domenica 10 maggio 2020

Omelia 10 maggio 2020


Quinta domenica di pasqua

I fatti capitati lungo i Navigli, a Milano, sono l’icona di questi giorni in cui qualcuno esce, incurante delle misure di sicurezza e in cui qualcuno cattura chi esce, con le proprie foto e con i propri post, in un misto di indignazione e forse di invidia. Perché il nostro sdegno non è mai del tutto puro e spesso porta con sé una inconscia voglia di rivincita, di fare altrettanto, quello che a noi è proibito. Siamo come i discepoli di lingua greca che mormorano contro quelli di lingua ebraica perché vedono dei privilegi inaccettabili nel modo di gestire la comunità. Non è detto che dal virus usciremo cambiati, non è detto che usciremo migliori. Intorno a noi percepiamo sentimenti che non sono sempre quelli della solidarietà che questo tempo ci ha regalato. Sentiamo che spesso montano la rabbia, la cattiveria, il risentimento, la preoccupazione che ci toglie la pace. E soprattutto la tentazione di fare confronti. Tra prima e dopo, tra noi e gli altri. A rimedio di questa agitazione Gesù suggerisce la fede. Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Ecco l’invito importante rivolto ai discepoli: smettetela di guardarvi tra voi, di riempirvi di sospetti, di alimentare le paure. Vivete la vostra vita con me. Che non vi capiti di guardare i Navigli più di quanto non guardiate il vangelo! E per darci la persuasione che di lui ci possiamo fidare, Gesù riserva ai suoi amici un’altra delle sue grandi affermazioni. Io sono. Ogni volta che Gesù parla di sé in questo modo, sta evocando il nome santo di Dio, la sua presenza, la sua alleanza, come ha fatto con Mosè. Io sono colui che sono. Che vuol dire: ci sono, ti puoi fidare, ho ancora tante cose da dirti e da darti. E a queste parole di rassicurazione, Gesù aggiunge tre immagini. Io sono la via, la verità e la vita.

Ed ecco allora l’immagine di oggi. Van Gogh, Sentiero di notte in Provenza, 1890. Van Gogh, Sentiero di notte in Provenza. 1890 Museo Kröller-Müller, Otterlo, Paesi Bassi È l’anno di morte del pittore, quindi questo è uno degli ultimo lavori, quando l’artista si trovava a St. Remy, nella primavera di quell’anno.

Van Gogh non ha in mente il vangelo, tanto meno la pagina che abbiamo appena ascoltato, ma ci fa capire con la sua esperienza e la sua riflessione artistica, come il vangelo ci possa stare in mezzo, anche alle nostre inquietudini.

1.    Anzitutto osservate la strada. Su di essa si muovono due uomini a piedi e, più lontana, una coppia in calesse. La strada, come la vita ha varie velocità e intreccia i cammini degli uomini. Osservate poi i movimenti e i panorami: è una strada sinuosa, sterrata, fatta di cielo e di terra, di paesaggi, di un canneto, di una casa. Una casa che sembra dire: esci di casa e fa della strada la casa. E poi strada di cui non si vede l’origine, né la destinazione, non perché non siano importanti, ma perché non di meno lo è il preciso tratto che stai percorrendo. La fede che Gesù ti chiede è nell’abitare la strada con lui, qualunque sia il tratto di strada che la vita ti riserva. E poi di sentire che lui è strada per la tua vita. Io sono la via. Non perché ci sono i capitelli o le chiese, ma perché lui è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Dov’era Dio nella pandemia? Con tutte le risorse spirituali che abbiamo scatenato? Ci aspettavamo il miracolo. Ma il miracolo è stato nel non crederci diversi dagli altri uomini, il miracolo di chi ti vive accanto, il miracolo della solidarietà, della preghiera, di chi si prende cura di te perché scorge le tue difficoltà. Il miracolo della strada.

2.    Altro aspetto affascinante del dipinto è il cielo. Il blu cobalto che piace tanto a Van Gogh. E in questo cielo, da un lato la luna: una falce di luna crescente. Dall’altro una stella, anzi, due stelle, una più grande e una più piccola, che splendono quasi impazzite di luce. Gli astronomi pensano che quelle due stelle siano Venere e Mercurio, che brillano verso il 20 aprile nel cielo della Provenza. Da un lato luce riflessa, dall’altro quella sorgiva. La verità è attingere alla sorgente della luce. Chi fa la verità viene alla luce, assicura Gesù. E la verità è lui. Lasciati illuminare. Che vuol dire: sii meno perentorio nelle tue affermazioni, rifletti, abbi pazienza. Sta attento a quello che ascolti, verifica la fonte: non tutti sanno tutto. E poi prova a ricordare qualche versetto di vangelo e a collegarlo alla vita. In questo tempo alcuni genitori che aspettavano il battesimo dei loro figli e magari con l’idea di fare una bella festa, mi stanno dicendo: Don, la festa è il battesimo. Il resto quando si potrà. Mi pare sia proprio la sfida della verità. Brilla il Signore e brilla anche quel sacramento in cui si fa azione. Due stelle che illuminano la nostra vita di un figlio che cresce.

