sabato 15 giugno 2019

Omelia funerale Paolo Carraro


Funerale Paolo Carraro (15 giu. 2019)

(Rm 14,7-12 / Mt 18,1-5)

Eccola nella piazza della chiesa,
eccola sorta come per incanto!
Chi non l’avea desiderata tanto?
Chi non l’avea tanto sognata e attesa?

È l’inizio di una poesia di Marino Moretti, poeta del primo Novecento che descrive l’arrivo della giostra in paese. Chi non l’ha tanto sognata ed attesa? Chi da bambino non si è lasciato catturare?

A questo sogno è connessa la vita di Paolo Carraro, la cui famiglia, da almeno quattro generazioni, viaggia con la giostra da una sagra all’altra, compresa quella di Castello di Godego, dove, fino a non molti anni fa, Paolo montava le sue catene. I lunapark si popolava di attrazioni sempre più evolute, ma lui rimaneva legato a un fascino antico, quello di un seggiolino spinto in alto per rubare non solo una coda ma anche un po’ di cielo.

A dare inizio all’attività era stato il bisnonno, nel 1888. Oggi il popolo delle giostre si muove su moderni caravan, vere case sulle ruote; un tempo c’era la più umile carovana, dove anche Paolo aveva visto la luce, nel 1932 a Torrebelvicino, in una delle tante sagre. Lì era nato, diceva Paolo, lì aveva vissuto i suoi giorni e lì voleva concluderli, come più o meno è avvenuto se non si considerano gli ultimi istanti in ospedale a Camposampiero, dove era arrivato per la festa di S. Antonio.

Cosa racconta la giostra di Paolo? Forse dobbiamo osservarla con un’attenzione più profonda del solito, perché alcuni particolari ci sfuggono.

1.    La giostra racconta la pagina leggera della vita, la pagina della felicità. Forse qualcuno ricorda Paolo al microfono quando, tra i volteggi delle catene, proclamava orgoglioso: «È il gioco americano. Il gioco che va di moda. Salire, prego. La regina del volo». Bambini, ragazzi, giovani e adulti, per qualche istante di divertimento. Divertimento è una parola che allude al divergere, all’esigenza di volgere altrove lo sguardo. Vuol dire che non ci basta il lavoro, il ritmo determinato dalla professione, dalle occupazioni che pure strutturano la vita. C’è qualcosa in più nel cuore e nella testa degli uomini. C’è una dimensione fanciullesca che non possiamo perdere e che porta con sé una matrice autenticamente evangelica, quella che Gesù ci ricorda: Se non ritornerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli. La vita, lo sappiamo non è sempre divertimento, ma del divertimento ogni tanto abbiamo bisogno, per non prenderci troppo sul serio, per imparare a ridere di noi stessi, per non lasciarci travolgere dalle cose da fare o perché, avendo vissuto con il pensiero di tante cose da fare, alla fine non ci si renda conto di aver vissuto a metà! Custodisci un po’ di fanciullezza, condividila con tuo figlio e tuo nipote. Sali sulla giostra con loro: forse si ricorderanno un pagina lieta, che farà bene a loro e farà bene anche a te.

2.    Ma la giostra racconta anche un’altra verità, non per chi ci sale, ma per chi appartiene a questo mondo. Il giostraio, infatti, evoca un immaginario non sempre entusiasmante, nel quale le colpe di qualcuno rischiano di essere attribuite a tutti. Lo sapeva Paolo, alla nascita del cui padre, erano dovuti intervenire i carabinieri per convincere la levatrice ad assistere al parto, tanto era prevenuta nei confronti di quella che riteneva gente poco affidabile. Paolo però non era così: era un lavoratore; quando i figli erano piccoli, senza badare alla fatica, montava da solo la giostra nella quale oltre ai seggiolini giravano onestà, pane guadagnato col proprio sudore, rispetto per tutti, cordialità e capacità di fare del bene, di spostarsi per far posto a un’altra giostra, di andare ad aiutare suo fratello con la giostra dei piccoli. Una ricerca di integrazione sociale di cui, il segno più eloquente, è stato il matrimonio con Amelia Daminato. L’aveva adocchiata a Rosà, dove lavorava. Era andata alle giostre e lui era rimasto colpito: “Ciao, bella mora”. E la bella mora sarebbe diventata sua moglie, in una relazione piena di rispetto e tenerezza. Cosa poteva significare nel 1960 a Godego per una donna andare in sposa a un giostraio? Ha vinto l’amore, ha vinto la tenacia, ha vinto la determinazione di entrambi nell’essere più forti degli stereotipi che, non solo un tempo, ma anche oggi condizionano le nostre scelte e generano talvolta tanta sofferenza. Smettila di parlare di categorie e parla di persone, per quello che sono, per quello che sono e per quello che grazie a te possono diventare. Dio non ama le categorie: ama l’uomo e quel bene che ha nascosto nel cuore di ciascuno.

