sabato 24 marzo 2012

Omelia 25 marzo 2012

Quinta domenica di quaresima

Ricordate il film The passion di Mel Gibson? Nella parte di Barabba recitava Pietro Sarubbi che qualche tempo fa ha scritto un libro: da Barabba a Gesù. Convertito da uno sguardo. L’autore ricorda il disappunto nel momento in cui Gibson gli assegna quella parte nel film. Lui aspirava ad interpretare il ruolo di Pietro dato che Barabba gli appariva come personaggio minore al quale non appartiene neppure una parola. Ma Gibson insiste: «Eh no, tu parli solo con gli occhi, devi esprimere questa tua umanità con gli occhi, solo con gli occhi». E durante le riprese ecco l’incredibile. Su quegli occhi in ricerca si sofferma lo sguardo di Gesù. Lo sguardo di un altro attore - è vero – ma sufficiente perché nel cuore di Sarubbi scatti qualcosa verso un radicale cambiamento spirituale: «Quello sguardo mi ha sorpre-so, incuriosito, spaventato, portandomi ad una totale conversio-ne». Uno sguardo può cambiare la vita. Ebbene anche i greci che oggi interpellano Filippo cercano con lo sguardo: «Vogliamo vedere Gesù». E Gesù non si sottrae. Ma l’appuntamento per loro non è sul set di un film bensì su tre sequenze che alludono a quanto sta per vivere. Lì si potrà vedere Gesù. Ebbene, quali sono gli sguardi che ci vengono indicati?

1.    Se il chicco di grano non muore… Puoi vedere Gesù se vedi il chicco di grano che muore. Gesù sta parlando della sua passione ormai prossima e il chicco di grano è lui. Lì incontri veramente il suo mistero. Ci possono essere altri approcci a Gesù ma se non passi di là comprendi ben poco. È la rivelazione di una vita che apparentemente condannata a finire, trova un’altra possibilità. Ebbene, quello che Gesù vive sulla croce, non appartiene solo alla sua croce. È un percorso nel quale egli si rende riconoscibile in tutti i chicchi di grano che non si risparmiano e fanno dono della vita. I casi sono più frequenti di quel che sembra, tanto che la chiesa domani ricorda, in una giornata di preghiera, i missionari martiri. Più di mille uccisi negli ultimi 11 anni. E quella testimonianza continua, silenziosa e piena di speranza. Famiglia cristiana pubblica questa settimana uno spaccato su un quartiere del Cairo, dove arrivano i rifiuti di una metropoli di 19 milioni di abitanti attentamente selezionati dagli zabalin, gli uomini spazzatura, soprattutto donne e bambini che dividono l’immondizia per la paga irrisoria di un euro al giorno. Tra di loro ogni giorno da 17 anni arriva un missionario italiano, p. Luciano Verdoscia, che ha avuto l’audacia di costruire una scuola. Anche p. Luciano muore tra quella spazzatura, ma intanto il piccolo seme germoglia e cresce, nella costruzione di dignità, di fraternità tra musulmani e cristiani, di futuro e di promessa. È una pagina che non appartiene all’attuale attenzione mediatica nei confronti della chiesa cattolica, presentata talvolta come nemica della società e della sua economia. Ma tra gli zabalin non ci sono i sapienti cultori della laicità. C’è p. Luciano.

2.    Un secondo sguardo che Gesù indica per poterlo vedere è quello che appartiene a chi lo segue. Se uno mi vuol servire mi segua e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Dove sono io. Tu vedi Gesù se lo raggiungi sulle strade dove ti dà appuntamento. La fede è dinamismo, movimento non statica adesione a precetti. Abbiamo ascoltato in questa settimana lo spaccato sulla realtà familiare che ci ha fatto Francesco Belletti (direttore del Centro internazionale studi sulla fam.). Siamo nel mondo il paese con il più basso tasso di natalità. Nel 2011 9 neonati ogni mille donne in età fertile. Seimila nascite in meno rispetto al 2010. Un inverno demografico che preoccupa e che da cristiani ci interroga. Interroga le politiche familiari se è vero che il terzo figlio pone una famiglia a rischio povertà. Interroga le idee di famiglia in circolazione nelle quali sembra vincere il criterio di rapida flessibilità tanto da proporre un disegno di legge sul divorzio breve. Interroga le coppie dove a volte non è in discussione il terzo figlio, ma il primo o il secondo. C’è un bel testo della sapienza ebraica che dice: Il mondo non si mantiene che per il fiato dei bambini. Qui ci dà appuntamento Dio, qui si manifesta. Dove sono io, là sarà anche il mio servitore.