3.    E infine quel cipresso, albero che Van Gogh amava e che ritorna frequente nei dipinti. Alto solenne, è un’immagine di vita che va oltre la vita. Non a caso i cipressi sono l’albero dei cimiteri, quasi a indicare cammini ascensionali. Io sono la vita, dice Gesù. Ma, con Van Gogh, sembra interrogarci: che vita cerchi? Guarda in alto e recupera le misure più alte della vita, recupera il rispetto per ogni vita. Abbiamo capito che la morte vera è la solitudine e che qualche volta arriva anche prima di andarsene, quando sei fuori gioco, quando sei escluso, quando sei scarto. La liberazione di Silvia Romano ci mette di fronte a una bella pagina di vita: quella di questa ragazza, ma anche quella di coloro ai quali lei è andata a portare vita, con il suo volontariato. È in questa vita piena, audace, controcorrente che il Signore ci invita a credere e a operare, ovunque ci sia un appello per sottrarre l'uomo a mani nemiche della vita, ma anche dove la vita non si accontenti della terra e cerchi orizzonti più alti, fatti di cielo. 

Non rimanere nei Navigli, fermo all'apericena. Mettiti sulla strada di Dio, guarda oltre e in Gesù riconosci la via, la verità e la vita.

domenica 3 maggio 2020

Omelia 3 maggio 2020


Omelia Quarta domenica di Pasqua – 3 maggio 2020


Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Ladri e briganti erano personaggi ben conosciuti dal Caravaggio che, frequentando i bassifondi e le taverne della Roma del ‘600, incrociava varia e provocante umanità, che poi finisce nei suoi dipinti. Del resto, lo stesso Caravaggio era un personaggio piuttosto suscettibile, scontroso e veloce anche con le armi, dato che nel 1606 colpisce a morte un avversario durante una rissa. Come a dire: il bene e il male convivono dentro di noi e i quadri che dipingiamo, col pennello o con le parole, hanno sempre riscontro nel cuore di ciascuno. E l’immagine di questo mondo articolato e contrastante appare in un quadro del primo Caravaggio, dipinto tra il 1593-95 e conservato a Roma nei Musei Capitolini. La buona ventura. Caravaggio, La buona ventura - Roma Un soggetto che poi verrà riprodotto due-tre anni dopo, in un’altra versione, conservata al Louvre. Noi ci soffermiamo sulla prima, che forse esprime una maggiore immediatezza. 

Vediamo due personaggi, entrambi agli inizi della stagione adulta della vita. A sinistra una giovane donna, con il turbante, vestiti ampi, tipici dell’abbigliamento zigano. A destra un giovane uomo, giacca damascata, colletto e polsi ricamati, i guanti, un cappello piumato, una spada: è un nobile del ‘600, uno che pensa di essere sufficientemente sicuro per la posizione sociale, per i soldi che ha, per le armi che riesce a maneggiare. Osserviamo i volti e gli sguardi: gli occhi si incrociano, ognuno guarda in quelli dell’altro. 
Gli occhi del giovane, senza riuscirci, cercano di dominare una seduzione, da parte della donna e di quello che sta annunciando, come se volesse dire: sentiamo cosa mi racconti, non riuscirai a ingannarmi. In lui osserviamo curiosità, attrazione, una certa supponenza.  Lo sguardo della zingara, invece, sicuro di sé, prevale su quello del suo interlocutore: lo cattura con gli occhi, gli sorride e quasi lo ipnotizza. Ma il problema non è in quello che sta dicendo, ma in quello che sta facendo. Guardate le mani di questa donna: mani abituate ad un gioco sporco, come dichiarano le unghie sporche della mano sinistra. E infatti, con gesti di grande scaltrezza, di cui il giovane manco si rende conto, gli sta sottraendo l’anello d’oro che porta al dito. Una pennellata di giallo che si fa fatica a vedere, ma ben documentata dai restauri dell’opera nel 1985. Le dita si muovono abilmente: accarezzano, coprono, muovono e l'anello viene sfilato.

Ecco allora il senso delle parole di Gesù. Attento a chi si avvicina alla tua vita, al tuo recinto. Non sempre vuole il tuo bene: vuole i tuoi soldi, la tua attenzione, le tue convinzioni, la tua libertà. Oggi è la Giornata delle Vocazioni, la giornata per pensare in grande la vita, per farne un dono. Stai attento a chi ti seduce, a chi ti convince che l’esistenza riuscita sia quella dello youtuber o dell’influencer a indicare tendenze, a provare ristoranti, a mostrare balletti o inedite performances. Forse c’è qualcosa in più: da cercare e da custodire. 
Gesù presenta un’altra figura cui rivolgere la vita: quella del pastore. Il pastore che è lui e forse il pastore che possiamo diventare anche noi. Come si riconosce questa fisionomia?

