sabato 29 dicembre 2012

Omelia 25 dicembre 2012

Natale 2012

Sono sempre struggenti i film che ridestano la memoria dell’Olocausto e, nei giorni scorsi, quando la TV ci ha riproposto Il bambino con il pigiama a righe, mi ha fatto riflettere la scena di Bruno, il figlio dell’ufficiale nazista che entra nel campo di concentramento. Non un lager qualsiasi, ma quello a pochi metri dal giardino di casa, raggiunto nonostante i perentori divieti dei genitori e luogo in cui si sviluppa un’amicizia intensissima con un bambino internato, Shmuel. Il filo spinato che divide questi due ragazzi non ostacola il dialogo e neppure il gioco, finché un giorno Shmuel comunica a Bruno che suo padre non c’è più. E allora, la grande decisione: «Vengo di là e lo andiamo a cercare». La scena avvincente è quella di Bruno che scava un passaggio sotto il filo spinato e di Shmuel che consegna il pigiama a righe, lo stesso che lui indossa, perché l’amico si possa confondere con gli internati. I due bambini ritroveranno il padre, ma passando per la stessa tragica morte che ha subito. Il film dice il mistero del Natale. C’è un Dio che si avvicina, che si fa compagno di giochi dell’umanità, che stringe amicizia e che ad un certo punto dice: «Supero il filo spinato, ti vengo accanto, ti aiuto a cercare quanto di più importante ti sta a cuore».

1.    Questa immagine ci riconsegna il volto più autentico del Dio cristiano. È un Dio vicino, partecipe delle nostre vicende, anche quando presumiamo di far senza di lui. Nei prossimi giorni il Comitato delle Costituzioni dello Scoutismo mondiale è chiamato a pronunciarsi su un’istanza tanto singolare quanto dolorosa: quella di togliere il riferimento a Dio nella promessa degli scout. Con l’aiuto di Dio, prometto di fare del mio meglio. Qualcuno sta sottraendo gli spazi di Dio in un’esperienza educativa che è nata e cresciuta con un forte riferimento religioso. È un segnale in piena sintonia con una deriva laicista e secolarizzata con cui ci misuriamo ormai da tempo, quella stessa che toglie il nome stesso di Cristo dal natale anglofono e ne fa l’X-mas anziché il Christmas. Baden-Powel, nel suo testamento, raccomanda ad ogni scout di lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ha trovato. Siamo così sicuri che il mondo senza Dio che stiamo consegnando alle giovani generazioni sia davvero il meglio che possiamo regalare? E tuttavia, Dio non si dà per vinto e ogni anno alza il reticolato del lager culturale nel quale viviamo per starci accanto, per aiutarci a reagire all’appiattimento, per riprendere la ricerca di quanto ci fa uomini. Ecco il Natale: è Dio che ci sottrae alla follia di fare senza di lui e ci ricorda che terra e cielo sono uniti nell’abbraccio divino e non c’è pace vera se cancelliamo l’orizzonte della gloria di Dio.

2.    Come Dio ci fa capire queste cose? Lo fa con un Bambino. Pensate, poteva parlare attraverso i sapienti o i potenti del tempo, poteva affidare la sua rivelazione a un intelligente raggio cosmico… e invece Dio appare sulla scena del mondo con i vagiti di un bambino. Un paio di giorni fa, passando sotto la Loggia dei Cavalieri, mi sono imbattuto nelle immagini del reparto di neonatologia del nostro ospedale. Un’esposizione salutare in un’Italia attraversata da un inverno demografico che non solo interroga il nostro futuro, ma rende inquieto il nostro presente privandoci di partecipare al miracolo della vita e a quello che la vita porta con sé, a chi nasce e a chi l’accoglie. Perché quando stringi un bambino tra le braccia scopri un mistero del quale sei partecipe ma non sei l’artefice, scopri che la verità non appartiene solo ai ragionamenti ma anche ai sentimenti, scopri che nella vulnerabilità c’è una forza che libera un’altra parte di te. E questo è anche il Dio cristiano: si fa bambino per dirti che è alleato della vita, per riguadagnare la tua parte migliore, per risvegliare il fascino di un rapporto con l’Assoluto che è fatto di un cuore che batte e non solo di vecchie fotografie o di inaccessibili teoremi. Dio si fa bambino per poter essere accolto con fiducia e, nel realismo della sua incarnazione, non si nasconde solo nel segno del presepe, ma in ogni bambino della terra: per nascere e rinascere, come uomini e come credenti.

