domenica 24 gennaio 2016

Ora sarete contenti


In questi giorni la notizia di una ragazzina di Pordenone che tenta di togliersi la vita. Ci danno un salutare scossone e ci fanno bene le parole di un insegnante che riflette sulla faccenda, ma forse bisogna aggiungere qualche considerazione più. Per gli insegnanti e non solo.



Oggi una ragazza della mia città ha cercato di uccidersi. Ha preso e si è buttata dal secondo piano.

No, non è morta. Ma la botta che ha preso ha rischiato di prenderle la spina dorsale. Per poco non le succedeva qualcosa di forse peggiore della morte: la condanna a restare tutta la vita immobile e senza poter comunicare con gli altri normalmente.

“Adesso sarete contenti”, ha scritto. Parlava ai suoi compagni.

Allora io adesso vi dico una cosa. E sarò un po’ duro, vi avverto. Ma c’ho ‘sta cosa dentro ed è difficile lasciarla lì. Quando la finirete? Quando finirete di mettervi in due, in tre, in cinque, in dieci contro uno? Quando finirete di far finta che le parole non siano importanti, che siano “solo parole”, che non abbiano conseguenze, e poi di mettervi lì a scrivere quei messaggi – li ho letti, sì, i messaggi che siete capaci di scrivere – tutte le vostre “troia di merda”, i vostri “figlio di puttana”, i vostri “devi morire”.

Quando la finirete di dire “Ma sì, io scherzavo” dopo essere stati capaci di scrivere “non meriti di esistere”?

Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo “che ha il professore di sostegno”, quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?

Che cosa deve ancora succedere, perché la finiate? Che cosa aspettate? Che tocchi al vostro compagno, alla vostra amica, a vostra sorella, a voi?

E poi voi. Voi genitori, sì. Voi che i vostri figli sono quelli capaci di scrivere certi messaggi. O quelli che ridono così forte.

Quando la finirete di chiudere un occhio?

Quando la finirete di dire “Ma sì, ragazzate”?

Quando la finirete di non avere idea di che diavolo ci fanno 8 ore al giorno i vostri figli con quel telefono?

Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale?

Quando la finirete di venire da noi insegnanti una volta l’anno (se va bene)?

Quando inizierete a spiegare ai vostri figli che la diversità non è una malattia, o un fatto da deridere, quando inizierete a non essere voi i primi a farlo, perché da sempre non sono le parole ma gli esempi, gli insegnamenti migliori?

Perché quando una ragazzina di dodici anni prova a buttarsi di sotto, non è solo una ragazzina di dodici anni che lo sta facendo: siamo tutti noi. E se una ragazzina di quell’età decide di buttarsi, non lo sta facendo da sola: una piccola spinta arriva da tutti quelli che erano lì non hanno visto, non hanno fatto, non hanno detto. E tutti noi, proprio tutti, siamo quelli che quando succedono cose come questa devono vedere, fare, dire. Anzi urlare. Una parola, una sola, che è: “Basta”.



Prof. Enrico Galliano



  

 Ed ecco alcuni ulteriori pensieri...





E voi, insegnanti, fino a quando farete della scuola una sorta di feudo e avvertirete come minaccia il tentativo di operare in sinergia?

Certo, i genitori non sono sempre quello che vorreste e neppure quello che dovrebbero, ma a volte vivono e patiscono con voi e più di voi le contraddizioni dei giorni, come quella di non essere sempre all’altezza delle sfide che vita ed educazione portano con sé. Non vi pare che invece di reciproche scomuniche dovremmo sederci allo stesso tavolo, invitando magari anche l’allenatore, il catechista o il capo scout? Perché qui non è in gioco la comprensione del teorema di Pitagora, ma la comprensione della vita cui anche la scuola cerca di condurre. Si tratta di allenare un uomo e di attivare tutte le sue risorse: la testa, il cuore, le mani e talvolta anche le gambe.

Cari insegnanti, quando la smettete di caricare di compiti la domenica, sottraendo quel giorno alla gratuità e alla festa: non vi pare che vi mettano già le mani in troppi? Non vi pare che stiamo smarrendo il senso del tempo e delle relazioni?

E fino a quando permetterete che la natura laica della scuola sia preda di un laicismo d’altri tempi che, oltre a indebolire la vostra azione, sacrifica sull’altare dell’ideo-logia il bisogno di senso che ogni ragazzo porta con sé?

