lunedì 6 aprile 2015

Omelia pasqua 2015


Pasqua 2015

Ieri un giornalista mi chiama: «Ha sentito che cosa è capitato in Sicilia? Il Vescovo di Noto ha fatto la predica con le canzoni di Noemi e di Marco Mengoni. E lei domani ha qualcosa di strano?». Non gli ho dato molta retta ma nel pomeriggio ho avuto anch’io un’idea musicale perché c’è un gruppo il cui nome potrebbe dare il titolo al giorno di pasqua: Rolling Stones. Avete già capito perché! Pietre che rotolano. La pasqua è la festa di una pietra che è stata tolta da un’apertura liberando un varco inedito verso qualcosa che sembrava inaccessibile: la morte. E da quando questa pietra è stata rimossa altre pietre hanno iniziato a rotolare. Quale pietra ti pesa nel cuore? Quale macigno sembra fare da padrone nella tua vita? Il masso dell’illusione divenuta delusione, dello sconforto che annega i tuoi giorni, del rancore che si è trasformato in distanza e indifferenza anche dalle persone più care? Oggi Dio ti invita a percepire il brivido dei suoi Rolling Stones, delle sue pietre rotolanti. E ti invita a farlo come Maria di Magdala, come Pietro e come il discepolo amato.

1.    Maria di Magdala: raccogli una storia antica. Maria si reca al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio e, in quell’oscurità, vede che la pietra era stata tolta. Perché Maria si reca al sepolcro? Perché il cuore di una donna non trova facile consolazione: ripensa al cammino con Gesù, ripensa a quei momenti in cui l’ha visto morire in croce. Mentre i discepoli se n’erano andati lei era rimasta. Le pietre si muovono quando ritrovi un cammino antico in cui il Signore è stato tuo compagno di viaggio, quando torni a ricordare la sua parola e i momenti che hai trascorso con lui, forse anche quelle relazioni buone nelle quali un tempo ti ha custodito. Quelle relazioni che oggi hai interrotto e sulle quali non sei più disposto ad investire nonostante qualcuno bussi alla tua porta, nonostante qualcuno ti chieda perdono. Non lasciare che l’oscurità imprigioni la tua speranza: recati al sepolcro dove hai seppellito tuo fratello e come Maria di Magdala lascia che il Risorto ti sorprenda.

2.    Pietro: fai attenzione ai segni. Pietro Arriva dopo ma entra per primo. Pietro entra nella cavità sepolcrale e inizia a guardarsi attorno. Osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Pietro comincia a mettere insieme i pezzi, a capire che cosa fosse successo. Fosse stato trafugato il corpo di Gesù i ladri non lo avrebbero certo spogliato e non si sarebbero attardati a piegare il sudario. C’è qualcosa di nuovo che sfugge al controllo, alle previsioni. Ecco, le pietre si ribaltano quando cogli la novità di Dio. Un papà ieri mi confidava di aver ridimensionato molto i tempi del suo lavoro. E tutto per una richiesta di suo figlio: «Quand’è che non vai a lavorare e possiamo stare un po’ insieme?». E mi ha confessato: «Mi sono venuti i brividi quando ho sentito queste parole». Prova a osservare che cosa sta succedendo intorno a te e prova a raccogliere i segni con cui il Signore risorto sta liberandoti dai macigni che gravano sulla tua esistenza e forse anche su quella degli altri.

3.    Il discepolo amato: credi. Anche questo discepolo entra nel sepolcro. Ma non si limita a fare ricognizioni. Dice il vangelo che lui vide e credette. È l’esperienza della fede che smuove le pietre. Però quel verbo che viene adoperato non ha una forma perentoria. Potremmo tradurre con: incominciò a credere. Questo spiega anche il versetto successivo: non avevano ancora compreso le scritture che egli cioè doveva risorgere dai morti. Ci sarà da aspettare ancora un po’ prima di vedere il Signore ma intanto Giovanni inizia a fidarsi, a percorrere una strada che ormai è stata aperta, anche se i risultati non sono visibili. Provate a pensare a quello che è successo in Kenya, a quei 142 studenti cristiani massacrati dagli shaabab islamisti. Fatti come questi ti fanno pensare che la pietra sia ancora ben ferma, al suo posto. Eppure nelle testimonianze appare la professione di fede di questi ragazzi che morendo dicono. «Gesù, ti prego, salvaci». Il discepolo amato ci dice: Credi, credi anche quando ti sembra impossibile, credi anche quando logiche molto più boriose e tracotanti sembrano avere la meglio sul mondo. Senti il fremito della roccia che si muove e attendi con fiducia l’imprevedibile di Dio.