3.    Infine la giostra di Paolo era fatta di famiglia. La carovana si era allargata con l’arrivo di cinque figli ai quali Paolo non consegnava solo il lavoro. Paolo consegnava loro la storia, quella dei libri e quella vissuta, fatta di guerra, di povertà, di avventure che lui amava raccontare. Consegnava molta fiducia: le botte non servivano; serviva la responsabilità. Consegnava la passione per l’unità, raccomandando di volersi bene. Tacitamente consegnava anche la presenza di Dio in quelle preghiere con cui ogni sera si rivolgeva al Signore, ricordandoci che il padrone della giostra, alla fine è lui. Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. La giostra vera è quella di Dio e quel po’ di spinta che ci diamo, vivendo il suo vangelo, non ci porta ad afferrare la coda ma a prendere la sua mano che ci fa passare dalla morte alla vita.  

Bella la giostra! È tutta luce e argento,
tutta specchi, bagliori, oro, turchesi,
così come quei fantastici paesi
ch’io vedo solo quando m’addormento.

Anche Paolo si è addormentato. Che nella carovana dei cieli, possa vedere il mondo di Dio, sentire l’abbraccio del perdono e della misericordia, essere ancora accanto ai suoi cari.

lunedì 10 giugno 2019

Omelia Pentecoste 9 giugno 2019


Pentecoste 2019

C’era un video assurdo che circolava in rete in questi giorni. Due pescatori della Groenlandia che catturano uno squalo, gli tagliano la coda e lo buttano in acqua sghignazzando: «Buona fortuna col nuoto, bastardo». Con l’accortezza di riprendere la scena, prontamente pubblicata. Mi pare la fotografia drammatica dei nostri giorni, di quello che siamo e possiamo diventare; in questo gesto non c’è solo la deprecabile violenza nei confronti di un animale, c’è invece qualcosa di cinico, di spietato, una lucida malvagità, in cui un individuo trova godimento facendo del male. Forse non solo a dei pesci. Basta pensare a quando in mare finisce gente buttata da mercenari senza scrupoli. E allora ti viene da dire: che cosa c’è nel cuore dell’uomo se facciamo gesti del genere, quali oscurità ci abitano? Chi è lo squalo? Forse è proprio per questo che Gesù ci regala il suo Spirito, perché nei nostri polmoni ci sia un’aria differente da quella velenosa che talvolta respiriamo, magari credendo che sia l’unica aria possibile.
Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Dove ci conduce lo Spirito? Come agisce in noi?
1.    Ci sintonizza con Gesù e con il suo pensiero. Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Lo Spirito riattiva la memoria perché spesso è intaccata da virus che cancellano un patrimonio prezioso che ci appartiene, quello cristiano, ma anche quello che di cristiano abbiamo vissuto nella nostra vita. Ad esempio, mi capita con una certa frequenza che gli sposi perdano dopo un po’ la memoria del loro matrimonio; non perché si lascino, ma perché la loro identità di genitori e di nonni erode quella degli sposi. Raccomandazioni ai figli, parole di affetto, sostegno nella scuola, aiuto nelle competizioni della vita e del lavoro. Poi i figli se ne vanno e i due rimangono a casa e non sanno più cosa dirsi. Sono diventati estranei l’uno all’altro. La vita si riempie di vuoto, di sostituzioni affettive, di reciproca insopportabilità. A volte ci si salva diventano nonni, ma è un salvataggio a metà, perché figli e nipoti non hanno bisogno solo di servizi, ma di una testimonianza d’amore vero. Lascia che lo Spirito ricordi ciò che il Signore vi ha detto nel matrimonio, che riattivi la memoria dell’innamoramento, della complicità, della tenerezza.
2.    Lo Spirito crea relazione di famiglia. Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito che ci fa conoscere Dio come Padre ci regala gli altri come fratelli. Questa è la strada per non diventare squali. In questa settimana abbiamo appreso la notizia tristissima di quella ragazza olandese che ha deciso di farla finita. Non è eutanasia; è un suicidio assistito, complice uno stato che invece di sostenere finisce per «incentivare e organizzare la morte dei suoi cittadini preda della disperazione», come in una frase ha riassunto il bioeticista olandese Theo Boer. Una soluzione che sembra raccoman-dabile come le altre, avvalorata dal fatto che se l’ha fatta qualcuno, altri la possono seguire. È la cultura dello scarto che si impossessa di noi. Diverso invece quel compito in classe premiato dal Senato della Repubblica, come miglior tema dell’anno in cui una quindicenne friulana parlando della nonna malata di Alzheimer ha scritto: Vorrei poter raccontare di gite al parco e fiabe lette, ma non sarebbe la nostra storia. A noi non è stato concesso il tempo di fare queste cose. Ma sono infinitamente grata per avere avuto quello di amarti, di essermi potuta rendere conto di quanto una persona possa essere fondamentale anche se non si ricorda il tuo nome e non ti riconosce più. Che bello. Lo Spirito ha stabilito relazione, anche dove sembrava impossibile. E la relazione è diventata vita.
3.    Infine lo Spirito ci restituisce a noi stessi quando ci fa parlare lingue nuove. È quello che succede agli apostoli che escono dal cenacolo. Lingue di fuoco che scendono e linguaggio nuovo che ne deriva: cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Prova a parlare in maniera diversa. E esci allo scoperto. Pensate ad esempio alla sentenza della Cassazione che nei giorni scorsi si è espressa in materia di prostituzione. Qualcuno aveva evocato la libertà sessuale, come diritto che ricade nell’articolo 2 della Costituzione, che tutela i «diritti inviolabili dell’uomo». La domanda, in estrema sintesi, era: quando la scelta di prostituirsi è esercizio di libertà sessuale, perché deve essere accusato di favoreggiamento chi la «agevola»? Ancora: poiché oggi esiste la figura della escort, perché chi mette in contatto queste «professioniste» con i clienti deve essere accusato di favoreggiamento della prostituzione? Ieri la Corte Costituzionale ha diffuso i motivi del rigetto del ricorso: anche se la scelta «appare inizialmente libera», essa conduce spesso in un «circuito dal quale sarà difficile uscire volontariamente» e comunque si tratta di una scelta che mette a rischio l’integrità fisica e la salute delle donne. E noi che ci nascondiamo dietro l’ipocrisia del “mestiere più antico del mondo”: mestiere o schiavitù? Parlare lingua nuove. Ma non novità delle mode, la novità di Dio, l’unico che fa nuove tutte le cose.
Lo Spirito ci viene regalato per questo. Il suo soffio talvolta ci sovverte, ma ci indica strade di libertà e di verità. Per noi e per il mondo.

