sabato 5 aprile 2014

Omelia 30 marzo 2014


Quarta domenica di quaresima

L’apertura degli occhi è una cerimonia rituale del buddismo. Quando viene collocata una statua in un tempio, il culto viene aperto da un momento in cui un ministro dipinge gli occhi dell’immagine, quasi ad attribuirle una sorta di vita e la capacità di vedere. Il cristianesimo non è estraneo a questa sensibilità, ma più che degli occhi delle statue si è preoccupato degli occhi della gente, perché vedessero davvero e perché si aprissero alla luce di Dio. La fede rappresenta questa sfida e l’episodio del cieco guarito ce lo ricorda. Guarda che gli occhi te li apre il Signore e finché non guardi con la sua luce vedi solo a metà. Come si apre lo sguardo della fede? L’episodio del vangelo ci pone di fronte a tre tappe dove, accanto ad un uomo che recupera la vista, ce ne sono altri che, pur vedendo, rimangono ciechi. Attenzione dunque, perché si può essere miopi pur credendo di vederci. Anche se si è cristiani.

1.    Il primo confronto infatti è col gruppo dei discepoli. Mentre Gesù passando vide un uomo cieco, i discepoli vedono un caso da discutere, una disputa teologica. Chi ha peccato: lui o i suoi genitori perché sia nato cieco? La fede riguarda innanzitutto la percezione di Dio e i discepoli, in questo caso, gli attribuiscono il volto del giusto giudice. Giusto secondo i loro criteri, giusto secondo l’idea che a constatazione di un male corrisponda una colpa, una sentenza e un’espiazione. Dio prende la forma di un codice cui il suddito deve ottemperare. Gesù non vede un suddito, vede un uomo. E vede un uomo come Dio lo vede. I gesti che Gesù compie per la guarigione del cieco, che a noi sembrano un po’ ributtanti, in realtà sono importanti, prova ne sia il fatto che vengono ricordati per cinque volte. La saliva nella mentalità semitica del tempo era l’espressione dell’alito umano, l’alito concentrato. Da un lato, quindi, la terra, dall’altro l’alito, il soffio: un forte richiamo alla pagina della creazione. È l’uomo nuovo che nasce alla luce di Dio, l’uomo interlocutore di Dio secondo quell’antico progetto che in Gesù trova nuova chiarezza e nuova possibilità. Ecco la fede: tu puoi farne una disputa in base alle tue precomprensioni ideologiche o teologiche o puoi aprirti ad un incontro di cui sei “impastato”. Su D, la rivista femminile di Repubblica, Umberto Galimberti scriveva sabato scorso: «A che serve avere un Dio? Non mi chiedo se Dio esiste o no, ma come è venuta al mondo l'idea di Dio». Ecco, puoi ritenere che Dio sia un’idea, ma anche questa può essere una tua idea. La fede non è ragione che si spegne, ma ragione che si affida, che grazie a un soffio trova altre ragioni.

2.    Ma dopo la guarigione, i problemi del cieco non sono finiti. Deve sostenere tutta una serie di obiezioni che riguardano la sua identità. Ma chi è? È proprio il cieco che chiedeva l’elemosina? No, è uno che gli assomiglia! Il cieco non è più riconosciuto. È quello che capita al credente. Aprire gli occhi vuol dire accogliere una nuova identità: non sei più quello di prima, tanto che gli altri non ti riconoscono. Qualche volta ti possono ammirare, specie se la fede apre cammini di conversione, di verità. Qualche altra volta ti fuggono, ti ostacolano, ti lasciano solo. Anche i genitori: Ha l’età chiedetelo a lui. In una parrocchia vicino a Treviso un ragazzino di quinta elementare ha chiesto di ricevere il battesimo. I suoi genitori non l’avevano battezzato da piccolo pensando che la scelta l’avrebbe fatta il figlio una volta maggiorenne. Ma il figlio lo chiede ora e loro sono a disagio perché il bene che il figlio intuisce non è quello che loro avevano pensato e perché la scelta del figlio non può avvenire senza il loro coinvolgimento, senza il sostegno chiesto ai propri genitori. La fede può creare incomprensioni, imbarazzi, distanze: vuoi insegnare a noi? Il cieco ascolta tutte le perplessità ma quel che ha sperimentato ha il sopravvento sulle obiezioni: una cosa so, che prima ero cieco e ora ci vedo. Non è la ricerca delle argomentazioni che decide della fede ma la trasformazione che hai fatto.