3.    Ed infine quel Bambino ci ricorda l’oscura vicenda di una notte che non è solo quella poetica descritta dai canti natalizi, ma è quella che corrisponde ai motivi dell’incarnazione. La notte del cuore umano, segnato da un male che sembra invincibile, come quello che spinge il piccolo Bruno e l’amico Shmuel nella camera a gas. Dio viene per strapparci da questa realtà, per dirci: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. A volte la camera a gas è quella cui condanniamo la nostra e l’altrui esistenza con le nostre chiusure, le pretese indebite, i risentimenti. Camera a gas è quella che porta un figlio a mettere in casa di riposo la madre per affittarne l’appartamento, è quella che ci rende irremovibili di fronte a chi ci chiede perdono, è quella di chi condiziona pesantemente i rapporti familiari imponendo se stesso. Se a Natale intuiamo che c’è qualcosa che può andare diversamente, forse questo non è solo un attimo di emozione, ma è la novità di Dio che sta giungendo, la sua luce che ti vuole condurre fuori dal gas e restituirti al respiro di Dio. Per questo quel Bambino è venuto e per questo si fa compagno di tutti i tuoi giorni: perché sia sempre aperta la possibilità di ritrovare la tua dignità. A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio a quelli che credono nel suo nome. Fa’ del Natale la possibilità di rinascere in quella novità con cui Dio ti ha pensato e non lasciare che l’oscurità abbia la meglio. Questo sarà il Buon Natale: che Dio ha in mente e che oggi, ancora una volta, rende possibile.

domenica 23 dicembre 2012

Omelia 23 dicembre 2012

Quarta domenica di Avvento

In Turchia, il governo incoraggia una politica di sviluppo del settore tessile mediante la quale insegna alle donne l’arte del tappeto e le avvia al lavoro impegnandosi ad acquistare i loro prodotti. E i turisti sono invitati a visitare i laboratori artigianali dove, su telai di antica fattura, le giovani tirocinanti, con grande perizia, sui fili dell’ordito intrecciano trame di vario colore. Il senso di quel gioco velocissimo sfugge all’occhio inesperto, ma solo finché il pettine non compatta la lana e robuste forbici non ne tagliano l’eccedenza. Ecco allora il disegno, in tutta la sua bellezza. Anche nella nostra vita funziona così. A volte vorremmo scorgere un disegno, ma vediamo solo dei nodi confusi che ci deludono o ci pongono di fronte alla tentazione di andarcene. Anche Maria di Nazaret oggi vive un simile disagio. L’angelo l’ha resa partecipe di un disegno che non solo sembra improbabile, ma addirittura la espone al sospetto e alla condanna altrui: attendere un figlio illegittimo corrispondeva infatti alla lapidazione. Come ne esce la Vergine Madre? Come individua il progetto complessivo?

1.    Anzitutto, Maria deve fare chiarezza. L’angelo, il Figlio dell’Altissimo, lo Spirito Santo… Da dove partire? In mezzo a tanta solennità c’è un luogo conosciuto, un segno che può trovare verifica: Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio ed è al sesto mese. Maria si mette in cammino per scorgere gli inizi di qualcosa di inedito su esperienze già note. C’è stata una parola che ha indicato una novità e Maria si mette su quella traccia. E quando arriva dall’anziana parente, ecco che Maria inizia a capire: capisce che Dio è al lavoro, capisce che è il Dio della vita, capisce che di quella parola detta e ascoltata ci si può fidare. Così funziona anche nella nostra vita. A volte vorremmo che Dio ci sorprendesse con segni eclatanti, miracolistici. Ma il segno da cercare è quello della novità su esperienze già conosciute, dalle quali Dio riparte. Pensate ad esempio alla crisi. I regali di Natale non sono più quelli spensierati di un tempo, almeno per alcune persone. E pensate a com’è difficile non fare un regalo se lo si è sempre fatto. Ma questo ci fa capire l’esigenza di invertire alcune logiche fatte di consumo, ci fa capire che il regalo è già custodito a casa nostra, ci apre a gesti di sobrietà e di solidarietà. Ecco dove Dio ci aspetta: su un terreno conosciuto sta liberando qualcosa di nuovo.

2.    Maria però non compie un percorso solitario. Cerca la cugina Elisabetta che vive una situazione analoga alla sua. Due madri in attesa. E ciascuna percepisce il fremito di vita che l’altra porta con sé. Saluti, benedizioni, bambini che esultano nel seno. Se vuoi trovare i segni di Dio devi parlarne con chi è in grado di coglierli e di condividerli. A volte oggi noi perdiamo le prospettive evangeliche dell’esistenza proprio per questo deficit interpretativo. Non c’è difficoltà nel parlare delle nostre cose, neanche di quegli aspetti che domanderebbero riserbo. Ma com’è difficile parlarne da cristiani. Pensate ad esempio ai momenti in cui viviamo dissapori o tensioni con qualcuno. Parlarne può esserci di aiuto, ma non è detto che l’interlocutore che troviamo ci suggerisca le strade di Dio. A volte può indicarci quelle della rivalsa, della ripicca, dell’abbandono. Pensate a come nelle tensioni coniugali stia sparendo, ad esempio, la parola perdono. Certo, non è sempre facile trovare un interlocutore che ci indichi le strade di Dio, ma qualche volta, siamo anche noi a non volerle intravvedere, rivolgendoci a chi la pensa come noi, a chi può essere un facile alleato, a chi ci dà ragione. Ma la ragione in greco ha un nome: logos e il logos cristiano è Gesù Cristo. Cerca qualcuno che ti aiuti a trovare questa ragione. Altrimenti l’esistenza diventa un talk-show. Abbiamo dato spettacolo per un’oretta ma la nostra vita non è cambiata. Cerca un confronto capace di suggerirti parole di vangelo, la posta di Dio e non solo C’è posta per te.

