giovedì 4 marzo 2021

Omelia esequie Massimiliano e Egidio Battaglia

 

Funerale Egidio e Massimiliano Battaglia  (4 mar. 2021)

(Testi di riferimento - Ap 21,1-7 / Mc 1, 12-15)

In quel tempo lo Spirito sospinse Gesù nel deserto. È la pagina delle tentazioni che ha aperto il tempo della quaresima e che ha accompagnato anche questi nostri difficili giorni. Anche noi siamo stati sospinti, anzi gettati nel deserto ed esposti ad una aridità che non pensavamo esistesse.

Gettato nel deserto Egidio, prigioniero di una diagnosi mal comunicata o mal intesa, che per lui era diventata un valico insuperabile.

Gettato Massimiliano, fragile germoglio di vita, strappato ai suoi giorni, proprio da chi quei giorni li voleva assicurare in tutta la loro bellezza.

Gettata Adriana, che ha visto crollare un progetto famigliare condiviso con Egidio e con il suo bambino, travolta da una sofferenza che nessuna madre dovrebbe conoscere.

Gettata nel deserto anche la famiglia di Egidio, perché un figlio che si sposa, un nipotino che arriva sono quanto di più bello la vita ti riservi e non vi sono difficoltà che non possano essere condivise e affrontate con la forza dei nonni.

Nel deserto anche gli amici di Egidio che ricordano la simpatia, la responsabilità di un ragazzo che ai legami teneva parecchio e che, caparbio com’era, forse non li voleva appesantire con quello che portava nel cuore.

E gettati anche noi, piccolo centro di provincia, in una cronaca sproporzionata che pensavamo appartenesse solo alle grandi città, dimenticando che il male serpeggia invisibilmente e, ovunque, getta inquietudine, dolore, sconcerto.

Nel deserto. Tutti. Sperimentando ancora una volta la tentazione. Quella di capire senza la pazienza di ascoltare, quella di parlare senza sostare sul silenzio e sulle domande vere, quella di cercare altrui responsabilità, senza intravedere le nostre, ivi comprese quelle legate a questo tempo faticoso che ci impedisce e talvolta ci fornisce l’alibi, di esserci veramente accanto e di portare i pesi gli uni degli altri. 

Proviamo  delusione anche sul piano della fede, l’ipotesi dell’assenza di un Dio che doveva esserci e ci ha dato buca. Dov’era il Signore quando Egidio ha fatto quello che ha fatto? Ma anche questa è tentazione: di sfuggire a noi stessi e alla conoscenza di un Dio che non interviene magicamente nella vita degli uomini, ma agli uomini dà sempre la garanzia di una speranza più grande. Dov’è Dio e dove siamo noi quando lui ci dà appuntamento, quando vuole suggerirci i segreti della vita, quando vuole regalarci orizzonti più grandi di quelli terreni? Non è lui che ci abbandona, siamo noi che a volte pensiamo di farcela senza di lui. Ma Dio non se ne va indispettito. Ci aspetta nel nostro deserto, insieme a Gesù e ci suggerisce tre parole che forse abbiamo smesso di udire. Parole ricche di vangelo, quello che Gesù annuncia dopo la tentazione e al quale chiede di orientare la nostra vita. Convertitevi e credete al vangelo.

1.    Fragilità. La prima parola ci ricorda la verità della vita, alla quale appartengono le imprese di cui siamo capaci e i limiti di cui facciamo esperienza. Penso ad Egidio, al suo coraggio e alla determinazione imparata nella Brigata Folgore dei paracadutisti. Penso al suo lavoro tecnico-specialistico in giro per il mondo a collocare impianti, ad aggiustare quello che non funzionava, qualche volta in assenza dei pezzi necessari e cercando ugualmente di far fronte ai problemi. A volte però la vita presenta situazioni dove le soluzioni non sembrano disponibili e dove l’imprevisto appare più grande di ogni rimedio. Egidio è stato paracadutato nella vicenda di un figlio che sembrava affrontare la vita con qualche incertezza, come spesso capita nei bambini. La diagnostica ha evocato alcuni rischi e tanto è bastato per chiudere la speranza: quello che poteva essere un ragionevole passaggio evolutivo di un bambino è divenuto un varco inaccessibile per il padre. E mai come in questo caso ci si rende conto di quanto sia importante la prudenza nel momento in cui si elaborano referti, si suggeriscono cure, si evocano gli scenari successivi. Prudenza determinata dall’oggettiva valutazione del caso ma anche dall’attenzione ai genitori cui ci si rivolge, non sempre attrezzati ad entrare nella nuova esperienza. E chi non lo sarebbe? Un problema amplificato da questa nostra società che ha manomesso i concetti della normalità e li ha sostituiti con una ricerca di perfezione che altera i contorni della vita e dimentica che i limiti sono importanti: per capire chi siamo, per riconoscere fin dove possiamo arrivare, per fuggire alle pretese di onnipotenza. E per riconoscerci bisognosi di aiuto, di protezione, di vicinanza, di conforto. Quello che Egidio assicurava a tanti suoi amici e faceva fatica ad accettare per sé.

Non avere paura dei tuoi limiti. E non aver paura neanche delle difficoltà che può incontrare un bambino, perché anche se le valutazioni terrene muovono da una presunta normalità, tuo figlio non è mai sbagliato e ti viene affidato come una risorsa, mai come un problema. Ne sono testimonianza i papà e le mamme raggiunti da questi bambini, genitori che li hanno circondati di premura, di affetto e di opportunità, lottando senza sosta contro la cultura dello scarto, promuovendo il loro riconoscimento e l’integrazione, affermando un supplemento di umanità in questo mondo in cui dell’umano, a volte, perdiamo pezzi per strada. Fai della fragilità la tua forza. Fai della fragilità la possibilità di ospitare anche il Signore. L’onnipotente è lui e nei piccoli della terra continua a fare grandi cose.