3.    La fede però ha bisogno di un ulteriore elemento: la proclamazione. Chi ti ha aperto gli occhi? La domanda che accompagna l’intero brano trova progressiva risposta nelle parole del cieco che riconosce il suo guaritore come: l’uomo che si chiama Gesù, un profeta, il Signore. Tre nomi che proclamano un’identità sempre più delineata e compresa. Tu apri gli occhi se proclami, se dici quello che hai scoperto, anche se si tratta di una tappa, anche se non hai capito tutto. Però il coraggio di dire e quello che dici ti guidano. C’è qualcosa che puoi dire di Dio intorno a te? Matthew McConaughey, vincitore dell'Oscar come migliore attore nel film Dallas Buyers Club, ha colpito la platea non solo per il premio ricevuto, ma per le parole che ha pronunciato dopo la consegna della celebre statuetta. Voglio ringraziare Dio perché è a Lui a cui guardo. Ha reso più bella la mia vita con delle opportunità che riconosco non essere opera mia o di chiunque altro essere umano. Dio è stato solo un peso o ha reso un po’ più bella anche la tua vita? Puoi dirlo a qualcuno anche se non hai la platea di Hollywood?

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce.

domenica 16 marzo 2014

Omelia 16 marzo 2014


Seconda domenica di Quaresima
 
 
Tutti affascinati da La grande bellezza, ma che fatica scorgerla in quel film che ci presenta una società vecchia e asfittica, prigioniera di se stessa. La grande bellezza percorre l’intera pellicola ma solo come insopprimibile desiderio che gli appagamenti terreni non riescono a colmare e che qualche volta addirittura tradiscono. Un cardinale che parla di cucina, una suora, la santa, talmente spirituale da perdere il contatto con le realtà della terra. Corpi senz’anima e anime senza corpi. Ho cercato la grande bellezza, ma non l'ho trovata.

Gesù conosce bene il desiderio di bellezza che si nasconde nel cuore dell’uomo e ne apre la possibilità: la trasfigurazione. Signore, è bello per noi stare qui. È una bellezza fatta di cielo, ma riconoscibile anche in terra, è una bellezza che appartiene a Gesù ma che coinvolge anche chi lo segue, chi si fida di lui. Non rassegnarti mai, sembra dire Gesù, ad una vita a metà: prendi sul serio il desiderio che si nasconde nel tuo cuore e cerca la grande bellezza. Come?

1.    Li condusse in disparte, su un alto monte. La bellezza è fatta di distacco e di ascensione. Non lasciarti schiacciare dal Grande Fratello 13. C’è di più. Abbiamo sentito in questi giorni le penose dichiarazioni sul traffico delle baby prostitute ai Parioli, lo squallore degli adulti che le sfruttavano e la pragmatica determinazione di ragazze che interpretavano la parte di professioniste consolidate. Sul Corriere del mese scorso Susanna Tamaro ha scritto: il senso della vita degli esseri umani è sempre stato compreso tra il tempo che mi è concesso e la sfida di scegliere tra il bene e il male. Altrimenti si finisce per vagare nell’indistinto che genera angoscia. Per uscire dall’opacità tristemente distruttiva che li sta fagocitando, i nostri ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di offrire loro delle sfide in questo campo, sottraendoli alla palude del «mi piace». Hanno bisogno che si riprenda a parlare loro del bene e del male e della coscienza - che è il luogo in cui questo discernimento avviene; un bene e un male non relativi, ma assoluti. Ecco il monte che trasfigura la vita: la capacità di intravedere un’umanità sottratta alle svendite e alle scimmiottature.

2.     Ed ecco una voce dalla nube che diceva: Questi è il figlio mio, l’amato. I discepoli odono la voce di Dio, appaiono anche Mosè ed Elia, icona di una voce che da tempo Israele ascolta, ma la voce da ascoltare d’ora in avanti sarà quella di Gesù: Ascoltatelo. La bellezza è aperta dall’ascolto di Gesù e del vangelo. È un ascolto che genera cammini, partenze, rotture, come Abramo che ascoltando lascia la sua terra, verso un altro paese. Non sa che cosa incontrerà, ma quella parola è sufficiente. Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore. Ci sono parole di vangelo che il Signore ci invita ad ascoltare? Parole di perdono, di misericordia, di generosità. La mangrovia è un libro uscito qualche tempo fa. Raccoglie l’esperienza di Claire Ly, una donna cambogiana alla quale il regime di Pol Pot ha ucciso padre, fratelli e marito. Sopravvissuta al lager e al genocidio, è fuggita in Francia iniziando a rivedere anche l’esperienza religiosa. L’impassibilità insegnata dal buddismo inizia a non la convincerla mentre la affascina il Dio dei cristiani: «Conosceva la mia stessa sofferenza». Riceve il Battesimo e capisce che l’unico modo di riconciliarsi con il suo passato non è quello di scaricare colpe su un feticcio come insegnava il Budda, ma perdonare. E torna in Cambogia con sua figlia, nel luogo dove è stata uccisa il resto della sua famiglia, e lì recita il Padre nostro. Ecco la bellezza della parola ascoltata e accolta. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

