sabato 15 febbraio 2014

Omelia 16 febbraio 2014


Sesta domenica del T. O.
 
Antonio e Concetta sono una coppia di sposi che ha ormai una quarantina d’anni di matrimonio alle spalle. Ma qualcosa non funziona: Concetta ha un sacco di relazioni esterne, mentre Antonio se ne sta a casa. Ci sono giorni in cui è assente, tendenzialmente depresso e qualche volta cerca rimedio nell’alcol. I figli se ne rendono conto e mi chiedono se ci capisco qualcosa. Sento lui, sento lei… E la considerazione della donna è: «Lavo, stiro, faccio da mangiare. Gli faccio farse mancare qualcosa?». Sì, sta facendo mancare vicinanza, coinvolgimento dell’altro, costruzione di una nuova fase della vita e della coppia.

A volte corriamo il rischio che Gesù denuncia del vangelo: siamo ineccepibili sul piano dei diritti e dei doveri, ma non ci rendiamo conto che la nostra è la giustizia degli scribi e dei farisei. Tot è dovuto e tot ti riconosco. Gesù indica misure nuove ed è proprio in relazione a tale sorpresa che le cose possono cambiare. 

1.    La prima area di novità riguarda le tensioni. Non stupisce che possano capitare, ma come ci si muove da cristiani? Occhio alle parole che usi: possono essere devastanti. La morte della ragazza di Cittadella che riecheggia di tutti gli insulti ricevuti su internet ci mette di fronte alla drammatica attualità degli avvertimenti di Gesù. Ma Gesù incalza perché non è solo questione di quel che è successo, ma di come intendi risolvere: Mettiti d’accordo col tuo avversario e, se ti capita di andare a messa e di ricordarti che qualcosa non funziona, va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Gesù ci chiama ad essere nel mondo non promotori di blanda convivenza sociale ma custodi di fraternità. Ecco la sorpresa. Difendo la bellezza fraterna da ogni attacco, sapendo che la minaccia più grande non è quella che l’altro può scatenare nei miei confronti ma è quella che si profila nella tentazione di fare a meno di lui, di cancellarlo.  

2.    La seconda area di novità riguarda la relazione di coppia e gli affetti. Il tradimento è più articolato del gesto che lo sancisce. Parte da lontano: è fatto di sguardi, di approcci, di suggestioni che un po’ alla volta occupano il cuore. E alla fine ne sei imprigionato, sia quando seduci qualcuno, sia quando ne sei attratto. Hai già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Dov’è la nuova giustizia? Rimani custode del tuo cuore. Attento alle circostanze. Impara a registrare quello che avviene e a non camuffare la realtà. Occhio ai processi autoassolutori e alle responsabilità attribuite all’altro. Attento anche al seduttore occulto che talvolta non è l’uomo o la donna fatale, ma la mentalità dominante che ti fa credere che la vita bella sia quella senza legami. Lo ricordava ai fidanzati nel giorno di S. Valentino anche papa Francesco: «Non lasciatevi vincere dalla cultura del provvisorio». 

3.    Il terzo spazio di novità che il cristiano libera nel mondo è nella chiarezza di quello che afferma: Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno. Sorprendete il mondo per lettura del reale che fugge gli equilibrismi, le approssimazioni, le adulterazioni e raggiunge la verità degli accadimenti. Giovedì in Belgio è stata approvata la legge che prevede l’eutanasia per i minori. Quel che sorprende è che in quest’ambito, come in altri che riguardano la vita, c’è ormai una sorta di “antilingua” che chiama diritto una condanna a morte, motivi umanitari il tradimento dell’uomo, stato vegetativo l’incapacità di riconoscere che un uomo non è mai un vegetale. Noi non siamo fatti solo di parole, ma la sorpresa per il mondo è anche una parola affidabile che ci ricorda azioni conseguenti capaci di disegnare il mondo come Dio lo pensa.

Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei… C’è una nuova sapienza da accogliere, ci ha ricordato Paolo, ed è stata affidata ai discepoli perché ne facciano percepire il sapore buono, oltre le misure scontate, oltre discutibili equilibri.

Omelia 9 febbraio 2014


Quinta domenica del tempo ordinario

I giochi olimpici di Sochi con le polemiche che accompagnano la partecipazione degli stati e degli atleti ci ricordano un tema importante: la nostra collocazione nel mondo, il tipo di  presenza da esercitare. Esserci nel grande gioco della vita? Fino a che punto? Quando ci è chiesto di stabilire una distanza?

