a volte siamo spietati nei confronti degli altri e rinfacciamo a non finire le loro colpe, come nel caso del coniuge. Altre volte le trascuriamo come nel caso di un figlio, dicendo: Beh, in fondo sono ragazzi.
Gesù vuole aiutarci ad uscire da questa schizofrenia e lo fa con alcune indicazioni che riguardano la vita con gli altri.

1.    Se il tuo fratello commetterà una colpa. Ci sono due dati importanti in questa proposizione ipotetica. Il fratello e la colpa. L’altro di cui si parla non è un estraneo, ma uno che ci appartiene, uno di famiglia. L’obiettivo che Gesù fa intravedere è quello di rigenerare tale relazione: se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello. Avrai guadagnato. Tu. Non lui. Se consideri l’altro un estraneo e ti metti ad accusarlo indiscriminatamente a perderne non sarà solo lui: sarai tu. Sarai più povero di fraternità. Ora, questo fratello può commettere una colpa e una colpa contro di te. Gesù non ci invita a trascurare questa realtà, a chiudere gli occhi su di essa, ma a chiamarla per nome, perché la colpa sferra anche un colpo che destabilizza, che rischia di minare i rapporti. Credi che sia insignificante e invece cova segretamente, ti raffredda, ti rende più vulnerabile o a tua volta più aggressivo. A volte abbiamo la presunzione di dominare il male mentre esso segretamente ci gioca. Bisogna che quella colpa in qualche modo venga elaborata per guadagnare una fraternità nella quale siamo costituiti. Noi e il fratello.

2.    Un secondo avvertimento riguarda la gradualità dell’intervento. Tra te e lui solo. Una due persone. L’assemblea. Vi è la ricerca di un’efficacia che non passa sopra l’accaduto ma neppure trascura il rispetto, la fiducia, la pazienza di fronte ai tempi dell’altro. Uno stile ben diverso dalla logica Wikileaks che non è solo quella di questo sito sconsiderato che pubblica 250 mila cablogrammi diretti da tutto il mondo al Dipartimento di Stato americano, ma è anche la nostra. Perché quando uno sul lavoro agevola un amico può essere un’azione iniqua. Ma se tu, amico di entrambi, vai dal titolare dell’azienda e lo informi di ciò che è stato fatto a sua insaputa, per carità hai difeso la giustizia, ma hai saltato almeno due passaggi. E hai perso due fratelli. Forse, non ti interessava tanto la giustizia, ma farla pagare a qualcuno. Trovare qualcuno in fallo ci fa sentire forti, invincibili. Ma è il grande inganno del male che estende le sue conseguenze anche a te che credi di esserne immune o di esserne fuori. Ti dà l’arrogante sicurezza di chi si sente sopra le parti, mentre finisci per esserne trascinato. Prova a confrontarti con qualcuno prima di combattere il fratello: forse quei passaggi che Gesù indica possono renderti un po’ più obiettivo.

3.    Ci può essere però anche il caso che tutte queste raccomandazioni non portino a nulla e l’altro rimane nelle sue posizioni. Sia per te come il pagano e il pubblicano. Che non vuol dire “cancellalo dalla tua vita”. Vuol dire esattamente il contrario come fanno capire i due detti che seguono: legare e sciogliere e pregare insieme. È esattamente la riproposizione della fraternità creduta “ad oltranza”. Se tuo fratello commette la colpa e in quella colpa si ostina, tu ostinatamente continua a sentirlo legato a te e alla tua vita. Non scioglierlo mai. Custodiscilo nei tuoi affetti, nei tuoi pensieri, nelle tue preoccupazioni. E prega per lui. Fallo anche con altri perché la preghiera divenga il segno di quella fraternità che Dio ha in mente per i suoi figli. E proprio perché agli occhi di Dio questa fraternità è il modo con cui egli pensa agli uomini suoi figli, Dio non può trascurare questa preghiera: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Anzi Dio stesso abita tale esperienza: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Nei rapporti, spesso tesi tra gli uomini, Dio ci ha posto come sentinelle, perché il male non vinca sulla fraternità e perché in ogni comunione vi sia un riflesso della presenza di Dio.