3.    Infine la tra trasfigurazione è fatta di luci e ombre. Una nube luminosa li coprì con la sua ombra. La bellezza di Dio si staglia nel chiaroscuro, come nei quadri del Caravaggio. È la bellezza della croce. La vita è bella non perché le difficoltà ci vengono tolte ma perché riesci ad affrontarle, a non perderti, a guardare ad una speranza. Nei giorni scorsi sono state liberate le tredici suore rapite in Siria dai miliziani ribelli. Nei giornali c’è la loro testimonianza. Donne provate dalla vicenda ma rimaste integre, perché non hanno perso la capacità di abitare il chiaroscuro con Dio. Come possiamo difendere la nostra libertà? Accorgendoci che c’è un’altra storia, una Storia vera... Che si rinnova ogni anno da duemila anni, potente, salvifica. Sempre di primavera. È la storia dell’uomo della croce. Certo, c’è chi continua a uccidere, con crudeltà… Uomini e donne che si odiano, e provano il piacere della vendetta e della violenza. Ma ci sono tanti – tanti – che aprono gli occhi, che ricostruiscono insieme, che scelgono il bene, la vita, il perdono. E la testimonianza si conclude con le parole di un pilota che le suore citano come presagio del chiarore tra le ombre: Vorrei dire a tutti i terroristi, a tutti coloro che usano la violenza, che la cultura della vita è più forte della cultura della morte».

Dice Jap Gabarella: "So' belli i trenini delle feste, so' belli perché non vanno da nessuna parte!". Ecco, puoi fermarti ai trenini delle feste e credere che la bellezza sia giretti sul posto. Oppure puoi cercare la grande bellezza, quella di Gesù, irriducibile, sempre nuova, anche quando qualcuno vorrebbe distruggerla.

sabato 8 marzo 2014

Omelia 9 marzo 2014


Prima domenica di Quaresima

Su Repubblica nei giorni scorsi c’era una lettera di una docente di Fabriano che annunciava le dimissioni agli studenti dichiarando tutta l’amarezza di fronte ad una scuola che non riconosce il ruolo dei suoi insegnanti: Non può adempiere al suo ruolo di educatore chi viene continuamente mortificato. Sento un senso di nausea insopportabile. La tentazione assume molte forme: forse oggi decisione di andarsene rappresenta l’espressione più comune su uno scenario di crisi che mette molta gente in difficoltà. Che cos’è la tentazione, come funziona, come se ne esce?

1.    La pagina delle tentazioni raccontata nel Libro della Genesi ci fa capire che questa esperienza è antica quanto l’uomo. Entra strisciando nella nostra vita e ci intrappola in un pensiero che diviene sempre più esclusivo e dominante. «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Il serpente esaspera il comando di Dio, la donna se ne accorge e rettifica, ma non si accorge dell’inganno nel quale cade anch’essa: l’albero non sta in mezzo al giardino e Dio non ha mai detto che non lo si debba toccare. La tentazione è un pensiero che da periferico diviene centrale e alimenta la sensazione che ti manchi qualcosa, che ti manchi la vita. E Dio, cui la vita appartiene, ti sembra un nemico: uno che toglie e non dà. E nasce il sospetto, il dubbio, la ricerca di alternative e la volontà di rivalsa. E non ti rendi conto che di vita ne hai in abbondanza, che sei nel giardino, che se un albero è escluso, gli altri sono tutti per te. La tentazione è una bolla che ti rinchiude e non ti consente di vedere nient’altro. Pensate al caso dell’insegnante: comprensibile il suo sfogo, ma diviene pensiero egemone, tanto da non intravedere più la propria missione educativa, la testimonianza che un ragazzo può ricevere da adulto anche nei momenti di difficoltà.

