sabato 9 aprile 2016

Omelia 4 aprile 2016


Seconda domenica di Pasqua



È uscito un film interessante in questi giorni. Non di quelli che appartengono alla grande distribuzione, ma di quelli che per il loro messaggio fanno interrogare la gente. Come saltano i pesci. Storie di famiglia, verità taciute, progetti pieni di speranza che vanno e vengono.  E le questioni della fede. Di fronte a un magnifico tramonto tra i colli marchigiani, il protagonista, Matteo, non ha paura di parlare con Dio e dice ad una stupita compagna di viaggio:  «O ci credi o non ci credi, chiamalo come ti pare ma quello è. Adesso invece prendiamo la fede, la tagliamo e ce la ricuciamo come ci pare a noi...». Sono parole su cui ritorna il regista del film, Alessandro Valori, aggiungendo: «La fede fa parte della vita – aggiunge il regista –, tutti noi, credenti e non ci interroghiamo sul nostro destino. C’è un mondo fatto di credenti che il cinema non racconta mai. La religiosità è un valore enorme, negarlo sarebbe miope». 

Ecco, oggi Tommaso ci invita a riprendere le questioni della fede, a rimetterle in gioco e a lasciarti interrogare. Puoi rassegnarti e nuotare oppure puoi saltare, anche se sei un pesce. Che cosa ci suggerisce questo apostolo?



1.    Anzitutto lui è Didimo, il gemello. Gemello di chi? Gemello nostro, delle nostre inquietudini, della nostra ricerca, del desiderio di capire, di fare chiarezza. Non dimenticarti mai di questo gemellaggio perché altrimenti la vita non sta in piedi. Oggi viviamo in una cornice laicista e secolarizzata che vorrebbe cancellare le questioni della fede. E sottrae ad esse il terreno del confronto, dell’ospitalità relegandole tra le realtà marginali e addirittura combattendole. Perché quando si colpisce un giornale che fa dell’anticattolicesimo la sua bandiera, tutti a modificare i propri profili sui social scrivendo Je suis Charlie. Ma indifferenti fino al paradosso quando quattro suore di Madre Teresa vengono trucidate per la loro fede. Devi leggere Avvenire per conoscere questa vicenda. Essere credenti non va più di moda. E non ci rendiamo conto che quando allontani la fede dalla vita, oltre a perdere Dio, perdi anche te stesso. Pensate alle morti di questo periodo. Perché si chiede qualcuno. Forse il perché va cercato nella possibilità che Dio ci sta dando di ritrovare la sua presenza oltre il vuoto che ci irreparabilmente in questi casi ci assale.



2.    Tommaso rivela anche una latitanza pericolosa: non era con loro quando venne Gesù. È il giorno della risurrezione e Tommaso non è con gli altri. E questa assenza lo porta a formulare le sue richieste pretenziose: Se non vedo, se non tocco, se non metto mano. Quando capirà Tommaso? Quando accetterà di essere in mezzo agli altri discepoli otto giorni dopo. Riferimenti troppo precisi per non scorgervi il contesto domenicale. Questo è il giorno in cui il Signore si manifesta. Noi a volte pretendiamo che Dio ci offra prove tangibili di esistenza, di vicinanza, di provvidenza. E che facciamo? Stiamo ben lontani da lui e da quella comunità nella quale egli custodisce la sua presenza risorta! È come se volessimo conoscere il mare standocene a riva! Ma quel che mi pare più problematico è che talvolta ci immergiamo senza volerci bagnare. Rimaniamo estranei alla bellezza della quale il Signore ci avvolge. Il problema dei ragazzi che non vengono a messa non è solo quello di un mondo che offre altre proposte, ma anche di adulti che vivono una messa stanca e che le uniche cose che raccontano non sono: “Abbiamo visto il Signore”, ma quanto lunga la tira il prete.



3.    Infine Tommaso si pone di fronte alle ferite aperte del Signore. Non sappiamo se le l’apostolo abbia messo la sua mano nel costato. Il vangelo non lo dice. Sappiamo però che ad un certo punto egli mette da parte le sue pretese ed esclama: Mio Signore e mio Dio! Parole piene di fede che nascono da segni che a quel punto dovevano essere luminosissimi. Ecco, si diventa credenti quando le ferite si aprono alla luce, quando nelle piaghe sai riconoscere il Signore che rinnova la vita. Quali ferite? L’incontro tra i discepoli e il Signore risorto parla di perdono e di pace. Forse le ferite nelle quali riconoscere il Signore sono quelle che altri ci hanno procurato e che paradossalmente esibiamo come un trofeo, legittimando le nostre chiusure, il nostro astio, la voglia di farla loro pagare. Ma qui non incontriamo il risorto. Incontriamo solo il nostro orgoglio e la nostra rivalsa. Pace a voi! Lascia che sulle ferite che gli altri ti hanno inferto agisca lo Spirito del Signore. E forse vedrai che lo vedrai un po’ più presente. Perché il nostro Dio non è un teorema da imparate ma una sorpresa da accogliere. Anche dove ti sembra impossibile.