sabato 4 aprile 2015

Omelia venerdì santo 2015


VENERDI’ SANTO 2015

Nel racconto della passione che abbiamo appena ascoltato ci sono ben ventuno domande. Punti interrogativi che ci fanno capire che la vicenda della morte di Gesù non è una storiella devota, neppure un rapido passaggio o un incidente di percorso verso il mattino della pasqua. Ventuno domande sono il crocevia delle inquietudini presenti nel nostro cuore, interrogativi che martellano nelle nostre vicende oscure, nei drammi dell’umanità, nelle conclusioni troppo veloci che appartengono alla fede.

Ci sono domande che pone Gesù e domande che pongono gli uomini. Alcune ci interpellano e ci provocano.

1.     La prima domanda la pone Gesù, per ben due volte: Chi cercate? È la grande domanda dell’uomo; la ricerca che troviamo già nel primo capitolo di Giovanni, con la chiamata dei discepoli. Ma se all’inizio del vangelo Gesù aveva chiesto “Che cosa cercate”, ora chiede “chi”. Dalle cose alle persone. Noi siamo assetati di relazione e di relazione autentica. Gesù ti invita ad entrare in rapporto con lui, a non farne solo una tradizione, ma un’amicizia, un legame. Chi è Gesù? Quale volto hai incontrato? E la pagina della passione costituisce una sfida, perché bisogna passare dai quadretti oleografici di Gesù al suo volto sofferente. Lì trovi il suo mistero, un Dio che si identifica con i derelitti dell’umanità, che si nasconde anche in fondo alle tue miserie, per mostrare misericordia.

2.     La seconda domanda è quella rivolta a Pietro dalla serva impertinente: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». È la domanda che chiede ragione della nostra fede. Che cosa rispondi quando qualcuno ti rivolge oggi la stessa domanda? I nostri silenzi per non creare imbarazzo, i nostri equilibrismi per non apparire fuori moda, qualche volta anche la bestemmia piantata nel nostro territorio come una radice velenosa dicono tutta la nostra complicità con il rinnegamento di Pietro. Posizioni che ancor più ci addolorano se pensiamo che a questa domanda qualcuno, proprio in questi giorni, in Kenya, sta pagando un prezzo altissimo. Non sei anche tu dei suoi discepoli? Il crocifisso che scopriremo tra poco e che stasera porteremo in processione è testimonianza di una fede antica, di nonni e di padri che in quell’uomo della croce hanno creduto, sperato, amato, tanto da custodirne l’immagine nel sacello dell’apostolo Pietro. Proprio a casa di colui che prima ha rinnegato il Signore e poi si è lasciato rinnovare dal suo perdono. Con un’altra domanda: Simone di Giovanni, mi ami tu?

3.     E l’ultima domanda è quella di Pilato: «Che cos’è la verità?». Ecco, tante volte ce lo chiediamo anche noi. In tante circostanze del complesso vivere odierno. Una domanda che ci facciamo anche nelle conflittuali vicende dei rapporti, concludendo talora che la verità è nostra e che accanitamente la dobbiamo difendere. E i nostri legami si lacerano. Che cos’è Signore Gesù la verità? Quale verità ci mostri dalla tua croce? È la verità dell’amore. Che abbraccia, che perdona, che crede nella recuperabilità degli uomini. Non rimanere prigioniero della tua verità, perché potrebbe essere la grande menzogna. Ricercala in quell’abbraccio spalancato, quello che anche tu sei invitato a riaprire, con tuo figlio, con tua madre e tuo padre, con tuo marito o tua moglie, con i parenti e i vicini di casa. Solo in quel momento tu scopri cos’è la verità.

