domenica 19 luglio 2015

Omelia 18 luglio 2015


Sedicesima domenica del T.O.

Gesù aveva inviato i suoi discepoli in missione ed essi erano tornati entusiasti per l’accoglienza che avevano ricevuto. Il lavoro tuttavia era notevolmente aumentato e metteva il gruppo in seria difficoltà:  erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Gesù prende provvedimenti rispetto ad una simile situazione. Al centro deve rimanere sempre l’uomo non il lavoro o l’organizzazione, fosse anche l’organizzazione pastorale e missionaria. Ecco allora l’invito: Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’. Il lavoro ha senso se da esso ti sai distanziare, se non perdi la tua realtà personale. E tuttavia non basta andare in vacanza: nelle parole di Gesù non c’è il villaggio turistico, ma un equilibrio nuovo da raggiungere, con lui. Egli infatti non dice: andate, ma venite. Presuppone una situazione dove c’è anche lui. Il riposo autentico inizia quando fai spazio al Signore perché lui custodisce integralmente l’uomo e la sua verità. Dove ci attende Gesù?

1.    Anzitutto quell’insistenza: voi soli che può voler dire anche proprio voi e non altro o altri. È una questione di identificazione. Gli altri, le cose che facciamo contribuiscono a delineare chi siamo. Un figlio ci rivela la bellezza di essere genitori, un lavoro manifesta la nostra abilità. Ma noi non siamo i nostri figli, non siamo il nostro lavoro. Perché altrimenti – e talvolta succede – quando un figlio cresce o quando si va in pensione, ci pare di sparire e di non trovare più il senso della nostra vita. Segnali di cui tener conto: a casa parliamo di lavoro e non troviamo altri argomenti su cui dialogare. Sei ancora in fabbrica, in ufficio! Figli: dopo una certa età sparisce l’intimità della coppia e ci si rapporta unicamente come padri e madri, come nonni e nonne. Guarda che non hai sposato tuo figlio! Ritrovati in relazione a quel progetto di vita che prima di ogni altra cosa ti vede marito e moglie, anche a 60 anni!

2.    In disparte, in un luogo solitario. Qui ci sono due termini intressanti: kat’idian che significa per proprio conto e eis éremon tópon che vuol dire verso un luogo eremitico. Per trovare se stessi, ogni tanto occorre cercare un po’ di eremo per conto proprio. Perché l’eremo è importante? Perché ci ricorda l’esperienza della solitudine che nessuna relazione umana può colmare. Oggi facciamo molta fatica ad accettare la solitudine. Viviamo perennemente connessi, con il mondo a portata di smartphone. Ma qui si nasconde un inganno:  tu puoi avere tutte le connessioni di questo mondo: in alcuni momenti sei tu e solo tu. A chi affidi questa solitudine? Alla delusione, alla fuga, al bombardamento sonoro? Gesù ti invita ad affidarla al mistero, ad una relazione più grande. E un po’ di eremo periodico ti aiuta a ricordarlo. Come nella stagione del monachesimo antico: soli con il Solo!

3.    Infine Gesù dice: riposatevi un po’ (anapáusaste). Verbo interessante che vuol dire prendere una pausa in modo da ri-posarsi, posarsi di nuovo, cercare una nuova collocazione nella vita. È quello che succede a Gesù e al gruppo dei Dodici che poi, di fatto, sono subito sommersi dalla gente. E Gesù si ri-posa con la misericordia: Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore. Il riposo ti riconduce alla vita ricentrandola su quello che conta veramente. Pensate al dramma dei profughi che accompagna la nostra estate. Riposare vuol dire prendere una pausa osservare le cose con maggior obiettività, non lasciarci travolgere dall’esasperazione, non scaricare il problema solo su alcuni, ma può voler dire anche ri-posare la nostra umanità che talvolta è andata in ferie, introdurre compassione dove i criteri in gioco sono solamente di tipo economico e opportunistico. E quella bambina morta in mare per la barbarie di chi ha gettato in mare lo zainetto con l’insulina è l’immagine di ogni rifiuto, di ogni mancanza di compassione che non appartiene solo agli scafisti, ma anche a chi sputa il veleno dell'ostilità in una strada o caricando sui social squallidi commenti.