3.    C’è una terza finestra per osservare Gesù: «Adesso l’anima mia è turbata». Gesù non ha paura di mostrarsi anche nel turbamento e in un’ora che si vorrebbe che non giungesse mai. Che devo dire? Padre liberami da quest’ora? Per questo sono venuto. È l’ora della croce nella quale Dio dimostra di non essere un estraneo. Neanche Gesù comprende tutto subito, ma si fida del Padre. Una scelta un po’ diversa dalla clinica Life-end che all’Aja in Olanda ha aperto le porte il 1° marzo. Specializzazione: eutanasia, con 6 team che prestano servizio anche a domicilio: prima un'iniezione che fa addormentare profondamente il paziente, poi una seconda iniezione che ferma cuore e respiro. Gratis. Sappiamo bene come la malattia ci mette alla prova. Ma se fosse proprio questo il momento in cui Dio ci volesse suggerire qualcosa di sé? Qualcosa che fa bene al malato e anche a chi è sano? Qualcosa che ci renda un po’ meno superficiali e capaci di relazione solidale e credente anche con un malato? Adesso, l’anima mia è turbata. Ma per questo sono venuto. A volte un malato ci è dato proprio per questo: non per sopprimerlo, ma per imparare a essere uomini. E anche credenti. Perché la nostra richiesta di vedere Gesù non si limiti a un film ma al reale incontro con lui. E con il chicco di grano.

Omelia 18 marzo 2012

Quarta domenica di Quaresima

Ha meno di quarant'anni, la sua azienda del settore dell'edilizia, in un Comune della destra Piave, è in mano a banche ed Equitalia. E ha tentato di togliersi la vita. Una vicenda che preoccupa e che non sembra un caso isolato tanto che Confartigianato ha istituito uno sportello per cercare di aiutare, dal punto di vista tecnico e psicologico, gli imprenditori in seria difficoltà. Anche, e soprattutto, allo scopo di evitare gesti estremi.
A volte vivere sulla scena del mondo non è facile, specie per chi nel mondo ci crede, vuole recare con responsabilità il proprio contributo, senza fughe e senza sotterfugi. E non sono pochi gli imprenditori che lo stanno facendo, cercando di salvare la loro azienda e i posti di lavoro. Il cristiano non si isola da queste vicende: le segue con attenzione, ma non perché sia superman, ma perché sa che c’è un Dio coinvolto sulla scena del mondo, un Dio che, come dice Gesù, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Ecco la bella notizia che Gesù ricorda ad ogni uomo, ad ogni Nicodemo che nel cuore della notte si reca da lui. Ma, accolta questa notizia, c’è una responsabilità da vivere. Su tre fronti.

1.    Chi crede in lui ha la vita eterna. Il primo atteggiamento è quello che ti porta a fidarti di Gesù persuaso che chi crede in lui non va perduto ma ha la vita eterna. In questi giorni Flavio Insinna, noto attore e uomo di spettacolo, ha presentato un libro in cui racconta i momenti dolorosi della scomparsa di suo padre. «Quando mio padre è morto sono rimasto settimane sdraiato per terra a guardare il soffitto, ero scarmigliato e ingrassato». E, in questa situazione, l’aiuto che gli è venuto dalla fede: «Davanti a una prova come la morte, la fede può vacillare… E sono riuscito a resistere… Se pensassi di essere tradito dalla mia luce più forte che è la mia fede cattolica, sarei nel deserto. Nel Padre Nostro diciamo “sia fatta la tua volontà”: e io mi piego, sbando, però mi sforzo di restare appigliato con testardaggine». E Insinna ricorda che tale fede era anche di suo padre: un credente che ha aiutato suo figlio a diventare tale. Ecco perché possiamo muoverci nel mondo: perché c’è un Dio affidabile che non ci perde e non si rassegna alla nostra perdita, neanche quando sopraggiungono le ombre della morte. La fede, pur debole e che in qualche circostanza fatica a dire “sia fatta la tua volontà”, è un regalo di Dio con il quale ci convince che l’oscurità non ha la meglio su di noi. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede.

2.    Su questo orizzonte comprendiamo la seconda responsabilità: quella di fuggire ad una condanna. Chi crede non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato. Non è Dio che condanna: Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi. La condanna è la tua vita vuota di lui, con la presunzione che vada bene ugualmente o che addirittura possa essere migliore. È il grande inganno creato da una certa mentalità che considera la fede come una restrizione delle possibilità di essere se stessi. “Lascia perdere la fede e divertiti, non lasciarti derubare della tua libertà”. Ma la fede non priva né della libertà né della felicità. Mi dà modo invece di affidare queste due dimensioni all’unico che le può custodire e arricchire. Pensate alla distanza che si sta creando nel dibattito che riguarda l’idea di famiglia, tra le posizioni cristiane e quelle di una certa matrice laicista e radicale. La cronaca della settimana è esemplare: una risoluzione del Parlamento europeo si è espressa contro le definizioni considerate “restrittive” del concetto di famiglia; poi l’auspicio espresso dalla Cassazione sulla trascrizione dei matrimoni gay. E per contro, la notizia del bimbo inglese affidato dai giudici a tre genitori omosessuali e la questione degli embrioni congelati e della loro possibile distruzione in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci in materia. Unioni gay, fecondazione: sono questioni su cui gli animi si accendono in opposizione alla fede e alla Chiesa. Ma si tratta di capire se la rivendicazione di libertà e felicità che in questo caso viene cavalcata, sia affermazione di un diritto di tutti e non solo di alcuni e non pesi invece come una condanna sul bambino che non è ancora nato e su quello che forse avrebbe bisogno di un padre e di una madre. Dio non condanna e conosce la fatica di gestire un sentimento omosessuale o l’attesa infinita di un figlio. Ma se Dio non condanna, non condannare nessuno neanche tu.