Aiutaci, Signore, ad ascoltare queste domande, spacca con esse il nostro cuore indurito e all’ombra della tua croce insegnaci a trovare risposta. 

venerdì 3 aprile 2015

Omelia giovedì santo 2015


GIOVEDI’ SANTO 2015

Ci sono dei musicisti che, realizzando un’opera sinfonica, amano aprire la composizione con un pezzo nel quale anticipano i brani che seguiranno. Un’introduzione che serve ad aprire un varco e consentire all’ascoltatore di accedere con le emozioni e l’intelligenza a quanto verrà proposto. Questo brano iniziale si chiama ouverture.

Ebbene, anche la cena pasquale di Gesù è anticipata da una solenne ouverture, raccolta in quelle parole che abbiamo ascoltato: Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Avendo amato, amò. Tutta la vita di Gesù è stata guidata dall’amore e nell’amore Gesù consegna anche gli ultimi istanti. Chi vuol trovare l’opera sinfonica di Gesù dovrà cercarla sulle note dell’amore. E quell’amore si diffonde su tre movimenti: L’amore è nutrimento, l’amore è comunione, l’amore è servizio.  

1.    L’amore è nutrimento.  Il vangelo di Giovanni non si sofferma sui gesti del pane e del vino. Quei gesti erano già ben conosciuti dai cristiani ai quali l’evangelista si rivolge. Egli dunque può limitarsi a dire: durante la cena. Si sa bene che è quella Cena, quella di cui ci ha dato notizia Paolo. Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Gesù ha voluto assicurare il suo amore anzitutto ad un pezzo di pane. Poteva farlo in tanti altri modi, ha preferito il segno del cibo e i gesti di chi nutre. Di che cosa ti nutri? Chi ti nutre? Guarda che non tutto il nutrimento ti sostiene, non tutti ti offrono vita. Nell’eucaristia Gesù ha voluto racchiudere la sua vita, quella vita donata che vince la morte. Se tu mangi questa vita sei trasformato in questa vita!

2.    L’amore è comunione. Il cibo non solo ti nutre ma crea legami, condivisione. È brutto mangiare da soli, perché noi siamo affamati di prossimità. Gesù ha voluto custodire i suoi discepoli in un’esperienza relazionale segnata dall’amore. Perché questo dice la sua e la nostra verità. Gesù infatti con il Padre e lo Spirito vive una comunione profondissima. E noi che siamo creati a immagine e somiglianza di Dio siamo fatti dello stesso DNA. L’eucaristia ce lo ricorda e ci rafforza in tale legame. Il Corpo di Cristo infatti non è solo il pezzo di Pane eucaristico che riceviamo, ma siamo ciascuno di noi, uniti al Signore Gesù. Non te lo dimenticare mai: non fare della comunione una devozione privata. L’eucaristia non è mai un affare privato: ti aiuta a scoprire una partecipazione comunitaria, i legami famigliari, le relazioni con chi ti vive accanto perché la comunione di Dio cerca ogni uomo.

3.    L’amore è servizio. L’evangelista Giovanni ce lo ricorda con il racconto della lavanda dei piedi: l’amore di Gesù è concreto e solidale. Un amore che si fa dono totale, nell’atteggiamento del servo. Secondo l’evangelista quell’asciugatoio che Gesù si cinge ai fianchi, quel grembiule improvvisato, non se lo toglie più. Gesù vuole farti capire che la vita realizzata è una vita donata nella continua dedizione agli altri, fino al sacrificio più grande. È stata bella per  me la testimonianza di una donna della nostra comunità che accudisce la mamma anziana e paralizzata. Gli arti rattrappiti e le piaghe nei piedi. Non è stato facile farsi carico dell’assistenza e soprattutto delle medicazioni. «Non riuscivo ad affrontare quelle emorragie. Mi veniva il voltastomaco», diceva questa donna. «Poi un giorno ho guardato il crocifisso e ho detto: Gesù queste sono le tue piaghe. E da allora lo faccio sempre». Ecco la concretezza del servizio, del grembiule che nel quotidiano siamo invitati a indossare! È questo amore testimoniato che rende la sinfonia cristiana un capolavoro, perché alle note di Gesù, al suo sacrificio, si uniscono anche le nostre note, in un dono che assume tante espressioni, quante sono le possibilità di metterci a disposizione degli altri.