Perché se una dodicenne arriva a pensare drammaticamente di buttarsi dal secondo piano, forse non è solo per la cattiveria dei coetanei, ma perché qualcuno le ha sottratto il piano in più: quello che le consente di vedere il cielo, di aprire la vita alla speranza e di capire che un uomo è più grande di ogni etichetta che gli si affibbia, di ogni buca che l’affossa.



Le vostre responsabilità, cari prof, richiamano anche le nostre, quelle della comunità cristiana. Perché anche noi ci sentiamo terribilmente provocati dal gesto che ci è stato posto innanzi e capiamo che non sempre siamo in grado di offrire risposte sollecite e convincenti.

Risposte che prima ancora siano proposte: sul modo di stare insieme, di impiegare il tempo, di divertirsi, di pensare, forse anche di pregare.

Quando impareremo, con i duemila anni che ci portiamo appresso, che la sfida vera è rivolta al futuro ed è legata in buona parte a ragazzi e giovani? Quando faremo sentire loro la nostalgia di casa? Quando le nostre messe riusciranno a parlare anche agli adolescenti? Quando sostituiremo il criterio dell’attività con quello della relazione e ci convinceremo che la partita di calcio a volte vale quanto un’ora di catechismo? E quando noi preti, scornati da pedofilia e sommersi di burocrazia, ci convinceremo che il nostro posto è ancora tra i ragazzi, dietro i quali, secondo evangeliche promesse, ama nascondersi il Signore?



«Adesso sarete contenti», diceva quel drammatico biglietto. No, non siamo contenti adesso. Lo saremo quando riusciremo a ripigliarci come uomini ed educatori e a comprendere che nel grande mare della vita ci si inoltra insieme.

Don Gerardo Giacometti   

Omelia 24 gennaio 2016


Terza domenica del Tempo Ordinario

Se oggi si digita la parola "solidità" su un motore di ricerca, il termine viene immediatamente associato al nome di una banca, segno che numerosi utenti di Google fanno le loro indagini per verificare l'affidabilità del proprio istituto di credito. Siamo preoccupati dei soldi, ma sarebbe importante verificare anche l'attendibilità delle nostre informazioni, specie quelle che postiamo o conosciamo sui social. Oggi abbiamo ascoltato l'inizio del vangelo di Luca e l'evangelista scrivendo a un tale di nome Timoteo, molto probabilmente un cristiano della sua comunità, intende rassicurarlo sulla solidità degli insegnamenti ricevuti. Solidità in greco si dice aspháleia, termine che deriva dal verbo sphallomai che significa "scivolare". A-sphàleia vuol dire dunque: "che non scivola". Il Vangelo è un insegnamento di cui ti puoi fidare. E non solo perché Luca ha fatto, ricerche accurate su ogni circostanza, consultando i testimoni oculari, ma anche perché ha verificato la forza dell'insegnamento, la sua tenuta, la verità. E l'episodio di Gesù che insegna nella sinagoga del suo villaggio ci dà modo di osservare la solidità di quello che sta dicendo.

1.    La solidità mette insieme l'antico e il nuovo. Gesù inizia leggendo un rotolo della scrittura, come avveniva ogni sabato in sinagoga. Il profeta Isaia, vissuto sette secoli prima. Ma alla fine dice: oggi si è adempiuta questa parola che voi avete udito. Gesù è una chiave interpretativa per l'oggi ma egli raccoglie un progetto che parte da lontano. É una questione che oggi facciamo fatica a capire perché oscilliamo spesso tra due estremi: o rimaniamo ancorati al passato e i tempi ci sorpassano chiudendoci in un museo, o rimaniamo soggiogati dall'idea del nuovo e dalla tentazione di liberarci da tutto quello che ci sembra fuori corso. Pensate alle grandi questioni con cui oggi ci confrontiamo: la vita, la famiglia, la sessualità. Ci pare che il cristianesimo sia rimasto indietro o ci vogliono far pensare che il cristianesimo sia tale. E allora ecco nuove alchimie che variamente combinano i partner, spregiudicatamente cercano figli. Paladini di un diritto individuale prigioniero delle voglie che sacrifica il diritto dell'altro e il diritto di una comunità umana. "Ho diritto a un figlio!". E il diritto del figlio? E il diritto delle donne a cui deleghi questo compito? È solo questione di soldi? Ecco la parola che oggi si compie: famiglia. Custodiscila e non svenderla alle mode.