lunedì 22 aprile 2019

Omelia pasqua 2019


PASQUA 2019


È viva nella nostra mente l’immagine del rogo di Notre Dame, in particolare di quell’ardito pinnacolo avvolto dalle fiamme che ad un certo punto collassa sull’edificio. Un tonfo che rimbalza nel cuore della gente sbigottita e incredula. Gente che osserva, piange, prega, scatta foto che presto fanno il giro del mondo.
Un evento che fa riflettere perché in una Francia laica, in un’Europa secolarizzata, una cattedrale ha ancora la forza di parlare, di risvegliare memorie che sembravano perdute, come quella custodita in un antico edificio cristiano. Qualcosa crolla e qualcosa rimane. O qualcosa crolla proprio per farci capire che cosa rimane, nonostante tutto.
La pasqua è proprio così. Dio scuote le nostre certezze, il vuoto che abbiamo fatto intorno a lui, la presunzione di bastare a noi stessi e risveglia la sua presenza, in maniera inedita, come l’ha risvegliata in quel giorno dopo il sabato in cui le donne, preoccupate di mettere fine a una sepoltura, hanno trovato la pietra rovesciata. Non è qui, è risorto.
Dov’è che il Signore risorto ci dà appuntamento, che cosa scuote e che cosa ci lascia? Ritorniamo alla cattedrale che brucia, con tre fotogrammi.


1.    Il primo. Le cause dell’incendio. Da dove è partita quella scintilla sciagurata che ha prodotto il disastro? L’ascensore, un filo scoperto, una lampada? Fai attenzione a chi sta appiccando il fuoco alla tua vita, alle persuasioni che ti hanno accompagnato, al battesimo e alla fede che hai ricevuto in dono. La cultura del sospetto che ha accompagnato stagioni passate verso un ateismo militante si è trasformata nella cultura dell’indifferenza e della svalutazione che si propaga come un fuoco devastatore in maniera subdola, nascosta. E ci lascia vuoti, prigionieri di una superficialità che ci inghiotte o di un lavoro che ci travolge. Se togli Dio dalla costruzione della tua vita quale architettura rimane? Quella del pian terreno. Ma sta attento anche a chi appicca il fuoco alle tue scelte importanti, a chi ti insinua che lo studio non serve, che il tuo matrimonio ti imprigiona, che nel lavoro devi essere scaltro, che l’idealità è illusione. Pensate a Greta Thunberg e al suo sogno. Gesù risorto è una sfida verso nuove soluzioni. Pensa in grande la vita e occhio a chi la mortifica, a chi si veste di modernità ma ti mette addosso un abito vecchio. Cercate le cose di lassù.