Gesù in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Il Signore non cessa di donarci i suoi segni. Smetti di sottoporre Dio al tuo microscopio e lascia che ti sorprenda come Tommaso. Dove ti sta aspettando. E non essere più incredulo, ma credente.

venerdì 18 marzo 2016

Funerale M. Pia Geremia


Oliva (M. Pia) Geremia in De Vecchi (18 mar. 2016)

Is 25, 6.7-9 – Lc 12, 35-40

State pronti, con la veste cinta ai fianchi e le lampade accese. Per quanto le parole di Gesù siano un chiaro monito rivolto all’esistenza umana, la provvisorietà è una logica che non ci appartiene. Siamo tenacemente ancorati alla vita e quando essa, in maniera brutale e quasi beffarda, ci viene strappata avvertiamo una lacerazione che ci espone all’inquietudine e alla ribellione. Così ci troviamo accanto a Maria Pia con le nostre domande inevase, con un dolore rispetto al quale nessuna parola umana sembra sufficiente, con gli interrogativi che riguardano il senso dei giorni, di ciò che siamo e di dove andiamo. Dove ti nascondi, Signore? Quali varchi ci inviti a percorrere perché la delusione su di te e sulla nostra vita non prevalgano su di noi?

Sì, perché la fede oggi chiede ragione di se stessa, chiede ragione di quel Dio amante della vita che qualche volta facciamo fatica a capire e a riconoscere. Un Dio che non sempre allontana le nostre angosce, ma che proprio nell’angoscia ama darci appuntamento, per aiutarci a comprendere la serietà del suo coinvolgimento e per spingere la nostra fede su strade di radicalità e di fermezza. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. Maria Pia era una donna sveglia e vigilante e la sua morte è un’occasione che il Signore ci dà per destarci dal sonno, per rimettere in gioco la nostra vicenda credente e per non lasciarci sopraffare dal ladro che non è Dio ma una mentalità vuota di lui che erode il nostro cuore e ci convince che possiamo star bene lo stesso.

Maria Pia oggi consegna un messaggio differente, che con pazienza ha elaborato come credente, come madre e moglie, come amica e testimone di vita buona.

1.    Il primo messaggio, come una sorta di istantanea, è custodito nel sorriso di Maria Pia, quello stesso con cui ha salutato i suoi famigliari prima dell’operazione. Una donna solare, positiva, piena di gioia di fronte alla vita. E tuttavia sempre composta, propositiva, mai fuori misura. Una donna che sembra dirci: «La vita è bella e val la pena di viverla tutta! Custodiscila ogni giorno con stupore e fedeltà». Questa sorella non è stata risparmiata dalla fatica e dal sacrificio, fin dai primi vagiti, dato che sua madre è morta di parto. Ma in questo mondo Maria Pia si è sentita ugual-mente accolta e amata. Altre mani si sono prese cura di lei, garantendole affetto, sostegno, futuro. Un’esperienza che l’ha fortificata e l’ha aiutata a crescere. «Non ti preoccupare – sembra dirci oggi questa donna – nella vita c’è speranza. Anche nei momenti di incertezza siamo custoditi». Maria Pia si metteva ogni giorno nella mani di Dio e mai dimenticava di dire ai suoi figli: Va’ pian e fatte el segno dea croze. Va’ pian, rifletti, non lasciarti prendere dal tumultuoso incedere degli impegni e delle preoccupazioni. E fatte el segno dea croze: ricordati che sei segnato da un’esperienza d’amore che non ti perde, che raggiunge l’uomo anche quando sembra abbandonato e senza speranza. Chi mai potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù?

2.    Maria Pia ci raggiunge oggi anche con un altro messaggio, tra i fornelli di casa sua. Vegnio magnar qua domenega? Era la domanda che puntualmente ogni fine settimana rivolgeva a suo figlio, alla nuora e al nipotino. Il pranzo per lei era un’occasione di grande importanza in cui la famiglia ritrovava i legami della comunione e dell’incontro. È bella questa immagine che sa di cucina perché è anche quella in cui Dio ama presentare se stesso. Ce l’ha detto il profeta Isaia: Preparerà il Signore degli eserciti su questo monte un banchetto per tutti i popoli, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Il banchetto è il segno della festa che Dio tiene in serbo per ogni uomo, una festa nella quale non c’è più la morte. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto. Perché la festa di Dio asciuga le lacrime? Perché è un abbraccio d’amore. E l’amore sconfigge la morte. E ogni gesto di amore che viviamo in questa terra è terreno sottratto alla morte. Amore praticato, amore detto. Maria Pia non era sempre in grado di esprimere i sentimenti a voce e allora li scriveva nei bigliettini, magari dopo aver dato a Fede le istruzioni per la lavatrice. Ti voglio bene. E da quando si era lanciata sui social, i cuoricini arrivavano anche ad Almiro, perché il suo matrimonio era quanto di più bello la vita le avesse riservato. Ama, sembra dirci Maria Pia, non rinunciare mai a regalare te stesso. E ricordati che ciò che fa la differenza in ogni ricetta è l’amore. Al Masterchef del paradiso si vince così.