2.    La solidità è sempre a difesa dell’uomo. Il discorso programmatico di Gesù non è un ragionamento disancorato dalla storia. Esso parla di umanità, di oppressi, di poveri, di prigionieri. E annuncia buone notizie, liberazione, giorni di grazia. Mettiti dalla parte dell’uomo, sciogli le sue catene, promuovi la dignità di ciascuno. Pensate a quella ragazzina di Pordenone che ha tentato di togliersi la vita. “Adesso sarete contenti”, aveva scritto a coetanei che molto probabilmente la escludevano. Un insegnante nei giorni scorsi ha pubblicato una lettera in cui dice: «Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo “che ha il professore di sostegno”, quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?». E ai genitori: «Quando la finirete di chiudere un occhio? Quando la finirete di dire “Ma sì, ragazzate”? Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale? A dire la verità io aggiungerei anche qualcosa per gli insegnanti: «Quando la finirete di pensare che la scuola sia tutto, quando inizierete a stabilire contatti con le altre agenzie educative, a superare quello sconsiderato laicismo che vi porta a dimenticare che un individuo cresce non solo allenando i suoi neuroni, ma anche alimentando l’anima?». Perché non c’è solo la cattiveria degli altri in gioco, ma la consistenza di se stessi, la sinergia educativa e l’aiuto dato a un ragazzo a capire che la vita può essere ugualmente vita, anche quando qualcuno non ti vuole. Le catene inique sono a volte più ramificate di quel che si pensa.

3.    E infine, la solidità non teme di mostrarsi. Gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. Com’è difficile reggere lo sguardo degli altri quando dobbiamo affermare qualcosa. Le supposizioni, i commenti, i sorrisetti, le battute. Pensate alla fatica che facciamo in questa nostra comunità ad esporci, anche semplicemente per leggere in chiesa o prendere la parola in una riunione di genitori. Perché? Perché ci sentiamo giudicati. E perché anche noi giudichiamo. Ed è meglio giudicare che essere giudicati! E allora ci si nasconde, anche se poi si chiacchiera… Gesù sta in piedi e non retrocede. La solidità è anche nel prendere posizione, nel metterci la faccia. Vado a messa? Ci metto la faccia. Faccio l’animatore o vado ai gruppi? Sono contento e te lo dimostro. C’è un’idea poco evangelica che gira? Lo dico, anche se sono impopolare. Non aver paura di quello che sei, non aver paura di dire la tua fede, perché non sei da solo in questo compito. Lo Spirito sospinge e, forte della sua azione, anche tu puoi dire: Lo spirito del Signore è su di me.. mi ha consacrato.. mi ha mandato.

Solidità. Aspháleia. Non scivolare sulla mediocrità: cammina sul terreno solido di Gesù e ddiventa uomo come lui.

lunedì 11 gennaio 2016

Omelia 10 gennaio 2016


Battesimo del Signore


Leonardo, un bambino della nostra Scuola Materna mi ha portato il lavoretto di natale realizzato con i suoi compagni. Era un Gesù Bambino contenuto in una casetta di cartone, ma – ha precisato - «non ha la colla, perché tu lo possa prendere e portare con te». È questo il Natale: Gesù senza colla, che si fa compagno della nostra vita. E la festa del Battesimo del Signore intensifica questa vicinanza. Battesimo vuol dire immersione: Gesù si immerge nella nostra vicenda terrena per esserci accanto e per aprirci quella vita che Dio ha in mente per ogni uomo. Cosa ci racconta l’immersione di Gesù?


1.    È un’immersione scandalosa. L’evangelista Luca lo dice con molta discrezione, ma ci fa capire che la presenza di Gesù in quel momento è intrigante: mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo. Anche lui. Giovanni invitava Israele alla conversione e Gesù si mette tra questa gente bisognosa di perdono. Lui non ha peccati da farsi perdonare, ma vuole stabilire la vicinanza di Dio nel momento in cui le scelte degli uomini esprimono il peggio di cui si è capaci. Pensate a quello che è capitato a Colonia. Il branco che aggredisce. Quando assistiamo a questi fatti inorridiamo e corriamo ai ripari sollecitando misure drastiche di controllo, ma c’è anche il rischio di pensare che il male sia solo attorno a noi e corrisponda ad alcune categorie di persone che ne sono artefici. Invece se osserviamo con onestà la nostra vita vediamo che qualche volta il male è annidato nel nostro cuore e produce oscurità, chiusura, debolezza. Ricordate la vicenda di Pietro Maso, quel ragazzo che nel 1991 massacrò i genitori per impossessarsi dell’eredità? La sua esperienza di recupero umano è stata raccolta in un libro autobiografico dal titolo significativo: Il male ero io. Consapevolezza cui l’autore arriva accompagnato da un sacerdote di Verona, unico ad aver accesso alle tenebre che occupavano il cuore di Pietro. Ecco l’immersione di Gesù: nell’oscurità che ti appartiene.