2.    Il vangelo ci presenta tre tentazioni. Tre per dire che sono tante, che sono differenti, che ciascuno è più vulnerabile in un particolare ambito. Di’ che queste pietre diventino pane. I beni e il la pancia piena, gli appetiti: io sono il mio appagamento. Se tu sei il Figlio di Dio gettati giù: l’esibizione e la provocazione: sono se appaio e se l’apparizione fa effetto, se è spericolata, se costringe l’altro a intervenire, a diventare parte del mio show. Non solo la seduzione dello streaming, della rete: ma la mia rabbia, la mia aggressività o al contrario la mia catalessi per costringere l’altro a intervenire, a fare quello che voglio. L’attenzione dell’altro, il suo riconoscimento diventa il mio pane. I regni del mondo: tutto questo io ti darò. La tentazione si trasforma in un regno con cui ci si identifica. Abbiamo fatto sabato pomeriggio un incontro catechesi e mondo dello sport e ci siamo resi conto di quanto questa realtà tenga in scacco ragazzi e genitori. Un bambina che non va a danza perché va al funerale della mamma di un’amica e che giovedì scorso viene pesantemente redarguita dall’istruttrice che le dice: «Non mi interessa dei morti». Sono il mio regno e sono l’unico sovrano. Qual è il prezzo di queste tentazioni? Perdo dei pezzi per strada. Credo di trovarmi e invece sto dimenticando parte di me. Credo di aver in mano la vita e invece ne sto smarrendo la ricchezza. Per questo papa Francesco dice che la tentazione è “un contagio che uccide”. Prova a osservare le tue tentazioni: cosa stai perdendo? Di te, degli altri, di quello che capita, di Dio?

3.    Ecco la questione nodale: Dio. Ogni tentazione in fondo è una strategia per rubargli il posto. «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio». È il grande inganno diabolico che presenta Dio come un ostacolo all’umana felicità. Ma senza di lui che cosa resta: si accorsero di essere nudi. Se nella tentazione cerchi vita, ricordati che la vita viene da Dio. Gesù così umanamente immerso nella tentazione ne esce con le armi di Dio. 1. Abita questa esperienza ma non si lascia travolgere: è condotto dallo Spirito, rimane padrone di sé, dei suoi stati d’animo. E non li pubblica su fb! 2. Digiuna per quaranta giorni: non ha paura dei tempi lunghi: Dio ha pazienza, la tentazione è palestra. Prova e riprova. 3. Muove dall’ascolto della Parola: anche il diavolo cita la scrittura, ma bisogna ricordarla tutta, non solo i versetti che ti fanno comodo. E la tentazione da luogo del satana diviene cielo pieno d’angeli. Si avvicinavano e lo servivano.

Ecco la tentazione. Essa non ci risparmia dalle cadute, dalle fatiche, dalle ambiguità. Può aprire le strade della deriva, ma può anche aprirti il mare aperto e portarti a ricollocare la vita nella sua verità, quella che Dio anche in questa quaresima torna a mostrarti. 

sabato 15 febbraio 2014

Omelia 16 febbraio 2014


Sesta domenica del T. O.
 
Antonio e Concetta sono una coppia di sposi che ha ormai una quarantina d’anni di matrimonio alle spalle. Ma qualcosa non funziona: Concetta ha un sacco di relazioni esterne, mentre Antonio se ne sta a casa. Ci sono giorni in cui è assente, tendenzialmente depresso e qualche volta cerca rimedio nell’alcol. I figli se ne rendono conto e mi chiedono se ci capisco qualcosa. Sento lui, sento lei… E la considerazione della donna è: «Lavo, stiro, faccio da mangiare. Gli faccio farse mancare qualcosa?». Sì, sta facendo mancare vicinanza, coinvolgimento dell’altro, costruzione di una nuova fase della vita e della coppia.

A volte corriamo il rischio che Gesù denuncia del vangelo: siamo ineccepibili sul piano dei diritti e dei doveri, ma non ci rendiamo conto che la nostra è la giustizia degli scribi e dei farisei. Tot è dovuto e tot ti riconosco. Gesù indica misure nuove ed è proprio in relazione a tale sorpresa che le cose possono cambiare. 

1.    La prima area di novità riguarda le tensioni. Non stupisce che possano capitare, ma come ci si muove da cristiani? Occhio alle parole che usi: possono essere devastanti. La morte della ragazza di Cittadella che riecheggia di tutti gli insulti ricevuti su internet ci mette di fronte alla drammatica attualità degli avvertimenti di Gesù. Ma Gesù incalza perché non è solo questione di quel che è successo, ma di come intendi risolvere: Mettiti d’accordo col tuo avversario e, se ti capita di andare a messa e di ricordarti che qualcosa non funziona, va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Gesù ci chiama ad essere nel mondo non promotori di blanda convivenza sociale ma custodi di fraternità. Ecco la sorpresa. Difendo la bellezza fraterna da ogni attacco, sapendo che la minaccia più grande non è quella che l’altro può scatenare nei miei confronti ma è quella che si profila nella tentazione di fare a meno di lui, di cancellarlo.  