2.    Famiglia. La vicenda di Egidio ci ricorda l’universo famigliare nascosto a casa nostra. Era bello Egidio quando faceva volare per aria il suo figlioletto ed era bella la mamma Adriana che non si tratteneva al lavoro un minuto in più per tornare a casa ed abbracciare Massimiliano. E questa realtà piena di energia e di vita ci rassicura sulle misure della gioia che ogni famiglia a suo modo sa custodire. Nello stesso tempo a casa nostra ci sono anche le fatiche, le inquietudini, i tumulti interiori di cui talvolta ci si rende conto quando è troppo tardi. La pandemia ha esasperato i disagi, ha circondato di paura la vita, ha alterato la percezione di sé e degli altri, tanto che facciamo fatica a riconoscerci. Pensiamo di essere sempre gli stessi, invece qualcosa è cambiato. Forse nelle dinamiche di coppia e di famiglia dobbiamo recuperare una funzione presente nei nostri smartphone: il localizzatore. Ma quello delle geografie interiori. Per chiederci e rivelarci dove siamo, per mandare posizioni prima di perderci, per consentire a ciascuno di arrivare in soccorso dell’altro.

Un supporto reciproco da non sottovalutare, da non ritenere opzionale, perché le sorprese non siano quelle della tragedia, della divisione, ma della speranza ritrovata. Dove sei? Domanda che fin dai primordi dell’umanità Dio continua a fare ai suoi figli, specialmete ai suoi figli che sbagliano.

3.    L’ultima parola è orizzonte. Afferràti dalle nostre preoccupazioni ci dimentichiamo di alzare lo sguardo e di mettere in gioco il mistero, l’assoluto, quel Dio che, pur nel computo delle questioni importanti, non sempre rientra tra quelle più urgenti. Non perdere il Signore perché lui ti consegna le misure corrette della vita, ti restituisce speranza, ti mostra risorse che non credevi di avere. La fede non ci sottrae alle difficoltà: ci aiuta ad abitarle, a riconoscere che non siamo da soli nel cammino della vita, neanche nelle insidie più grandi. Non è consolazione degli illusi ma persuasione dei testimoni, di chi continua a ricordare che una pietra è stata rovesciata dal sepolcro, che un tale di nome Gesù ha aperto un varco di risurrezione e di vita e ha legato per sempre il chiaroscuro dei giorni al giorno senza tramonto, in cui Dio terge ogni lacrima, cancella ogni lutto e fa nuove tutte le cose.

A questo giorno affidiamo Massimiliano: sulle ginocchia di Gesù sia avvolto di carezze, come i bambini che al rabbi di Galilea saltavano in braccio sulle strade della Palestina. A tale giorno, Massimiliano trascini anche il suo papà con la forza degli innocenti che al Signore possono chiedere tutto, anche misericordia e perdono per un gesto che ci appare scellerato ma sulla cui natura vede bene solo il Signore.

Quel giorno rischiari anche Adriana, la famiglia di Egidio, i suoi amici e questa nostra comunità. Perché sia la solidarietà a custodirci sempre, perché le luci di Dio prevalgano su ogni oscurità, perché ogni vita sia accolta e benedetta. Sempre.

martedì 26 gennaio 2021

Omelia 24 gennaio 2021

 

Terza domenica del T. O.

Erano forti e provocanti le parole con cui la giovane poetessa americana Amanda Gorman ha aperto la presidenza Biden. Parole che non nascondevano i recenti giorni difficili che gli Stati Uniti hanno conosciuto e parole che alludevano ad un riscatto ancora possibile.

Facciamo in modo che il mondo,

se non altro, dica che è vero.

Che abbiamo pianto, ma siamo cresciuti.

Che abbiamo sofferto, ma abbiamo sperato.

Che siamo stati stanchi, ma ci abbiamo provato.

Le parole con cui si inaugura un nuovo assetto politico o sociale  sono importanti per intuire il percorso successivo. In quelle parole ci si può sentire  interpretati, custoditi, portati verso nuova coscienza e nuova responsabilità.

Anche Gesù oggi inaugura la sua missione. Non è il presidente degli Stati Uniti, ma un giovane rabbi di Galilea che libera la forza della sua parola. E quella parola scuote, provoca, coinvolge uomini alle prese con un quotidiano apparentemente estraneo ai discorsi, in un percorso di trasformazione e di vita, come mai si sarebbe immaginato. Oggi, Domenica della Parola, quella Parola il Signore torna a dirla anche per noi, perché nella proliferazione delle parole non ci stanchiamo di cercare quelle importanti, perché tra le parole del mondo non dimentichiamo la sua. Quali parole ci rivolge il Signore?