Il vangelo di oggi ci aiuta ad entrare nella riflessione. Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo. Due immagini che suggeriscono una collocazione e una funzione ben precisa in relazione a qualcos’altro: il sale che dà sapore a un impasto, la luce che illumina un ambiente. Che cosa vuole dirci Gesù?

1.    Innanzitutto il soggetto: voi. A chi sta parlando Gesù?  È il popolo delle beatitudini, pagina che immediatamente precede questo nuovo approfondimento. Gesù ha tracciato la fisionomia dei discepoli in un progetto di realizzazione che non segue logiche di potere, di successo, di ricerca delle apparenze, ma strade di verità e di essenzialità. Sei beato se individui quello che conta, se povertà o ricchezza non ti fanno perdere di vista l’essenziale, se la fraternità, la pace, la giustizia sono la tua continua ricerca. Ebbene, ai discepoli che seguono questo progetto, Gesù rivolge ora un ulteriore invito. Non tenete questa prospettiva solo per voi. Perché il voi va coniugato con altri, con una responsabilità nei confronti dell’umanità: sale della terra, luce del mondo. Non esiste beatitudine in un intimismo devoto preoccupato di salvaguardare se stesso. Sei beato se la terra e il mondo diventano la tua collocazione. Fa bene o fa male la presenza di un paese alle olimpiadi quando c’è potrebbe esserci una questione aperta sui diritti umani? Il caso Russia ci ricorda un’altra celebre pagina della storia di quel Paese quando il 7 marzo 1963 Papa Giovanni ricevette in udienza il genero e la figlia di Kruscev. «Può essere una delusione, - disse il papa-  oppure un filo misterioso della Provvidenza che io non ho il diritto di rompere». La storia ha dimostrato la presenza di quel filo. Ecco, ci sono situazioni in cui potremmo fare i sostenuti, distaccati da un mondo che di cristiano ha ben poco. Ma i discepoli del Signore non possono perdere l’appuntamento con la terra. È sempre faticoso ricominciare quando non ci sei.  

2.    Ma esserci come? Ecco allora la prima similitudine: il sale della terra. Un’immagine che ci richiama per lo meno tre significati. Anzitutto dare sapore. Il discepolo restituisce sapidità alla terra perché quanto si vive abbia vigore, non sia sciapo. In secondo luogo la conservazione. Di sale ce n’era tanto in Palestina: proveniva dal Mar Morto e a Magdala, villaggio che Gesù frequentava, lo si usava anche per la conservazione del pesce. Infine il sale lo si usava in un particolare e importante accordo: il “patto di sale” sancito da un pizzico di sale che entrambi i contraenti assumevano per dire l’incorruttibilità del vincolo stabilito. Quando Dio si lega a Davide, ad esempio, fa un “patto di sale”. Ecco il compito del discepolo: far assaporare il gusto della vita, conservare tale sapidità. Ma ciò che dà sapore è il patto che Dio ha stabilito con gli uomini: per quanti disastri possiamo combinare Dio ha sancito con il sale la sua fedeltà. È inviolabile. In questi giorni ci siamo trovati di fronte a un attacco inaudito da parte del Comitato ONU per i diritti dei fanciulli che accusa la Chiesa, il Vaticano nella fattispecie, di non aver preso chiara posizione contro il problema della pedofilia e di non intervenire adeguatamente in relazione a aborto, contraccezione e diritti omossessuali. Adeguatamente significa chiaramente secondo quello che l’ONU ritiene adeguato. E siccome far cambiare idea alla chiesa non risulta proprio semplice, la si colpisce in quell’aspetto dove ha rivelato le proprie fragilità, trascurando oculatamente tutte le risposte che nel frattempo sono state date. Voi siete il sale della terra. Che significa? Vuol dire continuare ad esserci e ricordare all’umanità che c’è un patto di sale che non può essere cancellato. Un patto che dà sapore alla vita, che la preserva, la promuove.