1.    Il pastore entra dalla porta. Anzi è lui stesso la porta. Io sono la porta delle pecore. Stai attento alle porte che apri e alle porte che chiudi. Perché in esse si gioca l’accoglienza di Dio e di una vita vera. Mi ha colpito in questi giorni la notizia che in Piemonte è stata sgominata una banda per lo sfruttamento di lavoratori immigrati clandestini tra le viti del Monferrato. E a Prima pagina il 1 maggio, festa del lavoro, un insegnante di italiano per stranieri raccontava il caso di due ragazzi africani che vengono in Italia, a Forlì e iniziano a lavorare tanto da essere insostituibili nelle loro aziende. Stesso percorso per entrambi. Poi arrivano i decreti sicurezza. Un ragazzo ottiene la cittadinanza, l’altro no. Inspiegabilmente. E siccome non si può tornare a casa a motivo della pandemia, questo ragazzo si trova immediatamente clandestino, lavora in nero, paga l’affitto in nero. È condannato all’invisibilità e alla povertà. Ecco la porta che il pastore ci invita ad aprire. Dove non ci sono solo dei ragazzi che cercano vita: c’è lui alla porta, anche in questo nostro Paese che ha bisogno di una manodopera di cui non disponiamo. Fa’ entrare il pastore. 

2.    Il pastore chiama le pecore per nome ed esse ascoltano la sua voce. È quello che lo differenzia dal ladro e dal brigante. Un’immagine che ci suggerisce il desiderio della relazione. Gesù non vuole sudditi, ma discepoli, fratelli, capaci di ascoltare la sua voce e di conoscerlo mediante la voce. In questi giorni ci sono state varie polemiche sulla messa, sulla riapertura delle chiese. E ci siamo scatenati, da una parte e dall’altra. Da una parte i difensori della sicurezza che dicono che si può pregare anche in cucina. Dall’altro quelli che avvertono la mancanza dell’eucaristia e vorrebbero partecipare di persona all’appunta-mento domenicale. E abbiamo innescato una polemica senza renderci conto che anziché ascoltare il Signore, la sua voce, stavamo ascoltando noi stessi, le paure, le pretese, le rivendicazioni. Ascoltare il Signore. Che parla anche con la voce dei nostri ragazzi che oggi avrebbero fatto la loro prima comunione: Caro Gesù sappiamo che tu sei sempre con noi e anche nei momenti più tristi e bisognosi, sei pronto a sostenerci. Noi aspetteremo e quando sarà il momento riceveremo la prima comunione. Intanto ti preghiamo di guarire gli ammalati. Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono. 

3.    Infine riconosci il pastore perché le sue pecore le conduce fuori e cammina davanti ad esse. Non è un Dio che arreda recinti ma apre orizzonti. Questo è un tempo per ripensarsi in uscita. Non è un invito a uscire di casa, come tanto vorremmo, ma a venir fuori in quella novità che il Signore ti chiede, anche quando sei a casa. Vieni fuori con la tua intraprendenza, con la tua generosità, con la tua voglia di giocarti, con i sì nei quali consegni il meglio di te. Non abbiamo bisogno di chi racconta la sua insulsa giornata di lockdown ai followers ma di gente capace di spendersi per gli altri, di camminare davanti agli altri sollevando il velo dell'indifferenza e della mediocrità. Come d. Giuseppe Berardelli, prete di Bergamo, che rinuncia al respiratore procuratogli dalla sua parrocchia, per darlo a un paziente più giovane, in difficoltà. Ecco un uomo che è uscito, che ha camminato avanti, indicando un di più di vita, speranza, di umanità. Dove cammini? La grande domanda non è "quando si potrà uscire di casa", ma "che ci vado a fare fuori di casa". Portare vita, suggerisce Gesù, vita in abbondanza. 

domenica 26 aprile 2020

Omelia 26 aprile 2020


Terza domenica di pasqua

Se fosse necessario rinunciare a tutto il Vangelo per una sola scena in cui esso sia interamente riassunto, certo non esiterei a indicare quella dei discepoli di Emmaus”. Così scriveva Jean Guitton, pensatore francese amico di Paolo VI, nel suo Gesù, pubblicato nel 1956. In effetti l’episodio contiene una piccola sintesi di vita cristiana: l’agire di Dio e la vita degli uomini, i grandi riferimenti della fede e i sentimenti che la accompagnano: smarrimento, delusione, speranza persa e ritrovata, gioia. Emmaus è il cammino della nostra vita con il Signore, un cammino che non esclude la fatica. Anche questo è un tempo faticoso, di speranze mortificate, di racconti inquieti, di strade impervie.

Ecco perché anziché scegliere una delle tante opere che rappresentano Gesù a tavola con i discepoli, ho preferito prenderne una dei discepoli in cammino con lui. Un soggetto meno frequente nella storia dell'arte, di cui il capostipite sembra Duccio di Buoninsegna, pittore senese tra ‘200 e ‘300. Raccontano le cronache che il 9 giugno del 1311 ci fu una processione, con grande partecipazione di popolo e di autorità cittadine, per il trasferimento della “Maestà” dalla bottega dell’artista al duomo di Siena. La Maestà di Duccio è una composizione artistica che da un lato ritrae la Vergine in trono con gli angeli e i santi, dall’altro ci sono scene evangeliche. Tra queste troviamo anche quella dei discepoli di Emmaus, in cammino, con Gesù. In alto a destra. Immagine Discepoli di Emmaus - Duccio
Di questo cammino vorrei riprendere i tre verbi fondamentali, che riguardano Gesù e che segnano i suoi movimenti.