1.    La prima parola ci consegna un invito all’abitabilità del momento presente rispetto ad un passato che può trasformarsi in nostalgia e a un futuro che può diventare evasione. Il tempo è compiuto, il regno è vicino. Oggi, qui. Smettila di vivere di rimpianti e raccogli le opportunità che la vita porta con sé in questo momento. Le persone che non ci sono più: quest’anno abbiamo vissuto lutti dolorosissimi. Ma non devi imprigionare chi se n’è andato né devi lasciarti imprigionare; pensa, che cosa vorrebbe da te questa persona che non c’è più? Le guerre che hai vissuto: per quanto tempo devi alimentare l’arsenale del rancore? Quello che sei stato quando lavoravi, quando eri giovane, quando eri qualcuno. Lo sei anche ora, magari per i tuoi nipoti che proprio di te hanno bisogno. Qui ora. E attento parimenti alle fughe in avanti, perché anche l’attesa di un futuro magico può distrarci dalle opportunità e necessità del presente. Pensate a quante volte fuggiamo da questo tempo, rifugiandoci nel desiderio che il virus ci abbandoni, che possiamo abitare i nostri sogni, che tutto torni come prima. C’è una giusta responsabilità di fronte all’emergenza, ma c’è anche una certa paralisi che ci impedisce di raccogliere l’occasione. Alcune coppie di fidanzati sono tentate di rinviare il matrimonio già rinviato. Perché? Perché non possiamo fare la festa che vogliamo. Forse la festa vera è sfidare la modalità della festa, è credere che il vostro amore non possa più aspettare. Il tempo è compiuto, il regno è vicino. Qui, ora. Dio non è rimpianto né miraggio. È l’oggi.

2.    La seconda parola è: convertitevi e credete al vangelo. Dio non ci lascia inerti: la sua è una parola genera processi di cambiamento. Attenzione però: si tratta di cambiamento evangelico. Convertirsi è connesso a credere al vangelo. Perché oggi siamo molto attratti dal cambiamento: di immagine, di situazioni di vita, di partner tanto che con la pandemia le richieste di divorzio sono aumentate del 60%. Ma non è il cambiamento che suggerisce il Signore. Pensate anche alla solidarietà che questo tempo ha dischiuso. Gente che ha dato il meglio di cui disponeva, soldi, tempo, volontariato. Ma non è l’unica immagine che vediamo, perché la regola mors tua vita mea è dura da sradicare. Credo sia una sana provocazione il gesto che ha fatto Papa Francesco di vaccinare alcuni senza tetto, in Vaticano. Perché, mentre le forniture non sono nel numero che pensavamo, stiamo assistendo alle cortesi sgomitate di chi dice: io vengo prima. Perché ho l’età, perché sono più esposto, perché ho un lavoro a contatto col pubblico. O forse perché non so aspettare, non so valutare le ragioni dell’altro, non sopporto di essere secondo. Ci si converte se si crede al vangelo nelle cui pagine è custodito il comandamento dell’amore, non dell’opportunismo. Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta. Ninive si salva se ci si salva insieme.

3.    La terza parola è: Venite dietro a me: vi farò diventare pescatori di uomini. È una parola importante che ci consegna reti buone, che generano vita. Che reti si diffondono intorno a noi? La vicenda di quella ragazzina di Palermo morta in seguito ad una sfida su Tik-Tok ci segnala l’esistenza di una rete subdola che ci sta rubando le nuove generazioni. Non mandiamo i figli a catechismo perché abbiamo paura del contagio e permettiamo al contagio della rete di fare strage. Cosa possiamo fare? A un bambino delle elementari non si dà il telefono. Per iscriversi ai social per legge bisogna avere almeno 13 anni. Proviamo a mettere dei momenti social-free, come quando si è a tavola. E non basta parlare e abitare i social con i figli, facendo i video insieme, perché anche il papà della ragazzina di Palermo lo faceva. Bisogna offrire relazioni in presenza e bisogna allargarle: scuola, sport associazioni, anche parrocchia. Solo una rete di solidarietà educativa ci mette al riparo dai rischi di una deriva di cui non sempre ci rendiamo conto. Le parole di Gesù sono quest’oggi anche per i nostri ragazzi. E i pescatori di uomini sono chiamati per custodire la loro umanità, sottraendola a ciò che la mortifica, aprendola a ciò che la libera.

domenica 17 gennaio 2021

Omelia domenica 17 gennaio 2021

 

Seconda domenica del T. O.

Un leader si presenta sulla scena politica, culturale, mediatica e …ci prende: per quello che dice, per come si muove, per le visioni che evoca. Capisci che c’è qualcosa di affascinante e inizi a seguirlo, diventi un follower, identità che sta ridisegnando i rapporti tra le persone, i contatti, gli orientamenti della vita. Non sempre però a questi entusiasmi corrisponde la successiva conferma e anche il sogno che inizialmente sembrava promettente può aprire la strada alla delusione. Hai seguito la persona sbagliata o i tuoi followers non hanno capito quello che avevi in mente.

Giovanni Battista oggi invita i suoi discepoli a seguire Gesù: Ecco l’agnello di Dio. Un’immagine potentissima, carica di riferimenti simbolici, che accende passione, coinvolgimento, interesse. Ma quando i discepoli di Giovanni arrivano da Gesù, lui non ha fretta. Vuole capire chi ha davanti e vuole che chi ha davanti capisca chi è lui. Perché Gesù non cerca facili entusiasmi, ma verità, non ha bisogno di followers che gli clicchino i like ma di discepoli che mettano in gioco la vita. Che gente cerca Gesù? Chi sono i suoi discepoli?

