domenica 6 maggio 2018

Omelia 6 maggio 2018


Sesta domenica di Pasqua

Da qualche giorno il giardino della canonica è frequentato da tre gatti innamorati che miagolano, piangono, gridano e qualche volta ti svegliano anche di notte. A volte assomigliamo ai gatti: ci lasciamo travolgere dalle nostre emozioni, pensiamo che sia amore, invece è una strana miscela di istinti scomposti che non crescono e non ci fanno crescere. Ricordate il film di Troisi? Credevo fosse amore, invece era un calesse. A volte confondiamo le prospettive dell’amore o le riduciamo, alterandone l’identità. Nel vangelo di oggi Gesù ripetutamente parla di amore e raccomanda di amare. Ma che cosa intende, quale amore ha in mente?

1.    Intanto ci parla di un amore agganciato. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Vuol dire che l’amore si nutre, che ha bisogno di essere attaccato a una spina, altrimenti si affievolisce e muore. È quello che diceva San Giovanni: «Amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio …Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore». Dio è amore, non noi. Noi possiamo solo lasciarlo scorrere. C’è una polemica in corso perché una nuova norma scolastica prevedrebbe la partecipazione dell’insegnante di religione alla commissione di esame di terza media. E si scatenano alcune note associazioni anticlericali che hanno a cuore la laicità della scuola. Certo, l’insegnate di religione agli esami è proprio un affronto alla libertà della scuola e a ragazzi che non devono essere oppressi da poteri confessionali! Queste stesse associazioni invece tacciono quando una studentessa diciassettenne cade dalla finestra mentre era in gita scolastica, dopo essersi fumata uno spinello. Ma ecco le rassicurazioni della scuola stessa che ha a cuore la libertà dei ragazzi: «Hanno fatto una stupidata – si è affrettato a dire un collaboratore del dirigente scolastico. - Qualcuno dei ragazzi ha comprato dell'erba per strada, durante la gita a Napoli, e l'ultima sera prima del ritorno a Milano se la sono fumata in compagnia, hanno fatto branco. Voglio precisare - ha aggiunto - che la ragazza è una studentessa modello, che sono tutti bravi ragazzi e che gli accompagnatori sono tre docenti esperti». Ha comprato l'erba per strada. Normale. Come comprare le patatine. Dove li colleghiamo questi ragazzi? Abbiamo combattuto contro la religione, dichiarandola "oppio dei popoli"; la religione è sparita ed è rimasto l’oppio, e neanche metaforico!  Stacchiamo la spina di Dio e cosa resta?

2.    C’è una seconda caratteristica dell’amore. È un amore intenso. Gesù non si limita al comandamento antico, amare Dio e amare il prossimo. Prepara il suo comandamento. Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. C’è un come che indica una misura diversa nel modo di vivere l’amore. Avete sentito di quella donna senegalese licenziata da una casa di riposo perché gli anziani non gradivano il colore della pelle: «Non ci piaci, sei nera». È una vicenda piuttosto triste perché anche da anziano ti può colpire l’interruzione d’amore. Puoi essere in casa di riposo e lamentarti che figli e nipoti non ti vengano a trovare, rivendicando un amore sul quale tu però hai cessato di investire. Come io ho amato voi. Vuol dire superare i pregiudizi, gli standard confezionati, le logiche massificate, il si è sempre fatto, perché anche se si è sempre fatto, o si è fatto molto, non è detto che si sia fatto secondo il vangelo. Come Gesù. Voler bene come lui.

3.    Infine l’amore è autentico quando porta frutto. Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga. L’amore è autentico quando produce amore in giro. Perché oggi ci sono idee un po’ new age in circolazione. L’amore come pace universale. Che vuol dire io sono in armonia col mondo ma non rompetemi e non chiedetemi di darvi una mano. Un amore che più che frutti fa foglie, dietro le quali ci si nasconde. Il 2 maggio Israele ha dato la cittadinanza a Gino Bartali, il grande ciclista toscano, che salvò dal lager centinaia di ebrei. Partiva con la sua bici nascondendo nel telaio numerosi documenti segreti che portava ad Assisi, a Roma, in Vaticano. Strade dissestate e controllate dai militari. E quando le pattuglie lo fermavano lo lasciavano andare tranquillo: È Bartali che si allena! Finché visse, il campione non ne parlò mai. Solo prima di morire rivelò la sua storia dicendo: “Perché il bene si fa e non si dice”. Ecco i frutti, sono arrivati senza clamore, ma hanno prodotto un’umanità differente. Quella che nasce solo dall’amore.