3.    E infine, Dio che ha tanto amato il mondo apre la ricerca di nuova luce per la vita. Chi fa la verità viene verso la luce. La verità è Gesù: se operi secondo il suo vangelo si diffonde una luce nuova per te e per gli altri. Per questo Dio ha dato suo Figlio, per rischiarare l’esistenza. Sono i tanti segni di vangelo che si aprono intorno a noi e ci fanno credere che si può vivere diversamente. Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, in questi giorni ha ricordato che in Sicilia c’è una tomba senza nome che appartiene secondo la logica mafiosa a chi collabora con le forze dell’ordine. Ma la tomba da temere, ha fatto capire, è quella dell’omertà, di chi non ha nome davanti a Dio e davanti agli altri, davanti alle giovani generazioni. Chi fa la verità viene alla luce. Dio ha dato il suo Figlio come verità perché sui suoi passi rinnoviamo l’esistenza, anche quando occorre il coraggio di esporsi e di prendere posizione. In questo mondo Dio continua a credere e questo mondo continua ad amare, perché ritroviamo vita vera. La sua.

lunedì 5 marzo 2012

Omelia 4 marzo 2012

Seconda domenica di quaresima

Se n’è andato Lucio Dalla e in questi momenti tra i ricordi e le canzoni emergono anche la sua fisionomia di cristiano e la spontaneità della sua fede pur in una vita movimentata e scelte non sempre condivisibili. Credo in Dio perché è il mio Dio, affermava e la fede è uno dei miei punti fermi e una delle poche certezze che ho. Parlando una volta della morte esordì dicendo: «La morte? È solo la fine del primo tempo». È un’espressione molto bella, da credente, che ci consente di entrare nella vicenda della Trasfigurazione. È come se Gesù che ripetutamente aveva parlato ai suoi discepoli dell’oscura prospettiva che lo stava attendendo, volesse rassicurarli: è solo il primo tempo. C’è qualcosa di nuovo che avanza. La Trasfigurazione è l’anticipo della luce pasquale, la rassicurazione che la morte non può avere la meglio sulla vita dell’uomo. E Gesù conduce i suoi discepoli in tale prospettiva perché quando ogni ombra si addensa non dimentichino la speranza che li attende. Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Non di meno però quel cammino è impegnativo, in salita su un alto monte, la cui altezza non è tanto di tipo orografico quanto piuttosto esistenziale. Cerchiamo dunque di comprende che cosa avviene sopra quel monte.

1.    Anzitutto c’è questa sorprendente trasformazione modellata dalla luce. Marco con il suo linguaggio immediato rende la straordinarietà dell’evento parlando del bucato: nessun lavandaio della terra potrebbe ottenere un simile effetto. Già, perché non siamo sulla terra, ma nel cielo! Ecco, la Trasfigurazione è un giorno di cielo donato agli uomini. In molte piazze italiane si svolge oggi la “Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro”, promossa dall’European sunday alliance. «Oggi non fare shopping! La domenica non ha prezzo», dicono i sostenitori. È bella questa coscienza che si diffonde in un continente che talvolta prende le distanze dalle sue radici cristiane. Nel nostro Paese la manifestazione assume un significato particolare all’indomani del decreto salva-Italia per il quale i negozi potranno rimanere aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7, domeniche comprese. La crisi, sostengono in molti, si batte moltiplicando le occasioni d’acquisto, facendo ripartire i consumi interni. Ma ci si potrebbe anche chiedere se il problema sia la mancanza di occasioni per spendere o i soldi per poterlo fare. Non c’è solo la crisi economica a rendere fosco il quadro storico attuale. Molte volte siamo stati aiutati a cogliere anche la crisi dei valori e dei significati. La domenica è comprensione nuova nel modo di vivere il tempo, è riaffermazione dei legami familiari, è monito a credere che il negotium non costituisce l’orizzonte ultimo perché al nuovo Aiì non vendono la vicinanza ai tuoi figli, l’impegno educativo, l’approccio all’assoluto. La domenica ti trasfigura se sali sul monte, rinunci alle basse quote del 3X2 e cerchi una nuova gratuità.