1.    Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. È un’immagine di prossimità e di compagnia buona. Duccio ha rappresentato questa vicinanza itinerante vestendo Gesù da pellegrino: col cappello, il bastone, il mantello, la bisaccia e la conchiglia che indossavano i viaggiatori che nel medioevo andavano a Santiago. Nel grande pellegrinaggio della vita, sono qui con te, anche se non mi riconosci. Un Gesù paziente, discreto, rispettoso dei cammini degli uomini. Scalzi i discepoli e scalzo anche lui.  Non ha fretta di rivelarsi: aspetta i tempi della vita, ascolta prima di parlare, chiede di raccontare. Che sono questi discorsi che stavate facendo lungo la via? La manifestazione di Gesù inizia con la manifestazione del cuore dell’uomo. Anche se è un cuore triste, ferito, deluso. Non aver paura di raccontare al Signore quello che ti capita, compresi i drammi di questo tempo. E tutte le volte che qualcuno ascolta qualcun altro, c’è qualcosa di divino che si compie. Su questo racconto poi, Gesù ci mette del suo, ci mette la sua vita, la sua parola, la sua lettura. Spiegò in tutte le scritture quello che si riferiva a lui. Parla e ascolta. La guarigione ha bisogno di entrambi i movimenti, ha bisogno anche di accogliere parole vere, profonde, perché le nostre parole sono limitate. A volte ci chiudono in circuiti involutivi: bisogna ospitare parole vere, che riscaldino il cuore. Ieri era il 25 aprile. Quante parole si dicono e si scrivono. Quante ferite ancora aperte e quante accuse che gli uni riversano sugli altri. Forse le parole vere sono quelle di Papa Francesco quando ci invita a mettere fine alla parola guerra, a spegnere i focolai di odio presenti nel mondo. Questa è la resistenza: resistere alla cultura dell’odio e dell’indifferenza che neanche il coronavirus riesce a sconfiggere. E trovare parole di perdono, di riconciliazione, di pace.
2.    Il secondo verbo di movimento che appartiene a Gesù è una specie di provocazione: fece come se dovesse andare più lontano. Nell’immagine di Duccio lo si nota bene: bastone ben piantato per terra, mano tesa in avanti, piedi su un terreno sconnesso, nella determinazione di Gesù di proseguire il cammino. Gesù ci spinge sempre in avanti. Ha in mente qualcosa in più. Oltre la stagnazione, ma anche oltre la sola compagnia, oltre le tue parole e anche oltre le sue. Nel senso che la sua parola domanda ospitalità, trasformazione, accoglienza. Gesù vuole portarci più lontano. Là lo si riconosce. Non so se avete letto quella straziante lettera ospitata da Famiglia Cristiana di un padre e di un nonno che si congeda dai suoi famigliari descrivendo la casa di riposo in cui si trova come “prigione dorata”. Sembra infatti che non manchi niente ma non è così…manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno "come stai nonno?", gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare. In questi mesi mi è mancato l'odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Ecco qua l’invito ad andare più lontano. Anche nell’incontro tra le generazioni, vincendo la cultura dello scarto.
3.    Infine il terzo passaggio. I due infatti sono stati bene insieme e lo pregano: Non andartene: rimani con noi perché il solo ormai è al declino. Guardate la mano del discepolo più giovane che sembra invitare Gesù a casa sua. Ed egli entrò per rimanere con loro. Un lungo cammino per rimanere. Gesù sparirà poi dalla vista, ma non ritirerà la sua presenza: rimane. Niente e nessuno riesce a modificare questa sua determinazione. Non lo vedi, ma c’è. E il rimanere è affidato ad un gesto: un pane spezzato. Forse per questo Duccio non dipinge la scena classica dei discepoli a tavola. Perché quella scena si ripete sempre sull’altare di fronte al quale la Maestà è collocata. Gesù lo riconosci quando spezzi il pane con lui. Quando celebri l’eucaristia e quando diventi eucaristia, pane spezzato per gli altri. Non vediamo l’ora di poter celebrare la messa insieme. Ma c’è una messa solenne che in questo tempo si compie, fatta di tanta gente che si spezza per gli altri. Lì c’è il Signore che si fa conoscere e che rimane. Anche in quella città che appare sulla destra, dove non solo Duccio, ma questo tempo ci aspetta.

lunedì 13 aprile 2020

Omelia di Pasqua 2020

PASQUA 2020 (12 aprile 2020)

«Mi alzo all’alba per studiare nel brillio dell’occhio del mio modello il riflesso ardente del sole che spunta all’orizzonte», è quello che in una lettera, nel 1898, Eugène Burnand, pittore svizzero scrive all’amico Paul Robert, descrivendogli il dipinto che stava realizzando.
L’opera è forse la corsa al sepolcro più emozionante che la storia dell’arte conosce. 
Tutto comincia con la scoperta di Maria di Magdala che, di fronte al sepolcro vuoto: corre per dare l’annuncio ai discepoli. E poi loro, Pietro e Giovanni riprendono quella corsa, tornando al luogo da cui è partita. Al sepolcro. Eccoli qua. Con le loro espressioni intense, gli occhi luminosi, i capelli scompigliati, le mani che vogliono dirci qualcosa. Il mattino di pasqua ha bisogno della corsa di questi due discepoli, per arrivare a noi, per destare anche le nostre corse. Perché il cristianesimo non sopporta la vita sedentaria, il divano. È via, odòs, come i primi cristiani identificavano inizialmente la loro fede. Che cosa ci raccontano Pietro e Giovanni di questa corsa?