Riviviamo ora il gesto di Gesù e in quel grembiule collochiamo anche la nostra vita.

 

 

 

martedì 24 marzo 2015

Omelia 22 marzo 2015


Quinta domenica di quaresima

Non è sempre facile raggiungere un personaggio importante. In genere ci si rivolge a qualcuno che si conosce per avere informazioni e per capire come stabilire il contatto. Così fanno due greci incuriositi da Gesù. Avvicinano Filippo e Andrea, guarda caso due apostoli con un nome greco. E i due discepoli portano la richiesta al loro Maestro. Vogliamo vedere Gesù. Gesù non respinge la richiesta, ma la approfondisce. Non si tratta fare un selfie con lui. Vedere lui vuol dire osservare una logica nuova nel modo di cogliere la vita: la logica del chicco di grano. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Cosa vuol dire Gesù?

1.    Innanzitutto il chicco di grano. Gesù non distribuisce foto con l’autografo per farsi conoscere: ci dà un piccolo tesoro di vita, un seme da piantare. Conosci Gesù se lo pianti nella tua vita, non se lo tieni tra le foto ricordo. Quando il vangelo non ti scalfisce più Gesù sta diventando una foto. Abbiamo sentito il discorso del papa a Napoli. Un duro monito contro una cultura del profitto che scarta i giovani e non permette loro di lavorare. Con la sua solita franchezza papa Francesco ha ricordato la logica di ricatto che varie aziende mettono in atto proponendo orari di lavoro da undici ore giornaliere con stipendi da seicento euro. E che, di fronte alle proteste dicono: “Se non ti piace, guarda la coda di gente che sta aspettando il lavoro!”. Questo si chiama schiavitù, questo si chiama sfruttamento… E se quello che fa così si dice cristiano è un bugiardo, non è cristiano. Solo a Napoli? L’impiego dei tirocinanti che interessa i nostri ragazzi è inserimento nel lavoro o è l’escamotage con cui alcune aziende recuperano manodopera gratuita? Gesù è chicco di grano che cresce non è soprammobile. Accoglierlo vuol dire lasciarlo agire, lasciare che metta radici.

2.    Ma perché il chicco di grano cresca, osserva Gesù, è necessario un passaggio indispensabile: morire. Se il chicco di grano non muore rimane solo. Un seme per germogliare deve morire, deve lasciare che l’umidità allenti le resistenze della sua corteccia, di quello che lo trattiene. È quello che vive Gesù nel mistero della sua morte. La sua vita non è trattenuta, ma donata. E ogni volta che vedi vita donata, vedi Gesù. Dove sono io sarà anche il mio servitore. Vuoi vedere Gesù? Rompi la tua corazza e lascia che la vita ti sorprenda diventando vita per qualcun altro. Il battesimo che abbiamo ricevuto è stata l’acqua che ha indebolito le nostre resistenze e liberato il germoglio di Dio! Penso alla giovane mamma che abbiamo sepolto in questa settimana, alla sua gravidanza portata a termine nonostante il male, alla sua vita donata fino alla fine senza esitazioni e senza imprecazioni. È il chicco di grano che muore e che in maniera inattesa genera vita.

3.    E infine il chicco di grano produce molto frutto. Da questo si riconosce Gesù, dal molto che porta e dal molto che porti. E insisto su questo aggettivo: molto. Avete sentito la polemica che c’è stata tra gli stilisti Dolce e Gabbana e Elton John. Tutti omossessuali. Ma mentre gli stilisti italiani avevano preso le distanze dalle madri surrogate e dagli uteri in affitto, il cantante londinese, che un bambino l’ha avuto proprio in questo modo, ha invitato a boicottare il marchio italiano con l’accusa di discriminazione. Che cosa vuol dire avere un figlio? È solo una questione di uguali diritti? E diritti di chi? Non ci sono diritti per un bambino che viene a questo mondo e per queste madri che dopo le loro prestazioni si vorrebbero cancellare? A volte pensiamo di portare frutto solo per noi. Ma i frutti che saziano solo qualcuno non viene da Dio. Fa’ in modo che il dono di te sia vero e sia dono per tutti. Molto frutto. Allora la vita cambia sapore.