2.    Il secondo fotogramma è quello della guglia che cade. La guglia è un dito verso il cielo, quello che i costruttori della cattedrali lanciavano in maniera ardita, con grande ingegno di uomini e di mezzi. Ma in quel dito che si spezzava vi possiamo riconoscere anche un monito: quello di non cercare Dio guardando semplicemente in alto, ma di ricercarlo quaggiù, nei luoghi dove ci dà appuntamento. Qualcuno si è scandalizzato perché facoltosi uomini d’affari hanno subito stanziato milioni per la cattedrale, mentre per i poveri del mondo ci sono solo le briciole. Non è giusto opporre le pietre alla gente, ma la provocazione rimane. Perché casa di Dio non è solo la chiesa, ma lo è ogni uomo presso il quale il Risorto ci aspetta: ero affamato, ero nudo, ero malato, ero forestiero. La pasqua allora ridisegna la bussola della fede: il dito di Dio ci indica il fratello, quello da aiutare, quello da accogliere, quello da perdonare o dal quale ricevere perdono. È la pasqua più bella e sorprendente, quella che ti restituisce la gioia e ti regala la certezza che le cose possono davvero cambiare.

3.    Ultima immagine è quella dell’altare polveroso tra le macerie e della croce, trafitta da un raggio di luce. È pasqua perché il Signore vuole ricondurci all’essenziale, a quel segno antico, crocevia della nostra fede, che non cessa di provocarci per quello che significa: dono di sé, vita consegnata, seme che muore per un frutto solo sperato. E quell’altare in cui tutto questo si rinnova, di domenica in domenica, pasqua della settimana. Forse anche il nostro altare ha un po’ polvere, ma il Signore non è tipo che si fa tanti problemi e ogni volta che ci sediamo a questa tavola lui arriva, come quel raggio di luce, foriero di nuovi inizi. Crolla una cattedrale, ma germoglia un seme. E questo a Dio basta perché la nostra vita è la cattedrale di Dio, il luogo della sua pasqua, quella per cui ostinatamente ci lega a se e ci rende per il mondo segno di speranza.