2.    La seconda area di novità riguarda la relazione di coppia e gli affetti. Il tradimento è più articolato del gesto che lo sancisce. Parte da lontano: è fatto di sguardi, di approcci, di suggestioni che un po’ alla volta occupano il cuore. E alla fine ne sei imprigionato, sia quando seduci qualcuno, sia quando ne sei attratto. Hai già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Dov’è la nuova giustizia? Rimani custode del tuo cuore. Attento alle circostanze. Impara a registrare quello che avviene e a non camuffare la realtà. Occhio ai processi autoassolutori e alle responsabilità attribuite all’altro. Attento anche al seduttore occulto che talvolta non è l’uomo o la donna fatale, ma la mentalità dominante che ti fa credere che la vita bella sia quella senza legami. Lo ricordava ai fidanzati nel giorno di S. Valentino anche papa Francesco: «Non lasciatevi vincere dalla cultura del provvisorio». 

3.    Il terzo spazio di novità che il cristiano libera nel mondo è nella chiarezza di quello che afferma: Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno. Sorprendete il mondo per lettura del reale che fugge gli equilibrismi, le approssimazioni, le adulterazioni e raggiunge la verità degli accadimenti. Giovedì in Belgio è stata approvata la legge che prevede l’eutanasia per i minori. Quel che sorprende è che in quest’ambito, come in altri che riguardano la vita, c’è ormai una sorta di “antilingua” che chiama diritto una condanna a morte, motivi umanitari il tradimento dell’uomo, stato vegetativo l’incapacità di riconoscere che un uomo non è mai un vegetale. Noi non siamo fatti solo di parole, ma la sorpresa per il mondo è anche una parola affidabile che ci ricorda azioni conseguenti capaci di disegnare il mondo come Dio lo pensa.

Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei… C’è una nuova sapienza da accogliere, ci ha ricordato Paolo, ed è stata affidata ai discepoli perché ne facciano percepire il sapore buono, oltre le misure scontate, oltre discutibili equilibri.

Omelia 9 febbraio 2014


Quinta domenica del tempo ordinario

I giochi olimpici di Sochi con le polemiche che accompagnano la partecipazione degli stati e degli atleti ci ricordano un tema importante: la nostra collocazione nel mondo, il tipo di  presenza da esercitare. Esserci nel grande gioco della vita? Fino a che punto? Quando ci è chiesto di stabilire una distanza?

Il vangelo di oggi ci aiuta ad entrare nella riflessione. Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo. Due immagini che suggeriscono una collocazione e una funzione ben precisa in relazione a qualcos’altro: il sale che dà sapore a un impasto, la luce che illumina un ambiente. Che cosa vuole dirci Gesù?

1.    Innanzitutto il soggetto: voi. A chi sta parlando Gesù?  È il popolo delle beatitudini, pagina che immediatamente precede questo nuovo approfondimento. Gesù ha tracciato la fisionomia dei discepoli in un progetto di realizzazione che non segue logiche di potere, di successo, di ricerca delle apparenze, ma strade di verità e di essenzialità. Sei beato se individui quello che conta, se povertà o ricchezza non ti fanno perdere di vista l’essenziale, se la fraternità, la pace, la giustizia sono la tua continua ricerca. Ebbene, ai discepoli che seguono questo progetto, Gesù rivolge ora un ulteriore invito. Non tenete questa prospettiva solo per voi. Perché il voi va coniugato con altri, con una responsabilità nei confronti dell’umanità: sale della terra, luce del mondo. Non esiste beatitudine in un intimismo devoto preoccupato di salvaguardare se stesso. Sei beato se la terra e il mondo diventano la tua collocazione. Fa bene o fa male la presenza di un paese alle olimpiadi quando c’è potrebbe esserci una questione aperta sui diritti umani? Il caso Russia ci ricorda un’altra celebre pagina della storia di quel Paese quando il 7 marzo 1963 Papa Giovanni ricevette in udienza il genero e la figlia di Kruscev. «Può essere una delusione, - disse il papa-  oppure un filo misterioso della Provvidenza che io non ho il diritto di rompere». La storia ha dimostrato la presenza di quel filo. Ecco, ci sono situazioni in cui potremmo fare i sostenuti, distaccati da un mondo che di cristiano ha ben poco. Ma i discepoli del Signore non possono perdere l’appuntamento con la terra. È sempre faticoso ricominciare quando non ci sei.  

