lunedì 18 settembre 2017

Omelia funerale Lina Mazzarolo


Lina Stocco ved. Mazzarolo (1 ago. 2017)

Rm 8,31-35.37-39 – Gv 14,1-6

Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. La vita di Lina è quella di una donna forte, che ha tenuto saldamente in mano il timone della vita e non ha mai cessato di credere e di fidarsi di Dio, anche quando gli eventi della vita avrebbero portato a ben altre conclusioni. La sua esistenza potrebbe essere raccolta in tre sequenze, cariche di messaggi che forse oggi ci è chiesto di custodire.

1.    Lina è una ragazza di Godego, nata e cresciuta in questo paese mentre tanti cercavano fortuna all’estero. E dall’altra parte del mondo, in Australia, Camillo Daminato un giorno dice ad Alfonso Mazzarolo: «Fonso, gavaria na tosa da farte conossare». Camillo dovette essere convincente perché Alfonso rientra in Italia e va a trattare con Pietro e la Olga, genitori di Lina che nel frattempo è al lavoro in pastificio. Ma, curiosa come tutte le donne, arriva a casa e spia dal balcone della stalla quello che sta succedendo: «Chi saraeo chel bel toso?». Dieci mesi dopo, nel 1966, il bel toso diviene suo marito e in viaggio di nozze dove vanno? In Australia! Non doveva essere un hotel a cinque stelle perché Lina ogni tanto ripeteva: «Fonso, ma dove me gheto portà?». Abitavano a Griffith, inizialmente in una baracca e coltivavano frutta e verdura. Un po’ alla volta però l’attività cresceva e le condizioni miglioravano e in casa di Lina e Alfonso arrivarono anche i tre figli , Sandra, Renato e Fabio. La vita cominciava ad andare per il verso giusto. La vicenda di Lina, come quella di tanti Godigesi, è anzitutto quella di un migrante, di chi si è messo in viaggio per cercare sicurezza, per dare dignità alla vita. Una pagina che ci insegna ad essere grati a chi ha lasciato questo nostro paese e ne ha permesso lo sviluppo con quello che mandava a casa e che ci insegna ad essere attenti e rispettosi anche nei confronti di chi oggi vive vicende analoghe.

2.    Ma ad un certo punto l’imprevisto e la tragedia. 6 settembre 1975. Mentre la famiglia da Griffith va a Sydney per raggiungere l’Italia, con la felicità di far conoscere i nipoti, Alfonso è colto da un malore e pochi istanti dopo muore in ospedale. Noi possiamo solo immaginare cosa può essere passato nella mente di Lina in quegli istanti. I figli maggiori ricordano che lei aveva Fabio in braccio e continuava a ripetere: «Preghè, preghè». Arrivò poco dopo il nonno Pietro e li aiutò a rientrare tutti in Italia. Un ritorno in risalita, dove si trattava di far crescere i ragazzi e di mandare avanti la famiglia. «Go fatto da femena e go fatto da omo», parole che Lina ogni tanto ripeteva, ricordando i sacrifici di quegli anni. Due erano le risorse che possedeva: una grande forza d’animo e la fede. E forse la prima era dovuta alla seconda, perché Lina diceva spesso: «Se no gavesse avuo a fede no so che gavaria fatto». Fede che si trasformava in preghiera, rosario, messa alla Crocetta, candele accese continua-mente. E senza smarrire la serenità e neanche la capacità di pensare agli altri, magari un po’ di assistenza in ospedale e i gesti segreti della carità. La fede non ci risparmia dalle prove della vita, ma ci aiuta ad affrontarle con coraggio, sapendo che non siamo soli e che qualcuno si prende cura di noi. Chi ci separerà dall’amore di Dio in Cristo Gesù? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la nudità, la fame, il pericolo, la spada? Vita eterna è credere che Dio è più grande di tutto quello che può capitare, di tutto quello che sembra smentire la sua presenza e la sua fedeltà.