3.    La seconda immagine è quella della luce. Il sale è nascosto, si scioglie. La luce invece associata all’idea della città sul monte dice visibilità. Dov’è questa visibilità? Vedano le vostre opere buone [lett. kalà erga belle] e rendano gloria al Padre che è nei cieli. Il discorso dell’ONU ci urta, ma comprendiamo che non è il nostro problema principale. Perché noi non vogliamo convincere la gente con i pronunciamenti, ma con le opere. Opere belle. Una vita bella. Tu sei luce del mondo quando liberi la vita del vangelo. Che forza ha avuto la madre di Francesca Rago, la ragazza uccisa sulle strisce pedonali, per chiamare chi ha investito sua figlia e dirgli: «Capisco il suo dramma, venga al funerale di Francy»? Ecco le opere belle che ci fanno capire che le beatitudini si diffondono e promuovono un’altra organizzazione delle nazioni unite: unite come fratelli e figli dello stesso Padre. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.

sabato 25 gennaio 2014

Omelia 26 gennaio 2014


Terza domenica del Tempo ordinario 

Il trasloco è una delle realtà più difficili da gestire, in termini operativi e psicologici. A volte può essere una necessità, a volte una sfida. Eppure esso porta sempre con sé la possibilità di ricominciare. E anche Gesù ad un certo punto trasloca: da Nazaret si trasferisce a Cafarnao, in casa di Pietro, che diverrà il suo punto di riferimento negli spostamenti intorno alle città che costeggiano il Lago di Tiberiade. Certo, c’è una logistica funzionale che torna a vantaggio di Gesù, ma c’è un messaggio ulteriore che indica anche ai discepoli qual è il trasloco da cercare e da vivere. Messaggio che i discepoli non tarderanno a comprendere e che determinerà anche il loro trasloco nel momento in cui Gesù li chiamerà con sé. Come funziona questo trasloco, cosa ci suggerisce, come ridisegna le nostre condizioni abitative? Mi pare ci siano tre direttrici che rendono comprensibile il gesto di Gesù: storiche, teologiche e partecipative.   

1.    Anzitutto quelle storiche. Perché Gesù lascia Nazaret? Non poteva rimanere ancora in quel villaggio dove era cresciuto imparando un mestiere? Gesù non rifiuta le sue origini: è chiamato “nazareno”. Ma quell’ambiente tra le montagne era un borgo piuttosto remoto, per niente aperto alla novità, curioso, ma nello stesso tempo diffidente rispetto a ciò che variava le idee, l’assetto sociale, i modi di fare. I vangeli ce lo ricordano quando Gesù qualche tempo dopo ritorna a Nazaret e i suoi compaesani lo respingono. Gesù lascia Nazaret per il bisogno di un respiro più grande, il respiro di Dio. C’è trasloco vero nella vita quando non ci si lascia imprigionare da mentalità grette e si cercano gli orizzonti di Dio. Nei giorni scorsi ad esempio, in seguito ad un’ondata di proteste che si è scatenata su Twitter, la Apple ha rimosso dal proprio appstore  un videogioco che proponeva ai ragazzi la situazione di una bambina obesa, sulla quale bisognava intervenire con la liposuzione e il lifting per renderla felice. Ecco il messaggio gretto e devastante da cui traslocare per ritrovare il messaggio vero di Dio sull’uomo, l’intera sua bellezza, per i ragazzi e per gli adulti.  

2.    Le ragioni teologiche sono quelle che l’evangelista Matteo introduce, ricordando una pagina di  Isaia: Il popolo che camminava nelle tenebre… Ai tempi del profeta la Galilea era occupata dall’Assiria. Una delle dominazioni più crudeli e opprimenti. Per il profeta è come se questo territorio fosse prigioniero di una tenebra nella quale risuona una domanda: quanto resta della notte? Ebbene, a questa gente desolata, Isaia annuncia una grande luce. Le tenebre non sono per sempre. Ebbene, Matteo che conosce bene questa storia, quando vede Gesù a Cafarnao, non può che dire: Ecco la luce annunciata da Isaia, è Gesù! Il trasloco dunque indica che le tenebre non sono per sempre, c’è speranza nel mondo. Avete sentito il racconto di quel ragazzino pakistano che è morto impedendo ad un kamikaze di lasciarsi esplodere in una scuola? «Sua madre ha pianto – ha detto il padre – ma il suo gesto ha impedito a molte altre madri di piangere». A volte il kamikaze è anche qui da noi e dentro di noi. È una logica distruttiva che getta oscurità, veleno, morte. Lavori in un’azienda che produce carrozzelle per disabili e ti rendi conto che la logica del profitto viene prima della gente malata a cui è consegnato un prodotto difettoso e criminale per non perdere il guadagno. Chi vuoi essere? Un kamikaze o uno che costruisce futuro? Il trasloco che l’umanità attende è un trasloco di speranza, luce nella notte.  