2.    Ma esserci come? Ecco allora la prima similitudine: il sale della terra. Un’immagine che ci richiama per lo meno tre significati. Anzitutto dare sapore. Il discepolo restituisce sapidità alla terra perché quanto si vive abbia vigore, non sia sciapo. In secondo luogo la conservazione. Di sale ce n’era tanto in Palestina: proveniva dal Mar Morto e a Magdala, villaggio che Gesù frequentava, lo si usava anche per la conservazione del pesce. Infine il sale lo si usava in un particolare e importante accordo: il “patto di sale” sancito da un pizzico di sale che entrambi i contraenti assumevano per dire l’incorruttibilità del vincolo stabilito. Quando Dio si lega a Davide, ad esempio, fa un “patto di sale”. Ecco il compito del discepolo: far assaporare il gusto della vita, conservare tale sapidità. Ma ciò che dà sapore è il patto che Dio ha stabilito con gli uomini: per quanti disastri possiamo combinare Dio ha sancito con il sale la sua fedeltà. È inviolabile. In questi giorni ci siamo trovati di fronte a un attacco inaudito da parte del Comitato ONU per i diritti dei fanciulli che accusa la Chiesa, il Vaticano nella fattispecie, di non aver preso chiara posizione contro il problema della pedofilia e di non intervenire adeguatamente in relazione a aborto, contraccezione e diritti omossessuali. Adeguatamente significa chiaramente secondo quello che l’ONU ritiene adeguato. E siccome far cambiare idea alla chiesa non risulta proprio semplice, la si colpisce in quell’aspetto dove ha rivelato le proprie fragilità, trascurando oculatamente tutte le risposte che nel frattempo sono state date. Voi siete il sale della terra. Che significa? Vuol dire continuare ad esserci e ricordare all’umanità che c’è un patto di sale che non può essere cancellato. Un patto che dà sapore alla vita, che la preserva, la promuove.

3.    La seconda immagine è quella della luce. Il sale è nascosto, si scioglie. La luce invece associata all’idea della città sul monte dice visibilità. Dov’è questa visibilità? Vedano le vostre opere buone [lett. kalà erga belle] e rendano gloria al Padre che è nei cieli. Il discorso dell’ONU ci urta, ma comprendiamo che non è il nostro problema principale. Perché noi non vogliamo convincere la gente con i pronunciamenti, ma con le opere. Opere belle. Una vita bella. Tu sei luce del mondo quando liberi la vita del vangelo. Che forza ha avuto la madre di Francesca Rago, la ragazza uccisa sulle strisce pedonali, per chiamare chi ha investito sua figlia e dirgli: «Capisco il suo dramma, venga al funerale di Francy»? Ecco le opere belle che ci fanno capire che le beatitudini si diffondono e promuovono un’altra organizzazione delle nazioni unite: unite come fratelli e figli dello stesso Padre. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.

sabato 25 gennaio 2014

Omelia 26 gennaio 2014


Terza domenica del Tempo ordinario 

Il trasloco è una delle realtà più difficili da gestire, in termini operativi e psicologici. A volte può essere una necessità, a volte una sfida. Eppure esso porta sempre con sé la possibilità di ricominciare. E anche Gesù ad un certo punto trasloca: da Nazaret si trasferisce a Cafarnao, in casa di Pietro, che diverrà il suo punto di riferimento negli spostamenti intorno alle città che costeggiano il Lago di Tiberiade. Certo, c’è una logistica funzionale che torna a vantaggio di Gesù, ma c’è un messaggio ulteriore che indica anche ai discepoli qual è il trasloco da cercare e da vivere. Messaggio che i discepoli non tarderanno a comprendere e che determinerà anche il loro trasloco nel momento in cui Gesù li chiamerà con sé. Come funziona questo trasloco, cosa ci suggerisce, come ridisegna le nostre condizioni abitative? Mi pare ci siano tre direttrici che rendono comprensibile il gesto di Gesù: storiche, teologiche e partecipative.   