3.    Infine i segni di Dio recano con sé il sussulto gioioso in chi incontri: Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. Quando Dio è in azione, la vita di chi ci è affidato diviene una danza. E questo è un segno che il suo progetto si sta compiendo. Per chi diventi danza? Ieri, il Parlamento ha chiuso i battenti senza giungere all’approvazione di quel decreto che doveva favorire la conversione della detenzione carceraria in altre pene. E non solo non si è approvato il decreto, ma la Legge di stabilità ha tagliato anche l’esiguo fondo destinato al lavoro nelle carceri, una delle poche possibilità di riscatto. Inneggiamo a Benigni che parla di costituzione ma ci dimentichiamo l’art. 27 che dichiara: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Vedere le diverse misure con cui determinati raggruppamenti politici sono garantisti con chi è fuori e manettari con chi è dentro, ti porta a chiedere se non abbiamo confuso la danza di Dio con un balletto opportunista molto lontano dai suoi disegni. Anche Maria di lì a pochi versetti, nel Magnificat, ci comunicherà la sua danza, ma essa parte dalla persuasione di esserlo innanzitutto per altri. Fa’ danzare gli altri secondo il vangelo e un po’ alla volta vedrai danzerà anche la tua vita.

domenica 9 dicembre 2012

Omelia 9 dicembre 2012

Seconda domenica di Avvento

L’analisi logica è importante. Ti costringe a riconoscere bene com’è organizzato il discorso: soggetto, verbo, complemento... Non è solo un esercizio letterario, ma un accesso alla realtà per non confondere gli elementi, per non attribuire valore a chi non ne ha e dimenticare ciò che invece è fondamentale. Anche Luca, che padroneggia bene il greco, costringe i suoi lettori all’analisi logica, per abilitarli a riconoscere il vero soggetto che misteriosamente agisce, per non finire vittime della confusione e di un grande inganno. I nomi altisonanti, con cui si apre il vangelo di oggi, non devono trarre in inganno. Mentre si evocano l’imperatore, il procuratore romano, i re giudei insofferenti a Roma, i sommi sacerdoti, il soggetto unico e indiscusso è la Parola di Dio. Non lo dimenticare, non confondere il tempo con l’eterno, le logiche momentanee con l’orizzonte. Cerca il disegno più grande: quello che Dio ha in mente. La sua Parola: l’unica che non cambia, non tergiversa, non viene meno. Non si tratta di analisi logica, ma di far posto alla logica di Dio, al suo logos che ormai irrompe sulla scena del mondo. Di che parola si tratta? 

1.    La Parola di Dio venne. Il verbo greco egheneto ha il sapore dei grandi accadimenti: non indica solo un movimento di luogo ma qualcosa che nasce, che dà vita a una sorpresa, che irrompe sulla scena. La Parola di Dio, quella stessa che egli ha adoperato per creare il mondo ora agisce in mezzo agli uomini, rivela i progetti di Dio, il suo modo di vedere le cose. Dio non se ne sta chiuso in se stesso ma si fa conoscere, dice il suo punto di vista. E mentre lo fa la sua novità è in azione. Quale parola viene nella nostra vita? A quale consegniamo la nostra possibilità di cambiamento? Mentre le forze politiche si stanno ormai orientando alla prossima legislatura, ascoltando molti dei loro discorsi, comprendiamo che le scelte dei cristiani non potranno prescindere dall’unica Parola capace di generare novità. Siamo chiamati ad aderire non agli slogan ad effetto e neanche alle strategie delle alleanze e degli equilibri, ma a chi sa assecondare il divenire della Parola, a chi consente varchi al vangelo e ai valori imprescindibili con cui il cristiano si colloca sulla scena del mondo: in primo luogo a un principio di verità, per non perdere il contatto con la realtà e con quanto questi mesi ci hanno aiutato a capire e al principio della solidarietà, per non dimenticarci che il bene nostro è legato a quello degli altri.