3.    La terza sequenza di Lina è legata agli ultimi anni della sua vita, quando malattia e infermità l’hanno segnata pesantemente: la mente non era più quella di un tempo e un ictus modificava per sempre la sua autonomia. Però, un paio d’anni fa, il giorno prima che la situazione precipitasse, aveva avuto un giorno stranamente diverso. Dopo anni che non si muoveva ed era piuttosto sospettosa, era andata nell’orto a fare qualche lavoretto, aveva parlato amabilmente con i suoi famigliari e aveva regalato loro l’ultimo suo sorriso. La malattia a volte ci trasforma, ci rende irriconoscibili. Ma forse Lina voleva dirci: non perdete la verità delle persone, il loro sorriso. E fatene tesoro buono, anche per i giorni in cui verrà meno. Perché ci ricordiamo di chi siamo, anche quando gli eventi sembrano confonderci. Forse oggi Lina torna a sorridere: la immaginiamo così, mentre entra in paradiso. Ancora ci guarda e dice quella frase che le stava a cuore e che spesso ripeteva: «Vao trovare Fonso».  

Omelia 20 agosto 2016


Domenica ventesima del T. O.

A volte la nostra fede è come l'autobus, fermate e salite e discese in un viaggio già fissato. Crediamo di essere garantiti da un sistema, da un ambiente nel quale siamo nati e cresciuti e non ci rendiamo conto che vi è qualcosa da riprendere. Ricordate? Domenica scorsa Gesù rimproverava Pietro, il suo uomo di fiducia, dicendogli: «Uomo di poca fede». Oggi invece incontra una donna straniera, una donna “fuori sistema” alla quale dice: «Davvero grande è la tua fede». Eppure anche lo stesso Gesù oggi sembra fare un passaggio nelle sue valutazioni, spiazzato da una donna che gli impone di affermare nuovi diritti di cittadinanza di fronte a Dio. Qui, riconosce Gesù, ci sono le misure della fede autentica. Che cosa ci suggerisce questa donna?

1.    Inizialmente la donna grida. E grida non per questioni religiose, ma perché sua figlia sta male. La fede nasce da un grido autentico per qualcosa che ti sta a cuore ed è più importante della tua stessa vita. Diversa è la percezione dei discepoli: quella donna è un fastidio e implorano l’intervento di Gesù per togliersela dai piedi o forse perché mal sopportavano che il loro maestro, così famoso per i  suoi miracoli non ne facesse un altro che avrebbe confermato la sua popolarità. Cosa ti costa? A volte siamo anche noi così. Vorremmo il miracolo a prescindere dal nostro rapporto con il Signore. Il Signore invece va oltre e resiste alla nostre pressioni non perché l’intervento sia impossibile, ma perché la tua fede gli sta a cuore. Non solo le magie, ma il rapporto con lui, la voglia di giocarti, di dichiararti e, se occorre, di cambiare vita. A volte il miracolo è proprio questo: non se risolvi o meno un problema, ma se la tua vita cambia. In questi giorni ho incontrato una donna che lavora in una famiglia di Godego. Mi ha chiesto di ricevere il battesimo. Mi ha raccontato di essere andata in ospedale al Policlinico Gemelli di Roma, quando era in attesa del suo bambino. Una gravidanza a rischio. E il medico le ha detto: “Quello che clinicamente si poteva fare l’abbiamo fatto. Ma c’è un’altra cosa che voglio fare: dire una preghiera per lei e per suo figlio”. E la donna ha visto il medico uscire dall’ambulatorio ed entrare nella cappella dell’ospedale. In quel momento, diceva, era come se Dio fosse entrato nella mia vita. Verità non finzione. Accoglienza, non fastidio.

2.    La donna fa saltare i confini delle convenzioni. Gesù, incurante della donna che grida, dice: «Non sono stato mandato che per le pecore perdute della casa di Israele». Israele era il popolo dei figli, gli altri i pagani erano ritenuti cani. E Gesù dice proprio così: «Non bisogna prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». E qui la donna supera Gesù a destra: «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Gesù è spiazzato. In realtà è proprio qui che voleva arrivare e si è giocato la faccia per far capire che lui è venuto proprio per questo! In Dio non esistono uomini e cani: ci sono solo dei figli che egli vuole raggiungere ed abbracciare. I bambini, gli uomini e le donne che siano italiani o stranieri, vicini o lontani, cristiani o meno, possono attingere tutti al cuore di Dio. Dio sogna un’umanità di figli, in qualsiasi latitudine. Lo devono capire i cristiani e lo devono capire anche gli altri che qualche volta in nome di un improbabile Dio seminano terrore, come è avvenuto a Barcellona nelle scorse ore. Fede è verità sul mistero di Dio.