Ecco, ami davvero o come il gatto? È amore o è un calesse? Qualunque cosa chiederete nel mio nome, il padre la concede. Forse dobbiamo tornare a chiedere di amare. Come Gesù e in nome suo.


venerdì 20 aprile 2018

Omelia 15 aprile 2018


Terza domenica di Pasqua

Un fantasma. È una presenza che abita il nostro immaginario oscuro e che si intromette anche nell’incontro tra i discepoli e il Risorto: Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. La fede a volte può trasformarsi nella sensazione che si tratti di fantasmi o di ritenere che i credenti siano una sorta di strani ghostbuster che invece dei film popolano le chiese. Gesù invita i suoi discepoli a non inseguire fantasmi né a lasciare che gli altri pensino che questa sia la nostra attività. E si fa riconoscere in tre esperienze importanti: toccare, mangiare, testimoniare.

1.    La fede pasquale innanzitutto passa attraverso le mani. «Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Uno dei problemi che oggi incontra il cristianesimo è la sua evanescenza, perché i discepoli del Signore non scendono nella concretezza della vita e delle scelte, ma anche perché a livello culturale va bene così. Un cristianesimo dei valori sui quali tutti possono andar d’accordo, salvo poi dimostrare se in quei valori ci sia davvero il vangelo. Pensate alla pace, primo dono di Gesù risorto. Pace a voi. E chi non vuole la pace? Gli scenari di guerra in Siria ci danno però l’idea di quanto questa parola possa essere fraintesa, da un regime criminale ma anche da chi ha fretta di fare pulizie per motivi che forse non sono del tutto nobili e umanitari. Toccare, suggerisce Gesù. Capire cosa sta capitando. Capire che la prima vittima del conflitto forse è proprio la verità. Così anche nella situazione del nostro paese: se un tempo i discorsi che si facevano erano legati alla necessità di intervenire su alcune problematiche ora sembra che il problema sia il gioco delle sedie. Sedersi accanto a chi? E i problemi possono aspettare. Non perdere il contatto con la realtà, con le famiglie, con la denatalità. I cristiani nel mondo richiamano questa esigenza, ivi compreso il nostro comune e coloro che si preparano ad amministrarlo. Fate in modo che i problemi della gente e della comunità non retrocedano rispetto al problema delle sedie.

2.    Poi Gesù apre una seconda esperienza. Avete qui qualche cosa da mangiare? E gli offrirono una porzione di pesce arrostito. Mangiare insieme è riconoscersi famiglia, è condividere la vita. I cristiani sono uomini e donne di incontro e di relazione. Il Risorto abita in questi crocevia della convivialità. Ieri mattina mentre varia gente veniva a prendersi qualcosa da mangiare alla Caritas, mi è venuto in mente che in frigo avevo parecchi yogurt. Ho chiamato un giovane papà africano e l’ho invitato ad aspettare. Sono sceso con i miei yogurt e glieli ho dati. Ho visto che si è commosso e si asciugava gli occhi. «Che succede, gli ho chiesto?». «Grazie della gentilezza», mi ha detto. Ho capito che quegli yogurt per lui erano differenti, anche da quelli che la Caritas dà con l’intenzione di fare del bene. I cristiani non sono artefici di prestazioni, ma di relazioni. Erano yogurt che avevano il sapore dell’incontro. Una porzione di pesce arrostito. Non il pesce e basta, ma il pesce che ha il sapore della griglia di casa tua, di una famiglia che si apre. Così scopri il risorto.