Vogliamo vedere Gesù. Questa domanda non ha perso il suo fascino e la sua attualità. Ma Gesù ci ricorda che solo una vita donata vi risponde. Con quel chicco di grano che è sepolto in ciascuno di noi.

domenica 15 marzo 2015

Omelia 15 marzo 2015


Quarta domenica di quaresima

Porta itineris dicitur longissima esse: si dice che la porta sia la parte più lunga di un viaggio. Questo proverbio latino ci consegna una verità. Intraprendere un viaggio non è mai un’esperienza semplice e, soprattutto “la porta”, l’iniziativa, la decisione ci vede spesso esitanti. È quello che vive Nicodemo, membro del sinedrio, massimo organo legislativo e giuridico ebraico, che su quel tale di nome Gesù voleva capire meglio. Da un lato Nicodemo è un cercatore di verità, dall’altro il suo ruolo pubblico lo rende cauto e guardingo. Per questo si reca da Gesù di notte, in modo da non destare sospetti. Sembra un atteggiamento ambiguo, di chi vuol rischiare fino ad un certo punto. Ma il vangelo di Giovanni ci ricorda che Nicodemo prenderà le difese di Gesù quando cominceranno le accuse nei suoi confronti e, dopo la crocifissione, andrà a seppellire Gesù portando trenta chili di aloe e mirra. Nicodemo è l’icona delle nostre esitazioni e delle nostre ricerche, dei tentativi di capire meglio le cose e delle nostre incertezze. Gesù però non si spaventa e ci dà tempo. Ricordate domenica scorsa? Egli sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo. Ciò che conta è la verità, la disponibilità a camminare. E per favorire questo cammino Gesù regala a Nicodemo la riflessione che abbiamo appena ascoltato. Vuoi trovare autenticamente Dio? Ecco la strada.
 
1.    Come Mosè innalzò il serpente nel deserto. Gesù si riferisce a un episodio dell’esodo. Il popolo morso da serpenti velenosi, a motivo della propria infedeltà, aveva trovato guarigione in un serpente di rame che Mosè aveva collocato sopra un’asta. Era un modo per dire: guarda in faccia il serpente che ti morde: è quello della tua ribellione, del tuo peccato. Ora non ci sarà più un serpente da guardare, ma un uomo messo in croce. Guarda di che cosa può essere capace un uomo. Ecco da dove parte la strada verso Dio. A volte noi trascuriamo la realtà del male, lo relativizziamo affermando un disinvolto “che male c’è” o un auto giustificatorio “tutti fanno così”. Ma il male c’è e come un serpente striscia nella nostra vita e la imprigiona. Una ragazzina disabile picchiata e coperta di sputi da tre compagni di classe: due ragazze e un ragazzo, tutti sedicenni. Mentre una terza ragazza filma il tutto per poi diffondere il video su Whatsapp e Facebook. È successo a Varallo, in classe, sotto lo sguardo dell’insegnante che non fa nulla per porre fine al sopruso. Eccoci qua: ragazzi e adulti prigionieri del serpente che ci avvelena. Guardalo bene, dice Gesù. Sono ragazzate o è il deserto che incombe? Ti rassegni a questi morsi o c’è una vita differente?