2.    Ma la Parola ha un destinatario: venne su Giovanni Battista. E quando la Parola va da qualcuno, ecco che quel tale diventa voce. Dio resta muto se non ha qualcuno che gli presta la voce. Voce per dire di lui, della sua presenza, del suo modo di vedere le cose. In questi giorni una persona ci ha chiesto di far conoscere un’iniziativa: metti un drappo con l’immagine di Gesù Bambino sul balcone di casa per ricordare il senso del Natale, per essere voce del Natale cristiano. Ci si interrogava sull’opportunità di questo gesto. C’è bisogno, non ce n’è bisogno? Cristianesimo della visibilità o del mistero nascosto? E qualcuno, citando S. Ignazio, osservava: “Meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo”. Certo, ma Ignazio stabilisce una priorità non un’esclusione. E in questo tempo in cui parcheggiare un discorso cristiano lontano da intenti polemici, sembra impossibile, forse ci è chiesto di far sentire nuovamente la voce, come Giovanni Battista. Voce della Parola. Magari semplicemente esponendo un drappo e rendendo ragione di tale gesto.

3.    Il coraggio di parlare, però, ci conduce considerare un’altra situazione nella quale la Parola risuona: Venne su Giovanni Battista nel deserto. Il deserto ti fa pensare al vuoto, all’assenza di interlocutori. Ma il deserto è anche il tempo dei grandi ricominciamenti biblici e Dio non lo teme, anzi ne fa la via di accesso nel mondo. Oggi su Avvenire è pubblicata una lettera che Asia Bibi scrive dal Pakistan dove sta scontando un’ingiusta detenzione. Perché questa donna, madre di cinque figli, è cristiana ed è stata condannata all’impiccagione per blasfemia contro Maometto. Sentite che dice in un passaggio: Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui». Voce di uno che grida nel deserto. E quella voce, uscita da una cella senza finestre, forse più di ogni altra, ci sta dicendo come la Parola possa fortificare una persona, sconfiggere l’odio tra i popoli e le religioni, abbattere anche il muro di indifferenza che ci rende a volta estranei alla persecuzione che ancora molti patiscono per la fede.

La Parola ha bisogno della voce e quando la trova il deserto cessa di essere tale. Ce lo auguriamo. Per Asia Bibi e anche per noi.

La Lettera completa di Asia Bibi la trovi qui: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/scrivodaunacella.aspx

Se vuoi il drappo rosso con Gesù da esporre, vieni a S. Agnese.

lunedì 3 dicembre 2012

Omelia 2 dicembre 2012

Prima domenica di Avvento 2012

Segni nel cielo, fragore nel mare e dei flutti, uomini travolti e impauriti da uno scenario di sconvolgimento.
Le parole di Gesù sembrano presagire alcune immagini che abbiamo visto in questi giorni a Taranto, quando una tromba d’aria si è abbattuta sulla città e sullo stabilimento dell’Ilva che, oltre ai danni economici e ambientali, ora si misura anche con quelli strutturali. Quando capitano situazioni di questo tipo siamo disorientati perché ci mettono di fronte alla nostra precarietà e ci fanno capire la verità delle parole di Gesù. Non è Dio che manda l’uragano. Ma l’uragano può essere l’occasione per ritrovare il senso di Dio. Può essere motivo per ridimensionare la nostra voglia di onnipotenza, per agire con responsabilità quando costruiamo qualcosa, per capire che anche la natura, nell’economia della creazione, ha una voce. E anche nell’economia di un’azienda.
All’inizio di questo tempo di avvento siamo dunque invitati a ritrovare i corretti confini dell’esistenza e a mettere in conto i disegni di Dio, il suo ritorno alla fine dei tempi, ma anche ogni volta che gli facciamo posto. E Gesù ci offre alcune indicazioni.

1.    Attenzione ai sistemi. Gesù, con il linguaggio dell’apocalittica, evoca il sistema solare, qualcosa che sembra resistere al tempo. Il ciclo del sole, della luna, delle stelle: si è sempre mosso così. Ebbene, dice Gesù, guardate che se anche questo movimento cosmico, apparentemente eterno, è destinato a finire, anche i tanti sistemi che vi sembrano immutabili hanno i giorni contati. I sistemi dell’economia, i sistemi della politica o di una certa politica, i sistemi dettati dalla moda. Come cambiano? Cambiano perché Dio ha la parola ultima sulla storia e prima o poi egli pone un limite alla tracotanza dei potenti; ma cambiano anche perché c’è un uomo che al sistema non si assoggetta. Alzatevi, dice Gesù, piegatevi, ma verso l’alto! Il verbo anakýpto vuol dire alzare la schiena, raddrizzarsi. Mettetevi dritti davanti ai potenti, dritti davanti a coloro che sembrano dominare, attenti agli inchini, alle cortigianerie. Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi. Così anche per quei sistemi di vita familiare o personale che ci piegano. Veniamo da una settimana di manifestazioni e riflessioni sulle violenze alle donne e ci siamo resi conto di una triste realtà che ancora ci appartiene. Ma violenza al femminile è anche quella che lascia una donna sola ad abortire, è quella esibizionistica, travestita da veline e letterine, di cui talvolta le stesse donne sono complici. Anakýpsate, dice Gesù: raddrizzate la schiena e non siate complici del sistema.