2.    È un’immersione per legarci a qualcuno. L’evangelista dopo il Battesimo ci presenta Gesù in preghiera. Nella profondità in cui è sceso Gesù non si avventura da solo ma sempre con il Padre; e lo Spirito è la relazione che unisce il Figlio al Padre. Gesù con il Battesimo viene a dirci che apparteniamo a qualcuno. Quelle parole che vengono dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l’amato non sono solo per Gesù, ma per ciascuno di noi. Qui a Godego c’è una radicata propensione: quella di ricostruire l’albero genealogico di ogni nostro interlocutore, recuperando almeno un paio di generazioni precedenti. Prima di fare un discorso bisogna capire non solo chi sei, ma anche di chi sei. De chi sito ti? Gesù viene a ricordarci di chi siamo: di Dio; viene a dirci che siamo suoi figli. E questo ci consente di andare avanti con i discorsi! Pensate a un bambino che nasce. Oggi a volte ci sono varie perplessità sul battesimo: farlo… lasciare che decida lui quando sarà grande… farlo con poca convinzione perché i nonni cosa dicono… Prima di venire a Godego ho accompagnato la formazione al battesimo di alcuni ventenni italiani. Una di loro, che tuttavia frequentava la parrocchia, diceva che ciò che le pesava di più era vedere i suoi amici dell’oratorio che pregavano e lei che non si sentiva in grado di farlo. Come se quel confine la privasse di qualcosa di essenziale. Che cosa? Appunto: la possibilità di dire appartengo a qualcuno di più grande di mio padre e mia madre e di tutte le relazioni che umanamente mi possono sostenere. Perché noi siamo più grandi dei biberon terreni e per crescere ci serve il cielo. Il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo.

3.    Infine l’immersione di Gesù ci porta a comprendere non solo la vicinanza relazionale ma anche il compiacimento di Dio. In te mi sono compiaciuto. Gesù ci fa capire che Dio attribuisce a ciascuno un credito di fiducia e di speranza.  “In te c’è una corrispondenza al bene che mi fa felice”. Il Signore ti fa felice, ma anche lui è felice di te e crede in quello che di bello puoi realizzare con lui. L’immersione è come quella di chi trova un tesoro negli abissi e lo recupera. Gesù è venuto per questo: cosa puoi portare a galla? Qualcosa che gli altri neppure sospettano! L’altro giorno è venuto a trovarmi un giovane marito. Un matrimonio un po’ traballante a motivo di una certa disparità: lei estroversa, volitiva, tenace; lui un po’ esitante, timoroso, legato a un posto di lavoro che lo lascia insoddisfatto. «Mia moglie, mi ha detto che aveva sposato un altro. Da quelle parole ho capito che dovevo ritrovare qualcosa». Ecco, trova la parte migliore di te, quella che custodisci sepolta, ma che Dio vede e della quale si compiace.



Non tenere il Signore incollato. Lascia che raggiunga la tua profondità e da essa riemergi con lui come nuova creatura.




giovedì 31 dicembre 2015

Omelia 27 dicembre 2015


S. FAMIGLIA


Avete visto quella pubblicità del nonno che pranza a Natale da solo e, preso dalla solitudine, a un certo punto manda ai figli l’annuncio della sua morte? 
(ecco il link https://www.youtube.com/watch?v=8ghn_QEOCAs)
I figli, tutti personaggi in carriera, ricevendo quella comunicazione, sono presi dallo sconforto, dal rammarico di non aver dedicato tempo con il loro padre e si precipitano al funerale. Ma quando arrivano in casa il vecchio vivo li sorprende e dice: devo arrivare a questo per vedervi tutti? E si compone una bella tavolata.

Ecco, in questo spot l’elemento famigliare è molto sviluppato. Per quanto la famiglia oggi sia oggetto di varie interpretazioni e di varie situazioni, la pubblicità che fruga nei nostri meandri più reconditi sa di trovare una verità insopprimibile nella voglia di incontrarci, di stare insieme, di recuperare le corrette relazioni della vita. Qualche volta puoi perdere di vista quel progetto, ma esso non perde te e ti invita a recuperarne senso e misure. L’episodio dello smarrimento di Gesù al tempio è una vicenda che ci aiuta a leggere i nostri disorientamenti e i nostri ritorni.