3.    C’è un ultimo messaggio che Maria Pia ci lascia. È custodito in un segno che ieri ho visto a casa sua. Un grande uovo di pasqua, già acquistato per Matteo, il nipotino. Un segno di affetto, ma anche un segno di speranza, come se questa nonna ci dicesse: la vita continua, la vita è più forte. E queste parole non sono solo le sue. Sono anche quelle dei cristiani che nel simbolismo delle uova vi hanno visto ben presto i significati di quella vicenda che ha cambiato il senso della loro vita e della storia. Gesù risorto. C’è un guscio che sembra smentire la vita, renderla inimmaginabile. Ma c’è al suo interno una forza capace di aprire una breccia e sorprendere. È la forza di quel giorno dopo il sabato dove alcune donne, presso il sepolcro di Gesù, comprendono che la morte non l’ha reso prigioniero. Donne che corrono in fretta ad annunciare la loro straordinaria scoperta e che come Maria di Magdala dicono a discepoli timorosi: Ho visto il Signore. Tra queste donne pasquali oggi c’è anche Maria Pia. Alla vigilia della settimana santa anche il suo saluto riecheggia di risurrezione e diviene invito a fidarsi di Dio, a percorrere le strade dell’impossibile perché, da quando ha tolto quel macigno dalla tomba di suo Figlio, ogni tomba è sempre provvisoria e non c’è tristezza umana che non possa aprirsi alla speranza e alla vita.








sabato 5 marzo 2016

Omelia 28 febbraio 2016


Terza domenica di Quaresima


Sei al bar, qualcuno prende in mano il giornale e commenta con gli altri le notizie del giorno. Capita anche a Gesù: alcuni, sfogliano la Gazzetta di Gerusalemme e riportano due fatti che dovevano aver turbato non poco l’opinione pubblica della città. Una rivolta sedata dal procuratore romano con la violenza e parecchio spargimento di sangue. E una torre rovinosamente crollata che travolge diciotto persone.

E i commenti del bar sono: se le cose sono andate così è intervenuta la giustizia divina. Noi non sappiamo perché ma Dio ha punito i peccatori.

Gesù prende le distanze da questa mentalità: Dio non produce disgrazie e non distribuisce castighi alla gente. Correggi la tua idea di Dio: lui non è il giustiziere dell’universo. Gesù però approfitta di questi fatti per lanciare anche un altro messaggio ai suoi discepoli. 

1.    Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo. Significa: ricordatevi che il mondo è soggetto a limiti, a condizionamenti, a pericoli. Il mondo però è anche affidato alla vostra responsabilità. Smettete di andare in cerca delle colpe altrui e custodite con attenzione quello che vi è stato dato. Se non accogliete questa logica di partecipazione e di solidarietà perirete tutti. Pensate a tutte le volte che diciamo: “È colpa di…, le cose vanno male per colpa di…”. E non ci rendiamo conto delle complicità che viviamo. Come i dipendenti del Comune di San Remo che scrivevano messaggi in rete contro i politici corrotti e loro andavano in canoa o a fare la spesa durante l’orario di lavoro. Pensate anche all’utilizzo astuto della legge 104 che prevede la flessibilità nell’orario di lavoro per assistere un famigliare disabile. E allora l’Italia si trasforma nel buon samaritano. Peccato che l’assistenza sia soprattutto quella che dai a te stesso, a un secondo lavoro, con la complicità di quelli che si comportano alla stessa maniera e di organizzazioni sindacali che sistematica-mente coprono il lavoratore. E le aziende vanno in palla. Perirete tutti allo stesso modo. Attiva la responsabilità e non cercare colpe altrui. 