1.    È una corsa che non ha età, che raccoglie ogni età. Pietro con i tratti dell’uomo maturo, Giovanni con quelli di un giovane. È la corsa degli adulti e dei ragazzi, dei giovani e degli anziani. In questo periodo in cui siamo rinchiusi, tutti abbiamo il desiderio di uscire e tutti cerchiamo appoggi nel Codice Ateco o nel cagnolino di casa. Gesù ci fa capire che la corsa, almeno la sua, appartiene a tutti. Gesù risorto ci ha regalato tante suggestioni anagrafiche in questi giorni, aiutandoci a cogliere una fede ricca del dono di tutti. Dei bambini, dei loro disegni, del pane che hanno impastato e cotto il giovedì santo. Degli genitori che hanno aiutato i loro figli a costruire una croce, ma che soprattutto la croce l’hanno e la stanno portando con la loro responsabilità, famigliari e professionali. E poi la corsa di due anziani, seduti dietro casa il venerdì santo, ad osservare il campanile. Fermi immobili, ma sentimenti e pensieri correvano molto. Non smettere di correre, mai. La fede è una corsa, una staffetta. Perché vive di testimonianza, da persona a persona. Qualcuno arriva prima, qualcuno poi. È importante aspettarsi, condividere. 

2.    È una corsa ricca di pensieri, di affetti, di emozioni. Osservate i colori: Giovanni è vestito di cielo, Pietro di terra. Osservate gli sguardi. Giovanni sembra osservare un punto fisso di fronte a sé, sembra custodirlo nelle mani raccolte. Pietro invece ha la fronte corrugata, gli occhi inquieti, come inquieto è anche il gioco della mani. Pietro ha un vuoto da colmare, quello del rinnegamento, il confronto con la sua meschinità. La corsa pasquale non appartiene ai perfetti, ma ai salvati. Penso al bene che mi hanno fatto le testimonianze ascoltate venerdì sera. Testimonianze dal carcere dove qualcuno ci ha raccontato il male che lo abitava e il cambiamento, disperazione e speranza. In carcere sono diventato nonno: mi sono perso la gravidanza di mia figlia. Un giorno, alla mia nipotina, non racconterò il male che ho commesso ma solamente il bene che ho trovato. Le parlerò di chi, quando ero a terra, mi ha portato la misericordia di Dio…. È vero che sono andato in mille pezzi, ma la cosa bella è che quei pezzi si possono ancora tutti ricomporre. Non è facile: è l’unica cosa, però, che qui dentro abbia ancora un significato. A volte, anche noi siamo a pezzi, ma Dio ci ricompone. Come più di qualcuno ha sperimentato in questi giorni, deponendo arroganza, onnipotenza, spirito di rivalsa e di vendetta. Abbiamo speso buona parte della nostra vita per essere i migliori. Ora ne comincia un’altra. Quella per essere migliori. E basta. Per quel Dio che conosce questa parte di noi e ci invita a liberarla, ad uscire dal carcere del risentimento, dei sensi di colpa, della paranoica sensazione che siano sempre gli altri a sbagliare. Esci dal sepolcro: tira fuori la parte migliore di te. 

3.    È una corsa nella luce. È un dipinto pieno di luce. Quella del mattino, quella che brilla, condensata, proprio nella pupilla di Pietro. Sei peccatore ma Dio con la sua luce può catturare i tuoi occhi. E questa luce dice che c’è nell’aria qualcosa di nuovo. Questa immagine ci restituisce l’idea di un cristianesimo vivo, di un incontro. Noi non siamo i seguaci di un libro, neanche di un’etica buona. Ma del Signore risorto e vivo. Qualche volta vorremmo vederlo, essere confortati dai segni. Il tempo pasquale ce li regala, se li sappiamo cogliere. Come mi è capitato venerdì, spostando un faro dell’illuminazione della croce che avevo collocato sul sagrato. Quella luce provvida ha stampato un’ombra sulla facciata della chiesa, innalzando sorprendentemente una sorta di albero maestro. Non era più il patibolo, ma un vessillo, un invito a prendere il largo, a fidarci di Gesù risorto, vivo e ben presente sulla scena della chiesa e del mondo.  Suggestioni, forse. Che ti lasciano però sempre di fronte ad un bivio, alla possibilità di scegliere tra il disincanto e la fede. Il discepolo amato sceglie la seconda ipotesi: entra nel sepolcro e vide e credette. Da quel momento il mattino si è acceso, dei colori di Burnand, della stessa luce con la quale Gesù risorto, talora con sorpresa illumina anche noi.    

sabato 4 aprile 2020

Celebrazione mariana di Venerdì 3 aprile 2020


Con Maria, presso la croce. 
Momento di preghiera al Santuario della Crocetta
per prepararci alla Settimana Santa

In quell’ora. Il tema dell’ora accompagna tutto il vangelo di Giovanni e ci porta di fronte alla croce di Gesù. È la sua ora ed è la nostra ora. Perché la croce ha raggiunto anche la nostra vita. Con la sofferenza che porta con sé, il disorientamento, ma anche la speranza, perché la croce è anche un crocevia ad indicarci le vie di Dio.