2.    Rabbi, è bello per noi essere qui. C’è Trasfigurazione se cerchi il bello dell’esistenza. Oggi siamo ossessionati dal bello e dai concorsi che lo determinano. Ma il bello che Pietro segnala non è legato all’apparire: è bello essere qui. La bellezza è legata alla presenza e alla permanenza nella manifestazione di Dio, nei suoi progetti, nella storia con lui, come Mosè e Elia stanno testimoniare. Fede cristiana è scoprire insieme a Pietro la bellezza del vivere, dando al quotidiano il gusto di Dio all’inizio della giornata, al lavoro, alla scuola, al tempo che passo in famiglia. È un modo diverso di pensare la bellezza che oggi cerchiamo in uno sfarfallio di esperienze sulle quali non mettiamo residenza prolungata. Siamo sempre attratti da qualcosa di più seducente che scalza la scena precedente. Il bello invece è sguardo nuovo che ti accompagna, come i discepoli che ad un certo punto scendono dal monte, ma – nota l’evangelista - non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Che può voler dire: non videro più quella visione, ma anche: non ebbero occhi che per Gesù solo che da quel momento cambia il loro modo di vedere le cose. Ecco il bello della vita: ti rendi conto che c’è Gesù che ti accompagna e rende un tantino diverse le cose che vivi.

3.    Un tantino perché la Trasfigurazione non risolve tutti i problemi e non riduce la tue domande. E ti riapre le strade della fede: di chi ti fidi? Di chi si fida Abramo mentre se ne sta sul monte con suo figlio? Si fida di Dio, anche se quello è uno strano modo di dimostrarlo. Dio però spinge Abramo in quella prova proprio per fargli capire che il Dio che ha incontrato non è l’ammazza figli, ma il Dio alleato, che sul monte provvede. Anche Gesù è sul monte e anche lui dice la stessa cosa: potete fidarvi di Dio. Nei giornali di questi giorni ha avuto molta eco la proposta del patriarcato di Venezia rivolta al digiuno non solo dal pranzo, anche dall’acquisto del “gratta e vinci” e da tutti gli altri giochi collegati alla fortuna che rappresentano ormai un’emergenza sociale, morale, anche economica (con i pensionati che di mattina presto si presentano al casinò). Il fenomeno sta assumendo dimensioni enormi: 76,5 miliardi giocati nel 2011, in media 1.200 euro a persona, neonati compresi. Ecco qua la domanda: di chi ti fidi? La Trasfigurazione inizia quando consegni la tua vita al Signore e al suo vangelo. Là c’è la tua fortuna che non attende il colpo gobbo ma che è già esperienza in atto. Anche nel primo tempo.

domenica 26 febbraio 2012

Omelia 26 febbraio 2012

Prima domenica di quaresima

In macchina si guida e si pensa. Almeno per chi come me normalmente viaggia da solo. E la radio fa da colonna sonora all’agenda degli impegni, alle riflessioni, a quello che ti prepari a dire in una lezione o a in incontro. Ma le note talvolta prendono il sopravvento, soprattutto quando trasportano versi che inchiodano e paralizzano ogni altro pensiero.
Mina. Ultimo suo disco. Questa canzone. Mentre la sentivo mi pareva che Dio stesso cantasse, all’inizio di questa quaresima.
Canto per te questa canzone/per tormentarti ancora un po’,/tornare lì per un momento/con te che non puoi dire ”no”
Dio che torna a tormentarci, ma che per farlo non trova niente di meglio che cantare, fiducioso che a tutto possiamo resistere fuorché al suo canto di innamorato. Un Dio che va oltre le nostre sdegnose o apparentemente indifferenti alzate di spalle nei suoi confronti raccogliendo il nostro sussulto interiore: adesso fingerai di niente, ma dentro invece tremerai.
È un Dio che ritesse una storia di fedeltà alleandosi alla parte migliore di noi, quella che lui vede anche quando noi non vediamo, anche quando abbiamo la sensazione che quella con lui sia una storia conclusa o una storia delle possibili sue  recriminazioni nei nostri confronti.
Volevo solo dirti ancora/che non è passata mai,/che tu mi senti come allora,/anche se non lo dici mai.
Per Dio non è finita e ostinatamente torna a cantare questa canzone per farti male forse un po’, perché tu sappia almeno ancora che dentro non mi hai perso, no.
Mi sembrano parole bellissime per comprendere il vangelo delle tentazioni che abbiamo appena ascoltato, perché la grande tentazione è appunto questa: pensare che Dio sia altrove, si sia stancato di noi o peggio ancora sia indispettito perché ci siamo stancati di lui. E invece Dio canta. Dove?