3.    Infine Gesù dice alla donna: «Avvenga per te come desideri». La fede è fatta anche di desiderio. Ma che cosa desideri? Impara a portare nel mondo i desideri di Dio, investi nel suo modo di vedere le cose. Pensate non solo alle stragi di Barcellona, ma anche a quello che è successo nelle discoteche in questi giorni. Due brutali aggressioni, una delle quali mortali, dove la gente rimane a guardare, non solo disorientata dall’accaduto, ma anche stordita nella propria indifferenza perché lo spettacolo deve continuare. Anche questa è barbarie che contraddistingue non i terroristi o gli autori del gesto violento e mortale, ma anche una logica di divertimento che supera ogni livello di accettabilità. Per i gestori dei locali e molto spesso anche per i frequentatori. Ti sia fatto come desideri. Ma cosa desideri? Per te, per gli altri? La donna cananea ci dà appuntamento su altre strade. Di verità, di vita, di fraternità.

Omelia 23 luglio 2017


Sedicesima domenica del T. O.

Nonostante da anni ormai i giornali ci presentino le storie dei furbetti del cartellino e i provvedimenti nei loro confronti, sembra che questa specie sia lontana dall’estinzione e si ripresenti continuamente con nuove e sorprendenti esibizioni. Così in questi giorni c’è stato il processo di un tale, insegnante di diritto di ruolo in Lombardia, che ha accumulato ben ottocento giorni di assenza a motivo di una fastidiosa lombosciatalgia che gli impediva di salire in cattedra, ma non di fare l’avvocato in Calabria. Ci si chiede quale diritto insegnasse ai suoi studenti e, a questo punto, forse è meglio che non l’abbia insegnato. Ecco, quando capitano storie di questo tipo siamo disorientati e ci pare che la battaglia del bene, dell’onestà, della legalità sia controproducente.

Una sensazione simile devono averla avuta anche i discepoli di Gesù, dal momento che racconta loro la parabola dove una fastidiosa erbaccia sembra compromettere la crescita del buon grano. Qual è il messaggio che ne deriva?

1.    Mentre Gesù invita i suoi discepoli a riconoscere la presenza di una semina buona, non chiude gli occhi sul pericolo, sulla diffusione di un’infestante che sembra compromettere il raccolto. La presenza è attribuita a un nemico che persegue lucidamente un progetto oscuro: venne, seminò, se ne andò… I discepoli fanno i conti con i figli delle tenebre che agiscono astutamente e di nascosto, che cercano di contrastare l’energia del bene per perse-guire interessi, per ottenere vantaggi: poco importa se altri ne dovranno rimettere. Non puoi andare al funerale di un parente perché non ti puoi assentare dal posto di lavoro senza dare il preavviso di sette giorni: il contratto parla chiaro. Certo, devi sapere per tempo quando l’altro morirà! La produzione viene prima della pietà. Ma notate anche quel termine zizzania. In greco è al plurale: zizzanie. Per dire che sono tante, mutanti, capaci di confonderti, C'è la zizzania del pettegolezzo che cresce da una voce all’altra, c’è quella del sospetto che ama la penombra, c’è quella dell’egoismo che prosciuga il terreno. Rendersi conto di quello che succede. I discepoli di Gesù sono uomini e donne di speranza ma non sono degli ingenui.

2.    Ma c’è un altro invito che il Signore ci fa: alla pazienza. La zizzania dà fastidio e si vorrebbe toglierla velocemente dal campo: Vuoi che andiamo a raccoglierla? Ma qui si nasconde un’insidia. E quello che non ha distrutto il male lo potresti distruggere tu. Il male ti rende complice della sua azione; senza che te ne accorga ti contagia. Quando pretendi di dividere il mondo in buoni e cattivi, quando vediamo la zizzania fuori di noi e non quella che si annida nel nostro cuore, quando per fare le nostre presunte pulizie rischiamo di eliminare anche chi non ha responsabilità. Pensate ai pregiudizi. Uno straniero è un criminale e tutti gli immigrati diventano tali. Pensa a qualcuno che ti fa uno sgarbo e alla velocità delle ritorsioni. Cos’hai risolto? Quando recupererai quel rapporto? Gesù invita alla cautela: Che non succeda che raccogliendo la zizzania strappiate anche il grano buono! A volte il grano buono è quello della concordia, della riconciliazione, della possibilità di parlarsi ancora. Lasciare che il buon grano cresca insieme alla zizzania vuol dire operare un giudizio migliore, vuol dire comprendere le proprie responsabilità e non solo quelle dell’altro, vuol dire che si può imparare anche dalle fatiche: lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, non alla nostra presunzione.