2.    Di fronte a questa realtà Dio non se ne sta a guardare. È un Dio fedele e un Dio che ama. Dio ha tanto amato (agápesen) il mondo. E questo amore si traduce in vicinanza tanto da mandare il suo Figlio. Dio non si rassegna al serpente e ti dona un’altra compagnia per la vita, perché la vita sia strappata dal male e sia vita eterna. È la prima volta che nel vangelo di Giovanni appare questo termine. Ma attenzione: l’evangelista, invece di utilizzare il termine greco bios che indica la vita biologica, usa la parola zoé che vuol dire esistenza che cerca la sua sorgente, il suo fondamento. E il fondamento è l’eterno (aiónios): una vita a misura dell’eterno. Ecco chi è il Dio cristiano: un Dio che ti ama da renderti partecipe della sua stessa vita. Questa mattina al TGR Veneto c’era la storia di due ragazzini di sette anni. Gideon figlio di immigrati ghanesi che confida all’amico Gregorio che il papà ha perso il lavoro. Gregorio va a casa e ne parla alla mamma, figlia di un imprenditore che, informato sulla vicenda decide di assumere il disoccupato. Ecco, la risposta ai fatti di Varallo. Quando ragazzi e adulti fanno posto all’amore, la vita di Dio inizia già a scorrere. Ed è vita a misura dell’eterno, quella che Gesù è venuta a farci conoscere.

3.    C’è una terza riflessione. Questa strada si apre se ci credi. Perché chi crede abbia la vita eterna. Dio che ti consegna la sua vita, non lo fa senza di te, senza un gesto di fiducia che dica la tua adesione. Siete salvati mediante la fede. Ci credi? L’anno giubilare della misericordia indetto da Papa Francesco ci sta proprio per questo: per ritrovare l’amore di Dio come prospettiva credibile per realizzare la vita, per tenerla in piedi. Ritrova la bellezza della fede. Sei suicidi di giovani in poche settimane a Treviso non ci bastano per capire che dobbiamo riaprire prospettive credenti? Abbiamo insistito su produttività e lavoro e quando queste realtà sono andate in crisi non è rimasto più niente. A tuo figlio che cosa consegni come bagaglio per la vita? Chi crede ha la vita eterna. Un uomo è non è solo ciò che dice e ciò che fa. È ciò che crede. E se credi in colui che dà la vita, la vita ti appartiene.

mercoledì 11 marzo 2015

Omelia funerale Lina Guidolin


Funerale Lina Guidolin (11 marzo 2015)
Dt 8,2--10 – Rm 8, 31-39 - Mc 15,29-39

Quarant’anni. Un’età impensabile per poter parlare di morte, specie se essa incrocia il fiorire della vita, un marito, una figlia, un lavoro, il futuro. Quarant’anni di gioia e speranza che, oggi, sembrano dissolversi e contraddire ciò che di bello un uomo può realizzare. Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli svanisce.