1.    Il deserto. Dio non cerca situazioni ospitali per poterci riprendere. In quel tempo lo Spirito spinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni. Nel deserto rimase. Abbiamo celebrato mercoledì i funerali di Mario Sardi, il quarantasettenne tragicamente morto in montagna. Eravamo in tanti in questa chiesa, ma era come se fossimo nel deserto dell’esistenza, quando solo la morte sembra avere la meglio. Ma che brividi ci ha fatto dopo la comunione la voce della sorella di Mario che, di fronte alla bara, cantava il Panis angelicus. Il pane degli angeli sazia la fame degli uomini. Quel canto allude all’esperienza dell’esodo quando, proprio nel deserto, Dio sazia il suo popolo con la manna, il pane disceso cielo, anticipo dell’Eucaristia. Nel deserto Dio non ci abbandona, si serve anche di un brivido musicale per farci comprendere che c’è. E quei quaranta giorni, per quanto possano pesare o sembrare troppi, indicano sempre un termine, una conclusione. Quaranta. Non di più. Dio a volte si vela di incomprensibilità per tirarci fuori dalle idee confuse che abbiamo di lui. Per farsi ritrovare e per farci ritrovare.

2.    Stava con le bestie selvatiche. Il deserto dell’esistenza è popolato da bestie. E Gesù è là in mezzo. Ecco il canto di Dio: in mezzo ai ruggiti di chi ti può sbranare. Il Daily Telegraph, importante giornale londinese, ha denunciato la triste realtà di medici disposti a chiudere un occhio di fronte alla sconcertante richiesta di alcune donne, di «sbarazzarsi di un figlio» semplicemente perché non è del sesso desiderato. Usando un reporter in incognito che ha accompagnato donne incinte in nove cliniche del Regno, il quotidiano ha scoperto tale vicenda che ora sta inquietando l’opinione pubblica inglese. Ecco le bestie selvatiche. A volte le loro fauci ci dilaniano, a volte siamo noi a dilaniare gli altri: per garantirci una sopravvivenza, un territorio che anche la presenza di un figlio potrebbe compromettere. La tentazione dell’autonomia e dell’autodeterminazione. No. Non ti tradire con la gente, canta Mina. Dio canta la canzone anche in questo caso. Per ricordarti che non sei una bestia e da questi istinti belluini ti puoi affrancare. Con lui e grazie a lui.

3.    E infine gli angeli lo servivano. Il canto di Dio è accompagnato dalla presenza degli angeli. Sei in buona compagnia. Perché quando sei a servizio di Dio e del suo progetto gli angeli si fanno interpreti di tale servizio e si mettono a tua disposizione. Vuoi fare da solo, di testa tua, senza Dio o vuoi metterti a servizio suo? In questo caso volano gli angeli. Pensate alla notizia shock, tutt’altro che infondata, che pubblicano i giornali locali: “Si prostituisce con la figlia di 16 anni”. Bel modo di aprire una ragazza alla vita che, per fortuna, rappresenta un caso limite. Ma pensate ai messaggi più generali che inviamo o non inviamo agli adolescenti sulla sessualità. Sono messaggi ammiccanti o cautelativi. Vuoi fare: hai ragione. Vuoi fare: stai attento. Forse c’è anche una comunicazione che fa intuire il valore. Sessualità che in un uomo fatto corpo e di spirito. Sessualità dove anche Dio ha qualcosa da dire. Se ti riconosci in questo progetto gli angeli si mettono a tuo servizio e ti fanno volare un po’ più in alto di quei livelli che più che voli sono saltelli sul posto.

Canto per te per tormentarti ancora un po’. La quaresima è il tempo del tormento di Dio. Nei nostri confronti. Ma soprattutto tormento suo. Perché non si rassegna a perderci e perché ci vuole uomini.

Se vuoi sentire Mina - http://www.youtube.com/embed/N7Q6BBx-ghg

martedì 21 febbraio 2012

Omelia 12 febbraio 2012

Settima domenica del T. O.

Ieri mattina a Zelarino c’è stata la presentazione dei dati relativi alla religiosità del Nord-Est, pubblicati in un’ampia inchiesta curata dall’Osservatorio Religioso del Triveneto. Emerge un panorama credente in veloce evoluzione che interessa in maniera particolare le giovani generazioni. Non avevamo bisogno delle inchieste per capirlo: basta osservare la distanza pratica che non più e non solo i giovani, ma anche i ragazzi prendono dall’ambiente ecclesiale, dalla messa domenicale, dal catechismo senza che questo costituisca un grosso problema, né per loro né per la loro famiglia. Si può essere infatti cristiani in tante maniere visto che, se i cattolici al Nord-est sono il 77% della popolazione, oltre la metà si definisce credente “con riserva” o “a modo suo”.
I figli sono perfettamente in linea con il trend dei padri e con una varietà nel modo di credere che sembra socialmente ratificabile e umanamente rispettosa: puoi essere cristiano come vuoi tu. Non importa vincere, ma partecipare, anche se il cristianesimo che interpreti non è quello che ti presentano i preti o la tradizione.
I dati dell’indagine interrogano il nostro futuro e le modalità con cui trasmettiamo la fede. Dobbiamo però interpretarli non solo in relazione alla statistica, ma alla luce della parola di Dio, al suo modo di vedere le cose e il vangelo di oggi ci viene in aiuto. Un paralitico condotto da Gesù, icona delle nostre paralisi e della possibilità di uscirne.