3.    Mi pare che poi la parabola ci conduca a guardare al bene con inguaribile fiducia e a farsi suoi alleati. Invece di metterti a contrastare il male, coltiva germogli di bene, di novità, di cambiamento. Un germoglio lo abbiamo visto ieri sera, alla festa dei popoli dove ho avuto la sensazione che ci fosse anche finalmente un popolo godigese e una cultura dell’ospitalità che forse non è andata perduta. Alla fine nel suo granaio Dio raccoglierà questo bene e non le nostre lamentele o le requisitorie sul male. Prova a vedere se ci sono germogli di novità da alimentare. 

Omelia 9 luglio 2017


Quattordicesima domenica del Tempo ordinario

Abbiamo seguito in questi giorni le vicende di Donnarumma e di come, snobbando l’esame di maturità, se ne sia andato in ferie ad Ibiza cullato dai suoi contratti milionari. Poi apri il giornale e vedi che a Crocetta del Montello, Agnese, una ragazzina di tredici anni colpita da fibrosi cistica è morta dopo aver voluto fare a tutti i costi gli esami di terza media. Nonostante l’ospedale, nonostante la diagnosi lasciasse poche speranze.

Come sono differenti le classifiche del mondo dalle classifiche di Dio: noi a inseguire e ad alimentare miti terreni costruiti sull’effimero, una ragazzina a sconvolgere i nostri criteri. Comprendiamo allora le parole di Gesù. Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.

Questa riflessione nasce da un momento drammatico che Gesù ha vissuto. Dopo la prima fase della predicazione ha visto andarsene i saccenti del tempo, gli esponenti del mondo religioso di allora. Gesù però non si inquieta, perché vede che Dio ricomincia da un’altra parte: dalla parte dei piccoli, di chi non conta, da chi non riceverà mai un ingaggio milionario. Sconosciuti alla stampa e al grande pubblico, ma non estranei al cuore di Dio. Come la piccola Agnese. Cosa ci dice questo vangelo? Chi sono i piccoli che Gesù cerca?

1.    I piccoli se ne infischiano delle grandezze terrene e conservano sufficiente libertà per non esserne contaminati. Stai attento alle misurazioni umane, ai giudizi autenticati dai like, agli opportunismi mascherati da democrazia e da libertà. Perché non è detto che tutto corrisponda al vangelo. Il nuovo sindaco di Verona, opponendosi alla diffusione dei testi che sostengono la teoria del gender, ha detto: «Sono convinto che la famiglia è composta da una mamma e da un papà e difenderò questo valore nella formazione di bambini e ragazzi». La replica dell’opposizione è stata quella di gridare all’oscurantismo medievale, all’inquisizione. Certo, in un paese democratico forse non si può pretendere di limitare la libertà di stampa. Ma ragionevolmente posso anche interrogarmi su che cosa devo o non devo dare in pasto a un bambino che sta crescendo. E sull’appiattimento dei generi, dove si presume di sbandierare assoluta indifferenza, prova a vedere le fatiche di un bambino che ha perso il papà o la mamma. Prova a osservare il bisogno di affetto maschile e femminile che porta con sé. Non sono sufficienti le prove della vita per evitare di crearne altre, sulla base dei nostri egoismi personali? Occhio ai giudizi: mettiti dalla parte dei piccoli non delle ideologie.