3.    Infine il vangelo si chiude con un invito. Di questo voi siete testimoni. Non basta sperimentare, toccare, sincerarsi; non basta neanche mangiare insieme. C’è un terzo verbo che fa spazio al risorto: testimoniare. E testimoniare vuol dire ricordare il vangelo, liberarlo nella vita, prendere posizione anche quando occorre sfidare la mentalità corrente. Pensate al caso di Alfie Evans il bambino inglese che un ospedale britannico non vuole più mantenere in vita nonostante l’opposizione dei suoi genitori che continuano a sperare per il loro figlio. Il giudice, dimostrando la stessa freddezza dei medici, ha dichiarato che la vita di Alfie era “futile”, “inutile”, perché il bambino era in stato vegetativo ovvero non più un essere umano. “Non andava bene dargli del cioccolato”, come ha fatto la mamma per vedere se il bambino reagiva, ha detto il giudice, perché “il cioccolato sporca, interferisce con l’igiene dell’ospedale”. Certo, l’accanimento terapeutico è ingiusto, ma altrettanto ingiusto è commissariare e, di fatto, pretende di esautorare l’amore di due genitori che non compiono nessun misfatto e chiedono semplicemente di stare vicino al proprio bambino e di accudirlo sino alla morte, senza precipitarla. Di questo voi mi sarete testimoni. Di che cosa? Della vita che vince sulla morte, della dignità del dolore umano, del rispetto dovuto a due genitori e al loro bambino. Se dimentichiamo questa testimonianza, diventiamo testimoni dei soprusi e dell’ingiustizia e artefici di un mondo che alla fine di umano avrà ben poco. Perché qualcuno si sentirà autorizzato a decidere della vita altrui.

In che Dio credi, in un fantasma evanescente o in colui che abita le vicende umane e in esse ti dà appuntamento? 

martedì 13 marzo 2018

Omelia 11 marzo 2018


Quarta domenica di quaresima

A qualcuno sono parse fuori posto le parole del parroco di Latina che in occasione del funerale delle due bambine uccise dal loro padre ha invitato a ricordare anche l’uomo assassino e suicida. Un borbottio anche in chiesa, segno di una difficoltà a inoltrarsi su una strada umanamente poco praticabile. Ma i cristiani non misurano la verità della fede con la loro capacità di capire, ma con il vangelo in mano, possibilmente …aperto. E il vangelo ci guida talvolta su strade impervie e poco agevoli, consegnandoci però la persuasione che solo su questi camminamenti vi è la possibilità di una vita differente. Perché il nostro Dio è proprio così: differente. Differente dalle nostre schematizzazioni, dalle nostre sintesi, qualche volta anche da quelli che ci sembrano dei buoni consigli.

È quello che capisce Nicodemo, quest’uomo che si reca da Gesù per capire qualcosa in più di lui e del suo messaggio. Un personaggio importante: un fariseo interprete autorevole della Legge e membro del sinedrio, il potentissimo tribunale ebraico. Un uomo che di Dio ha un’idea ben chiara, approfondita dagli studi e regolata dalle norme ma che non si accontenta di quel che ha già capito e cerca qualcosa in più, cerca luce nella notte.

E Gesù guida Nicodemo – anche quello che si nasconde dentro di noi – ad aprire nuove prospettive. Che idea hai di Dio e del suo messaggio?

1.    Dio ha tanto amato il mondo. Ecco il primo squarcio sul mondo di Dio: l’amore. Dio non è un codice di procedura ma esperienza di gratuità, di gioia, di fedeltà. Un amore che non rimane prigioniero delle relazioni divine, ma che si diffonde tra gli uomini, ovunque ci sia un cuore che gli faccia spazio. È vero che nei vangeli il termine mondo ha una doppia accezione: una fortemente positiva, segnata dalla fiducia, una polemica dove il mondo è il luogo dell’opposizione a Dio. Mi chiedo se talvolta non ci siamo concentrati sulla seconda, a scapito della prima. E abbiamo smesso di amare il mondo, contrariamente a quanto fa Dio che è un inguaribile ottimista. Ha destato molta emozione la morte del capitano della Fiorentina Davide Astori, improvvisamente scomparso. Ma il calcio in questo caso ci ha riservato scene belle, alle quali non eravamo più abituati. La sospensione del campionato contro quella logica del the show must go on che a volte ha prevalso. E poi l’arrivo a Firenze di una squadra avversaria come la Juventus, accolta dagli applausi, come raramente si vede in uno stadio. Mi pare un segno bello, anche per le giovani generazioni. Non perdere di vista il mondo, non imprigionarlo in giudizi senza appello, scorgere il bene, allearsi nella speranza: Dio ha tanto amato il mondo.