1.   Che cosa cercate? Gesù ti invita anzitutto a verificare le tue attese, i desideri che porti nel cuore. La prima attenzione che devi avere non sono le risposte, ma le domande. Pensate, è l’esatto contrario di quello che oggi avviene. Troviamo risposte prima di aver fatto domande. E quelle risposte, a ritroso, costruiscono le domande. Domande però pesantemente condizionate da quello che hai già trovato, che impediscono ricerche ulteriori. Vado in un negozio e vedo un cellulare di ultima generazione: tre videocamere. Fantastico, lo compro. E una volta comprato, che fai? Scatti e metti in rete: foto, video, commenti. Un'operazione che inizialmente fai un po' per gioco e che un po' ala volta ti prende, tanto che la realtà finisce per coincidere con quello che pubblichi e che gli altri pubblicano. Il cellulare che hai comprato diviene la risposta a una domanda di vita: per esistere devi dotarti di questa opportunità, altrimenti sei fuori. La risposta, lo smartphone che hai acquistato, ha generato una domanda che allude a un bisogno vitale. Ma è una vita che altri hanno indotto, parziale, edulcorata come le foto piene ritocchi. Sicuro che sia questa la vita che cerchi? E non è solo un problema delle giovani generazioni. Come venerdì scriveva su Repubblica una diciassettenne:  Cari adulti, non cercate solo di capire cosa proviamo noi, indagate i vostri sentimenti, leggetevi dentro, capite cosa manca davvero a voi. A volte pensiamo che ci manchi solo la vita di prima o il vaccino per potervi ritornare. Ma forse c'è un di più che questo tempo inutilmente cerca di farci capire: un di più di verità, di solidarietà, di essenzialità. Che cosa cercate? 

2.    Maestro, dove abiti? Venire e vedrete. Ed essi andarono e videro dove abitava. Gesù cerca gente che non si fermi alle vetrine della vita ma cerchi ospitalità; gente che si coinvolga, che dimori nelle questioni. Gente di spessore.  Oggi abbiamo una conoscenza piuttosto epidermica dei fatti. Ci nutriamo di post ai quali attribuiamo il valore della verità. La verità invece chiede di abitarla, di dimorarvi insieme. Pensate a quella donna di cui negli Stati Uniti si è eseguita la condanna a morte. Una sentenza applicata in maniera oscena, mettendo velocemente fine alla sospensione all'esecuzione annunciata il giorno precedente.  Non si gioca con la vita della gente, neanche dei criminali. E' vero, si trattava di un delitto feroce quello che aveva commesso Lisa Montgomery, l’imputata, perché aveva ucciso una donna incinta per impossessarsi del bambino che portava in grembo. Ma quella storia alle spalle dell'imputata? Quella catena di abusi da parte del patrigno e della madre che vendeva la figlia all’idraulico e all’elettricista di turno. La detenzione non poteva essere una misura sufficiente? Ci sentiamo più tranquilli ora che l’abbiamo uccisa? Sono soddisfatti l’America e il suo presidente che sigilla il suo mandato con questo gesto? I due discepoli andarono e videro dove abitava. Non c’è vita se non abiti, se non vai oltre le tue idee, i luoghi comuni, la pancia. Anche nella vita di coppia; forse è il momento in cui bisogna tornare a dirsi: dove abiti? Dove sei andato a finire, dove posso ritrovare il tuo mondo, quello che mi aveva fatto innamorare e dal quale sono uscito? Nella vita di un figlio, di un genitore, di un amico che abbiamo perso di vista: dove abiti? Il Signore si nasconde in questa profondità e ogni volta che la raggiungi lui è là che ti aspetta.

3.  Infine, se hai trovato vita, ti lasci cambiare. Tu sei Simone, figlio di Giovanni. Ti chiamerai Pietro. I discepoli di Gesù non sono pezzi di marmo, ma gente che accetta di rinascere sulla base di un compito. Simone, il pescatore che diventa la pietra della nuova comunità che Gesù ha in mente. Come ti conosce la gente? Per il tuo lavoro, per la casa, la macchina, le parentele…  Quale nome ti affida il Signore? Ieri sono stato al funerale di un vecchio parroco, con cui ero stato insieme: Don Adriano. E qualcuno di Resana diceva: per il nostro paese è stato una ventata di freschezzaEcco il nome nuovo! Non si tratta di anagrafe, ma di missione. A volte sei chiamato ad essere roccia, a volte carezza, a volte fuoco, a volte speranza, a volte sostegno. E non è mai tardi: ti chiamerai, al futuro. Vuol dire che c’è sempre la possibilità di cambiare, di dare il meglio, di stupire, di tornare a credere ad un progetto. 

Verifica di chi sei follower e se ne vale la pena. Valuta la possibilità di essere discepolo. Può essere una strada inedita: di verità, di libertà, forse anche di gioia. 

giovedì 7 gennaio 2021

Omelia 6 gennaio 2021 - Epifania

 

Epifania del Signore 2021

Abbiamo seguito con tristezza nei giorni scorsi la vicenda di Agitu, giovane donna etiope che, fuggita alla persecuzione del proprio paese, era approdata in Italia, in Trentino, dove aveva messo in piedi un allevamento di capre in estinzione. Un’attività con vedeva il riscatto di un territorio semiabbandonato e l'affermazione di un progetto di integrazione per cui una donna africana, inizialmente vista con sospetto, era poi stata accolta con gratitudine e stima.  Un suo dipendente, un africano anche lui assunto in nome di quella integrazione che Agitu credeva possibile, l’ha uccisa. Pensieri rancorosi, covati chissà da quanto, che hanno trovato un tragico epilogo. 

Quando ascolti queste vicende ti viene da pensare alla grandezza del male, alla faticosa affermazione di quei progetti di vita, di liberazione, di pace che Dio ha in mente. Ti viene però anche da pensare anche che il bene non va perduto, che i germogli cresceranno, che la luce accesa non sarà spenta da chi si è affiliato alle tenebre. La cosa che rincuora infatti, in questo tragedia, è che qualcuno sta raccogliendo l’eredità di Agitu; non solo le capre, ma anche il suo progetto di convivenza possibile. 