domenica 10 marzo 2019

Omelia 10 marzo 2019


Prima domenica di quaresima C
C’è una bella poesia di Robert Frost, poeta statunitense che parla di un bivio, esperienza che a tutti la vita prima o poi riserva. E la poesia finisce così:
Due strade a un bivio in un bosco, ed io –
Presi quella meno frequentata,
E da ciò tutta la differenza è nata.
Due strade apparentemente uguali, entrambe interessanti. Ma io, dice l’autore, presi quella meno battuta. E questo ha fatto la differenza della mia vita. Mi sembra una bella provocazione in questo iniziale cammino quaresimale in cui siamo messi di fronte alla pagina delle tentazioni. Quale strada percorrere? Gesù ci prende per mano e ci invita a percorrere quella meno battuta, quella che egli stesso ha deciso di prendere. E ci suggerisce tre atteggiamenti importanti.
1.    ENTRARE. Primo aspetto che ci fa riflettere è quello di Gesù tentato. Una pagina imbarazzante per i cristiani dei primi tempi che facevano fatica ad accettare un Gesù così umano. Ma l’incarnazione di Gesù non è uno scherzo, un modo di dire. L’umanità porta con sé la tentazione? Ebbene, dice Gesù, anch’io l’ho conosciuta. Con le sue insinuazioni seducenti, con i tentativi di scendere a patti col nemico, con il rischio di scrivere un altro vangelo pensando che sia quello vero. È il bivio che tutti incontriamo e nel quale Gesù ci è accanto, con il suo stile e la sua forza. Oggi, come dice un famoso slogan pubblicitario, ci piace vincere facile. Gesù ci fa capire che la vittoria ha bisogno anche di lotta, di partecipazione, di attesa. Pensate al caso Batistuta, famoso centravanti della Fiorentina. In questi giorni nei giornali c’era il caso di suo figlio che lavora in una copisteria. E il Batigol ha dichiarato in un’intervista: «Far lavorare i miei figli è regalare dignità, soprattutto a loro. Potrei tranquillamente regalargli un'auto, però non so se in questo modo si sentirebbero felici e non so quanto durerebbe questa felicità». Ecco, sembra dire questo padre: Ti piace vincere facile? Prova invece ad andare a lavorare e a capire da dove arrivano i soldi. Impara che la vita ha bisogno di te, della tua partecipazione e che non tutto risolve il portafoglio del papà.
2.  RICONOSCERE. Altro aspetto importante è la tipologia delle tentazioni. Gesù si misura con tre per farci capire che le situazioni con cui ci possiamo confrontare sono molteplici. In ogni caso c’è sempre il tentativo del nemico di depistarci dalle strade di Dio. C’è la tentazione del cibo, dell’appagamento immediato. L’uomo è nei suoi istinti. Niente più. Forse avete sentito la testimonianza di quella donna che di fronte al Presidente Mattarella ha raccontato la sua storia di sfruttamento: "Questi uomini che voi chiamate clienti hanno la necessità di appropriarsi di cose. Così anch'io sono diventata una cosa da comprare, come quando si va dal macellaio. Non capirò mai come una persona che si definisce uomo possa non avere pietà di una ragazza che sanguina, che piange e che soffre. Per me la prostituzione è stata una tortura". Poi la tentazione del potere. E ti prostri ai potenti del mondo e alle loro logiche, a un lavoro che ti estranea da te stesso e dalla tua famiglia. Infine la tentazione di piegare gli altri e di piegare Dio. Faccio lo scemo, lo spregiudicato, il menefreghista tanto qualcuno mi salva sempre. Ai suoi angeli darà ordine… Nell’ambiente di lavoro faccio il minimo, scarico le responsabilità sugli altri, gioco con le leggi perché tanto so che non mi licenziano e che vengono angeli sindacali e contrattuali a salvarmi. E piego gli altri alle mie pretese… Gesù sembra dirci: impara a riconoscere la tentazione. Se vedi che intorno a te cresce dissapore, tensione, divisione, forse non sei un martire. C’è il diavolo, il divisore, che vuole strapparti da te stesso, dagli altri e da Dio. Impara a stare in piedi e a non lasciarti catturare.
3.  ASCOLTARE BENE. C’è un altro aspetto interessante in questa pagina. Sia il diavolo che Gesù citano versetti della Scrittura. Il diavolo tenta di convincere Gesù portandolo su un terreno familiare. Ma Gesù ai versetti del diavolo ne aggiunge altri. Le tentazioni si vincono ascoltando bene il Signore, dimorando nella sua parola, non solo nel copia e incolla selettivo. Una deputata statunitense, Alexandria Ocasio-Cortez, figura emergente della politica degli States, si è chiesta se sia ancora il caso di avere figli considerata la catastrofe ambientale che ci aspetta. Come dire: siccome non riusciamo a salvare il pianeta evitiamo anche di popolarlo. Un doppio furto, di speranza e di responsabilità a cui parecchi però strizzano l’occhiolino. Sembri uno intelligente, un benefattore dell’umanità e invece la stai tradendo. Per fortuna ci sono giovani che non si lasciano imprigionare e si dicono pronti a cambiare con il loro stile di vita. Ascolta bene la voce di Dio e ascolta tutto, non solo quello che ti pare di sentire o che ti fa comodo sentire perché in gioco non c’è il gratta e vinci, ma la vita.
Due strade a un bivio… Presi quella meno frequentata,
E da ciò tutta la differenza è nata.
Occhio alle strade che ti stanno davanti, occhio a quello che fa la differenza. Di Dio e di te.  