2.    Dio non ha mandato suo figlio per condannare, ma per salvare il mondo. Ecco un altro tratto dell’identità divina: non giudizi e condanne ma salvezza. Lasciati raggiungere dalla misericordia divina. Diventa artefice di recuperabilità, di riscatto. È un punto importante che sta portando anche la chiesa a rivedere alcune sue prassi. E c’è il rischio di qualche incomprensione tra i credenti: quella persona può fare da padrino? Quella coppia messa insieme in maniera non chiara dopo un precedente matrimonio, può accostarsi ai sacramenti? Dice Papa Francesco: Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa. Su questo orizzonte, il papa ci invita al discernimento. Da un lato  vuol dire lasciarsi aiutare a rileggere la propria vita secondo il vangelo, evitando legittimazioni troppo facili. È importante riconoscere anche con umiltà gli sbagli, l’incoerenza, la ribellione. Dall’altro però vuol dire, per chi osserva dall’esterno, concedere la possibilità che vi siano criteri di giudizio che a volte ci sfuggono e che hanno a che fare con la coscienza e il cammino delle persone. Un antico adagio latino dice: in dubio pro reo. E allora spegni l’entusiasmo della crociata: Non per condannare, ma per salvare.

3.    Così bisogna che sia innalzato il proprio figlio perché chi crede in lui abbia la vita eterna. Ecco il terzo orizzonte che Gesù apre a Nicodemo: la vita eterna. Nel vangelo di Giovanni la vita eterna non è un premio futuro, ma un esperienza del presente. Non è questione di durata, ma di qualità: vita secondo l’eterno. Qual è questa vita? È una vita che non si appiattisce, che guarda colui che è stato innalzato per non rimanere invischiata nelle bassezze che talvolta ci catturano. A Napoli il 21 marzo ci sarà la giornata della disconnessione. Forse farebbe bene anche a noi. Ci aiuterebbe a pensare che la nostra vita non dipende dai like ma dalla nostra consistenza interiore, non dagli amici dei social ma dalle relazioni autentiche che stabiliamo, non dal tempo libero ma dal tempo riscattato dal vuoto.

Ecco Nicodemo: forse in quella notte con Gesù non ha capito tutto. Ma siccome poi lo ritroviamo sulla strada della croce, qualche passo l’ha fatto, assicurandoci che le parole di Gesù sono credibili e forse possono davvero cambiare la vita. E la quaresima ogni anno ci viene data proprio per questo.


domenica 25 febbraio 2018

Omelia 25 febbraio 2018


Seconda domenica di Quaresima

Quando senti che un impiegato di un call-center, com’è capitato in questi giorni a Taranto, viene pagato trentatré centesimi all’ora, comprendi che una realtà oscura e tirannica è segretamente in azione, ci vuole catturare e soprattutto vuole consolidare l’idea che ormai funzioni così, che non valga la pena di intervenire e di lottare. Perché, se ci si pensa nessuno si indigna più e anche le rivendicazioni che una volta il sindacato sosteneva non vedono più le accese battaglie di un tempo.

Gesù oggi vuole restituirci alla luce, vuole marcare distanze tra bene e male, vuole che usciamo dalla penombra e reagire all’anestesia con cui il mondo d’oggi ci addormenta.

Per questo Gesù sale sul monte e ad alcuni discepoli mostra un chiarore nuovo, quello di chi si fida di lui e accetta di vivere sulle sue strade. Come ci raggiunge la luce della trasfigurazione?

1.    Su un alto monte. Anzitutto bisogna salire di livello, di prospettiva perché gli orizzonti terreni spesso ci schiacciano a visioni insufficienti. Pensate alla vicenda dei bambini di una scuola dell’infanzia di Modena che si addormentano sul pavimento perché né bidelli né insegnati tirano fuori le brandine custodite nel magazzino della scuola. Non è previsto dal contratto, non è nel mansionario. Per fortuna che era nel mansionario di un’associazione di volontariato che ha assicurato il riposo dei bambini. A volte la nostra disponibilità è misurata con bilancini di precisione sui quali non solo trovano posto la premura e la carità, ma neanche il buon senso. Sali più in alto: dei contratti, del minimo sforzo, della delega. Il mondo è differente se tu regali nuove visioni della vita. Non rassegnarti allo scantinato.