E nella croce che cosa si fa? Un verbo solo coniuga gli atteggiamenti di chi è raggiunto dalla croce: stavano. Stavano presso la croce. Stare. Stai a casa. Anche questa è una croce.

Ma in questo stare c’è l’affermazione di una relazione. Una madre, un discepolo che diviene figlio, delle sorelle.

Il male, l’oscurità, la sofferenza per quanto minacciosi non riescono a cancellare le relazioni. sono terra santa, terra di Dio. E forse in questo periodo noi siamo ritornati a misurarci in maniera diversa con i genitori, con i figli, con i fratelli, con il partner. Ci siamo misurati con verità, perché quando si vive insieme senza vie di fuga emergono anche le pesantezze, le contraddizioni, i limiti di ciascuno. La croce ci smaschera dalle nostre ipocrisie.

Però ci siamo resi conto anche della sofferenza di quando insieme non si sta, per tutti i volti che non vediamo, i sorrisi che non ci raggiungono, i baci, le carezze e gli abbracci che non possiamo scambiarci. Nonni tecnologicamente avanzati che frequentano skype: Fame vedare el me ceo.

Le relazioni sono importanti e Maria è mastra di relazioni. Il figlio ce la consegna perché in lei possiamo riconoscere una maternità che sempre ci genera, ci accompagna, ci sostiene. E continua a farlo sotto la croce, qui in modo particolare, in questo santuario in cui la Vergine appare con la croce e la conficca al suolo perché ci ricordiamo di lei e di suo figlio. Siamo qui, Maria, con te, stasera. Siamo presso la croce che ci hai lasciato in dono.

E come Madre, Maria continua a darci appuntamento come nel 1420, a Pietro Tagliamento, ungaro, a questo mandriano mercante che giungendo forse dall’Europa dell’est vive una singolare esperienza di incontro tra cielo e terra. Perché Maria è così: cielo che si apre sulla terra, per tutti i suoi figli.

Quale messaggio?

-      Anzitutto non temere. Godego nel 1400 è un’estensione di boschi popolati come ci dicono alcune cronache di allora da lupi e da banditi. C’era di che aver paura. Ma la Vergine rassicura: non temere. Parole divine, ripetute 366 volte nella bibbia, una volto al giorno per tutto l’anno, compreso l’anno bisestile, compreso anche quest’anno. Le stesse parole che l’angelo ha detto a Maria, Maria le dice a noi. Non temere, il Signore è con te. Lasciatevi accarezzare questa sera da questa persuasione. Anche se patisci, anche se non vedi oltre la notte, anche se la vita ti strappa quello che hai di più caro. Non temere. Il Signore è con te. Non domani, non in un incerto futuro. Indicativo presente. È con te oggi. Qui. Maria è la garanzia di Dio, la mano tenera di una madre e di una donna perché tu ti accorga della mano sua, forte e protettiva. Non temere.

-      E poi quella rassicurazione che guarda avanti. Troverai. Qui sì c’è il futuro, perché Dio non allestisce musei ma apre sogni. Pietro sa che troverà la sua mandria. Maria a noi lancia la sfida di nuove ricerche e di nuove scoperte. Cosa troverai in questo tempo? Verso dove ti sta spingendo il Signore? Cosa troveremo, dopo questi giorni? Forse proprio quello che questi giorni ci hanno insegnato. Alcuni autori greci dicono, quasi fosse un proverbio, ripetono: Ta pathémata mathémata”, le sofferenze insegnano. Dobbiamo trovare degli insegnamenti. Che la vita è preziosa, che non può essere sprecata, che la riconciliazione vale più delle nostre ragioni, che il mondo non coincide con i brevi confini che garantiscono il benessere ma siamo interconnessi… Troverai…

-       Infine quell’invito: vai dal sacerdote e dal popolo godigese. Come se Maria, che pure si prende tutte le libertà di apparire, poi ci desse appuntamento nello spazio di una comunità cristiana. Sotto la croce, nasce la chiesa. Questo tempo ci sta facendo sentire quanto preziosi siano i legami comunitari. Rispetto a quell’idea, un po’ new age, che colloca Dio dappertutto e da nessuna parte. No, Maria ci ricorda che Dio mette dimora in uno spazio comunionale: nella tua famiglia, certo, ma anche in questa famiglia più grande che è la parrocchia, ogni nostra parrocchia. Sono molti messaggi che arrivano in questi giorni, come quello di un ragazzo che ha chiesto di essere ospitato in canonica perché, quando riapriremo lui intende stare in oratorio, dalla mattina alla sera. Non vediamo l’ora. Anche noi preti. Ma sentiamo che la comunione c’è anche in questo tempo di distanze. E forse, com’è capitato per piazza san Pietro venerdì scorso, capita anche per le nostre comunità. Mai sono state cosi vuote e così piene. Mai abbiamo colto così profondamente questo legame. Forse perché anche una Madre lo custodisce.