Venite in disparte…    Distànziati dal mondo disumano che rischia di imprigionarti e ri-posa la tua partecipazione all'edificazione di quella terra nuova che Gesù ha inaugurato. 

 

domenica 12 luglio 2015

Omelia 12 luglio 2015


Quindicesima domenica del T. O.

Uscire. È una parola che oggi ci affascina. Problema è che la usiamo prevalentemente come moto da luogo. Uscire da. Uscire dall’euro. Uscire da facebook. Uscire da un partito, da una condizione opprimente. Anche il cristiano è un uomo in uscita, così ha ribadito papa Francesco. Ma l’uscita cristiana insiste più su ciò che cerchi che su ciò che lasci. Andare verso, raggiungere, sentire l’appello dell’altro e delle situazioni. Moto a luogo.

Gesù incoraggia oggi tale movimento, spinge i suoi discepoli all’uscita: li invita a guardare l’orizzonte sognando il mondo con gli occhi di Dio. Quale uscita Gesù ha in mente?

1.    Anzitutto un’uscita fatta di relazione. Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due. L’uscita di Gesù non avviene in solitudine ma nell’affermazione di una fraternità imprescindibile. Non puoi essere testimone della bellezza di Dio se cammini da solo, per conto tuo. Il Dio cristiano è relazione continua e profondissima di tre persone e in tale relazione invita tutti gli uomini. Relazione non è dunque una strategia operativa, ma un segno che ci si può volere bene anche se si è differenti, andar d’accordo anche se viviamo diverse appartenenze. È nella concordia che dai la prima testimonianza. Qual è il due a due che hai perduto? Qual è il fratello da ritrovare? Sempre. 

2.    Un secondo aspetto è l’essenzialità. La missione deve affermare qual è la tua vera ricchezza. Né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. Attento che non sia il denaro il tuo Dio, i beni materiali, le sicurezze economiche, gli status symbol. E questo stile è da portare a casa non solo nelle chiese o negli oratori. Dovunque entriate in una casa. Sii costruttore di bellezza evangelica in famiglia, con i tuoi figli, con tua moglie, con tuo marito.  Un papà che ieri è venuto in canonica e oggi sarebbe partito per le ferie mi ha detto: «Tante di quelle valigie che avremmo fatto prima a portarci dietro la casa!». Non è che in questo tempo estivo la vacanza possa servirci per trovare qualcosa di essenziale rispetto al superfluo? La bellezza di stare insieme, di osservare un panorama, di parlarsi. Dio non si nasconde nella potenza dei mezzi, ma nella vita di chi gli dà fiducia e lo lascia agire.

3.    Un ultimo aspetto è legato all’accoglienza del popolo in uscita. Perché qualcuno può aprirti le porte, qualcun altro può farne a meno. E qui Gesù suggerisce un gesto: Scuotete la polvere sotto i vostri piedi. Era quello che facevano gli Ebrei della diaspora quando tornavano in Palestina, per non contaminare la loro terra. Non è un gesto di ostilità, ma un gesto di verità: fai vedere che c’è un’altra terra da abitare. La terra di Dio, del suo Regno.  In questi giorni in camposcuola è successo un fatto spiacevole. Gara di bestemmie. Chiaramente siamo intervenuti con una certa fermezza. Ma quello che mi ha fatto più male non è stato il comportamento assurdo dei ragazzi, che peraltro hanno compreso la gravità dei fatti, quanto quello di alcuni adulti che si sono stupiti dell’eco che abbiamo dato alla questione. Come se il problema non fosse così rilevante. Ecco: che terra abiti? La tua missione cosa indica? Terra di compromessi, di sabbie mobili o la terra santa dell’incontro con Dio?