1.    Un primo dato è costituito dalle persone che, escogitando un sistema ingegnoso, introducono il paralitico attraverso il tetto davanti a Gesù. Da parte loro c’è la persuasione che il Rabbi di Galilea possa fare qualcosa di importante. Non sanno ancora che cosa, ma sono guidati da una certa fiducia che non sfugge a Gesù: vista la loro fede. La fede li ha messi in movimento. Se c’è una paralisi che può bloccare le percorrenze dell’uomo contemporaneo verso Cristo, c’è una paralisi che può bloccare anche i suoi discepoli e la loro fede. Quando tu prendi a cuore la fede dell’altro, le sue paralisi, quando ad esse non ti rassegni barattandole come espressione di libertà, una guarigione è già avvenuta. La tua. Cosa possiamo fare per la fede dell’altro, per prendercene cura: un consiglio, un esempio, un incoraggiamento? Non lo sappiamo se gli servirà. Sappiamo però che servirà a noi, per uscire dal nostro immobilismo e ritornare ad affermare che nella direzione del vangelo c’è una vita buona, che ti rimette in piedi.

2.    Un altro aspetto riguarda il dialogo tra Gesù e il paralitico. «Figlio, ti sono perdonati i tuoi peccati». La situazione è un po’ strana, come se vi fossero due livelli di guardia. Quelli di un uomo colpito da una distrofia per il quale si invoca guarigione e quelli di un male più profondo che Gesù riconosce nel cuore dell’uomo e chiama peccato. L’indagine triveneta ha messo in luce un dato che fa riflettere: la chiesa è percepita in maniera più severa di quanto non si percepisca lo stesso Dio. Un tempo il suo occhio triangolare indagatore incuteva timore; oggi lo stesso atteggiamento sembra legato a una chiesa più matrigna che madre. E con questa chiesa non si intende più avere a che fare. È importante che ce lo ricordiamo e che soprattutto l’istituzione ecclesiale non dimentichi i tratti della misericordia. Ma c’è da chiedersi se talvolta non vi sia la pretesa di saltare il secondo livello di guardia, cui la chiesa ti riconduce. Oggi si guarda con favore ad una chiesa che rialza dagli intoppi della vita: la chiesa della solidarietà, delle sue organizzazioni caritative e assistenziali. Una chiesa che si prenda cura dei bambini ma lasci perdere le politiche sulla famiglia, che tenga aperte le mense della Caritas ma non entri nelle questioni dell’immigrazione, che curi l’educazione ma lasci stare la scuola. Che cosa è più facile, dire: ti sono rimessi i peccati o alzati e cammina? La guarigione dell’uomo non è a settori: è integrale. La chiesa talora è impopolare non perché è matrigna ma perché guarda all’uomo custodendone misure complete. Gesù rimettendo in piedi il paralitico ci fa capire dov’è la vera paralisi: è quella che ci impedisce di camminare sulle strade di Dio, di accogliere il suo progetto di salvezza, di cambiare mentalità e di essere uomini fino in fondo e non solo in qualche periferico movimento. E pazienza se le nostre quotazioni saranno in ribasso. Per fortuna Gesù Cristo non guarda lo share.

3.    Infine, dopo il miracolo, mentre il paralitico guarito se ne va, la gente dice: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!». Proprio lui, calato dal tetto, protagonista di quella straordinaria vicenda che avrebbe fatto la gioia televisiva di Bruno Vespa, se ne va senza una parola di commento.
Il cristianesimo che fa breccia è quello che desta sorpresa non per le dichiarazioni che rilascia ma perché ritorna a camminare. Ecco che cosa ci chiede il Signore in questo nostro tempo e in questo nostro Nord-Est: ritorna a camminare. Non ti inquietare, né delle polemiche di Celentano, né sugli attacchi dell’Ici e nella semplicità del tuo quotidiano riprendi i contatti con gli uomini e fai vedere che la paralisi non ti appartiene e le strade di Dio continuano a percorrere quelle degli uomini. Lui che continua a dire: Ecco, io faccio una cosa nuova, non ve e accorgete?

domenica 12 febbraio 2012

Omelia 12 febbraio 2012

Sesta domenica del Tempo Ordinario

Il Tribunale di Bologna il 13 gennaio scorso ha condannato un giovane di 26 anni per aver insultato un coetaneo eritreo: «Sporco negro». Parole che evocano discriminazioni che ci piacerebbe fossero finite ma che ogni tanto ritornano e ci fanno capire come la nostra società sia percorsa da linee invisibili di demarcazione che racchiudono varie tipologie umane e la pretesa di essere più uomini di altri o con più diritti di altri. Nel vangelo di oggi c’è una mano tesa che supera questo subdolo confine e cerca una prossimità nella quale è custodita l’autentica misura dell’umano. La lebbra ai tempi di Gesù più che una malattia era una segregazione e una condanna, un’esclusione, di chi ne era affetto, da ogni vincolo sociale. Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”.