Omelia 29 marzo 2020

Quinta domenica di quaresima
Ci sono tante opere che riprendono il vangelo di oggi. Quella che vi propongo è di Van Gogh ed è datata 1890. È importante la collocazione cronologica perché in quell’anno il pittore in quell’anno ha lasciato la clinica psichiatrica di St. Remy in Provenza dove era ricoverato da circa un anno. Tempo difficilissimo in cui l’artista è tentato molte volte dall’idea del suicidio che tragicamente riuscirà a compiere a fine luglio di quello stesso anno. Ma prima di quel gesto lui ha ancora la voglia di dipingere e uno degli ultimi quadri è proprio La risurrezione di Lazzaro. V. Van Gogh, La risurrezione di Lazzaro, 1890 Un dipinto senza Gesù ma pieno di luce. «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». E un dipinto in cui il pittore mette il suo volto al posto di Lazzaro. Come se volesse identificarsi, affermare tutta la sua speranza di guarigione e di vita, come se volesse lanciare un grido capace di resistere nel tempo, di andare anche oltre il tragico gesto dal quale sarà sopraffatto.
Questa la grande intuizione artistica. Van Gogh ci sta dicendo: Lazzaro sei tu. Lo comprendiamo bene in questi giorni in cui ad essere sepolti non sono solo i tanti fratelli che ci lasciano, ma lo siamo anche noi. Perché quando vediamo quei camion mimetici dell’esercito che percorrono le strade di questo nostro Paese, comprendiamo che non possiamo mimetizzarci. E ci tornano le grandi domande, i nostri dubbi, simili a quella che senza troppi peli sulla lingua, Marta manifesta a Gesù: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.
Dove sei, Signore, nell’ora della nostra morte? Gesù oggi ci guida ad un rinnovato incontro con lui, proprio sul terreno delle nostre fatiche più grandi, sul terreno della morte.
1.    Il primo segnale di risposta, Gesù ce lo dà con il suo pianto. Se inizialmente e con un po’ di pudore l’evangelista ci dice che Gesù si commosse profondamente, poi supera l’imba-razzo e dichiara senza esitazione che Gesù scoppiò in pianto. Vengono in mente le immagini di venerdì sera in piazza S. Pietro. Quel crocifisso bagnato dalla pioggia che disegnava innumerevoli rigoli sul corpo del Signore, quasi fossero lacrime sue e dell’umanità. Vedi come lo amava. La prima vittoria sulla morte, Gesù ce la consegna con le sue lacrime. Un Dio che piange, che conosce bene quanta sofferenza c’è nel tuo cuore ogni volta che la morte e le sue ombre si avvicinano alla tua vita. Qualcuno non capisce e sbotta: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». A volte vorremmo un Dio così, che prevenisse i problemi e spianasse la strada ai nostri progetti. Ma quali progetti? Papa Francesco ce li ha ben ricordati: “Avidi di guadagno ci siamo ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato”. E ha aggiunto: con la tempesta è caduto il trucco che nascondeva il nostro ego. Ecco, forse Gesù preferisce le lacrime alla sua potenza, perché si sciolga il trucco che ci maschera e possiamo essere finalmente restituiti alla verità. Sua e nostra. «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».
2.    E poi quel comando rivolto all’amico: Lazzaro, vieni fuori. Sono parole che Gesù dirà ad ogni suo amico, ad ogni suo fratello nell’ora della morte. Se lo Spirito abita in voi, lo Spirito darà vita ai vostri corpi mortali… Ma intanto ci dice: evita di abitare i sepolcri prima del tempo, esci dalle macerie sotto le quali ti stai seppellendo. I sepolcri di questo tempo sono quelli dominati da due guardiane della morte: la paura e dall’indifferenza. La paura ci rende inquieti, sospettosi, acidi, chiusi in noi stessi. L’indifferenza ci rende assenti, incapaci di sintonia con il mondo, stravaccati sul divano aspettando solo che finisca e tutto possa riprendere come prima. Esci dal sepolcro, non arredarlo, fa’ di questa occasione la possibilità di ridisegnarti alla luce di Dio e dei suoi progetti.
3.    Però la vittoria sulla morte ha bisogno anche degli altri. Non ci si salva da soli, come diceva Papa Francesco. E nel brano del vangelo vediamo che Gesù, prima di dire a Lazzaro di uscire, dice a chi gli è attorno: Togliete la pietra. E poi: Slegatelo e lasciatelo andare. Quali sono i fratelli che hanno bisogno del tuo aiuto per risorgere? Quelli ai quali rifiuti il perdono. Ma questa situazione puzza… e non da quattro giorni! Togli quella pietra. E poi pensate a quelli che avvolgiamo con i nostri giudizi, i nostri “sei sempre lo stesso”, “non cambi mai”. Slega il fratello dalle tue funi, dai pregiudizi, dalle etichette. La vittoria sulla morte ha bisogno di un esercito appassionato della vita e che faccia scelte di vita. 