2.    A questo monito corrisponde l’immagine del fico sterile. Se c’è una pianta che in Palestina è particolarmente carica di frutti è proprio il fico. Come ci può essere un fico improduttivo? Ti vien voglia di tagliarlo. Ecco, sembra dirci Gesù: prova a verificare la pianta della tua vita: solo foglie o anche frutti? Ieri un papà e una mamma che sono venuti per il battesimo della loro bambina mi hanno raccontato le difficoltà con cui si sono misurati nel mondo del lavoro per questa nuova nascita. Sei sicuro? Hai pensato all’età? Quali conseguenze professionali, per la tua carriera? Un altro: ce la fate? E sono stato colpito dalle parole del papà: «La vera eredità che lasci ai tuoi figli sono i loro fratelli». Ecco, mentre un mondo incoraggia la sterilità e cerca gestazioni surrogate c’è qualcuno che non si arrende e cerca una vita piena di vita! Sconfiggi la logica della sterilità, non ti rassegnare mai. 
3.    Ma in questa esigenza Dio dice anche una parola di pazienza. È quella di quell’agricoltore che afferma: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno». Quell’agricoltore è Gesù che ci conosce bene e sa che c’è bisogno di arieggiare il terreno, di spaccare la crosta che talvolta il tempo crea. E allora questo significa che le speranza di trasforma-zione non muore mai. Dio fa il tifo per te e pensa alla tua parte migliore. È quello che ha detto papa Francesco ai ragazzi della comunità di recupero di Castelgandolfo che è andato a visitare venerdì: «Non lasciatevi divorare dalla metastasi della droga». Ecco, zappa nelle zone della tua aridità, della tua e di quella altrui e lascia che la tua vita porti dei frutti. Non lo leggeremo nel giornale, non lo sentiremo nei commenti del bar, ma forse sarà una vita migliore, capace di darti un po’ di gioia in più e di credere che tu a questo mondo ci sei venuto per qualcosa.


lunedì 15 febbraio 2016

Omelia 14 febbraio 2016


Prima domenica di Quaresima

Tre ragazzine arrivate l’altra sera nel campo di Dikwa in Nigeria. Indossano un carico esplosivo con loro l’ordine di farsi esplodere e di seminare morte, a cominciare dalla loro. Devono solo azionare un meccanismo, tirare una leva. All’alba due di loro si mettono in fila tra la gente affamata che aspettava di mangiare. E poco dopo un terribile boato e sessanta corpi a pezzi tra le pentole della disperazione. Ma la terza ragazza ci ripensa. Prima cerca di convincere le due compagne, poi mette a terra il giubbotto mortale e corre a dare l’allarme. Non ce la fa. Ma il suo gesto fa in modo che la strage abbia misure meno gravi di quello che Boko Haram aveva previsto. «Tra quella gente, dirà poi la ragazza, poteva esserci mio padre». Ecco, la tentazione è tutta qui. La possibilità di schiacciare un bottone o di fare a meno, di scegliere strade di vita o di morte, di operare una distinzione tra ciò che sembra vincere e ciò che appare troppo rischioso per essere fatto.

Noi non indossiamo il giubbotto esplosivo, ma la tentazione ci appartiene ugualmente e qualche volta ne siamo travolti, come le ragazze che si sono lasciate esplodere. Il vangelo di oggi ci assicura che Gesù conosce bene queste alternative che la vita ci riserva: le ha provate e ci insegna a vincerle.

1.    Anzitutto c’è un deserto. Il deserto non è un ambiente ospitale: fa caldo di giorno e freddo di notte, ci sono insidie, pericoli, si patisce fame e sete. Ma il deserto nella bibbia è anche il luogo delle grandi trasformazioni, del cammino, della purificazione del cuore. La tentazione dunque può perderci e ritrovarci, può decretare il nostro fallimento, ma anche la possibilità di essere autenticamente noi stessi, così come Dio ci ha pensati. Dunque, quando nella vita sopraggiunge un po’ di deserto, di aridità, forse non è del tutto negativo. È la possibilità che Dio ti dà per ritrovare un progetto, per uscire dalle abitudini che non parlano più, per iniziare un cammino di libertà, proprio come Israele che esce dall’Egitto. Non a caso nel vangelo di oggi si parla dello Spirito che conduce Gesù nel deserto. Pensate all’aridità della preghiera: non ho più voglia, non mi dice niente… Forse perché a Dio non va bene che preghi come un registratore e neppure che ti limiti a farlo quando hai bisogno. Prova a diversificare il tuo incontro con il Signore, ad accompagnarlo con un brano del vangelo. Aridità in famiglia: forse c’è qualcosa che davi per scontato e che chiede invece nuova consapevolezza. Pensate a quel particolare deserto che talvolta si diffonde nella coppia quando sopraggiunge un figlio. Ci si concentra sul ruolo di padre e di madre e si dimentica di essere sposi. E ci si allontana, qualche volta diventando insofferenti l’uno verso l’altra. Provate a riprendervi, non più come fidanzati che sognano i giochi dell’inizio, ma come adulti che investono ancora sulla loro scelta. Il deserto non è solo steppa: apre orizzonti di libertà e di novità.