1.    Anzitutto la perdita di Gesù. Maria e Giuseppe non se ne rendono conto subito, ma dopo tre giorni, presupponendo che il ragazzo fosse nella carovana, magari in compagnia di amici e conoscenti. Ecco, nella carovana della vita a volte dai per presupposto che tutto funzioni normalmente. E invece stai perdendo dei pezzi importanti. Come quando si trascurano i messaggi che l’altro ci manda in nome di una visione della vita che procede dai nostri presupposti. Tu sei preso in un vortice di occupazioni e non ti accorgi che tua moglie si sta vedendo con un altro: messaggini, sguardi, gentilezze... Eppure ti ha detto che ha bisogno di te, ti fa capire che da un pezzo non le rivolgi un apprezzamento, un’affettuosità, ma sei persuaso che le tue performances di tanto in tanto possano sopperire la tua latitanza: dove ne trova un altro come te? E invece l’altro esiste e te la sta portando via. Due sono i casi: o continui a guardare il tuo film, che presto finisce o torni a Gerusalemme per vedere che cosa è successo. Dove ci siamo perduti?

2.    Un altro passaggio importante è la necessità di coinvolgersi entrambi. Maria e Giuseppe partono insieme alla ricerca di Gesù. E nel momento in cui lo trovano, le domande sono fatte in prima persona plurale: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Il progetto perduto lo si trova se lo si cerca insieme e se si cerca oltre se stessi. A volte si crede di risolvere la difficoltà di coppia giocando al ping-pong delle colpe. E ci si fa ancora più male: sei stato tu, è colpa tua... No. Si deve ritornare sul progetto iniziale, convergere sulle soluzioni e farsi aiutare. Sia che si tratti della relazione reciproca, sia che si tratti di un figlio. A volte non lo si fa, convinti che l’altro stia esagerando o che il problema non sussista. Ma solo perché l’altro ti dice di vederlo, il problema va affrontato! Pensate anche all’importanza della comunicazione: ci sono dei percorsi che ci aiutano a comunicare correttamente. Nella domanda di Maria c’è l’affermazione di una relazione (=figlio), c’è un corretto coinvolgimento (=tuo padre e io), c’è l’interrogativo (=perché), c’è spazio per i sentimenti (=angosciati). I problemi si risolvono non per magia, ma gestendoli attentamente e facendolo insieme.

3.    Infine le problematiche affrontate correttamente ti spingono di fronte a nuove acquisizioni: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Maria e Giuseppe non colgono il senso di queste parole ma capiscono che in gioco c’è più di loro, più di quello che immediatamente afferrano: qualcosa che ha a che fare con Dio. A volte la vicenda di una famiglia è lo spazio di questa nuova comprensione. Come quando ti nasce un figlio con qualche difficoltà. Nei giorni scorsi la cassazione ha respinto il ricorso di una coppia che aveva intentato una causa contro l’Asl di Lucca perché aveva sbagliato la diagnosi prenatale ed era nato un bambino con sindrome di down e dunque, secondo i genitori con una vita «indegna di essere vissuta». La famiglia sta in piedi non con i tuoi criteri ma coni criteri di Dio che a volte ti regala bellezza anche nell’impossibile.



venerdì 25 dicembre 2015

Omelia Natale 2015


NATALE 2015


Le immagini di Papa Francesco che apre la Porta Santa sono state accompagnate da una certa resistenza che i battenti hanno esercitato sulla pressione del Pontefice. Per alcuni istanti sembrava infatti che quelle porte non volessero aprirsi, finché con un po’ di decisione il varco è stato dischiuso. Quelle porte sono l’icona della nostra vita, talora ostile alla pressione di Dio ma non così tanto da resistergli per sempre, perché lui ostinatamente preme perché gli facciamo posto e lo lasciamo entrare. E, a Natale, a Dio piace tornare a bussare e a sospingere le diffidenze umane oltre le nostre linee di confino, oltre la pretesa di essere a posto e non aver bisogno di Dio. Come si apre la porta a Dio?