2.    I piccoli stanno comodamente in braccio al Signore e ne conoscono l’amore perché a loro Dio ha rivelato i misteri del regno dei cieli. Quando diminuisce questa percezione, hai bisogno di ricorrere ad altro, a qualcosa che riempia il vuoto, a qualcosa che ti rassicuri. In questi giorni guardavo il profilo Instagram di alcuni ragazzi, pieno di bestemmie. Certo, rimani rattristato e inorridito. Ma poi ti chiedi: è così diversa l’aria che alcuni ragazzi respirano ogni giorno? Certo, possiamo considerare molte attenuanti, ma il dramma resta, non tanto per quello che attribuisci a Dio, quanto per l’idea che ti fai di lui: come antagonista, come avversario, come nemico della tua felicità o artefice dei tuoi mali. E anche quando non bestemmi, che Dio hai incontrato se non riusciamo a strappare per lui neanche un’ora alla settimana? Dio a modo mio non è un problema dei ragazzi. È anche un problema dei padri e delle madri, anche un problema dei nonni che all’amore hanno sostituito il timore, l’indifferenza o la presunzione di poter star senza di lui. E poi c’è un banco di prova insindacabile: la presenza del prete nel momento della malattia. Quando lo chiami all’ultimo momento o non lo chiami proprio, quando temi che il malato si impressioni, la paura è del malato o è la tua? Che Dio hai incontrato? Cosa ti aspetti da lui? A volte non abbiamo incontrato il Padre di Gesù Cristo, ma lo specchio delle nostre paure. E più guardiamo questo specchio più le paure aumentano.

3.    I piccoli non hanno paura di stare sotto il giogo Gesù. I grandi non ci passano, i piccoli invece ci entrano bene e scoprono che il peso in buona parte lo porta lui. Lavora con Gesù, opera con lui secondo il vangelo. Penso alla figura di Giuliano Santi, nostro missionario godigese. Questo piccolo secondo il vangelo è stato un uomo di una grandezza straordinaria. Perché? Perché è rimasto unito al Signore e ha vissuto con lui due grandi pagine: quella dell’intraprendenza e quella della sofferenza. Con la prima ha detto che il Signore riscatta l’uomo dalle sue povertà, con la seconda ha detto che il Signore è sostegno anche nel momento della prova e della malattia. Ecco il giogo: non è un peso, ma la possibilità di aprire un solco buono nel quale il grano della vita cresce e porta frutto.

Ti benedico Padre… quali benedizioni cerchiamo: quelle dei grandi o quelle dei piccoli? Il vangelo sovverte le misure terrene e ci mette sulle strade delle sorprese di Dio, anche quando ci sembra impossibile.

mercoledì 3 maggio 2017

Omelia Giuliano Santi


Giuliano Santi (3 mag. 2017)

Letture del giorno. 1Cor 15, 1-8 - Gv 14,6-14

Signore, mostraci il Padre e ci basta. Questa domanda di Filippo a Gesù ci aiuta a ricordare la figura di Giuliano Santi la cui vita di religioso salesiano e di missionario è stata un segno particolarmente luminoso della vicinanza e della compassione di Dio non solo per i ragazzi per i quali Giuliano si è speso, ma anche per tutti coloro che lo incontravano e collaboravano con lui. Mostraci il Padre. Dove Giuliano ci ha aiutato a vedere la presenza di Dio?