3.    Infine il trasloco è retto da una logica partecipativa nella quale Gesù chiama altra gente con sé. Sono i primi discepoli, inizio di una nuova relazione che Gesù ha in mente non solo per i primi chiamati, ma per ogni uomo: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Letteralmente: Vi farò pescatori di vivi. Tu traslochi non quando ti isoli, ma quando imposti relazioni di vita. E le relazioni di vita sono quelle che non catturano. S. Paolo nella seconda lettura ci ricorda l’esistenza di una comunità divisa tra i primi evangelizzatori: Io sono di Paolo, io sono di Cefa, io sono di Apollo… A volte vediamo che queste catture sono anche a casa nostra: catture del figlio per isolare il coniuge, o i nonni, o la nuora; cattura del padre per difendere l’eredità dal fratello; cattura del coniuge per piegarlo alle proprie esigenze, alla propria idea di famiglia. C’è una nuova famiglia di figli e di fratelli che Gesù ci indica e qualche volta è salutare “traslocare”, non dalla propria casa, ma da quella prigione che ne sequestra l’identità.

Il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al vangelo. Gesù inizia la sua predicazione indicandoci un necessario trasferimento di prospettive. Così il suo regno si diffonde e così entriamo a farne parte.

domenica 19 gennaio 2014

Omelia 19 gennaio 2014


Seconda domenica del T.O.


Su L’Espresso dei giorni scorsi quattrodici personaggi scelti tra scienziati, scrittori, registi, musicisti, politici, astronauti hanno scritto una lettera ai loro figli per consegnare loro una pagina di vita. Vi si parla di tutto: la memoria storica, il ruolo del cinema, il razzismo, l'ambiente, la musica, la rete, l'economia, la giustizia, il lavoro, l'amore, il ribellismo, la globalizzazione, Napoli, l'omosessualità, la nostalgia, l'odio, il perdono. Ma che fatica trovare un riferimento a Dio! Certo, siamo su L’Espresso, che più laico non si può, ma sembra che nel futuro di un figlio per questa parola non ci sia posto.

La figura di Giovanni Battista ci aiuta a riflettere sulla testimonianza della fede, su un messaggio che interpella l’idea e le misure dell’esistenza e che contiene una promessa di vita intesa come buona. Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio. Come funziona la testimonianza?

1.    Anzitutto essa si dà in vario modo. Riguarda la coerenza dei comportamenti. La vita di Giovanni Battista appartiene radicalmente a Dio e con tale radicalità Giovanni è un messaggio per Israele. La testimonianza si gioca inoltre nel momento rituale, in quel battesimo che Giovanni  praticava. Ma il vangelo ci propone anche un Giovanni che parla e che con un discorso esplicito indica Gesù: Ecco l’agnello di Dio. La testimonianza si regge su questo equilibrio complessivo: coerenza di vita, gesti espressivi, parole. Noi siamo sensibili alle testimonianze sostenute dai fatti, ne intuiamo il valore anche se non sempre ci scopriamo coerenti. Abbiamo poi un legame con gli appuntamenti sacramentali, con un battesimo che ancora viene celebrato. Ma con le parole facciamo fatica. Non solo perché non sappiamo cosa dire ma anche perché ci chiediamo se sia opportuno dire. Perché l’altro a volte non è sintonizzato e potrebbe non comprendere o perché quello che viviamo è troppo personale per poter essere condiviso. Sono ragioni che vanno considerate, ma non fino al punto da dimenticare le parole. Perché noi siamo fatti di parola e le nostre esperienze ci vengono consegnate, oltre che per il loro darsi, anche attraverso la comunicazione che ne consegue. Perché hai bisogno di parlare di quello che ti capita? Perché lo elabori, te ne appropri, comprendi. La testimonianza non è solo un regalo per l’altro. È un regalo per sé, per capire quello che si sta vivendo, quanto incida nella vita, il modo con cui avviene, che cosa ce ne possiamo fare.