2.    E apparvero loro Mosè e Elia. La trasfigurazione avviene in compagnia di due personaggi dell’Antico Testamento. Pietro, Giacomo e Giovanni capiscono che c’è una storia più grande di loro, che parte da lontano, che è fatta di un progetto che si compone nel tempo. Le cose a volte non cambiano perché siamo concentrati unicamente su noi stessi e sul momento caricato di tutte le nostre attese. Una piccola crisi di coppia diviene una sentenza in giudicato, senza considerare la storia che abbiamo alle spalle, l’amore che abbiamo vissuto. Ci si può dare un’altra possibilità o il presente cancella l’intera storia che abbiamo condiviso? Però non c’è solo un presente senza passato. C’è anche chi abita un presente senza futuro. È la tentazione di Pietro che dice: È bello per noi essere qui. Facciamo tre tende. Fermare il tempo al benessere momentaneo, alla cuccia calda senza accogliere la responsabilità delle decisioni ulteriori. Convivenze protratte all’infinito perché sposarsi costa, senza capire che ciò che ti costa davvero non sono le nozze, ma la decisione di giocare la tua libertà, di impegnare seriamente il futuro. La trasfigurazione è sfida lanciata al tempo, al modo in cui lo vivi, non occupando spazi ma attivando processi.

3.    Infine la trasfigurazione avviene raccogliendo l’invito all’ascolto. Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo. Ascoltare Gesù. Ciò che trasforma la vita è la sua parola. Le altre parole non trasformano: spesso deformano. Come le tante parole che in questa settimana abbiamo speso sul presunto aumento della bolletta dell’energia elettrica per pagare presunte evasioni altrui. Quanto tempo perso in chiacchiere inutili! Chiaramente si trattava di fake news. Abbiamo bisogno di riguadagnare la parola del vangelo altrimenti altre parole e altri stili si impossessano di noi. Anche nell’agire pastorale. Perché si può fare l’animatore e il catechista anche senza vangelo e seguendo altre logiche. Invece di andare alla formazione me ne sto tranquillamente a casa e, invece di salire in casa alpina con gli altri, vado a fare il cameriere, anche se ho alle spalle una settimana di lavoro. Soldi che regolano tutta la vita e non ti bastano mai, nuovo vangelo che soppianta quello di Gesù. Tornare ad ascoltare la parola di Gesù, tenere un vangelo sul comodino, lasciarsi smuovere. E allora la nostra vita sarà trasfigurata. E forse sapremo resistere alle insidie del buio, e forse sapremo portare un po’ di luce anche agli altri. 

martedì 13 febbraio 2018

Omelia Funerale Francesco Carlesso


Funerale Francesco Carlesso (12 feb. 2018)

(Fil 4,4-9 / Mt 25, 31-46)

Spesso il male di vivere ho incontrato. È l’inizio di una celebre poesia di Eugenio Montale ed è anche il fardello che, abbastanza presto, ha accompagnato la vita di Francesco, consegnandolo alla fatica dei giorni. Giovane e promettente ingegnere, ad un certo punto percepisce un disagio che gli rende più difficile il lavoro, gli incontri, le responsabilità. La stanchezza, la fatica di andare avanti, la tristezza. Perché capitano vicende di questo tipo? Qualcuno può interrogare il passato, le storie di un bambino bisognoso di cure costretto a vivere in sanatorio per due anni o la voglia di riscatto passata sui libri di studio, di giorno e di notte. Non sappiamo perché capitano certe cose. Sappiamo però che Francesco ha continuato ad essere e a dare tutto ciò che poteva, aiutato dall’affetto di Vanna e di Sara e da una comunità che per lui è diventata una sorta di famiglia allargata. Perché capitano certe situazioni? Perché forse il Signore ci chiede di amare: anche nella fatica, nella debolezza, nel controsenso, resistendo allo sconforto e alla voglia di andarsene. Francesco non si è lasciato andare e non è stato lasciato dai suoi: in un contesto, nonostante tutto, umanamente ricco, ci ha lasciato qualcosa di importante che oggi raccogliamo.