1.    Stai attento all’imperatore e smetti di fare l’imperatore. Il vangelo di questa notte inizia con il censimento di Cesare Augusto. L’imperatore non ha bisogno di Dio. È lui Dio e decide la storia secondo i registri dell’anagrafe imperiale. Il resto non conta, anzi è una potenziale minaccia. A volte Dio non entra nella nostra vita perché siamo blindati dentro a complessi sistemi che gli impediscono l’accesso. Il sistema lavoro che con le sue regole non solo ti impedisce di dare tempo necessario alla famiglia, ma ti sta rubando a te stesso: e non ti rendi conto che Dio sta bussando alle porte di casa per restituirti a ciò che conta. Il sistema secolarizzazione: oggi c’è un politically correct che ti vuole convincere che Dio non è tra le questioni determinati della vita e che anzi, devi pure evitare di parlarne. Ma alla fine scopri che non sei affatto più libero, anzi sei sottomesso a un pensiero unico che diventa più ideologico di quella che combatti come un’ideologia. Pensate a quella donna che nei giorni scorsi è andata in Svizzera per farla finita. È vero che la malattia deve avere l’ultima drammatica parola sulla nostra vita o una parola possiamo dirla anche noi? Sta attento agli imperatori di turno, ai dominatori che vogliono censirti nei loro registri.

2.    Làsciati sorprendere. La porta è aperta quando ti accorgi che l’impensabile sta succedendo. Sono i pastori a capirlo per primi, abituati com’erano a vegliare di notte. Si rendono conto che la notte è abitata da movimenti inconsueti che squarciano l’oscurità. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Prova a guardarti intorno: dove si sta aprendo una feritoia di luce nella tua vita? I giorni scorsi sono stati occupati dalla polemica sul presepe. Ma il presepe non è il mezzo metro quadro di muschio che mettiamo in casa e che intendiamo difendere contro un barbaro invasore. Il presepe è la presenza di Dio che ci sorprende, crea novità e rivendica spazio nella tua vita. Che bella la vicenda del Gesù pellegrino animata dai bambini della scuola materna. Portavano a casa a turno la statuetta di Gesù e quell’ospite diventava l’occasione per riscoprire la bellezza di stare insieme, di ricollocare Dio tra le vicende importanti di una famiglia, di trovare il coraggio di pregare. Il Signore che si fa bambino ama sorprenderci con i bambini! Ma bella anche la testimonianza di un imprenditore che in questi giorni, interrogandosi su come nella sua azienda potesse vivere da cristiano, mi diceva: il Signore l’ho visto in un paio di donne che sono venute a ringraziarmi per essere riuscito a garantire loro quattro ore di lavoro. E capisci che mentre apri una porta a un dipendente, una porta si apre anche per te. Quella di Dio attraverso la quale scopri di non aver ceduto la tua umanità.

3.    Infine la porta di Dio si apre quando alla gloria sua nei cieli si accompagna la pace sulla terra. Proprio come cantano gli angeli. Vuol dire che la porta di Dio ha a che fare con le porte di casa nostra che possiamo chiudere e aprire. Perché continuare a star male e a farsi del male? Non sentite il canto degli angeli? C’è un dialogo molto bello nel film Invictus, dedicato a Nelson Mandela. Gli chiede François Pienaar, capitano della nazionale di rugby: «Come ha fatto a passare trent'anni in una minuscola cella e a perdonare quelli che ce l'avevano con lei?». E Mandela risponde: «Sono io il padrone del mio destino, il capitano della mia anima». Ecco come si apre la porta. Rimanendo capitano della tua anima, senza lasciarti dominare dal rancore, dalla gelosia, dai rimorsi, dalle ritorsioni, dalla chiusura. Fa’ che l’Anno della Misericordia sia anche nella pace che doni e ricevi; e l’indulgenza plenaria passerà anche su questa porta, senza troppe cerimonie, ma con molta verità.

Prova a fare un po’ di pressione. Vedrai che i battenti si aprono e che il Buon Natale che cerchi è proprio qua.


lunedì 14 dicembre 2015

Omelia 13 dicembre 2015


Terza domenica di Avvento


A natale puoi, fare quello che non puoi fare mai… è natale, è natale si può fare di più. La canzoncina la conosciamo bene.  E i creativi che vogliono venderci il panettone la accompagnano a un’istanza che a natale ci rende un po’ più sensibili: quella del fare.

Fare è importante: ci salva dai discorsi inconcludenti e consente alle idee di trovare un nuovo terreno su cui svilupparsi e diffondersi: quello della vita e delle sue responsabilità. Perché noi non siamo fatti di soli concetti: abbiamo bisogno di strade da percorrere, materia da plasmare, contatti da stabilire. Ma dobbiamo smascherare l’inganno pubblicitario: che il fare sia solo natalizio e che esso corrisponda alla condivisione famigliare del panettone.