Quante volte si è udito questo grido nella storia. Lo ha ribadito il presidente Napolitano che, in occasione della recente Giornata della memoria, ha ricordato che la Shoah, oltre ad essere un genocidio sistematico di un popolo, procurava anche lo sterminio degli oppositori politici del regime, di omosessuali, disabili fisici e mentali, delle popolazioni rom e sinti. E vediamo che l’onda lunga di tale devastante discriminazione non è ancora passata e il filo spinato continua a percorrere la i nostri rapporti con l’altro percepito come diverso.
Che cosa ci suggerisce Gesù? Come si comporta?

1.    Anzitutto si pone di fronte al suo interlocutore udendone la supplica. «Se vuoi puoi purificarmi». Puoi sottrarmi da questa esclusione. Pensate a come tale supplica oggi ci raggiunge e da parte di chi. È la supplica della gente immigrata che ci invita a superare la xenofobia con cui anche oggi ci misuriamo, è il grido contro il negazionismo che tenta di cancellare la memoria di un eccidio come un tempo si è cercato di cancellare l’altro. Ma pensate anche all’incalzante monitoraggio cui ogni donna incinta è sottoposta: da un lato rassicura in un’esperienza importante come quella della gestazione, dall’altro espone continuamente di fronte alla domanda non solo sulla salute dell’embrione, ma anche della sua “normalità”. E se bisogna verificarla, significa che qualcuno normale non è e a quel punto sembra legittimo chiedersi se val la pena di metterlo al mondo. Ma chi stabilisce la normalità? Se vuoi puoi. Puoi udire un grido, puoi sfidare la mentalità corrente, puoi prendere posizione. Puoi rompere il muro di silenzio che talvolta è più lacerante del filo spinato di Auschwitz.

2.    Gesù non si limita a udire e ad osservare. Ne ebbe compassione, tese la mano e lo toccò. Vibra delle percezioni dell’altro e lo raggiunge senza esitazioni. La discriminazione può essere vinta solo se raggiungiamo la reale situazione altrui, se tocchiamo con mano. In questi giorni è ritornata la polemica a proposito del decreto definito “svuota carceri”. E subito a preoccuparsi perché le strade saranno nuovamente piene di malviventi. Impuro, impuro… C’è un decreto molto equilibrato che affida al magistrato, non ad una generica amnistia, la possibilità di trasformare una residua parte di pena in forma sostitutiva alla detenzione. Ma qualcuno non ne vuole sapere. Carcere, sbarre, rigore, sicurezza. Buoni e cattivi. Ma dentro ad un carcere non ci sei mai stato, non hai visto il degrado di un ambiente che trasforma l’ultima possibilità di redenzione della vita nella definitiva perdita di sé e della speranza. Leggete “Alice nel paese delle domandine” di Monica Sarsini che racconta l’esperienza delle detenute nel carcere di Solliciano, vicino a Firenze. Le domandine sono quelle che le detenute devono fare per tutto, anche per tenere un paio di mutande in più rispetto a quelle che indossano e che ogni sera lavano. Toccare con mano e riattivare la compassione. È più obiettivo che analizza con freddo disincanto o chi riattiva anche il cuore? L’essenziale è invisibile agli occhi.

3.    Infine Gesù raccomanda di non dire niente a nessuno. È impressionante questo silenzio che Gesù cerca rispetto all’efficacia dei suoi gesti che gli potrebbero procurare grande popolarità e favore. Ma ciò che a lui preme non è tanto la restituzione di immagine quanto il cambiamento dell’uomo. E non solo dell’uomo guarito, ma anche di quell’uomo che gli vive accanto: Va’ a mostrarti al sacerdote. Il sacerdote era il crocevia di un riconoscimento sociale che decretava la guarigione del malato, indagando però anche sulle circostanze. E in quelle circostanze c’era un inedito che non rientrava nella prassi comune: un’azione di Dio che guariva mediante la medicina dell’amore. Ecco, non basta curare un malato: occorre promuovere una cultura della relazione nella quale ci rendiamo persuasi che oltre all’antibiotico occorre il rispetto, l’umanità, la pazienza di spiegare un referto, la possibilità di includere anche la fede tra le chances di un malato. Gesù invita la società del suo tempo a riorganizzare i suoi criteri di giudizio per non dover più gridare all’impuro e ritrovare autenticamente se stessa. C’è la lebbra della pelle che conosce vari morbi e ci inquieta, ma c’è anche una lebbra dell’anima, più pericolosa e sfuggente nella quale la compassione di Gesù nuovamente si effonde, stende la mano perché diventi la nostra.

domenica 22 gennaio 2012

Omelia 22 gennaio 2012

Terza domenica del T. O.