2.    Poi ci sono tre tentazioni. È un modo per dire che esse possono incontrarci su tre direzioni: il rapporto con le cose, con gli altri, con Dio. Con le cose: il pane, la pancia piena, le attese immediate. Quando hai soddisfatto i tuoi bisogni sei a posto. È la tentazione della società dei consumi: più compri, più mangi, più possiedi e più sei felice. È una bugia, dice Gesù: l’uomo non è il suo stomaco; vive di parola, di mistero, di orizzonti. Poi gli altri. I regni del mondo: diventa un potente, domina, piega l’umanità ai tuoi voleri. Però per farlo devi piegarti a qualcun altro. E allora non sei più quel potente che pensavi perché qualche altro regna su di te. Quello a cui ti prostri. Quante polemiche sul voto di questi giorni sul decreto Cirinnà: voto palese, voto segreto… Sembra che il card. Bagnasco mentre chiede il voto segreto compia un’ingerenza verso la libertà parlamentare. Ma un voto palese è davvero libero o non è soggetto anch’esso a forme di pressione? Vedete che la questione non è segreto o palese ma essere se stessi, non svendere mai la propria coscienza né al partito, né a presunte modernità. E infine Dio. “Buttati giù: verrà a salvarti”. Piega Dio alla tua volontà. Tentazione subdola perché si nutre di qualche verità di Dio ma la travisa. Dio non è colui che ci salva? E allora mettilo alla prova! Vedrai che non rimarrà nulla di lui! Ma la salvezza di Dio non avviene imponendogli la nostra volontà bensì accogliendo la sua. E lui ci salva non prima del male, ma nel male stesso, dandoci la possibilità di vivere la sfida più grande, quella della fede. Non tentare il Signore tuo Dio. Non tentare di ridurne il mistero, di metterlo in scatola. Non tentare di assoggettarlo alle tue regole. 

3.    Infine nella tentazione c’è anche il diavolo. Il diavolo non è l’autore della tentazione ma la cavalca e non può mai sostituirsi all’uomo e alle sue decisioni. E tuttavia ama confondere, ingannare, suggerire alternative, tutto per separare l’uomo da Dio e dai suoi progetti. Pensate a quello che è successo a Nuoro dove una ragazzina di dodici anni per nove mesi è stata accusata dai coetanei di portare jella. Ne sono seguiti vari rituali di scaramanzia, episodi di esclusione, di derisione. Il gioco diabolico è quello di creare distanze, di dividerci gli uni dagli altri. Di dividerci da Dio. Si vince la tentazione percorrendo strade di unità. Quando questo non avviene stai già cadendo nella rete diabolica.




domenica 24 gennaio 2016

Ora sarete contenti


In questi giorni la notizia di una ragazzina di Pordenone che tenta di togliersi la vita. Ci danno un salutare scossone e ci fanno bene le parole di un insegnante che riflette sulla faccenda, ma forse bisogna aggiungere qualche considerazione più. Per gli insegnanti e non solo.



Oggi una ragazza della mia città ha cercato di uccidersi. Ha preso e si è buttata dal secondo piano.

No, non è morta. Ma la botta che ha preso ha rischiato di prenderle la spina dorsale. Per poco non le succedeva qualcosa di forse peggiore della morte: la condanna a restare tutta la vita immobile e senza poter comunicare con gli altri normalmente.

“Adesso sarete contenti”, ha scritto. Parlava ai suoi compagni.

Allora io adesso vi dico una cosa. E sarò un po’ duro, vi avverto. Ma c’ho ‘sta cosa dentro ed è difficile lasciarla lì. Quando la finirete? Quando finirete di mettervi in due, in tre, in cinque, in dieci contro uno? Quando finirete di far finta che le parole non siano importanti, che siano “solo parole”, che non abbiano conseguenze, e poi di mettervi lì a scrivere quei messaggi – li ho letti, sì, i messaggi che siete capaci di scrivere – tutte le vostre “troia di merda”, i vostri “figlio di puttana”, i vostri “devi morire”.

Quando la finirete di dire “Ma sì, io scherzavo” dopo essere stati capaci di scrivere “non meriti di esistere”?

Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo “che ha il professore di sostegno”, quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?

Che cosa deve ancora succedere, perché la finiate? Che cosa aspettate? Che tocchi al vostro compagno, alla vostra amica, a vostra sorella, a voi?

E poi voi. Voi genitori, sì. Voi che i vostri figli sono quelli capaci di scrivere certi messaggi. O quelli che ridono così forte.

Quando la finirete di chiudere un occhio?

Quando la finirete di dire “Ma sì, ragazzate”?

Quando la finirete di non avere idea di che diavolo ci fanno 8 ore al giorno i vostri figli con quel telefono?

Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale?

Quando la finirete di venire da noi insegnanti una volta l’anno (se va bene)?

Quando inizierete a spiegare ai vostri figli che la diversità non è una malattia, o un fatto da deridere, quando inizierete a non essere voi i primi a farlo, perché da sempre non sono le parole ma gli esempi, gli insegnamenti migliori?