domenica 10 febbraio 2019

Omelia 10 febbraio 2019


Quinta domenica del T. O.
È terribile e insieme piena di forza la vicenda di Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore di Morgano colpito nei giorni scorsi da un proiettile sparatogli alla periferia di Roma. Terribile per le lesioni recate a Manuel, per l'assurdità dei fatti, per le dichiarazioni degli autori del crimine, più o meno coetanei di Manuel, che si sono rammaricati perché, "purtroppo", hanno sbagliato persona. Se avessero colpito quella giusta, secondo loro, probabilmente non ci sarebbe stato alcun problema.
Ma, nella tragedia, abbiamo colto anche l'energia di un giovane che non si dà per vinto, che dice: "Tornerò più forte di prima". Un giovane che continua a scendere nella vasca della fiducia, della speranza, dell'amicizia con quanti in questi momenti gli fanno sentire la loro vicinanza, compresa la gente del quartiere dove è avvenuta la sparatoria. Ecco, nella vita si può nuotare in una piscina di sogno, di grandezza o ci si può muovere su acque limacciose, fatte di violenza, ricerca di supremazia, controllo del territorio, ritorsioni e ricatti.  Chi sei veramente? In che vasca nuoti?
Chiamando i primi pescatori a seguirlo, Gesù cerca i loro sogni migliori. Li invita a lasciare le acque stagnanti dell’abitudine, quelle oscure della cattiveria, quelle vorticose dell’egoismo e li muove su nuove prospettive, più alte, più profonde. Prendi il largo. Come si fa?
1.    Anzitutto vincendo le proprie perplessità, anche quelle derivanti da una certa competenza. Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla. Pietro è pescatore da sempre; in quel lago c’è nato e c’è cresciuto. Lo conosce meglio di qualunque altro: sa quando è ora di pescare e quando no. E, tuttavia, crede a Gesù: Sulla tua parola getterò le reti. Si nuota nella vita di Dio quando la sua parola ci muove e ci fa fare anche ciò che è strano. Pensate alla visita del Papa negli Emirati. In certo mondo cattolico ha destato perplessità. Compro-messi? Perdita di identità? Gesù come Maometto? Anche quella di Papa Francesco è una scelta di audacia, di chi prende il largo. Non a caso cita l’arca di Noè: solo entrando in un’arca, come una famiglia, sarà possibile salvaguardare la pace; un’arca che «possa solcare i mari in tempesta del mondo: l’arca della fratellanza». Prova a vedere se questa parola fratellanza, non possa essere proprio quella su cui gettare le reti, anche vicino a casa tua.
2.    Quando Pietro vede la pesca straordinaria che si materializza, cade in ginocchio: Allontanati da me perché sono un peccatore. Pietro rinuncia alla sua presunzione. A quel punto, Gesù aggiunge: Non temere, d'ora in poi sarai pescatore di uomini. D'ora in poi sarai. Gesù fa i conti col presente ma guarda al futuro. Prende il largo solo chi apre il presente al futuro di Dio e se ne sente partecipe. I "futuri di cuore" come li chiama p. Ermes Ronchi. Fra pochi giorni è San Valentino, patrono degli innamorati. Pensate a quelle volte in cui si dice: Per te non sento più niente. È un’affermazione basata solo sul presente e limitata all’area delle percezioni. L’amore è fatto solo di quello che senti o è fatto anche di costruzione, di investimento, di recupero, di audacia? Per te non sento più niente è spesso un modo con cui si nasconde che si sta "sentendo" qualcun altro o che si sta ascoltando solo se stessi. Ma, quando dai di matto dietro a un nuovo amore o a quello che ritieni tale, sicuro che il presente si apra al futuro e non all’adolescenza di ritorno? Tu sarai. Dio a volte vuole sorprenderci, proprio sul terreno dei nostri fallimenti. 
3.    Infine prende il largo chi si mette dalla parte della vita, quella vera. In quell’espressione tu sarai pescatore di uomini, c’è un verbo pieno di vita, zogréo. L’immagine è quella di chi cattura non per mettere in padella a friggere, ma per liberare in acque migliori. Tu sarai portatore di vita. Pensate a quei ragazzi in fila per dodici ore a Milano per acquistare un paio di scarpe, edizione limitata. Acquistarle per poi rivenderle. E qualcuno ha mandato perfino gli immigrati a fare la fila, a tenergli il posto. Cosa c’è in questa vicenda? Tanta tristezza, perchè la notte, il tempo dei sogni, diviene il tempo del mercato dove non pensi neanche più a indossare un paio di scarpe perchè ti piacciono o perchè con esse ti piaci, ma a rivenderle. La remuneratività, il guadagno facile hanno prevalso anche sull'identificazione di un adolescente. Essere pescatori di uomini, vuol dire togliere i ragazzi da questo liquame in cui vivono per offrire più verità, quella nascosta tra le pagine del Vangelo, quella che sembra passata di moda.  Come canta Cristicchi: Abbi cura di me. Forse non solo una canzone, ma un grido che Dio rivolge agli uomini perché continuino a custodire la vita vera e non le illusioni. Perché scendano in mare e non nelle brodaglie che spacciamo come vita. Sulla tua parola getterò le reti. Una prospettiva di speranza, un punto per ricominciare. 

domenica 6 gennaio 2019

Omelia 6 gennaio 2019


EPIFANIA DEL SIGNORE

Desiderio. Avete mai pensato a questa parola? De-sidera: una parola che contiene le stelle. Nei nostri desideri splendono le stelle, una profondità più grande di quella terrena. Anzi, solo così c'è il desiderio. Viceversa c'è il Grattaevinci, ci sono le slot che anche in questo nostro comune registrano puntate di circa duemila euro ad abitante. Può consolarci, ma relativamente, il fatto che non siano solo abitanti di Godego. Che cosa desideri? Anche i Magi sono uomini del desiderio e per questo guardano le stelle, anzi, una stella più luminosa nella quale riconosceranno il Signore. Nei nostri desideri alla fine c’è lui, anche se non lo sappiamo, anche se talvolta i nostri panorami si restringono. Occorre allora coltivare i desideri, difenderli, raccoglierne gli appelli, proprio come fanno i Magi. Come si diventa uomini e donne del desiderio?