1.    Ci ha lasciato innanzitutto una piccola busta con scritto: Messa dopo morte. Francesco. In essa c’erano le indicazioni delle letture che voleva al suo funerale. Sono quelle che abbiamo letto poca fa. Nella prima lettura c’era una piccola raccolta di indicazioni famigliari, per i mariti, le mogli, i genitori, i figli, gli schiavi… Ma Francesco aveva trascritto una frase che molto probabilmente lo colpiva maggiormente: Voi mariti non rattristate le vostre mogli. Forse, almeno agli inizi, si rendeva conto delle sue fatiche e di quello che potevano generare negli altri, ma portava nel cuore il desiderio di non rattristare Vanna, di custodire quella relazione che per lui era vitale. Ma il rapporto con Francesco era vitale anche per Vanna che in quasi quarant’anni di matrimonio ha sempre circondato suo marito di rispetto, tenerezza e cura, riempendo di normalità anche i momenti più impegnativi. È in questo affetto reciproco che il Signore ci dà appuntamento, qui vuole essere cercato, come ci ha ricordato Paolo: Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l'eredità.

2.    Ma nella busta c’era anche la pagina del vangelo che abbiamo appena ascoltato. Per Francesco aveva un titolo solo: Avevo fame e mi avete dato da mangiare. E a casa Carlesso da mangiare ce n’era sempre per tanti, anche per gli scartati della società. Se poi c’era da aiutare qualcuno perché i soldi non bastavano, Francesco c’era. Con semplicità, mettendo nella busta anche più di quello che si era stabilito. È la misericordia, la chiave del paradiso, l’investimento a lungo termine che produce interessi nel regno dei cieli. “Vi raccomando, sembra oggi dirci Francesco: non dimenticate-vi che si trova unicamente ciò che si è donato e che Dio si fa presente nel povero al quale si sono aperte le porte”.

3.    C’è una terza pagina che Francesco ci consegna. Questa non l’ha scritta sulla lettera, ma l’ha vissuta. Quella della preghiera e del suo rapporto con il Signore. Partecipe della spiritualità dei Focolarini, sentiva che la croce era il luogo in cui la sofferenza sconfinava nell’amore e anche lui ripeteva spesso, convinto: «Partecipo con le mie sofferenze alla redenzione». Parole straordinariamente grandi e forse un po’ lontane per noi, ma che a Francesco non facevano paura, perché le viveva. E le sue ultime preghiere erano quelle della semplicità, ma che, se ci pensiamo, contengono una piccola sintesi della vita cristiana: Gesù, Giuseppe e Maria vi dono il cuore e l’anima mia l’appartenenza al Signore. Siate la salvezza dell’anima mia: solo il Signore ci guarisce e ci salva. Assistetemi nell’ultima agonia, spiri in pace con voi l’anima mia: al termine della vita non siamo da soli. Ma aggiungeva anche: Fate che l’ultimo mio pan sia l’Eucaristia: la forza di quel Pane che gli antichi chimavano “il farmaco dell’immortalità”. Uno sembra fuori coi pensieri, ma forse alcune cose le ha capite più di quelli che i pensieri ritengono di averli a posto. E per questo Gesù dice: Ti benedico Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato il mistero del regno dei cieli. Francesco era uno di questi piccoli, ma ha compreso e percorso strade di vita e di felicità. Francesco ogni tanto chiedeva a sua figlia: «Sara, sei felice?». Forse oggi questa domanda la fa anche a noi, come invito a ritornare all’essenziale e a una vita che, per quanto impegnativa, mai si chiuda alle sorprese di Dio, anche quando il male di vivere vorrebbe avere la meglio.




Omelia 11 febbraio 2018


Sesta domenica del T. O.

Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Quante volte questo grido è risuonato nella storia, sia da parte di chi si è trovato a vivere una situazione di emarginazione, sia da parte di chi ha emarginato, ghettizzato, privato qualcuno del diritto di esserci. La Giornata del Ricordo, ci ha rammentato ieri la tragedia di molti nostri connazionali barbaramente uccisi e gettati nelle foibe da dove solo un esiguo numero di cadaveri è stato recuperato. Quanta lebbra segna i rapporti umani, quanta presunzione di stabilire confini tra puro e impuro, tra chi può stare a questo mondo e chi no! Nel vangelo di oggi Gesù è alle prese con questa situazione: un lebbroso, un escluso dalla legislazione giudaica che lo raggiunge sfidando tutte le precauzioni sanitarie e i divieti sociali. Vediamo che succede, perché l’approccio di Gesù forse può essere d’aiuto anche a noi per superare alcune barriere che ci dividono e sconfiggere le lebbre che ci colpiscono.