2.    Ma, recuperata l’importanza delle parole, quali parole dobbiamo dire? Giovanni articola due piani di comunicazione. Si serve di un’immagine biblica e di un’esperienza personale. L’immagine è quella dell’agnello, figura fortemente evocativa che ricorda l’esodo e l’agnello condotto al macello del profeta Isaia. Quei riferimenti consentono di capire chi è Gesù in un progetto di salvezza che parte da lontano e che Dio stesso custodisce. Ma poi c’è l’esperienza personale: Io non lo conoscevo ma ho visto scendere e rimanere lo Spirito su di lui. Ecco le parole della testimonianza: devi sempre riceverle da qualcuno che viene prima di te e che è più grande di te, ma avvalorarle con la tua esperienza, perché tale esperienza le rende comprensibili. Se citi solo la bibbia rischi di fare come quelli che ti fermano per strada e sciorinano versetti; se citi solo l’esperienza rischi che dica di te ma non molto di Dio. La testimonianza è Dio incontrato con la vita, il Signore, i suoi progetti che cerco sempre più di approfondire, di interpretare. Ricordo la testimonianza di un ragazzo albanese che è giunto al Battesimo grazie alla testimonianza della madre. Il mondo albanese è legato da tradizioni vendicative difficilissime da estirpare. Ma questa donna cui uno del paese aveva ucciso il figlio, il giorno di Natale si è presentata in chiesa e al segno della pace è andata dalla madre dell’assassino, dicendo: Pace in terra agli uomini di buona volontà. La parola aveva incrociato la vita e la vita si apriva a una parola ancora più grande.  

3.    Questo episodio ci aiuta a capire un terzo elemento della testimonianza: è sempre espressione di una vita buona. Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Non solo i peccati, come diciamo a messa, ma il peccato, quella disposizione oscura che ci abita e ci porta a vivere male e a tradire la nostra umanità. Sei testimone quando affermi che non è questa la vita, che c’è un’altra umanità che hai conosciuto e che non ti stanchi di perseguire. Pensate alle polemiche e alla grancassa che rimbomba per il trasbordo delle armi chimiche di Assad nel porto di Gioia Tauro. Si sa che in questi casi si accendo gli animi localistici e gli interessi degli amministratori a cavalcare il malcontento popolare ma è impossibile non vedere in questa vicenda una mancanza di senso di responsabilità unita a una preminenza per l’interesse particolare e di corto respiro. Le armi chimiche di Assad non sono diverse da molte altre sostanze nocive che nei porti italiani vengono trattate in assoluta sicurezza. Certo, il quantitativo è diverso, ma non può essere un segno solidarietà internazionale da accompagnare con saggezza e prudenza per le ragioni della pace in una terra martoriata? Ecco il testimone. Con le ragioni di una vita buona, quella che Dio ha in mente.

sabato 11 gennaio 2014

Omelia domenica 12 gennaio 2014


Battesimo del Signore 2014

Una delle prime eresie con cui la chiesa dei primi secoli ha dovuto misurarsi è quella del docetismo. Dokéin significa apparire. Si faceva fatica a capire come Dio avesse potuto legarsi ad un corpo, patire e morire e, per questo, i docetisti sostenevano che non si trattava di incarnazione, ma di una apparizione, una sorta di illusione dietro la quale Dio se ne stava al sicuro nei cieli. A volte anche noi siamo prigionieri di questa idea, come se la presenza di Dio nel mondo fosse un vecchio film. Invece il Battesimo di Gesù viene a raccontarci una reale immersione nella nostra vicenda umana, solidale con la nostra condizione che Dio stesso assume e fa propria. Di che immersione si tratta?

1.    Giovanni Battista invitava Israele al Battesimo al guado di Bethabàra, a pochi chilometri dal punto in cui il Giordano finisce nel mar morto. In quello stesso guado in cui milleduecento anni prima Israele era entrato nella terra promessa, anche Giovanni invitava la gente ad andare sulla sponda orientale del fiume e di riattraversarlo verso occidente, come era avvenuto ai tempi di Mosè. Immergersi vuol dire riappropriarsi di una storia credente che rischia di essere dimenticata, vissuta come una sorta di mito antico. Perché Papa Francesco continuamente ci invita a ricordare la data del nostro Battesimo? Perché il rischio è proprio quello di perdere il contatto con la storia di fede che ci precede, di sentirci estranei. Invece il Battesimo ci ha aperto un guado di grazia che cambia i contorni della vita. Pensate alle resistenze che oggi accompagnano la decisione di battezzare un bambino: ci penserà lui quando sarà più grande, non è giusto condizionare la sua libertà! Mi pare che a tuo figlio proponi numerose altre esperienze e opportunità che accompagneranno la sua vita. Perché lo fai? Non per restringere la sua libertà, ma per sostenerla, indirizzarla verso una vita che ritieni buona. E perché la fede non potrebbe contenere una promessa di vita buona? La sistematica azione di alcuni insegnati che destrutturano ogni possibilità credente di un ragazzo lo fanno in nome della libertà o in nome di un’ideologia che li imprigiona più di quello stesso Dio che contestano? Si aprirono i cieli. Non rassegnarti a chi te li vuole chiudere: ritrova la profondità degli orizzonti.
 