Agitu, come i Magi, veniva da lontano e anche lei ci insegna a cercare la luce, a prendere sul serio i segni e i sogni, a non sottovalutare gli ostacoli ma neppure a dare loro più potere di quanto non ne abbiano. Quali ostacoli sbarrano il cammino di Dio con gli uomini? Come affrontarli?

1.    Il primo ostacolo è la distanza. A volte abbiamo la sensazione di essere troppo lontani da Dio, dai suoi progetti, dalla realizzazione di qualcosa di bello. La distanza può avere tante forme: quella dell’indifferenza, del non mi interessa, non fa per me; quella dell’inadeguatezza: sono cose per gli addetti ai lavori, per i catechisti, per quelli che vanno in chiesa; quella dell’arrabbiatura: Dio, lasciami perdere che ultimamente non mi hai trattato bene. E va a finire che la distanza diventa una fossa che spesso ci scaviamo e che ostruisce ancora di più il nostro orizzonte. Come si supera la distanza? Cercando la stella e lasciandosi provocare dalla sua luce. Non si tratta solo di congiunzioni astrali come è capitato recentemente con l’allineamento di alcuni pianeti. Si tratta di prendere sul serio le provocazioni della vita, perché sono passerelle, scialuppe che Dio ci manda per metterci in viaggio. Il presidente Mattarella, qualche giorno fa, ha insignito di onorificenze al merito della Repubblica, numerosi italiani, che si sono distinti per il loro impegno sociale e civile, tra cui Chiara Amirante, una giovane donna di Roma che sta animando numerose iniziative di carità. Quando già faceva volontariato, un giorno decise di raggiungere un sottopassaggio dove non andava mai nessuno, ma dove sapeva che c’era un’umanità disperata: «Quando arrivai c’era una rissa. Vidi Angelo, per terra, che aveva tentato la terza overdose per farla finita. Cercai un posto dove portarlo ma non trovai nulla. Mi tornarono in mente le parole del Vangelo: “Non c’era posto, per loro, nell’albergo”. L’impotenza di non poter fare nulla fu per me uno shock fortissimo». Ecco la stella che brilla, un tossico. Togli dal buco lui e lui toglie dal buco te, superi la distanza e ritrovi le strade di Dio.

2.    Il secondo ostacolo è Erode. Erode è l’astuzia malevola, la malvagità, l’arroganza del potere che non sopporta concorrenti, la trappola tesa ai cercatori di Dio: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Attenzione perché Erode è sempre in agguato. Lo nei contatti che ci rubano il Signore dal cuore. Lo è in chi distrugge i suoi progetti di amore, pace, giustizia. Erode è sulla frontiera tra la Bosnia e la Croazia, dove non i Magi, ma i migranti che vengono dall’oriente con i loro bambini, muoiono di freddo respinti con la violenza e raccolti in campi disumani. Andate, informatevi… Aspetta che attiviamo le commissioni, magari mandiamo degli ispettori: se sapete qualcosa fatecelo sapere... L’ostacolo di Erode va affrontato con la verità, con una distanza interiore rispetto alle insinuazioni e alle mistificazioni, con un’altra strada su cui tornare. Come è avvenuto a Napoli con quei ragazzi che hanno aggredito il rider per rubargli la moto. Subito dopo si è vista un’altra Napoli, reattiva e solidale rispetto all’accaduto, che ha fatto una colletta per comprare di nuovo la moto. Come dire: Erode non vincerà. 

3.    Infine altro ostacolo all’incontro con Dio è pensare di sapere già tutto, come gli scribi interrogati da Erode. Hanno le profezie che correttamente interpretano ma quelle parole non li mettono minimamente in cammino. Rimangono prigionieri del loro mondo e delle loro certezze. I Magi invece si mettono in moto, vogliono capire, si lasciano provocare non solo dalla scienza, ma anche dall’esperienza. Alla fine, gli scribi sono prigionieri dell’autosufficienza, i magi della gioia. Che cosa ha fatto la differenza? Che cosa ha consentito di superare l’ostacolo? Si prostrarono e lo adorarono. La verità domanda umiltà, silenzio, partenze diverse da quelle che pensi, perché Dio è altro rispetto alle nostre supposizioni che diventano talvolta supponenza. Dio rivoluziona la nostra conoscenza di lui: se tu pensi di sapere già tutto, di dettare le regole, lui sfugge e si nasconde dentro ad una mangiatoia. Pensate a tutte le volte che noi dettiamo le regole a Dio: lo incontro quando decido io, lo riconosco quando "mi sento". E cosa sente Dio? Cosa ha deciso? Prova a capire se il suo appuntamento è differente da quello che hai in mente, se ha qualcosa di nuovo da suggerirti, magari in quella "mangiatoia" dove ogni domenica ti vuole nutrire, di parola vera, di pane che sazia, di fraternità. 

Alzati, rivestiti di luce. E' una vita rialzata e luminosa quella che apre il Signore, una vita rialzata, dopo che hai avuto l'audacia di inginocchiarti.

 

martedì 5 gennaio 2021

Omelia 3 gennaio 2021

 

Seconda domenica dopo Natale

È morto qualche giorno fa Pierre Cardin, stilista di origini trevigiane trasferitosi in Francia negli anni ‘20, un uomo che ha segnato la storia della moda, imprimendone il proprio stile. Lo stile è aspetto della vita al quale anche noi siamo diventati attenti, non solo per quello che indossiamo, ma anche per come ci muoviamo, per le scelte che facciamo. Nello stile scopriamo la nostra identità, la sensibilità che ci appartiene, l'idea della vita che possediamo. Ma che idea è? Ebbene, il vangelo di oggi ci mostra lo stile di Dio, che non segue le mode, ma la verità dei suoi intendimenti, come ha inteso essere Dio, non sulle passerelle mondane ma abitando le vicende degli uomini. L’evangelista Giovanni, a differenza di Luca e Matteo, non ci parla di pastori, angeli e magi, ma ci fa capire che cosa ha in mente Dio venendoci a trovare, lo stile che inaugura nell’umanità, anche se non sempre fa tendenza.