1.    Anzitutto quelle storiche. Perché Gesù lascia Nazaret? Non poteva rimanere ancora in quel villaggio dove era cresciuto imparando un mestiere? Gesù non rifiuta le sue origini: è chiamato “nazareno”. Ma quell’ambiente tra le montagne era un borgo piuttosto remoto, per niente aperto alla novità, curioso, ma nello stesso tempo diffidente rispetto a ciò che variava le idee, l’assetto sociale, i modi di fare. I vangeli ce lo ricordano quando Gesù qualche tempo dopo ritorna a Nazaret e i suoi compaesani lo respingono. Gesù lascia Nazaret per il bisogno di un respiro più grande, il respiro di Dio. C’è trasloco vero nella vita quando non ci si lascia imprigionare da mentalità grette e si cercano gli orizzonti di Dio. Nei giorni scorsi ad esempio, in seguito ad un’ondata di proteste che si è scatenata su Twitter, la Apple ha rimosso dal proprio appstore  un videogioco che proponeva ai ragazzi la situazione di una bambina obesa, sulla quale bisognava intervenire con la liposuzione e il lifting per renderla felice. Ecco il messaggio gretto e devastante da cui traslocare per ritrovare il messaggio vero di Dio sull’uomo, l’intera sua bellezza, per i ragazzi e per gli adulti.  

2.    Le ragioni teologiche sono quelle che l’evangelista Matteo introduce, ricordando una pagina di  Isaia: Il popolo che camminava nelle tenebre… Ai tempi del profeta la Galilea era occupata dall’Assiria. Una delle dominazioni più crudeli e opprimenti. Per il profeta è come se questo territorio fosse prigioniero di una tenebra nella quale risuona una domanda: quanto resta della notte? Ebbene, a questa gente desolata, Isaia annuncia una grande luce. Le tenebre non sono per sempre. Ebbene, Matteo che conosce bene questa storia, quando vede Gesù a Cafarnao, non può che dire: Ecco la luce annunciata da Isaia, è Gesù! Il trasloco dunque indica che le tenebre non sono per sempre, c’è speranza nel mondo. Avete sentito il racconto di quel ragazzino pakistano che è morto impedendo ad un kamikaze di lasciarsi esplodere in una scuola? «Sua madre ha pianto – ha detto il padre – ma il suo gesto ha impedito a molte altre madri di piangere». A volte il kamikaze è anche qui da noi e dentro di noi. È una logica distruttiva che getta oscurità, veleno, morte. Lavori in un’azienda che produce carrozzelle per disabili e ti rendi conto che la logica del profitto viene prima della gente malata a cui è consegnato un prodotto difettoso e criminale per non perdere il guadagno. Chi vuoi essere? Un kamikaze o uno che costruisce futuro? Il trasloco che l’umanità attende è un trasloco di speranza, luce nella notte.  

3.    Infine il trasloco è retto da una logica partecipativa nella quale Gesù chiama altra gente con sé. Sono i primi discepoli, inizio di una nuova relazione che Gesù ha in mente non solo per i primi chiamati, ma per ogni uomo: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Letteralmente: Vi farò pescatori di vivi. Tu traslochi non quando ti isoli, ma quando imposti relazioni di vita. E le relazioni di vita sono quelle che non catturano. S. Paolo nella seconda lettura ci ricorda l’esistenza di una comunità divisa tra i primi evangelizzatori: Io sono di Paolo, io sono di Cefa, io sono di Apollo… A volte vediamo che queste catture sono anche a casa nostra: catture del figlio per isolare il coniuge, o i nonni, o la nuora; cattura del padre per difendere l’eredità dal fratello; cattura del coniuge per piegarlo alle proprie esigenze, alla propria idea di famiglia. C’è una nuova famiglia di figli e di fratelli che Gesù ci indica e qualche volta è salutare “traslocare”, non dalla propria casa, ma da quella prigione che ne sequestra l’identità.

Il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al vangelo. Gesù inizia la sua predicazione indicandoci un necessario trasferimento di prospettive. Così il suo regno si diffonde e così entriamo a farne parte.

domenica 19 gennaio 2014

Omelia 19 gennaio 2014


Seconda domenica del T.O.


Su L’Espresso dei giorni scorsi quattrodici personaggi scelti tra scienziati, scrittori, registi, musicisti, politici, astronauti hanno scritto una lettera ai loro figli per consegnare loro una pagina di vita. Vi si parla di tutto: la memoria storica, il ruolo del cinema, il razzismo, l'ambiente, la musica, la rete, l'economia, la giustizia, il lavoro, l'amore, il ribellismo, la globalizzazione, Napoli, l'omosessualità, la nostalgia, l'odio, il perdono. Ma che fatica trovare un riferimento a Dio! Certo, siamo su L’Espresso, che più laico non si può, ma sembra che nel futuro di un figlio per questa parola non ci sia posto.

La figura di Giovanni Battista ci aiuta a riflettere sulla testimonianza della fede, su un messaggio che interpella l’idea e le misure dell’esistenza e che contiene una promessa di vita intesa come buona. Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio. Come funziona la testimonianza?