2.    La seconda immersione riguarda un progetto di misericordia sul terreno del peccato. C’è un Dio ormai immerso con i peccatori, tanto che Giovanni reagisce a questa solidarietà che gli sembra a dir poco sconveniente: Io dovrei essere battezzato da te! Ma Gesù risponde: Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia. Il battesimo di Gesù nel segno dell’acqua e nella colomba richiama un’altra pagina della Bibbia: quella del diluvio. Dopo questo segno con cui le acque travolgono un’umanità che ha preso le distanze da Dio, Dio afferma che non maledirà più il suolo a causa dell’uomo. E la colomba che appare in quel momento è già è presagio della nuova pagina di misericordia che Dio sta inaugurando. Ebbene, lo Spirito che scende come colomba è segno di questa nuova “alluvione di vita” che si sta realizzando. Le miserie umane lavate dalla misericordia divina. Immergiti qua! Avete sentito quello che è capitato a Taranto in questi giorni? Una persona ha subito un furto del quale ha fatto regolare denuncia. Pochi giorni dopo si vede arrivare il parroco a casa perché il ladro ha confessato, anzi si è confessato e ha restituito la refurtiva. Storia più unica che rara, ma non fino al punto da farci dimenticare che con Dio le cose possono cambiare perché in lui si compie ormai ogni giustizia, anche quella che sembra sconsiderata, quella dell’amore e del perdono.
 
3.    Infine Gesù si immerge in un nuovo progetto di umanità. È quello che dichiara il Padre quando Gesù esce dall’acqua: «Questi è il Figlio mio l’amato. In lui ho posto il mio compiacimento». L’umanità nuova è quella che appartiene a Dio, aperta ai suoi progetti, alla sua volontà. A chi appartieni? In quali relazioni ti immergi? Vi è mai capitato di fare una passeggiata sulle mura? Si trovano molte persone con il cane. E questo è normale. Ma poi le persone si fermano e il cane diventa motivo di incontro: come si chiama il suo? E quanto ha? Come si fa con un bambino. E cosa ancor più sorprendente è che quando si cessa di parlare del cane si parla col cane. Ricordati dell’umanità cui appartieni che è fatta di figli e di fratelli. Che non trascura gli animali, ma sa collocarli al posto giusto rispetto ad un Dio che prima di affidarti il cane ti affida una moglie, un marito, dei figli, dei colleghi e anche il povero. Che qualche volta rischia di mangiare meno e peggio di quello che mangia il tuo cane. Questi è il figlio che amo. E queste parole risuonano anche per noi, quando ritroviamo questa umanità, di fronte a Dio e di fronte ad altri uomini e trattiamo come tali.

Come vuoi vivere, ci chiede oggi Gesù? Docetismo? Una simulazione, una parvenza di vita? Io non sono vissuto così, ma in un’esistenza piena. Fa’ in modo che il Battesimo che hai ricevuto continui ad alimentare questa vita e la ridisegni con i contorni di Dio.

sabato 19 ottobre 2013

Omelia 20 ottobre 2013

Ventinovesima domenica del T. O.

Federico Ozanam, il fondatore delle Conferenze di San Vincenzo, in preda ad una grossa crisi mistica, entra in una chiesa e, dopo qualche tempo, nell'oscurità riconosce A. M. Ampère, il grande fisico e matematico francese. Uscito di chiesa l'aspetta e gli pone una domanda: "Professore, è possibile essere così grande e pregare ancora?". E lui, uomo che aveva viaggiato ai confini dell'elettromagnetismo e dell'elettrodinamica, rispose: "Io sono grande solo quando prego". Ecco il senso della preghiera ed ecco perché Gesù incoraggi a pregare sempre, senza stancarsi. Perché solo così si mantiene la corretta misura della nostra umanità: da un lato ci ricordiamo che siamo piccoli e che non sono le nostre sorprendenti performances a decretare la riuscita della vita; dall’altro ci ricordiamo che siamo grandi, perché possediamo una sporgenza sull’assoluto che ci rende capaci di Dio, abitati dal suo stesso mistero. La Giornata missionaria mondiale ci aiuta a comprendere e a condividere questa persuasione e a scoprirne il sapore evangelico. La parabola della vedova e del giudice ci suggerisce il modo in cui Gesù intende la preghiera.