2.    Ma non essere complici del sistema, non vuol sempre dire trovare l’orizzonte di Dio. Possiamo anche andare in piazza e manifestare contro il regime di turno ma non è detto che riconosciamo, in tal modo, le corrette prospettive della vita. Ecco perché Gesù aggiunge quel monito: State attenti che i vostri cuori non si appesantiscano. E indica tre pericoli: dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita. Notate la relazione tra queste tre esperienze. A volte noi ci accaniamo sulle ubriachezze, sulla sballo della vita. Il termine greco kraipále è familiare anche in italiano: le crapule, i bagordi. Ma da dove parte tutto questo? Dagli affanni della vita. Dall’in-sofferenza per quello che fai, dall’intolleranza per chi ti circonda, dalle preoccupazioni per il domani, dall’insoddi-sfazione per quanto hai realizzato, dalle minacce che avverti. Gesù dice di non rimanere succubi di tale pesantezza e, se prima invitava ad alzare la schiena, ora invita ad alzare il capo, a guardare l’orizzonte e non solo il particolare. Il tuo lavoro è insopportabile? Guarda che c’è in gioco ben più della tua fatica: c’è la tua azienda, c’è la tua famiglia. C’è una persona malata che vi sta mettendo in difficoltà? La malattia ci disorienta, ma talvolta essa parla alla vita. Aspetti il fine settimana per l’evasione notturna? Guarda di non ritrovarti sulla panchina della stazione di Mogliano in come etilico, mentre i tuoi amici velocemente ti abbandonano. Levate il capo.

3.    E infine c’è un compito fondamentale che ci viene consegnato. Vegliate in ogni momento pregando. La possibilità di rimanere svegli è affidata alla preghiera. Proprio questa dimensione che oggi stiamo perdendo è la grande occasione che Gesù ci suggerisce. Perché quando preghi immediatamente si ridisegnano i contorni della vita e ti rendi conto che non ci sei solo tu e che non tutto è legato alle tue forze. Inizia a pregare con semplicità, per quello che ti sta a cuore. Ma vedrai che, un po’ alla volta, la preghiera ti farà capire che cosa sta a cuore a Dio e insegnerà al tuo cuore a battere come il suo, a vedere i germogli della sua presenza anche dove sembra impossibile e a distinguere le seduzioni ingannevoli dalla parola che dura per sempre.
C'è una preghiera particolare che questo tempo d’avvento ci consegna. E’ l’invocazione aramaica Maranathà già adottata dai primi cristiani: Vieni, Signore. Forse possiamo ripeterla anche noi, imparando a far conto di tale venuta e a riprogrammare con essa la nostra vita e quella del mondo.

sabato 24 novembre 2012

Omelia 25 novembre 2012

Cristo Re 2012

In questo clima preelettorale, le tematiche legate al governo e al buon governo non cessano di interrogarci. Quali sono le caratteristiche che vorremmo vedere in chi si prende cura delle sorti del paese? Quale regno vorremmo si stabilisse dopo gli anni di piombo, gli anni di mani pulite e gli anni di una crisi che investe non solo l’economia ma anche la percezione del bene comune? La festa di Cristo Re ci dà modo di riconoscere quale regalità ha in mente Dio e il modo con cui egli desidera affermarla sulla scena del mondo.

1.    La regalità innanzitutto ha a che fare con lui e con il suo Figlio. La domanda di Pilato è al crocevia della pretesa di Dio di regnare sul mondo e del sospetto ironico e guardingo nei suoi confronti. Dunque tu sei re? È quello che talvolta anche noi affermiamo rivendicando un’autonomia di giudizio e di potere priva di ogni riferimento trascendente. Non vogliamo che vi siano criteri e autorità più grandi di quelli che ciascuno riesce a stabilire e riconoscere in nome della libertà individuale. Ma in questa maniera non siamo più liberi e neppure più potenti. Ci consegniamo a quella che il Papa, da parecchi anni, chiama la “dittatura del relativismo”, tirannia che nasce proprio dove vorremmo morisse ogni tentativo di ingerenza sulla nostra vita. Pensate al dibattito sull’autodeterminazione sessuale che ci fa tanto discutere. Un giovane tedesco ha trovato spazio nei giornali dei giorni scorsi perché è innamorato del suo cane e la sessualità… la condivide con lui. Per il bene suo e dell’animale, come ha precisato. La questione ci sembra aberrante ma perfettamente in linea con le idee non sempre chiare di autonomia e di libertà che stanno avanzando. E in questo caso, ci sono due questioni che oggi appaiono imprescindibili: da un lato la libera scelta dell’orientamento sessuale, dall’altra i diritti degli animali. Noi inorridiamo per gli esiti della faccenda, ma quali argomenti giuridici possiamo opporre nel momento in cui un ordinamento civile esclude un’idea di uomo un po’ più grande della propria autodeterminazione? O quando la base del diritto è comune per uomini e animali? Togliamo Dio dall’orizzonte e non c’è più un progetto creazionale, un “cosmos”, un ordine. E regnano altre logiche. Dunque tu sei re?