Perché quando una ragazzina di dodici anni prova a buttarsi di sotto, non è solo una ragazzina di dodici anni che lo sta facendo: siamo tutti noi. E se una ragazzina di quell’età decide di buttarsi, non lo sta facendo da sola: una piccola spinta arriva da tutti quelli che erano lì non hanno visto, non hanno fatto, non hanno detto. E tutti noi, proprio tutti, siamo quelli che quando succedono cose come questa devono vedere, fare, dire. Anzi urlare. Una parola, una sola, che è: “Basta”.



Prof. Enrico Galliano



  

 Ed ecco alcuni ulteriori pensieri...





E voi, insegnanti, fino a quando farete della scuola una sorta di feudo e avvertirete come minaccia il tentativo di operare in sinergia?

Certo, i genitori non sono sempre quello che vorreste e neppure quello che dovrebbero, ma a volte vivono e patiscono con voi e più di voi le contraddizioni dei giorni, come quella di non essere sempre all’altezza delle sfide che vita ed educazione portano con sé. Non vi pare che invece di reciproche scomuniche dovremmo sederci allo stesso tavolo, invitando magari anche l’allenatore, il catechista o il capo scout? Perché qui non è in gioco la comprensione del teorema di Pitagora, ma la comprensione della vita cui anche la scuola cerca di condurre. Si tratta di allenare un uomo e di attivare tutte le sue risorse: la testa, il cuore, le mani e talvolta anche le gambe.

Cari insegnanti, quando la smettete di caricare di compiti la domenica, sottraendo quel giorno alla gratuità e alla festa: non vi pare che vi mettano già le mani in troppi? Non vi pare che stiamo smarrendo il senso del tempo e delle relazioni?

E fino a quando permetterete che la natura laica della scuola sia preda di un laicismo d’altri tempi che, oltre a indebolire la vostra azione, sacrifica sull’altare dell’ideo-logia il bisogno di senso che ogni ragazzo porta con sé?

Perché se una dodicenne arriva a pensare drammaticamente di buttarsi dal secondo piano, forse non è solo per la cattiveria dei coetanei, ma perché qualcuno le ha sottratto il piano in più: quello che le consente di vedere il cielo, di aprire la vita alla speranza e di capire che un uomo è più grande di ogni etichetta che gli si affibbia, di ogni buca che l’affossa.



Le vostre responsabilità, cari prof, richiamano anche le nostre, quelle della comunità cristiana. Perché anche noi ci sentiamo terribilmente provocati dal gesto che ci è stato posto innanzi e capiamo che non sempre siamo in grado di offrire risposte sollecite e convincenti.

Risposte che prima ancora siano proposte: sul modo di stare insieme, di impiegare il tempo, di divertirsi, di pensare, forse anche di pregare.

Quando impareremo, con i duemila anni che ci portiamo appresso, che la sfida vera è rivolta al futuro ed è legata in buona parte a ragazzi e giovani? Quando faremo sentire loro la nostalgia di casa? Quando le nostre messe riusciranno a parlare anche agli adolescenti? Quando sostituiremo il criterio dell’attività con quello della relazione e ci convinceremo che la partita di calcio a volte vale quanto un’ora di catechismo? E quando noi preti, scornati da pedofilia e sommersi di burocrazia, ci convinceremo che il nostro posto è ancora tra i ragazzi, dietro i quali, secondo evangeliche promesse, ama nascondersi il Signore?



«Adesso sarete contenti», diceva quel drammatico biglietto. No, non siamo contenti adesso. Lo saremo quando riusciremo a ripigliarci come uomini ed educatori e a comprendere che nel grande mare della vita ci si inoltra insieme.

Don Gerardo Giacometti   

Omelia 24 gennaio 2016


Terza domenica del Tempo Ordinario

Se oggi si digita la parola "solidità" su un motore di ricerca, il termine viene immediatamente associato al nome di una banca, segno che numerosi utenti di Google fanno le loro indagini per verificare l'affidabilità del proprio istituto di credito. Siamo preoccupati dei soldi, ma sarebbe importante verificare anche l'attendibilità delle nostre informazioni, specie quelle che postiamo o conosciamo sui social. Oggi abbiamo ascoltato l'inizio del vangelo di Luca e l'evangelista scrivendo a un tale di nome Timoteo, molto probabilmente un cristiano della sua comunità, intende rassicurarlo sulla solidità degli insegnamenti ricevuti. Solidità in greco si dice aspháleia, termine che deriva dal verbo sphallomai che significa "scivolare". A-sphàleia vuol dire dunque: "che non scivola". Il Vangelo è un insegnamento di cui ti puoi fidare. E non solo perché Luca ha fatto, ricerche accurate su ogni circostanza, consultando i testimoni oculari, ma anche perché ha verificato la forza dell'insegnamento, la sua tenuta, la verità. E l'episodio di Gesù che insegna nella sinagoga del suo villaggio ci dà modo di osservare la solidità di quello che sta dicendo.