La domanda che vari personaggi rivolgono a Giovanni Battista per ben tre volte: Che cosa dobbiamo fare? ci dà modo di riflettere sul senso del fare e di coglierne le misure più ampie.

  1. Anzitutto il fare allude a una responsabilità condivisa. Quel pronome che rimbalza da una domanda all’altra indica un coinvolgimento che riguarda tutti. E noi che cosa dobbiamo fare? Pensate all’abilità con cui in genere cerchiamo le responsabilità degli altri. Quello che dovrebbero fare i politici, il comune, la sanità, la chiesa, i preti. L’azione pone la questione anche su di noi: noi esitanti e noi latitanti, sfuggenti rispetto alla decisione di esserci. Il passaggio dalla logica feudale a quella comunale avviene nel medioevo sulla scorta di corporazioni che intuiscono i vantaggi dell’operare insieme e la possibilità di poterlo fare. E così si fa strada la logica del bene comune e non solo del feudatario. Oggi stiamo tornando ad un piccolo feudo da difendere: il nostro. E gli altri sono vassalli. Ci lamentiamo dei politici che fanno i loro interessi, ma la logica delle responsabilità o delle irresponsabilità talvolta è la stessa. Chi ce lo fa fare di coinvolgerci più dello stretto necessario a casa, a scuola, nel lavoro, nella parrocchia? Riscaldamento globale del pianeta. Finalmente alla Conferenza di Parigi si è giunti a un accordo e si è compreso che dalle parole bisognava passare ai fatti, a fare qualcosa. Salvare il pianeta abbassando la temperatura globale, restringendo a poco più di un grado e mezzo nel 2020 il riscaldamento massimo consentito. Il ministro degli esteri francese, presentando ieri i risultati della conferenza sul clima ha detto, citando Mandela: «Nessuno di noi agendo da solo può raggiungere il successo, il successo è portato da tutte le nostre mani riunite». Dove sono le tue mani? E noi che cosa possiamo fare?
  2. La domanda sul fare implica però anche la considerazione del suo oggetto: che cosa. Nel nostro Nord-est infatti l’azione non manca, ma la dobbiamo interrogare. Che cosa stiamo facendo? E quello che facciamo ci aiuta a preparare strade cristiane? Nonostante la crisi che ha messo molte aziende in difficoltà e ha creato problemi occupazionali noi continuiamo a essere schiavizzati da un lavoro o da più lavori che ci disumanizzano, distruggono famiglie, ci chiudono nella sfera del privato e soprattutto pesano enormemente sulle giovani generazioni. Primo perché non dedichiamo più loro tempo adeguato e ci sfuggono di mano: abbiamo ragazzi che fanno uso di sostanze e genitori lontani anni luce dal riconoscerlo. In secondo perché inoculiamo in loro modelli comportamentali che ripetono gli stessi errori dei grandi e che impediscono di capire che il senso della vita è donare la vita. In questa settimana i ragazzi di quarta superiore, dopo tre mesi che parliamo di servizio, solo in cinque si sono presentati per iniziarlo davvero. Ho la scuola, il lavoro, la palestra, lo sport... Dati del resto perfettamente in linea con il volontariato in Italia che registra un calo del giovanile al 6%. Non basta fare. Devi chiederti anche cosa stai facendo. E quale umanità stai generando.
  3. Infine Giovanni Battista ci fa capire che il verbo fare va attentamente coniugato su altre strutture verbali, a seconda di persone e situazioni. Alla folla: Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto. Fare si coniuga con il condividere. Ai pubblicani, esattori delle tasse: Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato. Fare significa correttezza e ricerca della giustizia. Ai soldati: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno». Fare significa rinunciare alla prevaricazione e alla violenza. Prova a vedere dove ti porta quest’anno il fare. Avete sentito quella bella storia di Ruggero, muratore di Montebelluna, separato da 25 anni che ha accolto di nuovo in casa l’ex moglie Mariarosa, malata di tumore e bisognosa di assistenza? Ma le regole degli alloggi Ater non prevedono inquilini diversi dal nucleo famigliare. E lui, senza fare una piega risposa Mariarosa. Non lasciare mai i tuoi fare in balia del caso, sposali a qualcuno, perché quel fare ti sorprenda e ti regali la bellezza della vita.

lunedì 30 novembre 2015

Omelia 29 novembre 2015


Prima domenica di Avvento 2015

Non so se avesse visto il gesto di papa Francesco che a Nairobi, secondo un’usanza africana, ha piantato un albero, ma in questi giorni un papà mi ha chiesto di fare la stessa operazione a S. Pietro, nei pressi del sacello, per ricordare la nascita di suo figlio. Mi pare una bella idea: un segno di vita e di fiducia nell’uomo, caparra di un domani buono. L’avvento inizia proprio con l’immagine di un germoglio: In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto. Non rassegnarti al vecchio, allo stantio, al si-è-sempre-fatto-così. Cerca la novità di Dio. Nella tua vita, in casa tua, nella chiesa, nel mondo. Anche dove ti sembra impossibile! E diventa anche tu un alleato di tale crescita. In che modo?