1.    Anzitutto essa si dà in vario modo. Riguarda la coerenza dei comportamenti. La vita di Giovanni Battista appartiene radicalmente a Dio e con tale radicalità Giovanni è un messaggio per Israele. La testimonianza si gioca inoltre nel momento rituale, in quel battesimo che Giovanni  praticava. Ma il vangelo ci propone anche un Giovanni che parla e che con un discorso esplicito indica Gesù: Ecco l’agnello di Dio. La testimonianza si regge su questo equilibrio complessivo: coerenza di vita, gesti espressivi, parole. Noi siamo sensibili alle testimonianze sostenute dai fatti, ne intuiamo il valore anche se non sempre ci scopriamo coerenti. Abbiamo poi un legame con gli appuntamenti sacramentali, con un battesimo che ancora viene celebrato. Ma con le parole facciamo fatica. Non solo perché non sappiamo cosa dire ma anche perché ci chiediamo se sia opportuno dire. Perché l’altro a volte non è sintonizzato e potrebbe non comprendere o perché quello che viviamo è troppo personale per poter essere condiviso. Sono ragioni che vanno considerate, ma non fino al punto da dimenticare le parole. Perché noi siamo fatti di parola e le nostre esperienze ci vengono consegnate, oltre che per il loro darsi, anche attraverso la comunicazione che ne consegue. Perché hai bisogno di parlare di quello che ti capita? Perché lo elabori, te ne appropri, comprendi. La testimonianza non è solo un regalo per l’altro. È un regalo per sé, per capire quello che si sta vivendo, quanto incida nella vita, il modo con cui avviene, che cosa ce ne possiamo fare.

2.    Ma, recuperata l’importanza delle parole, quali parole dobbiamo dire? Giovanni articola due piani di comunicazione. Si serve di un’immagine biblica e di un’esperienza personale. L’immagine è quella dell’agnello, figura fortemente evocativa che ricorda l’esodo e l’agnello condotto al macello del profeta Isaia. Quei riferimenti consentono di capire chi è Gesù in un progetto di salvezza che parte da lontano e che Dio stesso custodisce. Ma poi c’è l’esperienza personale: Io non lo conoscevo ma ho visto scendere e rimanere lo Spirito su di lui. Ecco le parole della testimonianza: devi sempre riceverle da qualcuno che viene prima di te e che è più grande di te, ma avvalorarle con la tua esperienza, perché tale esperienza le rende comprensibili. Se citi solo la bibbia rischi di fare come quelli che ti fermano per strada e sciorinano versetti; se citi solo l’esperienza rischi che dica di te ma non molto di Dio. La testimonianza è Dio incontrato con la vita, il Signore, i suoi progetti che cerco sempre più di approfondire, di interpretare. Ricordo la testimonianza di un ragazzo albanese che è giunto al Battesimo grazie alla testimonianza della madre. Il mondo albanese è legato da tradizioni vendicative difficilissime da estirpare. Ma questa donna cui uno del paese aveva ucciso il figlio, il giorno di Natale si è presentata in chiesa e al segno della pace è andata dalla madre dell’assassino, dicendo: Pace in terra agli uomini di buona volontà. La parola aveva incrociato la vita e la vita si apriva a una parola ancora più grande.  

3.    Questo episodio ci aiuta a capire un terzo elemento della testimonianza: è sempre espressione di una vita buona. Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Non solo i peccati, come diciamo a messa, ma il peccato, quella disposizione oscura che ci abita e ci porta a vivere male e a tradire la nostra umanità. Sei testimone quando affermi che non è questa la vita, che c’è un’altra umanità che hai conosciuto e che non ti stanchi di perseguire. Pensate alle polemiche e alla grancassa che rimbomba per il trasbordo delle armi chimiche di Assad nel porto di Gioia Tauro. Si sa che in questi casi si accendo gli animi localistici e gli interessi degli amministratori a cavalcare il malcontento popolare ma è impossibile non vedere in questa vicenda una mancanza di senso di responsabilità unita a una preminenza per l’interesse particolare e di corto respiro. Le armi chimiche di Assad non sono diverse da molte altre sostanze nocive che nei porti italiani vengono trattate in assoluta sicurezza. Certo, il quantitativo è diverso, ma non può essere un segno solidarietà internazionale da accompagnare con saggezza e prudenza per le ragioni della pace in una terra martoriata? Ecco il testimone. Con le ragioni di una vita buona, quella che Dio ha in mente.