1.    Anzitutto Dio ama mettere il suo marchio di fabbrica. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Tutta la vita presente nel mondo ha origine in Dio, tutto partecipa di un suo progetto. Vuol dire che Dio ha a cuore anzitutto la vita di ogni uomo e desidera difenderla, renderla indisponibile ai tentativi di manipolazione. In lui era la vita. Ogni uomo reca l’immagine del creatore, anche quelle esistenze dove scatta  una sorta di retrocessione della vita, come se la loro fosse meno vita della nostra. La vita dei migranti, la vita degli anziani, la vita dei poveri del mondo. Quanto valgono? Sta iniziando la campagna vaccinale con animi che si surriscaldano tra sostenitori e oppositori. Ma forse la vera domanda non è vaccino sì-vaccino no, ma vaccino chi. Chi vi ha accesso, visto che non in tutti i paesi del mondo le risorse vaccinali arrivano o arrivano in tempi analoghi; che vaccini arrivano, visto che non sono gli stessi; la considerazione delle persone con disabilità rientra nelle precedenze? Dio desidera vita e sempre difenderà la vita di tutti i suoi figli, dei più deboli in particolare, perché in ciascuno c'è il suo marchio. E difenderà anche la vita di quel mondo che ha creato, perché anche in essa c'è il suo respiro. Pensate a quel fenomeno che vediamo anche sulle nostre strade: rifiuti seminati per non riempire i bidoni del secco e pagarne lo smaltimento. Come se così non ne pagassimo il conto! Custodisci la vita sempre, la vita degli uomini, la vita del mondo: fa’ tuo lo stile di Dio.

2.    Poi Dio ama piantare la tenda. Quel verbo che in maniera altisonante parla del Verbo che si è fatto carne, nel testo greco allude all’operazione del beduino che colloca la sua tenda nel deserto dopo la giornata di viaggio. La tenda di Dio è il suo Figlio Gesù, è la sua presenza tra gli uomini. Se vuoi assomigliare a Dio, allora metti tende di prossimità. Nei giornali di questi giorni c’era la testimonianza di un gruppo di preti dei Reggio Emilia a servizio negli ospedali Covid: C’è il tempo per stare lì, per chiacchierare e ascoltare, per pregare e piangere, per stare accanto anche senza dire nulla. Il tempo per tenere una mano, per accarezzare un volto, per riaggiustare i capelli increspati dal cuscino.  Allora le mani contano più delle parole, gli sguardi più che i discorsi. Ecco la tenda di Dio nei deserti dell’umanità: continua nei paletti e nei tiranti con cui allarghi la sua presenza. Nonno assistito in casa, pazientemente cambiato, senza disporre di assistenza domiciliare perché nel frattempo è positivo al virus; bambino rassicurato per fargli sentire che la vita è bella nonostante tutto, come nel film di Benigni; amico rasserenato perché la paura ci prende tutti in questo tempo, anche chi non diresti. Prova a capire dove Dio vuole affidarti un pezzo di tenda.

3.    Infine lo stile di Dio è battaglia tra luce e tenebre, ma le tenebre non hanno vinto. Poco importa a Dio se qualcuno rifiuta la luce, non ne vuol sapere. La luce non sarà spenta da chi è alleato dell’oscurità. Però ricorda una cosa: la luce di Dio filtra tra le crepe della vita, domanda resistenza, pazienza, fiducia, domanda gente che non si rassegna alla notte e scruta gli orizzonti. Nell’aprile del 2019 una guardia giurata aveva massacrato di botte con un estintore un senza dimora, Alfonso Russo. Un uomo che aveva rischiato la morte. Violenza gratuita, accompagnata dalla perversa convinzione che nessuno avrebbe preso le difese del clochard. Finché quelle difese le ha prese un’avvocata, che gratuitamente è riuscita a far condannare l’aggressore e l’azienda nella quale lavora, nonostante la reticenza e l’ostilità dimostrate nel corso del processo. Uno degli invisibili della capitale che ha trovato riconoscimento. Porta un po’ della luce di Dio dove le tenebre cercano di prevalere. Prendi le difese dei poveri. E anche quando i furbi credono di spadroneggiare, non dimenticare che hanno le ore contate. Le tenebre non l’hanno vinta.

Ecco lo stile di Dio: vita difesa, presenza vera, luce che prevale su ogni arrogante  tenebra umana. Uno stile che non scorre sulle passerelle della moda ma nel quotidiano in cui qualcuno, con le sue scelte, con i suoi sentimenti decide assomigliare al Signore. Il Verbo continua a farsi carne anche così.

domenica 8 novembre 2020

Omelia 8 novembre 2020

 

Trentaduesima domenica del T. O.

È interessante quello che succede in un motore di ricerca se digiti la parola luce. Ti arriva una videata di offerte convenienti da parte dei gestori dell’energia elettrica per risparmiare sulla bolletta. La luce è messa in relazione a un servizio, è monetizzata, è oggetto di confronti commerciali. Invece la luce è l’anelito dell’esistenza, la parabola delle nostre attese, della capacità di vedere, di riconoscere, di incontrare. Bene lo sanno le ragazze di cui ci parla il vangelo di oggi, che affrontano la notte con quella lampada in mano, pronte a scrutare l’orizzonte mentre qualcuno sta per arrivare.