1.    Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti… I desideri sono un appello che si accende, che si rende visibile e che mette in cammino. Non sai ancora bene di che cosa si tratta, ma comprendi che c’è qualcosa di importante, una sorta di promessa. Bisogna rompere gli indugi, la troppa prudenza, la paura e partire. A volte siamo oltremodo esitanti. Pensate ad esempio agli appelli dell’amore: l’innamoramento è una stella che si accende, ma a volte senti che ti scomoda e non vuoi perdere il tuo assetto egocentrico. E allora stai sulle tue cercando scuse, aspettando l’uomo, la donna dei sogni che mai arriverà perché mai sei disposto a fargli posto; oppure giocherai con l’altro, con l’altra, standoci senza impegnarti, sostituendo le stelle con luci soffuse che dopo un po’ si spegneranno. Così può capitare anche per il desiderio di un figlio, per l’intuizione di una chiamata di Dio, per l’avvio di un’attività. Ti piacerebbe, ma… Il ma vince sulla stella che si è accesa e un po’ alla volta la spegne.

2.    Allora Erode, chiamati segretamente i magi… I desideri vanno seguiti ma anche difesi perché c’è qualcuno che ci gira intorno e che li vuole uccidere. Erode gioca sporco: fa credere ai magi di essere loro alleato, in realtà è preoccupato solo di sé e del suo potere. E vuole far fuori ogni antagonista. Stiamo vivendo momenti di difficile confronto anche a livello politico sulla questione migranti. È difficile pensare che uno Stato non offra una regolamentazione in materia; possiamo anche riconoscere che la recente fermezza del governo o di un suo ministro sia stata utile per destare un’Europa un po’ sonnacchiosa e indifferente. Ma un conto è suscitare corresponsabilità, un altro conto è sottrarsi alle proprie. È vero che un sindaco deve applicare le leggi, è altrettanto vero che dev’essere messo nelle condizioni di farlo, perché quando si ha a che fare con il territorio non ci sono solo i decreti, ma le persone con la loro storia, le loro sofferenze, che non possono sempre essere inquadrate in disposizioni generali. Perché sta capitando che situazioni finora gestibili ora non lo siano più per mancanza di risorse e per mancanza di pazienza, elementi che forse potevano essere utili per rispondere a chi è stato accolto, ha un permesso di soggiorno ma ora non può più avere residenza, lavoro, cure adeguate. Finita la pacchia? Non mi pare che chi quotidianamente bussa alle nostre porte per avere qualche soldo sia gente così. Fatemi sapere dov’è il bambino, perché anch’io venga ad adorarlo… Dobbiamo smascherare Erode che a volte abita le leggi, a volte della pancia della gente, a volte la loro stessa indifferenza. E bisogna trovare e indicare alternative: Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Che paese ci auguriamo?

3.    Infine il desiderio è fatto di un dono che porti. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre…. Poi offrirono i loro doni. Il desiderio si compie non solo perché hai trovato qualcuno o qualcosa di importante, ma perché in quella situazione hai portato qualcosa di tuo: la tua presenza, il tuo coinvolgimento, la tua capacità di comprendere. I desideri non sono la vincita al superenalotto ma la tua vita che si gioca in un progetto con Dio. Cosa gli puoi portare? I doni dei Magi rappresentano ciò che loro hanno capito Pensate a quelle donne indiane che hanno realizzato una catena umana di 620 km. contro l’integralismo maschilista indù che impediva il loro accesso al tempio. A Dio queste donne hanno portato le loro mani intrecciate in un segno di grande solidarietà tra loro e di resistenza contro la discriminazione. Prova a offrire la tua mano al Signore: la mano della solidarietà, del perdono, della carezza… Allora i tuoi desideri prendono forma, perché c’è Dio, ci sei tu, c’è il mondo. È più facile che si realizzino. Epifania significa manifestazione. Il Signore ci manifesta oggi il suo disegno d’amore: i nostri desideri ci aiutino a incontrare i suoi.  




lunedì 31 dicembre 2018

Omelia 30 dicembra 2018


S. FAMIGLIA 2018

I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.

Sono i versi dedicati ai figli dell’opera Il Profeta, celebre testo del poeta libanese Kahil Gibran. Versi che si chiudono con un’immagine: Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani. Non è per niente facile questa operazione. Oggi nei confronti dei figli c’è in genere un atteggiamento di protezione che da un lato mette al riparo i ragazzi rispetto ai pericoli che possono incontrare, dall’altro li imprigiona in un rapporto simbiotico dove non è il ragazzo ad avere bisogno del genitore, quanto piuttosto il contrario. Tu sei l’arco, dice Gibran, i tuoi figli sono le frecce. Invece succede che il cordone ombelicale sembra trattenere ogni possibilità di crescita e di autonomia. Avete mai visto bambini vestiti come le loro mamme o come i loro papà? È il segnale che qualcosa non funziona. Avete visto mamme che non mollano il figlio, né a nonne né ad amiche, anche quando avrebbero bisogno di aiuto? Chi ha bisogno di chi?