Ecco, io apro i vostri sepolcri o popolo mio… Ci aiuti il Signore a credere in lui, ci aiuti a sottrarre alla morte ogni segreta alleanza.

sabato 28 marzo 2020

Omelia 22 aprile 2020


Quarta domenica di quaresima


È molto bella l’immagine di Gesù che apre gli occhi al cieco. Gesù che impasta del fango e lo stende sugli occhi in un gesto che sa di creazione. Ce lo suggerisce molto bene l’immagine del pittore Giovanni Vanzulli, che raccoglie il gesto di Gesù intorno alle sue mani energiche che danno vita e danno luce, come quando Dio plasma l’uomo con la polvere della terra. 
Gesù è venuto a ricreare la nostra vita, a darci luce. A darcela anche in questo momento di oscurità dove sentiamo che non solo è sempre più difficile vivere, ma è anche più difficile credere. Perché ci siamo attivati parecchio: messe in streaming, benedizioni eucaristiche, rosario, preghiere alla Vergine, ai Santi. E Dio che sembra tacere. Dove sei, Signore? Accendi la tua luce? E lui che dice: È per un giudizio che sono venuto nel mondo, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi. I ciechi siamo noi. Accecati dalla nostra presunzione, dalla voglia di far fare a Dio quello che vogliamo noi. E Gesù vuole accenderci occhi differenti, gli occhi della fede. Per rinascere nella luce di Dio dobbiamo superare tre varchi, tirarci fuori da tre pensieri malati che segnano i personaggi del vangelo di oggi. La ricerca delle colpe, la presunzione eretta a sistema, l’omertà.

1.     I discepoli. Questi frequentatori di Gesù si rivolgono a lui e gli chiedono: Signore, chi ha peccato, lui o i suoi genitori se è nato cieco? A volte non vediamo perché siamo preoccupati di ricercare le colpe altrui. Le colpe dei cinesi, le colpe di chi ha viaggiato da un paese all’altro, le colpe dei veneti e dei lombardi, forse anche le colpe degli uomini che hanno attirato il castigo di Dio. Gesù fa saltare il gioco delle colpe e anche il collegamento colpe-castigo divino. Né lui ha peccato, né i suoi genitori. Ma è perché siano manifestate le opere di Dio. Alcune nostre scelte non sono senza responsabilità ma a Dio non piacciono i talk-show delle accuse e, nella nostra fragilità, racchiude la sua recuperabilità, i suoi prodigi. Pensate al dato di ieri sera, a quell’appello fatto ai medici per il quale lo stesso ministero della sanità non pensava di raggiungere più di un centinaio di disponibilità. Hanno aderito in ottomila. Certo, la tragedia rimane e puoi continuare a chiederti di chi è la colpa se non arrivano le mascherine. Ma Dio illumina il mondo da un’altra parte, anche questo mondo oscuro del virus. Dalle colpe alle sorprese.

2.    Poi ci sono i farisei. Questi sono i difensori della legge, i difensori di Dio, gente che vuole vedere meglio di lui. E così fanno indagini, insistono negli interrogatori del povero cieco guarito. Ma non vanno oltre alle loro idee, a quello che loro hanno già deciso. Anche questo ci rende ciechi: la presunzione, la  voglia di saperne più degli altri e di aderirvi così fortemente da perdere il senso della realtà. Siamo come Donna Prassede dei Promessi Sposi. Poche idee, alle quali era molto affezionata. Tra le poche molte di storte e non era detto che le fossero le meno care. Pensate a quello che sta succedendo. Quante idee: dalla banale influenza ai pipistrelli, ai complotti internazionali, agli interessi farmaceutici. E giù di video e intervista sui social che alla fine l’obiettività e la serenità se ne vanno a passeggio. Cosa dice il cieco? Io non so se sia un peccatore; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo. Il cieco muove dal principio della realtà: cosa puoi osservare? Lascia stare per ora i retroscena e abita questo momento. Osserva quello che succede: se guardi il numero dei morti capisci che non è la banale influenza; se vedi come funziona il contagio capisci che starsene a casa è un gesto importante, se dai un occhio all’ospedale capisci che la sanità è un bene non del tutto aziendabile. Smettila di osservare le tue idee: la realtà è il luogo dove il Signore ti dà appuntamento per imparare a vedere. Alla realtà facevamo fatica a guardare anche prima del virus: vivevamo in una bolla, la bolla del successo, la bolla dell’economia senza regole, la bolla del divertimento. E ci pareva che dovesse andare proprio così. Il mondo non si può fermare. Gesù ci invita a guardare col principio della realtà. Ci vedi quando ai miraggi subentra la verità.

3.    Infine i genitori del cieco. Hanno paura di essere banditi dalla sinagoga e quindi le loro risposte sono evasive, omertose. Certo, è nostro figlio, è nato cieco. Come ora ci veda non sappiamo. Chiedetelo a lui, ha l’età. Anche loro sono ciechi. Vedono solo la loro paura, la possibile esclusione sociale, il rischio di dover prendere posizione, di coinvolgersi. Tu ci vedi quando ci sei, quando non ti tiri indietro e la fede continua ad accompagnarti. Quando non fuggi alla preghiera della sera con la tua famiglia, quando resisti di fronte al veleno di chi spara contro Dio e contro la chiesa anche in questo tempo, quando continui a vivere la tua fede, nonostante il silenzio di Dio. Dio non ti da quello che chiedi, ma quello che credi. Tu credi nel Figlio dell’uomo? Credo, Signore! E si vede nella misura in cui si è disposti a credere.



Fratelli, un tempo eravate tenebra: ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli della luce.