Le immagini della Costa Concordia incagliata all’Isola del Giglio ci hanno restituito in questi giorni il dramma di una navigazione esposta a scelte che possono diventare fatali, a circostanze trascurate, all’incapacità di gestire l’errore di cui si può essere artefici. È chiaro che qui c’è una precisa responsabilità ma c’è da chiedersi se nell’accanimento mediatico che è seguito alla diffusione della famosa telefonata tra il comandante Schettino e la capitaneria di porto non ci sia qualcosa in più rispetto al tentativo di stigmatizzare un comportamento deplorevole. Mi pare ci sia il tentativo di circoscrivere il male, di volerlo riconoscere nei limiti di una vicenda e di una persona come se situazioni simili non ci riguardassero. È vero. La portata della faccenda è assolutamente enorme, ma le manovre improvvide e i tentativi di fuga, nella vita, ce li ritroviamo tutti, anche per quanto riguarda la fede. Ritornano allora salutari le parole di Gesù: «Il tempo è compiuto, il regno è vicino. Convertitevi e credete al vangelo». Rimetti in moto l’esistenza sulle strade di Dio, perché c’è sempre il rischio di abbandonarle, di confonderle, di seguire effimere suggestioni e non la parola che salva. Come si ritorna sulla nave? Come si riprende a navigare con Dio?

1.    Credete al vangelo. È l’appello che Gesù ci rivolge invitandoci a riconsiderare la verità della sua parola. Talvolta infatti abbandoniamo la nave in base alla persuasione esplicita o latente che essa non si affidabile. Credere al vangelo: in realtà abbiamo altri vangeli che ci conducono. Vangeli economici, vangeli affettivi, vangeli professionali, vangeli ricreativi. Mi ha fatto riflettere l’altra sera all’incontro dei giovani che si stanno preparando alla cresima l’intervento di uno di loro che, invitato a comunicare la frase del vangelo che lo colpiva maggiormente, ha detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Certo è una frase riportata nel vangelo di Matteo, ma è un’espressione dell’AT. Gesù infatti, dopo averla ricordata, aggiunge: Ma io vi dico. E il vangelo sta in quella novità. Ebbene la persona che riferiva la frase non aveva avvertito tale passaggio e per lei era comprensibile che Gesù raccomandasse l’amore del prossimo, senza che il prossimo dovesse necessariamente corrispondere ad ogni uomo. A volte è necessaria la rievangelizzazione dei nostri presunti vangeli, secondo quelle misure che non si assestano sul nostro buon senso, ma sulle misure di Cristo, anche quando ti chiede di amare i nemici e di fare del bene a coloro che ci perseguitano. Venite dietro a me.

2.    Gesù, mentre invita i primi discepoli a seguirlo, annuncia loro: Vi farò pescatori di uomini. Si risale sulla barca di Dio se ci si schiera dalla parte dell’uomo. L’espressione allude ad un uomo vivo, salvato da acque stagnanti, da acque morte. Seguire il Signore vuol dire custodire adeguatamente le misure dell’umano perché non venga mai meno. In questi giorni la procura di Bolzano ha inviato un avviso di garanzia ad un minore di 14 anni per aver inserito nel suo blog le foto delle sue compagne di scuola in cui si mostravano in posizioni seminude e provocanti. Ragazze che non erano del tutto dispiaciute di tale vetrina, visto che non sono state loro a far scattare la denuncia. Se poi ti capita di guardare un po’ di MTV e di vedere un servizio sulla vita dei giovani modelli che non esitano a dire che lavori se ti mostri, se ti sai vendere, se partecipi a feste anche se non ne hai nessuna voglia, se sei un po’ camaleontico, vedi che tutto è perfettamente allineato ad una certa immagine di vita e a quattordici anni poni le premesse necessarie poterci arrivare. Pescatori di uomini forse vuol dire far capire a un ragazzo che non tutto è merce, che qualcosa appartiene solo a se stessi e non va esibito, che il corpo va unito alla coscienza e al cuore e va donato e non venduto. Altrimenti ci si espone alla deriva che non arriva negli anni della giovinezza, ma neanche tanto dopo, quando non avendo più la taglia della moda rischi di sentirti depauperato della vita stessa. Passa la figura di questo mondo.

3.    Infine si riprende a navigare con Dio se hai anche il coraggio della denuncia. Ce lo diceva Giona nella prima lettura: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». Ninive ha dimenticato Dio e Giona ne annuncia la prossima fine. Noi non siamo chiamati a diventare profeti di sventura ma a scongiurare la sventura, quella che ti capita se ti dimentichi di Dio. Se il lavoro prende il sopravvento su tutto nella logica delle liberalizzazioni e quel giorno che Dio ha posto per custodire il senso del tempo e della vita diventa un giorno di produzione come gli altri, che ne è della vita? O è solo un problema delle commesse? I cristiani si sono sempre posti in maniera critica nella società assumendone le problematiche ma anche indicandone orientamenti e prospettive di senso.

Risalire sulla nave. Ecco cosa ci chiede il Signore. È la nave della nostra vita con lui chiamata a fuggire la tentazione delle rotte sottocosta e ad avere il coraggio del mare aperto. Anche quando occorre lasciare qualcosa e credere in una felicità che e data e insieme promessa.