L’episodio di Maria e Giuseppe che non trovano più Gesù con loro per recuperarlo dopo tre giorni di ricerca a Gerusalemme è l’occasione per riflettere sul compito dei genitori e di come essere adulti accanto a dei ragazzi che crescono.

1.    Credendo che egli fosse nella comitiva. Maria e Giuseppe pensano che il loro figlio sia nel gruppo famigliare, in una realtà conosciuta. Primo atteggiamento importante è superare la presunzione di sapere, di avere la situazione sotto controllo. A volte la presunzione è legata all’estensione del frame. Un’immagine della pellicola viene confusa con l’intero film. Tuo figlio a casa è tranquillo ed educato, di conseguenza pensi che sia sempre così. E ti sembra strano se l’insegnante ti rivela la sua aggressività o la sua chiusura. Pensate al fenomeno di bullismo capitato ad Abano Terme a fine novembre. Ragazzi di tredici anni che pestano un loro compagno di scuola. Non parla il bullizzato, non parlano i bulli finché non parlano gli ematomi. E allora gli adulti increduli, da una parte e dall’altra, iniziano a interrogarsi: a mettere insieme i pezzi che prima avevano trascurato: chiusura, isolamento, improvviso calo del rendimento scolastico. Soprattutto dichiarano la loro sorpresa: «Sì, abbiamo sentito ciò che è successo. Pensavamo che certe cose si potessero vedere solamente in televisione». Ecco la carovana: tu pensi che tuo figlio sia quello di sempre, invece sta capitando qualcosa di importante. Ci sei? Dove sei? Prova a sentire anche le impressioni degli altri: se qualcuno ti dice qualcosa su tuo figlio che non ti piace, forse non è un nemico, ma qualcuno che ti sta dando una mano.

2.    Cammina e cammina, chissà con quali sentimenti in cuore, dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri. E a quel punto la domanda: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ecco, nella relazione educativa le domande sono importanti, per trovarsi e per capirsi. Domande corrette, pertinenti, aperte a una risposta che non è quella che ho già in mente. Non è facile: a volte infatti abbiamo paura di fare domande perché le risposte ci fanno paura; altre volte facciamo domande aggressive, sarcastiche che non cercano risposte ma l’affermazione di sé e delle proprie idee. Pensate alle domande inutili: Come è andata oggi a scuola? O a quelle ironiche: Per venire a casa da scuola devi passare per Via Motte? O a quelle indagatrici: Cos’è sta puzza di fumo che ti porti addosso? Chi è quello là con cui parlavi? Guardate alla domanda di Maria. Innanzitutto alla domanda segue la comunicazione di uno stato d’animo. Angosciati, ti cercavamo. Fai capire che c’è qualcosa che ti sta a cuore, che c’è amore in quello che dici. Poi Maria coinvolge anche Giuseppe: Tuo padre e io. Mai agire per conto proprio, sempre in sintonia. Poi rimanere sul fatto, non sulle sue interpretazioni: Perché ci hai fatto questo? Non dice: perché sei fuggito, perché ci hai dimenticato, perché te ne impippi di noi… Non è detto che a quel punto avrete le risposte che state cercando, ma a quel punto voi avrete agito con rispetto e avrete dato un segnale di disponibilità.

3.    Poi c’è la risposta di Gesù. Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? Alle domande di Maria e Giuseppe, Gesù risponde con altre domande. Mi pare interessante per due motivi questa risposta. Primo, perché non devi mai cessare di interrogarti su quello che Dio sta suggerendo alla tua famiglia. Perché tu ti comporti in una maniera che ti sembra buona, non è detto che vi sia il disegno di Dio. Allontano i figli dai nonni perché non si sono comportati bene. È proprio quello che ti dice il Signore o ti dice il tuo orgoglio? Secondo: anche tu puoi rispondere ai tuoi figli con le domande: Non voglio più andare a messa, i miei amici non fanno più religione. Credere è da sfigati. Sei proprio sicuro che sia la scelta migliore? Sei sicuro che in duemila anni di storia il cristianesimo abbia seminato scemenze? E continui a girare il risotto, facendo capire che forse c’è un pezzo di strada in più da fare. Proprio così: alla fine non ci sono risposte, ma la strada verso Nazaret, quella in cui Gesù, Maria e Giuseppe accolgono quella loro particolare famiglia e in essa continuano a capire e  a capirsi, a cercare e a trovare, come a casa nostra, come in ogni famiglia disposta a lasciarsi condurre da un progetto più grande del proprio.