1.    La solidità mette insieme l'antico e il nuovo. Gesù inizia leggendo un rotolo della scrittura, come avveniva ogni sabato in sinagoga. Il profeta Isaia, vissuto sette secoli prima. Ma alla fine dice: oggi si è adempiuta questa parola che voi avete udito. Gesù è una chiave interpretativa per l'oggi ma egli raccoglie un progetto che parte da lontano. É una questione che oggi facciamo fatica a capire perché oscilliamo spesso tra due estremi: o rimaniamo ancorati al passato e i tempi ci sorpassano chiudendoci in un museo, o rimaniamo soggiogati dall'idea del nuovo e dalla tentazione di liberarci da tutto quello che ci sembra fuori corso. Pensate alle grandi questioni con cui oggi ci confrontiamo: la vita, la famiglia, la sessualità. Ci pare che il cristianesimo sia rimasto indietro o ci vogliono far pensare che il cristianesimo sia tale. E allora ecco nuove alchimie che variamente combinano i partner, spregiudicatamente cercano figli. Paladini di un diritto individuale prigioniero delle voglie che sacrifica il diritto dell'altro e il diritto di una comunità umana. "Ho diritto a un figlio!". E il diritto del figlio? E il diritto delle donne a cui deleghi questo compito? È solo questione di soldi? Ecco la parola che oggi si compie: famiglia. Custodiscila e non svenderla alle mode.

2.    La solidità è sempre a difesa dell’uomo. Il discorso programmatico di Gesù non è un ragionamento disancorato dalla storia. Esso parla di umanità, di oppressi, di poveri, di prigionieri. E annuncia buone notizie, liberazione, giorni di grazia. Mettiti dalla parte dell’uomo, sciogli le sue catene, promuovi la dignità di ciascuno. Pensate a quella ragazzina di Pordenone che ha tentato di togliersi la vita. “Adesso sarete contenti”, aveva scritto a coetanei che molto probabilmente la escludevano. Un insegnante nei giorni scorsi ha pubblicato una lettera in cui dice: «Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo “che ha il professore di sostegno”, quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?». E ai genitori: «Quando la finirete di chiudere un occhio? Quando la finirete di dire “Ma sì, ragazzate”? Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale? A dire la verità io aggiungerei anche qualcosa per gli insegnanti: «Quando la finirete di pensare che la scuola sia tutto, quando inizierete a stabilire contatti con le altre agenzie educative, a superare quello sconsiderato laicismo che vi porta a dimenticare che un individuo cresce non solo allenando i suoi neuroni, ma anche alimentando l’anima?». Perché non c’è solo la cattiveria degli altri in gioco, ma la consistenza di se stessi, la sinergia educativa e l’aiuto dato a un ragazzo a capire che la vita può essere ugualmente vita, anche quando qualcuno non ti vuole. Le catene inique sono a volte più ramificate di quel che si pensa.

3.    E infine, la solidità non teme di mostrarsi. Gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. Com’è difficile reggere lo sguardo degli altri quando dobbiamo affermare qualcosa. Le supposizioni, i commenti, i sorrisetti, le battute. Pensate alla fatica che facciamo in questa nostra comunità ad esporci, anche semplicemente per leggere in chiesa o prendere la parola in una riunione di genitori. Perché? Perché ci sentiamo giudicati. E perché anche noi giudichiamo. Ed è meglio giudicare che essere giudicati! E allora ci si nasconde, anche se poi si chiacchiera… Gesù sta in piedi e non retrocede. La solidità è anche nel prendere posizione, nel metterci la faccia. Vado a messa? Ci metto la faccia. Faccio l’animatore o vado ai gruppi? Sono contento e te lo dimostro. C’è un’idea poco evangelica che gira? Lo dico, anche se sono impopolare. Non aver paura di quello che sei, non aver paura di dire la tua fede, perché non sei da solo in questo compito. Lo Spirito sospinge e, forte della sua azione, anche tu puoi dire: Lo spirito del Signore è su di me.. mi ha consacrato.. mi ha mandato.

Solidità. Aspháleia. Non scivolare sulla mediocrità: cammina sul terreno solido di Gesù e ddiventa uomo come lui.

lunedì 11 gennaio 2016

Omelia 10 gennaio 2016


Battesimo del Signore


Leonardo, un bambino della nostra Scuola Materna mi ha portato il lavoretto di natale realizzato con i suoi compagni. Era un Gesù Bambino contenuto in una casetta di cartone, ma – ha precisato - «non ha la colla, perché tu lo possa prendere e portare con te». È questo il Natale: Gesù senza colla, che si fa compagno della nostra vita. E la festa del Battesimo del Signore intensifica questa vicinanza. Battesimo vuol dire immersione: Gesù si immerge nella nostra vicenda terrena per esserci accanto e per aprirci quella vita che Dio ha in mente per ogni uomo. Cosa ci racconta l’immersione di Gesù?