2.     Un secondo aspetto su cui riflettere è la domanda con cui Gesù risponde a Pilato: Dici questo da te o altri ti hanno parlato di me? Qual è l’idea che ti appartiene? Hai un’idea? È una domanda di straordinaria attualità in questo tempo di omologazione in cui traiamo conseguenze e indicazioni per il vivere su presupposti non verificati. La questione riguarda anche noi cristiani affascinati a volte da pensieri che ci sembrano vincenti e che acriticamente assumiamo. Sull’Espresso del 9 novembre scorso, ad esempio, c’era un reportage di un viaggio a Gerusalemme di Piergiorgio Oddifreddi il quale, girando per le vie della città, incapace di leggere i segni del sacro, ma con la pretesa di saperlo fare, conclude dicendo: «La Gerusalemme cristiana è una specie di Las Vegas Celeste, in cui tutto è ovviamente fasullo, ma tutti fingono felicemente che non lo sia». Un approccio che non merita neppure l’appellativo di laico, tantomeno di scientifico, perché è guidato unicamente dalla superficialità e dal pregiudizio. Ecco, di fronte a questi guru siamo talvolta, se non affascinati, almeno disorientati, finendo così per attribuire loro le corrette prospettive dell’interpretazione dei fatti, anche della fede. Dici questo da te o altri te l’hanno detto? Guarda che Dio non ha bisogno delle verifiche di Oddifreddi e che nel tuo cuore e nel cuore della storia ci sono ragioni sufficienti per credere, a partire dai segni di Dio e da quel vangelo che hai ricevuto in dono. Se la matematica non può conoscere qualcosa, non è detto che qualcosa non ci sia. Attento a non ridurre il regno a quello che qualcuno ha in mente.

3.    E proprio questo orizzonte ulteriore ci può far riflettere, come appare dalla risposta di Gesù: Il mio regno non è di questo mondo. Gesù non sta identificando solo un confine tra la terra e il cielo, ma anche la diversa regalità di cui è interprete. “Non faccio il re come succede in questo mondo”. È infatti un re che dona la vita, che spende tutto se stesso per quel popolo che ama. È questo il regno che Gesù intende stabilire, nella direzione del servizio e della gratuità. Ne sentiamo il bisogno a livello politico, ma comprendiamo che la questione parte da lontano, da un ambito educativo che rischia di non suggerire più questa prospettiva. E la fatica che, in questa Giornata del Seminario, riscontriamo nell’ambito delle vocazioni al sacerdozio, ha a che fare con la stessa radice: il dono di sé. I politici (e i preti! e gli uomini!) di domani sono i ragazzi di oggi, ma se non li aiutiamo a capire che ogni uomo viene a questo mondo con un debito di gratitudine che non si restituisce se non con la gratuità, l’uomo perde se stesso, la vocazione che lo colloca nel mondo. Se vuoi regnare mettiti a servizio, suggerisce Gesù: ritroverai te stesso, gli altri e forse anche un quadro politico differente. Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo: lascia che regni e impara a regnare da lui.  

sabato 17 novembre 2012

Omelia 18 novembre 2012

Trentatreesima domenica del T. O.

Ormai ci siamo. La fine del mondo secondo il calendario Maya è prevista il 21 dicembre prossimo. E a confermarla sarebbe anche un asteroide vagante, grande come il Texas, che forse precipiterà sulla terra.
Ogni tanto simili previsioni tornano a evocare panorami apocalittici, a chiusura dell’umana vicenda. Li ascoltiamo inizialmente con una leggera apprensione che, in genere, si trasforma in battuta o in una scrollata di spalle. Gesto saggio da un certo punto di vista, che ci mette in guardia dai profeti di sventura e da visioni catastrofiste, ma non fino al punto da credere che un confronto su questo capitolo dell’esistenza non sia necessario. Non con i Maya o un asteroide, ma col vangelo, con quello che Gesù ci suggerisce in relazione a tale evenienza.