Lo sposo. Nell’ambiente palestinese lo sposo andava a prendere la sposa e le damigelle, amiche della sposa, gli correvano incontro per accompagnarlo al luogo dell’appuntamento. Gesù recupera questa vicenda e ne fa un originale racconto con lo sposo che tarda e le ragazze che si addormentano. Siamo noi: noi in attesa con le lampade in mano, in questo tempo di oscurità e noi sopraffatti dalla stanchezza e dal sonno di chi a volte non regge gli impegni, l’incertezza, il susseguirsi di notizie che, se da un lato vorrebbero rassicurarci, dall’altro generano nuove paure. Il letto o il divano diventano una zona di rifugio dove a volte chiudi col mondo e con le tue responsabilità. Cosa vuole dirci il Signore? 

1.    Anzitutto è interessante la presenza di questa ragazze che annunciano e accompagnano l’incontro dello sposo e della sposa. Un invito ad attendere Dio, a favorire il suo incontro con gli uomini, ad anticipare le sue nozze regalando un frammento di luce mentre sta arrivando. Penso al percorso fidanzati che oggi inizia. È una luce sulle strade di Dio, su quel matrimonio che ha in mente lui. E perché anche tu te ne convinca, ti corrono incontro degli animatori, una comunità cristiana, forse il tuo stesso partner, magari per uscire dalle acque basse di una convivenza che sembra rassicurante ma che spesso impedisce il viaggio. Penso anche al cammino di fede di un ragazzo: la lampada è quella dei suoi genitori che lo accompagnano, che gli indicano le ragioni per cui lo hanno battezzato. Quel giorno non a caso hanno ricevuto una candela accesa: fiamma che sempre dovete alimentare. Penso anche alla tante occasioni in cui la vita ci affida la possibilità di portare qualcuno alle nozze di Dio, con una parola, un atteggiamento, un consiglio. Dio non agisce in maniera miracolistica: arriva presso gli uomini attraverso altri uomini che lo accompagnano e gli rischiarano la strada.

2.    Altro aspetto importante è la generale sonnolenza delle ragazze e quel grido che le sveglia. Si assopirono tutte e si addormentarono. Nella vita tutti siamo sopraffatti dalla stanchezza. Ed è spesso la stanchezza dei ritardi. Poiché lo sposo tardava Quali ritardi ci addormentano? Alcuni ritardi avvengono per colpa nostra, quando non prendiamo in mano la vita, le scelte, le responsabilità. Sei in ritardo nell’affrontare alcuni capitoli della relazione di coppia e il tuo matrimonio si addormenta, sei in ritardo con i tuoi figli e la tua autorevolezza si addormenta . Alcuni ritardi sono anche di questo nostro mondo, di chi ci governa, di chi è preoccupato più del bonus biciclette che dell’effettivo inserimento e sostegno dei ragazzi disabili a scuola, delle marginalità che questo tempo produce. Ebbene, questo sonno è interrotto da un grido: Ecco lo sposo. In questo tempo mentre qualcuno si addormenta, abbiamo bisogno anche di chi gridi, di chi faccia comprendere che arrivano non solo il DPCM ma le ragioni di Dio, le sue iniziative, il suo modo di intendere la vita. Quando un ragazzo si toglie la vita gettandosi da un cavalcavia, quando un altro annuncia in un post la fatica di vivere non si può continuare a dormire. È importante gridare un’esistenza diversa, la sapienza di chi si alza di buon mattino, con la luce chiara, una sapienza che non metta a tema solo le nostre ragioni, i nostri interessi, ma il bene comune e quello che Dio sogna per l’umanità.

3.    Infine questa parabola ci insegna la necessità di mettere da parte delle scorte luminose. Che hanno due caratteristiche. La prima è quella dei piccoli vasi. La seconda è quella che le puoi mettere via solo tu. Piccoli vasi, vuol dire che per rischiarare la vita non ti serve il faro di Alessandria, ma piccole riserve combustibili che porti con te. Credo siano i piccoli frammenti d’amore, di verità, di vita secondo il vangelo che alla fine ti permetteranno di riconoscere il Signore proprio per gli anticipi che lui stesso ti aveva dato. Come diceva d. Milani ai suoi ragazzi: Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. I piccoli vasi d’amore rendono visibile l’amore di Dio, perché alimentano la stessa fiamma. E questo è olio tuo e solo tuo, non lo puoi cedere ad altri. Non vi conosco non è una minaccia, ma l’amara constatazione di fronte a chi non ha fatto scorta d’amore, di verità, di giustizia, di tutto ciò che ti rende riconoscibile agli occhi di Dio. L'olio è la tua vita e come te la sei giocata, il bene che hai voluto, magari incerto o frammentato, ma che qualche vasetto lo ha riempito, permettendo allo sposo di riconoscerti e di accoglierti in casa.