Ma quarant’anni sono anche la cifra simbolica di un cammino già noto, nel quale anche i quarant’anni di Lina trovano un senso. È l’esperienza dell’esodo, di quel percorso che Israele compie uscendo dall’Egitto per entrare nella terra che Dio ha promesso. È un viaggio che il popolo non può dimenticare e che Mosè rammenta, prima di varcare i nuovi confini: Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore. Che c’era nel cuore di Lina in questi suoi quarant’anni, che cosa le ha fatto conoscere il Signore di lui, dei suoi progetti, della vita? 
1.    I quarant’anni di Lina sono stati tempo di intraprendenza operativa e professionale. Lina non amava una vita in panchina. Le piaceva il suo lavoro e in esso poneva la sua professionalità, la sua determinazione, la sua passione. Quel reparto medico al quinto piano dell’ospedale era diventato casa sua e gli ultimi istanti di vita passati in quel luogo, dalla parte del malato, sembravano riaffermare una convinzione da cui Lina non si schiodava: la necessità di immedesimarsi nella situazione dell’altro, di aprire la professione agli slanci della missione, di mettere insieme terapia e vicinanza, intelligenza e cuore. Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant'anni. Il lavoro ci logora quando lo facciamo senza coglierne il senso, quando lo priviamo della sua capacità di parlarci di un progetto, della possibilità di sognare qualcosa di nuovo per noi e per gli altri. La terra promessa per il cristiano non è solo l’aldilà ma anche un aldiquà, un mondo capace di promuovere e di ospitare il vangelo e una differente umanità. E Lina ci provava ogni giorno con determinazione e cura.
2.    Ma i quarant’anni di Lina sono anche lo spazio degli affetti e in particolare della famiglia, quella d’origine e quella che nasce dal matrimonio con Stefano e dall’arrivo di Beatrice. L’esperienza della maternità rappresenta però il crocevia tra la gioia e la preoccupazione perché è proprio da tale momento che Lina comincia a confrontarsi con il suo male. Eppure le prospettive oscure, che certo a Lina non sfuggivano, non le impediscono di avere e di dare coraggio, contando sulla forza che le proveniva da quanto aveva di più caro: suo marito e sua figlia. Uno può anche chiedersi che senso ha tutto questo, se poi ti viene tolto. Forse il senso non sta nell’essere tolto, ma nell’essere stato donato perché una madre potesse essere tale e potesse sperimentare la forza dell’amore vero. L’amore ha questa capacità: di farti abitare le contraddizioni e le desolazioni, di farti rimanere in piedi anche quando l’equilibrio è precario, senza essere travolto dall’oscurità. Quando si ama si mette mano all’impossibile. Perché? Perché nell’amore si tocca il mistero di Dio. E a lui nulla è impossibile. Lina ci è stata rubata da una brutta malattia ma l’amore di cui è stata capace non può essere vinto, neanche dalla morte. Ce l’ha assicurato Gesù che la morte l’ha vista in faccia ma che dalla morte non è stato inghiottito. Chi ama, nell’amore continua a vivere, rimane nel cuore di chi lascia e trova la pienezza dell’amore nel mistero di Dio. Chi potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù?
3.    Infine i quarant’anni di Lina sono avvolti dalla prova. Per umiliarti e metterti alla prova, per sapere se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Il cammino dell’esodo è un tempo di tentazione, in cui Dio sembra sparire dalla vista. Proprio come Gesù sulla croce: Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. Scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ma Gesù non scende dalla croce; grida il suo sconcerto: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E rimane in quella collocazione, persuaso che Dio possa essere tale anche quando le circostanze sembrano smentirne l’azione. Lina è rimasta sulla croce con Gesù e non ha perso la sua fede. Anzi, sabato, appena sono arrivato in camera sua, il respiro era affannoso e angosciato, quasi un grido. Mi sono presentato e le ho dato una carezza; le ho detto di non aver paura e poi abbiamo recitato una preghiera con i famigliari. E il respiro si è normalizzato, quasi vivesse ormai la sua consegna al Signore.
Detto questo le nostre domande non sono esaurite. Ma insieme ad esse rimane la persuasione che i quarant’anni non sono trascorsi per nulla. E che la terra promessa di risurrezione e di vita non mancherà. Con la sorpresa di Dio e con quel legame di comunione che neppure la morte riesce a cancellare.

Veglia su Stefano e Beatrice, Lina, sui tuoi genitori e famigliari e veglia anche sulla nostra fede perché la speranza non venga meno e la tua testimonianza non vada perduta.  

domenica 1 marzo 2015

Omelia 1 marzo 2015


Seconda domenica di Quaresima

Quella sagoma nera, incappucciata che tiene in mano un coltello con cui sgozza le sue vittime atterrite ha un nome. Jihadi John, cittadino britannico di 27 anni, cresciuto in un tranquillo quartiere londinese, una famiglia benestante, laurea in informatica a Westminster, i vestiti firmati, la metro come tutti ogni giorno. Eppure quest’uomo è stato capace di una trasformazione che ci lascia esterrefatti, ci colloca nel deserto, proprio come quello che appare alle sue spalle, durante le sue agghiaccianti esecuzioni.

È la vicenda di un uomo che ha perso se stesso, ma è anche quello che talvolta capita a noi, quando la nostra umanità si avvolge di oscurità e non ci riconosciamo più. Tuo fratello con cui lavoravi insieme e chi ti abita poco lontano che ti estromette dall’attività, tua madre che vuole rifarsi una vita e che ti caccia dai nonni, tuo figlio che ti priva di vedere i nipoti perché non gli dai la casa. Il deserto qualche volta si diffonde anche intorno a noi.