1.    L’evangelista ci dice che Gesù ebbe compassione. Ed è bello questo approccio pieno di tenerezza e di partecipazione interiore. Ma alcuni codici antichi, anziché parlare di compassione, parlano di indignazione da parte di Gesù. Sembra un sentimento opposto, in realtà è l’altra faccia della compassione. Mentre Gesù dimostra accoglienza e misericordia verso l’escluso, si arrabbia per tutto ciò che genera esclusione. Compassione e rabbia. Sono i due sentimenti con cui Gesù si oppone al male. Servono entrambi, perché la rabbia da sola degenera in violenza, la compassione rischia di fermarsi all’assistenza. Noi ci commuoviamo quando sentiamo la canzone di Mirkoeilcane a Sanremo, che ci racconta l’emigrazione con gli occhi dei bambini, ma ci siamo dimenticati della rabbia, della lotta per la giustizia, del coraggio della denuncia. E mangiamo tranquillamente i mandarini di Cosenza  raccolti da immigrati che ricevono un euro a cassa. La compassione è fatta anche di rabbia.

2.    Poi Gesù fa un gesto. Tese la mano e lo toccò. La lebbra si vince toccando, mettendo mano. Un gesto sconcertante che sanciva una scomunica sociale anche per Gesù. Chi toccava un lebbroso era considerato ugualmente lebbroso.  Finché noi non mettiamo mano nelle concrete vicende dell’altro non c’è guarigione. Gesù non salva con i decreti attuativi ma con le mani in azione. Penso alle mani della sorella del presidente nordcoreano che hanno consegnato un invito al presidente della Corea del Sud in occasione dei giochi olimpici, per ristabilire quanto prima i rapporti tra i due paesi. «Facciamolo accadere», ha detto il presidente sudcoreano. Ecco le mani che si toccano, che sconfiggono la lebbra della boria, della presunzione egemone, della violenza e che forse potrebbero sconfiggere anche alcune nostre distanze e scomuniche. Facciamolo accadere.

3.    Infine mi pare che per sconfiggere la lebbra e l’esclusione serva anche la volontà, la decisione. «Se vuoi, puoi guarirmi». Come “se vuoi?”, sembra chiedere Gesù: certo che lo voglio, sono venuto per questo! E infatti, dichiara: «Lo voglio, sii purificato». Non bastano le emozioni o le intenzioni: ci vogliono le decisioni, le scelte. Ce l’ha fatto capire quel papà che martedì è venuto a raccontarci l’esperienza vissuta con Emanuele, suo figlio sedicenne morto di droga. Amministratore delegato di una grossa azienda, non si era reso conto di quello che stava vivendo suo figlio che una notte decide di farla finita. A quel punto crolla tutto il castello imprenditoriale e professionale, ma a quel punto nasce anche la decisione di mettere la vita a disposizione di altri ragazzi e genitori perché non si ripeta quel tragico errore. Lo voglio, ha detto papà Giampietro: ci sarò. E ha detto a suo figlio: Scusami, Ema, se non mi fermo a piangerti come farebbero altri padri: io vado avanti. Atteggiamento ben diverso da quei genitori di Lucca conniventi con l’assunzione di sostanze dopanti da parte dei loro figli ciclisti. Non solo sapevano: incoraggiavano. Ecco la lebbra che per essere vinta ha bisogno di responsabilità, di volontà, di e di no. E allora la vita cambia. E forse non sentiremo più il grido “Impuro, impuro” ma quello di un’umanità sollevata, liberata dalla lebbra, restituita a se stessa, quella cui anche noi possiamo contribuire a dar forma. 


sabato 3 febbraio 2018

Omelia 28 gennaio 2018


Quarta domenica del tempo ordinario

La Giornata della Memoria è stata accompagnata quest’anno dalla testimonianza di Liliana Segre, sopravvissuta di Aushwitz e recentemente nominata senatore a vita dal Capo dello Stato. La sua vicenda ha la forza di zittire chiunque ascolti, di far pensare, di prendere ogni distanza possibile rispetto ad un male che talvolta ha un’onda lunga, nella testa di chi nega gli accadimenti o di chi ne riduce l’atrocità. Ebbene, questa donna che oggi ha 86 anni, ricorda il momento della selezione che periodicamente i prigionieri vivevano davanti ai medici del lager. Lei aveva quindici anni e miracolosamente riesce a superare la verifica. È viva. Ma dietro di lei c’è una coetanea con cui lavorava fianco a fianco: qualche parola, il sorriso, un saluto. Una ragazza cui una pressa aveva tagliato le falangi. E Janine, così si chiamava, viene mandata a morte.     Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Un rimorso che mi porto dietro per non averle fatto capire con un addio che la sua vita era importante per me. Il male è questo. È ciò che ti disumanizza anche quando del male sei una vittima. Gesù è venuto a liberarci da queste catene invisibili, da questa oscurità in cui si muove il principe delle tenebre. È quello che capita nella sinagoga di Cafarnao. Come avviene la liberazione?