1.    Anzitutto nel suo carisma salesiano. Aveva maturato tale vocazione frequentando l’Istituto Arti Grafiche di Colle don Bosco, negli anni che seguivano la Seconda Guerra Mondiale. Lì, misteriosamente, si intrecciavano tre sensibilità che avrebbero segnato tutta la vita di Giuliano. Un mestiere imparato con passione e creatività, la vita interiore coltivata nella preghiera, la bellezza di una famiglia allargata nella quale anche i ragazzi trovavano posto. Giuliano mise queste tre intuizioni nelle mani di Dio e nel 1952 divenne salesiano. Viveva un rapporto strettissimo con la sua Congregazione, quasi di devozione. Nessuna decisione senza il consenso dei superiori e uno straordinario legame con d. Bosco. Tant’è che un ragazzo cui gli si chiese se preferisse d. Bosco o il sig. Santi rispose di preferire Giuliano, perché in lui ...vedeva d. Bosco! Vedere Giuliano, vedere d. Bosco, vedere Gesù, vedere il Padre... Nella nostra vita abbiamo questa straordinaria possibilità riverberare il mistero, di aprire finestre sul mondo di Dio, di conoscere e far conoscere la sua presenza e il suo amore.
2.    Ma il vangelo di oggi ci parla anche di opere. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste. Giuliano nel 1957 partì per l’India. Don Bosco aveva allargato il suo cortile anche ai ragazzi di Madras. Giuliano piomba in un mondo che lo sconvolge: povertà, divisione in caste, lingue e difficoltà di capirsi, mancanza di mezzi. “Mi muovevo come un robot”, commentava e qualche volta vi è anche la tentazione di tornare a casa. Ma non si perde d’animo. Giuliano sa che c’è Dio in azione: Qualunque cosa chiederete nel mio nome, io la farò. E, persuaso di questo, comincia a dare forma alla Scuola Salesiana per Arti Grafiche  (SIGA) che darà futuro, dignità, lavoro a migliaia di ragazzi. E senza mai apparire, con molta umiltà, rimanendo povero tra i poveri: nelle sue mani passava molto denaro, ma non una rupia rimaneva incollata alle sue dita. Giuliano diventa un maestro, un fratello, un padre. «Ho sempre cercato di fare mio il detto di d. Bosco: “Miei cari ragazzi, per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto a dare la mia vita”». Le fatiche iniziali lasciavano posto alla sorprendente azione di Dio che operava le sue meraviglie: «Scendendo le scale per andare a riposo, mi sono domandato: Se dovessi tornare indietro nel tempo, cosa farei? Rifarei senza esitare la scelta fatta».  Giuliano però ha un’altra preziosa intuizione: crea ponti. Inizia a scrivere, a far conoscere le situazioni, le persone e progressivamente tesse una rete di solidarietà che dalla sua famiglia, da questa nostra comunità e da numerose altre realtà sociali e imprenditoriali arriva a Madras. Non c’era solo il sostegno economico: c’era un legame che portava l’India in Italia e l’Italia in India. In questa maniera, non sono cresciute solo le strutture; è cresciuta anche la nostra apertura del cuore e la nostra sensibilità missionaria. Giuliano ha aperto i confini del nostro mondo e ci ha fatto capire che se stiamo chiusi ci soffochiamo. Si vede il Padre nella misura in cui vediamo gli altri come fratelli e nella misura in cui le mani si aprono nella carità.

3.    Infine Giuliano ci ha aiutato a vedere la presenza di Dio anche in questi ultimi anni della sua vita, segnati dalla malattia. «Ho accolto con gioia e fede la vocazione salesiana e missionaria… ora accolgo con fede la prova della malattia». Era un’occasione per essere vicino a chi pativa come lui e per sentirsi accompagnato da quella comunità che era diventata la sua vita. Si spende una parte della vita per amare gli altri, ma scuola altrettanto importante è quella di lasciarsi voler bene.  «Qui ho il sostegno di tante persone che mi vogliono bene e che con il loro sorriso o con semplici ma tanto care attenzioni si prendono cura di me. Da qualche mese sono in carrozzella, spinta da angeli custodi, i ragazzi della scuola che mi sono vicini 24 ore su 24». A quei ragazzi andava l’ultima sua opera: Il canto del cigno, struttura a quattro piani per dare ospitalità agli studenti poveri che provenivano da villaggi lontani e non trovavano in città la necessaria sistemazione, se non a costi esorbitanti. Giuliano sapeva che il tempo ormai si era fatto breve e si preparava all’incontro con il Signore: «L’8 marzo di quest’anno ho commemorato i miei 60 anni in India. Con la nave “Vittoria” sono arrivato al porto di Mumbai. Nel mio tramonto non lontano non mi resta che ringraziare il Padre di lassù». Un'altra nave era in arrivo. E se sessant’anni fa, partendo da Genova, Giuliano non riusciva a staccare lo sguardo da terra, ora crediamo che il suo sguardo raggiunga anche noi e ci regali qualche riflesso della luce di Dio. Signore, mostraci il Padre e ci basta. Signore, grazie di averci mostrato il volto di Dio attraverso Giuliano, grazie perché la sua luminosa testimonianza ci parla di te.


domenica 30 aprile 2017

Omelia del 30 aprile 2017


Terza domenica di pasqua


La strada è un luogo importante. Ci ricorda il movimento della vita, le trasformazioni, le scoperte. Ci sono strade capaci di ricordarci passaggi fondamentali, varchi oltre i quali la nostra vita è cambiata. Una strada di grande fascino è quella di Emmaus, villaggio poco lontano da Gerusalemme, dove due discepoli ritrovano la sorpresa di Dio, il Signore che ancora li accompagna. Forse anche noi, abbiamo percorso questa strada e forse essa può raccontarci ancora qualcosa di bello.