1.    Un primo aspetto su cui riflettere è proprio la conclusione della vicenda umana sulla terra. In quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo. Il sole per l’uomo biblico è il segno della vita che cresce e risplende, la luna scandisce l’avvicendarsi dei mesi e delle stagioni, le stelle indicano l’orientamento dell’uomo. La vita tra tempo e spazio: è l’esistenza umana e i suoi contorni essenziali. Gesù sta dicendo: non dimenticarti che l’orizzonte e i giorni in cui ti muovi sono sempre esperienza penultima e dunque destinata a finire. L’orizzonte ultimo, il giorno vero sono io. È una visione che non vuole farci paura, ma restituirci le corrette proporzioni della vita contro le strettoie di un secolarismo egemone che, se un tempo non ci consentiva di riconoscere l’oltre, oggi ci illude di essere i padroni dell’universo. Padroni della scena politica tanto da pensare di essere insostituibili, padroni della protesta tanto da trasformarla in devastazione, padroni di chi protesta, tanto da ricorrere alla violenza. Come stai vivendo i tuoi giorni? Hanno oscurato il giorno di Dio o gli lasciano ancora un posto?

2.    Un altro aspetto riguarda l’incontro di quel giorno. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con potenza e gloria grande. La fine del mondo è l’incontro con Gesù, non la catastrofe. Ed è interessante che Marco, il primo evangelista a raccontarci di Gesù, non aggiunga ulteriori riferimenti apocalittici, né introduca la scena del giudizio finale, come farà Matteo più tardi. A Marco preme rassicurare i cristiani ai quali scrive il suo vangelo che la bella notizia è proprio questa: Gesù ritornerà. E lo farà con la meticolosa preoccupazione di cercare tutti i suoi fratelli. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dall’estremità della terra all’estremità del cielo. Gesù cerca ogni uomo che ha creduto e sperato in lui: non perde nessuno di coloro che il Padre gli ha affidato. E manda i suoi angeli, un’immagine che corrisponde non solo al ritorno glorioso, ma a qualcosa che lo anticipa, nel momento in cui un angelo ci gira intorno e ci porta o ci riporta da Gesù. Il papa in questi giorni ha pubblicato il messaggio che accompagna la prossima GMG a Rio. Ricordando la celebre statua del Cristo Redentore sul Corcovado con le sue braccia aperte e accoglienti, il Papa dice ai ragazzi: "Siate voi il cuore e le braccia di Gesù! Andate e testimoniate il suo amore, siate i nuovi missionari animati dall'amore e dall'accoglienza!". Ecco, ogni volta che qualcuno ci riporta a Cristo o quando siamo noi a portargli qualcuno, noi affrettiamo e anticipiamo l’incontro finale.

3.    Un’ultima riflessione è legata all’immagine del fico e ai suoi germogli che preludono l’estate. Con essa Gesù ci restituisce il senso e il valore del tempo che stiamo vivendo. È la stagione del germoglio, diversa da quella rigida dell’inverno e da quella in cui si possono assaporare i frutti. Il cristiano si muove sulla scena del mondo facendo attenzione alle gemme nei quali Dio racchiude la sua novità. Sono i germogli che racchiudono qualche versetto del vangelo, la parola che non passa! Come quelli liberati nei giorni scorsi dai colleghi di lavoro di Mariangela, una commessa di 44 anni di Cagliari che, colpita da un ictus, era stata messa in mobilità, anticamera del licenziamento: «Noi siamo convinti che possa farcela e siamo pronti a impegnarci con tutte le nostre forze per aiutarla in ogni modo. Siamo convinti che anche una multinazionale, che deve preoccuparsi di mercati e bilanci, abbia un cuore: non può lasciare sola una sua lavoratrice che, a causa di un ictus, per il momento non può essere la stessa.  Mariangela è una donna capace e leale, sempre pronta al consiglio. Abbiamo rischiato di perderla quel maledetto 23 maggio e non vogliamo perderla mai più». Le difficoltà di Mariangela sono innegabili, ma i suoi colleghi puntano sul futuro, sul germoglio. E anche loro diventano un germoglio che sottrae interesse alla spasmodica domanda sulla fine del mondo, perché quello che conta non è la fine, ma il fine, il senso che dai alle cose. E quando liberi una parola di vangelo quel fine già comincia a realizzarsi e noi iniziamo a vederlo: In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. E non c’entrano i Maya, ma i discepoli di Gesù, che, in attesa del ritorno glorioso del Signore già ne scorgono i segni e su quei segni continuano a investire speranza.

sabato 3 novembre 2012

Omelia 4 novembre 2012

Trentunesima domenica del T. O.