1.    Anzitutto Gesù lascia risuonare le domande e le obiezioni del male. Vuole che impariamo a individuarne il linguaggio, le espressioni dietro cui si nasconde. Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? È il tentativo di creare distanza: Gesù e noi, Gesù che vuole qualcosa da noi, un Dio esigente, pretenzioso. Queste parrocchie che pretendono di avere ragazzi, genitori e padrini per preparare la cresima… Abbiamo molti impegni, che vuoi da noi? Sei venuto a rovinarci? Un Dio che ci perde, che è causa della infelicità. Clonazione di due scimmiette, possono essere molto utili per la medicina: se una si rompe c’è l’altra di ricambio. Dai, può essere utile per il progresso: non essere nemico della scienza… Io so chi tu sei: il santo di Dio. In queste parole apparentemente devote c’è la più potente delle sfide: io so già tutto di te, non hai più niente da dirmi. Dio dici sempre le solite cose: che noioso che sei! Dobbiamo affinare l’udito, riconoscere che in alcune nostre posizioni dove riteniamo di essere liberi, liberi non siamo: perché succubi dell’ideologia, dei nostri egoismi, della nostra incapacità di metterci in discussione. Taci, esci da costui. Bisogna far tacere queste voci, spegnere l’amplificatore con cui grida la sua boriosa presunzione.

2.    Ma non basta spegnere le voci del maligno: bisogna accendere la Parola di Gesù. La gente infatti si stupisce perché  la sua parola è differente da quella degli scribi. È una parola detta con autorità, che fa quello che dice. Che parole ascolti? Guarda che le parole del mondo spesso sono parole false, vuote, irrealizzabili. Come alcune che accompagnano questa campagna elettorale. Le parole che guariscono dal male sono quelle della coerenza. Mi ha colpito molto in questi giorni il modo con cui i ragazzi delle superiori hanno ascoltato la testimonianza di Matteo, giovane missionario che sarà ordinato sabato prossimo. Erano in silenzio e pieni di attenzione, come non sempre succede. Perché? Forse perché le parole che diceva trovavano la forza della Parola di Gesù e della testimonianza resa con la vita. Perché le nostre parole non cambiano le cose? Perché spesso sono chiacchiere. Vieni seccata a prendere tuo figlio a catechismo: entri boriosa in classe, non saluti nessuno e lo strattoni via perché i preti non capiscono quanto sia prezioso il tuo tempo. E quando la catechista la volta dopo chiede ragione al bambino di tanta urgenza, candido afferma che la mamma doveva andare a bere il caffe con le amiche. Quale parola segui, quale parola vince?

3.    Infine la vittoria sul male non avviene senza lotta e fatica: Lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte se ne andò da lui. Gesù vince con la nostra partecipazione, a volte anche con i nostri patimenti. Se ne sono resi conto i ragazzi del gruppo Emmaus che venerdì sono andati a Treviso ad ascoltare le due donne legate da un’amicizia che sembra impossibile: perché il figlio dell’una ha ucciso il carabiniere marito dell’altra. Invece di odiarsi e distruggersi hanno fatto della loro vita un percorso di pace e di riconciliazione che ora diffondono tra i ragazzi. Ma come si può arrivare a tanto senza passare attraverso la lotta? Contro la voglia di vendicarti o di rinchiuderti? Allora al male bisogna opporre resistenza, qualche volta bisogna anche accettarne lo strazio, sapendo che non è l’esecuzione di una condanna ma il travaglio di un parto. Prova a vedere se dai tuoi mali, dalle tue ferite, dalla tua solitudine può nascere vita. Anche questa forse sarà una giornata della memoria, baluardo contro il male, forza di un mondo umano, ancora possibile.