1.   È la strada della fiducia ritrovata. Gli inizi di quella strada sono segnati dalla delusione: Si fermarono col volto triste. È la tristezza di chi ha visto naufragare un disegno, una destinazione nella quale c’era la presenza del Signore. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele. A volte il Signore sembra venir meno agli impegni che ha preso. La vicenda di questi due discepoli ci fa però capire che quegli impegni erano nella nostra testa e non nei disegni di Dio. I due di Emmaus credevano ancora in una liberazione politica, Gesù invece li vuole condurre altrove: fece come se dovesse andare più lontano. A volte vorremmo che il Signore risolvesse i nostri problemi: di salute, di lavoro, di coppia. E vorremmo che intervenisse modificando la realtà, modificando l’altro. E invece il Signore qualche volta vuole modificare noi, i nostri assetti interiori. Il nostro matrimonio è in crisi: ho sposato uno che non era così. Può essere. Ma se non era così ed è stato con te in questo tempo, non è che lui sia diventato così anche per qualche tua responsabilità? Forse non deve cambiare lui, ma devi cambiare anche tu! Lasciati condurre, vai più lontano.

2.   È la strada del cuore che si scalda. Dopo che i discepoli hanno scoperto il Signore, si diranno l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore quando parlava con noi? La strada di Dio è fatta di parole che ridanno energia alla vita, parole che strappano dal gelo. Ieri, al monumento di Via Cacciatora c’è stata una singolare rievocazione dell’eccidio, in cui si è sentito il secco rumore di una rivoltella che sparava, come in quel tragico 29 aprile del 1945. Quegli spari ci hanno ghiacciato. E in quella situazione sentivamo il bisogno di una parola diversa, capace di lenire quel dolore. Le parole umane arrivano fino ad un certo punto, anzi a volte fanno peggio. Abbiamo bisogno di una parola che ci restituisca a noi stessi, alla nostra verità, a ciò che Dio ha in mente. Così anche nella vita: a volte diciamo tante parole. Ma esse sono spesso chiacchiere, banalità, unilateralità: non riscaldano il cuore. Lascia che Dio ti suggerisca la sua parola, magari tra quelle che ascolti ogni domenica. Parole di riconciliazione, di perdono, di una nuova comprensione della realtà. E prova a dire anche tu qualcuna di queste parole. A chi ne ha bisogno.

3.   È la strada del pane spezzato. Un gesto che apre gli occhi e fa vedere l’invisibile. È il gesto dell’ultima cena ma è anche il gesto della solidarietà e della condivisione. È il gesto che il Signore ha scelto per farsi presente. È quello che facciamo nella messa ogni domenica, ma è anche quello che rende riconoscibile il Signore nella vita di ogni giorno. Diventare pane spezzato. Qualche ora fa è morto Giuliano Santi, salesiano godigese che ha passato la sua vita tra i ragazzi di Madras. Aveva 84 anni, 65 dei quali passati a insegnare mestieri, assistere, dare dignità, futuro. Unico criterio che dava per l’accoglienza dei ragazzi era che fossero poveri, molto poveri. E tra quei poveri ha voluto essere sepolto. Ecco il pane spezzato, riconoscibile anche tra le strade polverose dell’India. Gesù sparisce dalla vista, ma non sparisce dalla vita di chi l’ha incontrato e accetta di spezzarsi per gli altri.


Rimani con noi perché si fa sera. Rimani anche sulle nostre strade, Signore, e apri i nostri occhi all’incontro.

Omelia Pasqua 2017


PASQUA 2017


Risvegli. È un film degli anni Novanta che racconta la storia vera di un medico britannico che somministra un nuovo farmaco a pazienti affetti da particolari patologie che inducevano una sorta di stato dormiente. E i pazienti si risvegliano. Ed è bella la battuta cinematografica di uno di loro: «Mi chiamo Leonard Lowe. Qualcuno mi ha spiegato che sono stato da qualche altra parte per un po’ di tempo. Sono tornato».  Io credo che la pasqua funzioni proprio così: sia quel farmaco salutare che ci fa tornare, che ci risveglia a un’esistenza vera rispetto a quella intorpidita e a volte narcotizzata in cui questa società talora ci imprigiona. Chi, che cosa ti addormenta? Ci sono tanti sonni che ci imprigionano: la superficialità, la produttività, la volgarità, la malvagità… Ognuno ha un sonno di morte che lo opprime. E da esso ci risvegli e ci guarisce il Signore. In che modo?