  1. State attenti ai sistemi. Gesù evoca anzitutto il sistema solare, un mondo che regola il giorno, le stagioni e i movimenti dell’uomo: Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle…. Ebbene questo movimento cosmico contrassegnato da una rigorosa concatenazione di elementi che sembrano ineludibili è anch’esso destinato a finire: le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Un modo con cui Gesù sta dicendo: attenzione a tutti i sistemi, perché anche quelli che sembrano più affermati e invincibili sono in realtà destinati a passare. I sistemi dell’economia e della finanza, i sistemi del terrore, i sistemi della moda, del tempo libero. Del consumo. Avete mai visto quello spot in cui c’è un uomo e un cane fuori dalla sala parto ed esce l’ostetrica con una cucciolata? È l’animale elevato a rango umano: un sistema che fa guadagnare milioni di euro. Risollevatevi, dice Gesù, non prostratevi a queste dominazioni. Il verbo anakupto vuol dire piegarsi ma verso l’alto, raddrizzarsi. Mettetevi dritti davanti ai potenti, a sistemi che sembrano dettar legge sulla vita degli uomini, perché queste potenze saranno cancellate.
  2. State attenti a voi stessi. Non ci sono però solo i sistemi. C’è anche la tua complicità, la tua stagnazione: Fate attenzione che i vostri cuori non si appesantiscano. Che cosa appesantisce la vita? Dissipazioni: la vita prigioniera del vuoto, dell’assenza di prospettiva; ubriachezze: lo stordi-mento, lo sballo; affanni: il dominio delle preoccupazioni. È facile pensare ai giovani in relazione all’alcol e allo stordimento. Ma ci sono anche le nostre preoccupazioni di adulti che impediscono al germoglio di spuntare. Quando l’orizzonte si fa oscuro e non c’è verso di uscire: non perché alcune situazioni non siano obiettivamente difficili ma perché non ci si lascia aiutare. O meglio perché più che aiutati si vorrebbe essere assecondati, compatiti. Perché anche il ruolo della vittima può tornare utile. Per attirare l’attenzione, per rivendicare affetto, per non essere disturbato, per non assumere altre responsabilità. Pensate ai coniugi divisi e a chi fa la vittima di fronte ai figli per accaparrarsi stima e affetto. Pensate alla presenza di una badante nella vita di una persona anziana. A volte la relazione si trasforma in una guerriglia perché si ha paura di perdere in autonomia o di essere scaricati. E i giorni diventano un inferno. Prova a capire ciò che sta avvenendo: forse i tuoi figli non vogliono scaricarti ma darti una mano, forse questa persona non è un carceriere ma un modo di arrivare dove non ce la fai più. State attenti a voi stessi.
  3. State attenti ai segni di Dio. Infine Gesù dice: Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Fa’ attenzione ai segni di Dio, osserva dove ti sta dando appuntamento. In questa settimana abbiamo assistito ai funerali di Valeria Solesin. Cerimonia laica, dove le diverse fedi sono rimaste a debita distanza, com’era stato loro chiesto, “perché nessuno ci mettesse un cappello sopra”. Ma non vi pare che Dio prepotentemente volesse entrare in tale circostanza e chiederci: a chi affidi la tua morte? Alle commemorazioni o a colui che dalla morte ti strappa? Le posizioni di alcune scuole tentate di trasformare il Natale in “festa d’inverno”, allontanando i riferimenti cristiani, quali orizzonti indicano alle giovani generazioni? Quelli della neve? Per quanto cerchiamo di togliere Dio dalla vita, lui non si dà per vinto e rinnova i suoi segni di amore e fedeltà di generazione in generazione. Anche alla generazione Bataclan.
    Pregate, vegliate in ogni momento perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo. Il Signore ritorna germogliare nella nostra vita. L’avvento sia tempo della novità e della sua sorpresa.