Ebbene Gesù, nel mistero della trasfigurazione vuole indicare ai suoi discepoli un’umanità diversa, luminosa, che sappia di cielo. Notate che l’episodio è introdotto dall’indicazione: dopo sei giorni. Nel sesto giorno della creazione Dio ha creato l’uomo. Un’umanità sottratta alle logiche della morte, anche se Gesù la sta per incontrare. Come si entra in tale chiarore.

1.    Anzitutto bisogna accettare un invito a salire. Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte. La trasfigurazione domanda l’audacia di un’ascesa, non è esperienza da piano terra: staccati da quella mentalità che talvolta ti impedisce di vedere orizzonti più grandi e ti fossilizza. In questi giorni in India è stata liberata una donna oggi trentunenne che dall’età di tredici anni è stata costretta ad accogliere in grembo figli, sei in tutto, di coppie paganti. La sua situazione analoga a quella di centinaia di altre ragazze è stata resa nota da un’organizzazione non governativa che combatte le organizzazioni criminali che alimentano e soddisfano tale mercato. A volte noi non ci pensiamo: ci pare che avere un figlio sia un diritto ad ogni costo e dimentichiamo che i presunti nostri diritti sono talora garantiti da schiavitù. Sali sul monte, guarda le cose con più attenzione.

2.    Giunti sul monte Gesù si trasfigura. In greco c’è il verbo metamorphóomai che indica un cambiamento di forma. I discepoli vedono Gesù in una maniera nuova, vedono la vita in una maniera nuova. È la maniera di Dio che rischiara anche le situazioni oscure. Per te le tenebre sono come luce. Notate che Gesù porta i discepoli sul monte perché non si capivano più. Lui aveva appena annunciato la passione e quei discorsi pesavano nel loro cuore come un macigno: una sorta di fallimento rispetto alle loro attese. Sul monte Gesù vuole indicare una strada diversa: Dio può essere tale anche quando ti sembra impossibile. E te ne dà prova con un raggio di luce che cambia le forme, ti fa vedere la vita in quella che sembra una realtà di morte. Ecco allora l’invito della trasfigurazione: osserva le forme nuove di Dio, sappi ricercarle, riconoscerle. Avete sentito di quella polemica innescata dal primo cittadino di S. Giorgio in Bosco di far pagare alla Germania i danni per l’eccidio del 1945 di cui abbiamo memoria nel nostro comune. Mi è parsa sensata la risposta del nostro sindaco che di fronte alla richiesta di unirsi nella stessa rivendicazione ha ricordato i settant’anni di storia che sono passati, agli sforzi di riconciliazione e ai tentativi di costruire un’Europa diversa. Se poi i gemellaggi hanno qualcosa da insegnarci, proprio in questa settimana ho sentito che un gruppo della parrocchia di Boves ha rintracciato la tomba del criminale nazista responsabile dell’eccidio nella loro città e vi si è recato per pregare. Ecco la metamorphosis il cambiamento di forme che Dio ti chiama a riconoscere e ad operare.

3.    Infine c’è trasfigurazione quando ascolti la voce. Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo. Le immagini scompaiono, i discepoli scendono dal monte ma quel cambiamento nel quale per qualche istante sono stati coinvolti continuerà nel loro quotidiano nella misura in cui faranno posto all’ascolto di Gesù. Così anche per noi: vuoi che la vita cambi, che il tuo cuore cambi? Ascolta un po’ più di vangelo. Abbi l’audacia di sfidare il deserto quotidiano accogliendone la sfida. Qual è la pagina di vangelo che il Signore ti affida? Quella del perdono? Della ritrovata fraternità? Della solidarietà? Mentre i discepoli scendono dal monte non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Può essere un’annotazione di uno scenario che è cambiato, ma può essere anche la descrizione di un cambiamento loro. Da quel momento non videro altri, se non Gesù. Ecco, sei trasfigurato quando ogni giorno vedi Gesù e ti lasci condurre da lui. E l’uomo nuovo esce fuori, creato secondo Dio, aperto alle proporzioni del cielo.