1.    Un primo aspetto è dato dalla ricerca della giustizia, termine che ritorna per ben quattro volte nel testo ascoltato. La giustizia è il modo con cui i rapporti umani vanno al di là dell’arbitrio e cercano una comprensione più grande. Che è quella che si dà un ordinamento civile, ma che è anche quella che appartiene a un ordine superiore. Dopo aver infatti usato per due volte il termine nella causa giudiziaria della donna, Gesù afferma: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Ecco: la preghiera ci consente di trovare sempre la giustizia più grande, il modo di vedere le cose di Dio. Perché anche i tribunali umani non sono l’ultima istanza. È un tema scottante per la scena politica del nostro paese, ma anche per i fatti capitati in questa settimana in relazione al caso Priebke. Da un lato quest’uomo che mai si è pentito di quello che ha fatto e che anche da morto sembra sfidare il mondo e i drammi della storia con l’avvallo di alcuni sconsiderati difensori, dall’altro le reazioni scomposte di chi ha finito per attribuire ulteriore forza mediatica a un congedo che doveva avvenire nel silenzio. Il caso Priebke ci rivela la longevità del male e l’esigenza di affrontarlo con una giustizia che nessun tribunale storico, per quanto necessario, riesce ad affermare. La preghiera ti consente di comprendere l’azione di Dio, per non dimenticare ma anche per non essere ulteriormente travolto dal male che si vorrebbe denunciare o combattere.

2.     Altro aspetto della preghiera è l’insistenza. La vedova è una delle categorie a rischio e molto probabilmente si rivolge al giudice per una causa di successione. Avendo perso il marito, lei non ha più nulla perché l’eredità viene incamerata dai parenti del defunto che non mancavano di fare regali ai giudici. La vedova non si rassegna, finché ad un certo punto il magistrato infastidito interviene. Conclude Gesù: se un funzionario corrotto riesce ad applicare la giustizia, non lo farà a maggior ragione Dio stesso? Non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? I suoi eletti sono là che gridano. Non perché Dio non capisca l’iniquità o i bisogni, ma perché la fede venga rafforzata. Infatti il vangelo si conclude con quella domanda inquietante: Il Figlio dell’Uomo, quando ritornerà troverà la fede sulla terra? La preghiera è il modo per ricordare che c’è qualcun altro che agisce e che, come dice altrove Gesù, senza di lui non possiamo far nulla. Mons. Franceschi, vescovo di Padova, molto provato dalla malattia, rileggeva così la sua vita: Pensavo fosse fede, ma era solo buona salute. La preghiera talvolta non modifica le situazioni drammatiche della vita, ma trasforma noi, riconsegnandoci alla nostra verità e alla verità di Dio che per primo ha affrontato la croce. Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. “Dio non esaudisce le nostre richieste ma le sue promesse” (Bonhoeffer) .

3.    Infine la preghiera è esperienza personale e condivisa. Se l’immagine della vedova suggerisce il primo aspetto, la vicenda di Mosè, le cui braccia sono sostenute da Aronne e Cur, ci dicono il legame con gli altri. Personalmente impara a darti tempi di preghiera e ad essere fedele. Ma condividi le opportunità perché la preghiera è una battaglia che si combatte insieme. Pensa alla battaglia che sostiene un ragazzo per diventare grande. Amalek talvolta è questa società vuota di Dio e paga del proprio niente. Amalek in altri casi è la sensazione di bastare a se stessi. Sostenere le braccia vuol dire insegnare a dubitare delle pretese di onnipotenza terrena, vuol indicare un riferimento su cui contare, vuol dire anche consegnare una speranza quando le speranze umane sono insufficienti. Ecco la Giornata Missionaria. Vuol dire aprire nel cuore di ogni uomo un varco di assoluto. E così si diventa grandi. Ma non solo di statura, proprio come diceva Ampère.
Pregare sempre, senza stancarsi. Non è un precetto ma un’opportunità. Di diventare uomini e di continuare ad esserlo.

sabato 7 settembre 2013

Omelia 8 settembre 2013

Ventritreesima domenica del T. O.

I quanti non sono solo un problema della fisica, ma anche il coefficiente che segna le nostre valutazioni, l’efficacia delle iniziative, le tendenze che prevalgono. Quanti ce n’erano alla manifestazione? Quanti sono i sostenitori di tale schieramento? Quanti cristiani vengono in chiesa? E ci ritroviamo a determinare i nostri assetti con la calcolatrice in mano. Il vangelo di oggi inizia con la descrizione di una folla numerosa che andava con Gesù, ma egli non sembra particolarmente entusiasta del dato quantitativo. Anzi, il verbo strepho/voltarsi che ritorna spesso nella descrizione degli atteggiamenti di Gesù, indica l’esigenza di guardare e di dirigersi altrove. Il cristianesimo non è dato dalla quantità di gente che vi aderisce ma dall’effettiva accoglienza del vangelo nella vita. E Gesù precisa le condizioni.