1.    È un’immersione scandalosa. L’evangelista Luca lo dice con molta discrezione, ma ci fa capire che la presenza di Gesù in quel momento è intrigante: mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo. Anche lui. Giovanni invitava Israele alla conversione e Gesù si mette tra questa gente bisognosa di perdono. Lui non ha peccati da farsi perdonare, ma vuole stabilire la vicinanza di Dio nel momento in cui le scelte degli uomini esprimono il peggio di cui si è capaci. Pensate a quello che è capitato a Colonia. Il branco che aggredisce. Quando assistiamo a questi fatti inorridiamo e corriamo ai ripari sollecitando misure drastiche di controllo, ma c’è anche il rischio di pensare che il male sia solo attorno a noi e corrisponda ad alcune categorie di persone che ne sono artefici. Invece se osserviamo con onestà la nostra vita vediamo che qualche volta il male è annidato nel nostro cuore e produce oscurità, chiusura, debolezza. Ricordate la vicenda di Pietro Maso, quel ragazzo che nel 1991 massacrò i genitori per impossessarsi dell’eredità? La sua esperienza di recupero umano è stata raccolta in un libro autobiografico dal titolo significativo: Il male ero io. Consapevolezza cui l’autore arriva accompagnato da un sacerdote di Verona, unico ad aver accesso alle tenebre che occupavano il cuore di Pietro. Ecco l’immersione di Gesù: nell’oscurità che ti appartiene.

2.    È un’immersione per legarci a qualcuno. L’evangelista dopo il Battesimo ci presenta Gesù in preghiera. Nella profondità in cui è sceso Gesù non si avventura da solo ma sempre con il Padre; e lo Spirito è la relazione che unisce il Figlio al Padre. Gesù con il Battesimo viene a dirci che apparteniamo a qualcuno. Quelle parole che vengono dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l’amato non sono solo per Gesù, ma per ciascuno di noi. Qui a Godego c’è una radicata propensione: quella di ricostruire l’albero genealogico di ogni nostro interlocutore, recuperando almeno un paio di generazioni precedenti. Prima di fare un discorso bisogna capire non solo chi sei, ma anche di chi sei. De chi sito ti? Gesù viene a ricordarci di chi siamo: di Dio; viene a dirci che siamo suoi figli. E questo ci consente di andare avanti con i discorsi! Pensate a un bambino che nasce. Oggi a volte ci sono varie perplessità sul battesimo: farlo… lasciare che decida lui quando sarà grande… farlo con poca convinzione perché i nonni cosa dicono… Prima di venire a Godego ho accompagnato la formazione al battesimo di alcuni ventenni italiani. Una di loro, che tuttavia frequentava la parrocchia, diceva che ciò che le pesava di più era vedere i suoi amici dell’oratorio che pregavano e lei che non si sentiva in grado di farlo. Come se quel confine la privasse di qualcosa di essenziale. Che cosa? Appunto: la possibilità di dire appartengo a qualcuno di più grande di mio padre e mia madre e di tutte le relazioni che umanamente mi possono sostenere. Perché noi siamo più grandi dei biberon terreni e per crescere ci serve il cielo. Il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo.

3.    Infine l’immersione di Gesù ci porta a comprendere non solo la vicinanza relazionale ma anche il compiacimento di Dio. In te mi sono compiaciuto. Gesù ci fa capire che Dio attribuisce a ciascuno un credito di fiducia e di speranza.  “In te c’è una corrispondenza al bene che mi fa felice”. Il Signore ti fa felice, ma anche lui è felice di te e crede in quello che di bello puoi realizzare con lui. L’immersione è come quella di chi trova un tesoro negli abissi e lo recupera. Gesù è venuto per questo: cosa puoi portare a galla? Qualcosa che gli altri neppure sospettano! L’altro giorno è venuto a trovarmi un giovane marito. Un matrimonio un po’ traballante a motivo di una certa disparità: lei estroversa, volitiva, tenace; lui un po’ esitante, timoroso, legato a un posto di lavoro che lo lascia insoddisfatto. «Mia moglie, mi ha detto che aveva sposato un altro. Da quelle parole ho capito che dovevo ritrovare qualcosa». Ecco, trova la parte migliore di te, quella che custodisci sepolta, ma che Dio vede e della quale si compiace.



Non tenere il Signore incollato. Lascia che raggiunga la tua profondità e da essa riemergi con lui come nuova creatura.