1.   Anzitutto ci viene a trovare e ci dà uno scossone. Un’antica omelia del sabato santo ci presenta Gesù che scende nel regno della morte e che dice ad Adamo: «Svegliati tu che dormi, risorgi dai morti».  A volte il Signore ci sorprende e ci apre improvvisamente gli occhi restituendoci a una nuova comprensione della vita. Hai vissuto un rapporto clandestino con una donna che non è tua moglie: una forza che ti travolge e che ti porta spesso a casa sua. Ma, mentre cercavi amore alternativo, si è acceso il display del telefono e hai visto la foto dei tuoi bambini. E tanto è bastato per vestirti in fretta ed andartene a casa. Svegliati. Non svendere quello che di più bello possiedi: risorgi dai morti!

Separato: tuo figlio ti chiede di stare un po’ con lui. Ma hai tanto da fare. Il ragazzo però ti vede al bar e quell’immagine, di cui non ti ha mai parlato, continua a ronzargli nella testa. Svegliati, risorgi da questo stato di abbandono. Se una relazione è finita, un’altra rimane: appartieni ancora a qualcuno che ti cerca: tuo figlio.


2.   Poi il Signore toglie le pietre. Chi la rotolerà via? Ci pensa lui: toglie il sasso e fa entrare luce nella tomba. Tu ti risvegli se assecondi questo movimento e se, prima ancora, lo ritieni possibile! Perché noi a volte non ci crediamo: non crediamo che il Signore possa liberarci da quello che grava sulla nostra vita. Lasciamo al loro posto le pietre e arrediamo i sepolcri. Perché paradossalmente ci danno una certa sicurezza e ci consentono di starcene tranquilli.
Il sepolcro della tristezza, del pessimismo, della solitudine. Sei malato, hai addosso tutti i mali del mondo e ti senti solo e sfortunato. Ma a quelli che vengono ancora a trovarti continui a ripetere le solite lamentazioni e non c‘è verso di trovare una via d’uscita e così anche gli ultimi che ti venivano incontro se ne vanno. E così puoi credere ancora di più che sei proprio sfortunato!
E il sepolcro del rancore? Anche questo è ben arredato! Perché? Perché ci dà l’idea di essere forti. Se con tuo fratello l’eredità è stata oggetto di incomprensioni e di liti, i vostri figli devono pagarne il prezzo? Se un nipote ti invita al matrimonio bisogna difendere l’onore ferito o ricercare la concordia scomparsa? Sulla scena internazionale si addensano scenari di guerra: è esplosa in Afghanistan la madre di tutte le bombe. Ma noi abbiamo un arsenale ancora più distruttivo perché è capace di esplodere tra una generazione e l’altra. Accetta l’invito perché quello è il Signore che rimuove la pietra. Seppellisci l’ascia di guerra prima che la guerra seppellisca te!


3.   Infine ci si risveglia mettendosi in moto. I vangeli pasquali sono pieni di corse: di gente che va e viene dal sepolcro, che corre ad annunciare, che si lascia afferrare e condurre da una buona notizia. A volte pensiamo che prima nasca la fede e poi il movimento. Invece la fede appartiene a chi si mette in moto, a chi annuncia, testimonia, si confronta, non ha paura di metterci la faccia. Non avevano ancora capito che egli doveva risuscitare dai morti. Lo capiscono un po’ per volta, lasciandosi interpellare e rispondendo a chi li interpella. Oggi i credenti sono sottoposti ai tiri incrociati di chi non li guarda più con astio o la sufficienza di un tempo. Siamo guardati con indifferenza o con un sorta di deprezzamento, come a dire: Vai ancora dietro a queste cose? Mi sembrano belle le parole che un giovane tecnico ha detto a un cliente che lo aveva chiamato a riparare un cavo: Io sono contento di credere. E tu sei contento? Non diffondiamo la fede con le argomentazioni, ma con un po’ di luce risorta negli occhi, con la fede di Maria di Magdala che annuncia: Ho visto il Signore!