1.    Se uno non viene a me e non mi ama più di quanto ami… Il cristianesimo, anzitutto, non è statistica, non è regolamentazione, non è concetto intellettuale: è una questione d’amore. E se Gesù riordina gli amori terreni, non è per negarne il significato o l’importanza ma per garantirne le misure piene e la natura vera. Perché i tanti amori non devono perdere di vista l’amore, quello che insegna e dona lui. Qui c’è una questione nodale che riguarda la gestione familiare dell’amore, ma anche la sua comprensione sociale. Pensate ad esempio a come l’affetto possa diventare soffocante. Alla mostra del cinema di Berlino, l’Orso d’oro quest’anno è andato a un film (Il caso Kerenes) dove una madre con un amore viscerale verso il figlio ne teneva in scacco la vita. A volte l’amore può diventare prigione; non sempre dorata. Ma c’è una questione ben più seria che riguarda il riconoscimento dell’amore sul piano pubblico. Ci sono  molti amori che oggi rivendicano diritti di cittadinanza. Non ci sono motivi per negare il diritto all’amore se l’osservazione si limita a tale insorgenza del sentimento. Ma la garanzia dell’amore è nell’adeguare la tua idea e le emozioni che essa porta con sé ad un progetto più grande, perché l’amore è autentico quando accetta di crescere secondo misure assolute, quelle di Dio. Che è amore.

2.    Colui che non porta la croce dietro di me. Non è l’identificazione del cristianesimo con la sofferenza ma l’esigenza percorre la strada di Cristo, fidandosi di lui, anche quando occorre andare controcorrente. Croce vuol dire incrociare una strada differente da quella che il mondo in maniera troppo rapida vuole indicare nelle sue logiche. Ce ne ha dato prova la vicenda di Filemone al quale Paolo restituisce lo schiavo Onesimo perché lo riaccolga in casa dopo la fuga, ma non più come schiavo, bensì come fratello. Oggi ci troviamo nuovamente a un crocevia di questo tipo rispetto allo scenario di guerra in Medioriente. Mentre ti verrebbe da sganciare qualche “regalino” aereo a chi si è macchiato di orrendi crimini di guerra, papa Francesco ci invita alla preghiera per la pace. Non sappiamo ancora come andrà a finire, ma intanto “la croce ha incrociato” le nostre scorciatoie giustizialiste e ci ha fatto intravedere un’altra logica e un’altra umanità. Ecco chi è il discepolo. E l’adesione planetaria che c’è stata alla proposta del pontefice ci fa capire che i discepoli di Gesù sono più numerosi degli stessi cristiani. Ecco perché è pericolosa la logica dei “quanti”: perché puoi essere sorpreso per eccesso e non solo per difetto!

3.    La terza condizione, quella su cui ancora una volta insiste, è quella della rinuncia a tutti i beni. Se uno non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo. Il verbo apotassomai ha il significato di lasciare, dire addio come quando ci si congeda da qualcuno. Come gli affetti terreni possono sostituirsi a Dio, così anche i beni possono prendere il suo posto. E così non cammini più perché non ti distacchi. Gesù sa bene che i suoi discepoli avranno a che fare anche con l’uso dei beni, ma la questione è la libertà dalla loro egemonia. Su Voci d’Impresa, tempo fa c’era la testimonianza di un imprenditore sardo che ha rinunciato a portare la sua impresa altrove. Scatolette di tonno. E diceva: un operaio in Thailandia costa 30 centesimi al’ora, in Portogallo 5,40 €, in Italia 22. Ma io ho deciso di investire sui miei dipendenti. E la scelta gli ha dato ragione. Attento alla tirannia delle cose, dell’economia perché il vangelo è strada di libertà per te e per gli altri.

Le indicazioni di Gesù sono avvalorate però anche da due parabole: quella della torre e quella del re che va in guerra. Sono due immagini con cui egli ci sta dicendo: il cristianesimo che stai vivendo è solido? Sta in piedi? Può resistere agli attacchi con cui si misura? Da’ forza alla tua costruzione e sta attento alle regole che impieghi perché non ne va di qualche consiglio, ma della vita. Quella che ha vissuto lui e quella che apre a ciascuno di noi.