Lo scrittore tedesco Herman Hesse, in una sua opera pubblicata dopo la morte, afferma: I libri hanno valore soltanto se conducono alla vita, se servono e giovano alla vita, ed è sprecata ogni ora di lettura dalla quale non venga al lettore una scintilla di forza, un presagio di nuova giovinezza, un alito di nuova freschezza. (Scritti letterari I, 1972).
Forse è anche l’idea che sta nel cuore di quello scriba che raggiunge Gesù per domandargli: Qual è il primo dei comandamenti? Uno scriba è uno che di libri se ne intende e in Israele il suo compito è quello di scrutare le Scritture, di commentarle, di ordinarle. Ma, ricondotte alla loro essenza, - sembra chiedere quest’uomo - quale messaggio contengono? Quale scintilla di vita?
È un’occasione che ci viene offerta per ripensare alla fede, ai comandamenti, alle parole che ascoltiamo ogni domenica, al modo con cui viviamo l’esistenza credente: che cosa viene prima? Che cosa racchiude in sé la giovinezza del cristianesimo?

1.    La risposta Gesù inizia a darla richiamando l’antico invito del Deuteronomio, che costituisce la preghiera che gli ebrei osservanti recitano anche oggi al mattino e alla sera: Ascolta, Israele. Per primo c’è l’ascolto. Israele prende coscienza della propria identità perché Dio parla. Questo è il primo comandamento: in quella parola che viene dall’alto è custodita la misura compiuta dell’esistenza, quella che ti ricorda il limite di molte altre parole che vorrebbero scalzarla. In questi giorni tra Londra e Edimburgo ci sono una serie di eventi legati al Fertility Show, dove si parla di concepimento, di gravidanza, di inseminazione, di interruzione. Appuntamenti tra conferenze e stand espositivi che affermano di promuovere la vera parità tra donna e uomo dando finalmente alla donna la possibilità di decidere di sé senza “rimanere vittima della propria fertilità”. E poi i centri fertilità che espongono le loro tecniche di fecondazione con diagnosi reimpianto che “garantisce l’eliminazione di embrioni di scarsa qualità”. Abbiamo scollegato l’ascolto di Dio nell’area della vita e immediatamente prendono posto altre parole, come quelle della Exelgyn, l’azienda che commercializza la pillola abortiva RU486, che è lo sponsor principale del congresso. Ascolta, Israele. Il Signore tuo Dio è l’unico Dio…

2.    Il secondo invito di Gesù è quello di collegare la propria vita all’amore. Qual è la scintilla del cristianesimo? L’amore. Ma perché l’amore sia tale, deve trovare sempre le proporzioni di Dio e l’affidabilità nell’altro. Le dimensioni di Dio ti ricordano che l’amore reca con sé tutto ciò che sei: il tuo cuore, la tua anima, la tua mente, la tua forza. Non lasciarti sottodimensionare in progetti che parlano d’amore, ma che mancano di affetto, di intelligenza, di volontà.
Il prossimo ti ricorda che l’amore non è un’astrazione, ma la possibilità di essere restituiti a se stessi e di capire che sei fatto per amare ed essere amato.
Su questo orizzonte d’amore sentiamo quanto siano strette alcune prospettive che oggi vengono barattate come amore nascondendo qualcos’altro.
Mi fa tristezza, ad esempio, il modo con cui un paio di emittenti televisive trattano la questione della sessualità, proponendo trasmissioni mascherate di educational, ad un target giovanile che, mentre sembra rigettare vecchi tabù, cade nelle secche di un amore immiserito nei saldi di fine stagione. Ma chi sono gli esperti dell’amore umano? La pornostar che ammiccando allo share interviene con i suoi preziosi consigli? I corsi accelerati di trivialità animalesche con cui puoi trasformare un rapporto di coppia stantio? E anche i sessuologi, guru della rinnovata intesa di coppia: abbiamo verificato che idea di uomo hanno in mente? Le indicazioni cristiane in materia di sessualità ci sembrano anacronistiche ma forse esse intendevano custodire l’amore e in esse l’uomo stesso. Con tutto ciò che gli appartiene e con l’altro che gli è affidato.

3.    Ed infine ci fa riflettere il modo con cui si conclude il dialogo tra Gesù e lo scriba: Non sei lontano dal regno di Dio. Vuol dire che siamo sulla strada giusta, ma c’è ancora un piccolo tratto da fare. Perché il primo comandamento cristiano non è “ama Dio e ama il prossimo” ma quello di Gesù: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. La forza del cristianesimo è nel come di Gesù. È un “come” intriso di sorpresa, mai scontato, nel quale l’amore cresce e stupisce innanzitutto chi se ne scopre capace. Amore che ti fa resistere al tuo posto, amore che sconsideratamente perdona, amore che trasforma il sospetto con la solidarietà…

Qual è il primo dei comandamenti? La fede cristiana non è un codice da osservare, ma amore da vivere. Gesù ce ne rende partecipi perché ne riconosciamo le misure compiute della nostra vita e la bella notizia per ogni uomo. Perché continui esser e tale o perché ritorni ad esserlo.