 

 

 

venerdì 23 ottobre 2020

Omelia esequie Michele Baù

 

Michele Baù (esequie 23 ottobre 2020)

(Rm 5,5-11 / Lc 7,11-17)

Ci piacerebbe che Gesù oggi incrociasse anche questo nostro funerale, come si è avvicinato al corteo alle porte di Nain, a quella donna che accompagnava il proprio figlio morto. Ci piacerebbe che prendesse la mano di Michele e gli dicesse: Dai, alzati. Invece ci troviamo a misurarci con il nostro dolore, il nostro carico di inquietudine e tante domande che rimbalzano nel cuore della mamma di Michele, della sua famiglia, dei suoi amici e di tutti noi. In questa morte sentiamo che qualcosa non solo ci addolora, ma ci provoca e ci chiede conto di noi stessi e degli altri, di come viviamo la vita e di come custodiamo quella di chi ci è affidato. Perché non sempre andrà tutto bene, anche se lo scriviamo sui davanzali, non sempre ci siamo, non sempre siamo alleati del meglio. La morte di un ragazzo, di un figlio, di un amico è l’occasione per riprendere in mano i nostri giorni e le nostre scelte, per riagganciare la vita alle cose importanti, per affidare i nostri passi incerti a colui che ci libera dal male e dalla morte, anche quando la morte non è solo quella dell’altro ma quella che imprigiona il nostro cuore. Raggiungiamo quel villaggio dell’alta Galilea di nome Nain e lasciamo che Gesù si avvicini e ci suggerisca parole di speranza e di vita.

1.    Anzitutto c’è un figlio, un figlio unico. È così che ci guarda Dio ed così che dovremmo guardare a noi stessi e agli altri. Sei unico e sei straordinario. Michele era stato arricchito di tanti doni: un bel ragazzo, coinvolgente, sportivo, sensibile, capace di riflessione e di profondità. Poteva liberare una straordinaria bellezza e un po' l'ha fatto. Poi la vita è cambiata: è diventata faticosa, ribelle, segnata da incomprensioni, vuoto, situazioni che era meglio evitare. Un po’ il contesto in cui si è trovato a vivere, un po’ la sua fragilità, la malattia che col tempo si è impossessata di lui. Un po’ anche le proposte da cui si è lasciato catturare,  le scelte non sempre adeguate, i rimedi non sempre efficaci che gli sono stati offerti. Questo non è il processo di Michele. Non ne ha bisogno e non spetta a noi. Ma in questa circostanza possiamo chiederci se siamo custodi della nostra irripetibilità, del dono che ci appartiene, se come chiesa e come società guardiamo ad ogni ragazzo che viene al mondo, come ad un figlio unico, prezioso e mai replicabile. Guarda di non lasciarti clonare, attento a chi disperde la ricchezza che ti appartiene, sta in guardia a chi promette e non mantiene. Occhio ai venditori di fumo, non solo per modo di dire. Sei originale, non morire fotocopia (Carlo Acutis), men che meno brutta copia.

2.    Ma, mentre questo figlio viene portato al sepolcro, Gesù si accosta, pieno di compassione. Ecco penso che Gesù oggi guardi Michele così: pieno di compassione. E con la stessa compassione guardi a sua madre, a suo zio, a tutti noi. La compassione è il giudizio di Dio, l'unico giudizio. Noi quando guardiamo certe situazioni, forse anche quando abbiamo incontrato Michele e quelli che un po’ gli assomigliano, quando abbiamo incontrato la sua famiglia, non abbiamo avuto sempre compassione. Ci siamo lanciati nei giudizi, ci siamo spregiudicatamente schierati da un’altra parte, abbiamo evocato interventi drastici e punitivi. Così impari, così si fa! Ci siamo dimenticati di chi è Dio e ci siamo dimenticati di chi siamo anche noi. Perché ognuno di noi porta ferite con sé, ognuno porta fragilità, colpe, peccati. A volte solo meglio nascosti. A questa umanità sofferente Gesù dona la medicina della compassione, forse quella che ci ha portato in chiesa quest'oggi e quella con cui ci manda a guarire il mondo. Ceto, non essere superficiale, sta attento a quello che accade, accertati sulle responsabilità, chiama il male per nome, denuncia se occorre, ma ricorda che i grandi cambiamenti degli individui e della società non li producono giudizi e condanne, ma la misericordia, il perdono e la fiducia sull’uomo. Anche per quell’uomo che sei tu. Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Compassione e misericordia. Cristo è morto così.

3.    Infine Gesù si avvicina: Accostatosi, toccò la bara. Avvicinarsi e toccare, due verbi pieni di prossimità nella quale Dio si fa presente e genera vita. Forse Gesù oggi ci dice la stessa cosa: avvicinati, tocca! Porta un po’ della vita di Dio, di quello che lui sogna, di quello che segretamente suggerisce ai suoi figli. Portalo ai ragazzi, come Michele, perché non si arrendano mai, perché non siano sopraffatti dal male e non ne siano sedotti. Ma portalo anche come l’ha fatto Michele, perché, a dispetto della drammatica e sconsiderata sua scelta di togliersi la vita, lui cercava e difendeva la vita, ma una vita vera, sottratta ad ogni schiavitù e agli sconti. Basta leggere i suoi post su fb per riconoscervi il legame intenso con l’Africa, terra alla quale sapeva di appartenere e rispetto al cui sfruttamento non si rassegnava, per i migranti nelle cui tragedie si sentiva coinvolto, per i malati come lui nelle cui storie c’era a volte la latitanza di chi avrebbe dovuto aiutare e l’inefficacia delle soluzioni. "lo faccio perché ho il terrore di finire ancora legato ad un letto, lo faccio perché non mi va più di chiedere per qualunque cosa, lo faccio perché ho una dignità". Michele se ne va, se ne va in un modo che non avremmo voluto, ma se ne va lasciandoci un messaggio di verità e di vita, perché mettiamo mano, come Gesù, alle bare di questo nostro tempo e liberiamo speranza, autenticità, riscatto. «Giovinetto, dico a te, alzati!». Che Michele possa alzarsi alla vita di Dio e che possiamo alzarci anche noi a difenderla e a liberarla.