Non ero profeta né figlio di profeta, confessa Amos. Il Signore mi ha scelto. Se il Signore ti ha scelto, ricorda che gli appartieni. Non seppellire il dono che ti affida e portalo agli altri con una testimonianza gioiosa e un’uscita convincente.

Omelia 5 luglio 2015


Quattordicesima domenica del T. O.

Ma chi ti credi di essere? È la grande domanda che segretamente percorre il vangelo di oggi. Gesù dopo la prima predicazione a Cafarnao torna a Nazaret, il suo paese. L’eco delle sue parole e dei suoi gesti si è diffuso ma dopo l’iniziale curiosità subentra il sospetto: Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? Non è il figlio del falegname? La sua famiglia non va a fare la spesa nel nostro stesso supermercato? La difficoltà degli abitanti di Nazaret è triplice.

1.    Da dove. È la grande domanda sull’origine, quella che interpella il mondo di Dio. Quelli di Nazaret stanno dicendo: possibile che Dio abbia ancora qualcosa da dirci? Notate che Gesù si trova in sinagoga, il luogo del grande appuntamento settimanale con Dio. Eppure questo non smuove i suoi interlocutori. Dio nella nostra vita può diventare un sistema, il cristianesimo corre sempre il rischio di svuotarsi di Cristo. Facciamo tante attività parrocchiali e non ci ricordiamo perché, ci riconosciamo in una sorta di religione civile che si traduce in una raccolta di insegnamenti interessanti e trascura l’incontro con Dio,  inseguiamo apparizioni le cui parole diventano più importanti di quelle del vangelo. Anche Gesù ti pone quella domanda: Da dove? Da dove viene la tua sapienza? La tua religione? Ti interessa davvero Dio o ti interessa garantire il tuo assetto?

2.    Non è il figlio del falegname? In questa domanda ciò che impedisce l’incontro con Dio non è tanto la possibilità che si riveli, ma che lo faccia in maniera umana. Non è il figlio di Maria? Ecco, questo è un pericolo con cui sempre ci misuriamo: quello di allontanare Dio dalla nostra umanità. Con due risvolti: la sensazione che lui non ci possa essere o la pretesa che lui non debba esserci. Il primo caso è quello che viviamo più frequentemente; ci sono delle situazioni umane dove ci pare che Dio non arrivi: la malattia, la fragilità, il fallimento. Il secondo caso è quello che ti porta a escludere Dio deliberatamente. La vita, la sessualità, i soldi… Pensate alla battaglia senza esclusione di colpi che si sta combattendo intorno alla questione dell’identità di genere. Con l’arrogante pretesa che alcune istituzioni, come quella scolastica, possano intervenire a riguardo a prescindere da una famiglia, da un sistema di valori che non sono quelli di alcuni gruppi di pressione o di una ideologia barattata come libertà. Il Dio cristiano è un Dio incarnato e nella carne ci chiede di individuare un progetto di umanità credibile. Un progetto in cui tutto l’uomo possa essere salvaguardato.

3.    Altra difficoltà a riconoscere in Gesù la rivelazione di Dio è l’esperienza della fraternità: I suoi fratelli e le sue sorelle non sono qui con noi? Gli abitanti di Nazaret dicono: conosciamo bene le sue vicende di casa. A volte è lo stesso scandalo che patiamo anche noi: siccome a casa le cose non vanno sempre in maniera cristiana pensiamo che Dio non abbia a che fare con questa realtà. Un figlio che non va più a messa, bestemmie, guerre tra parenti. Chissà, forse un po’ di questo c’era anche nella famiglia di Gesù. Eppure lui non rinuncia ad esserci e a indicare la possibilità di pensare a nuove relazioni, di figli e di fratelli. E ogni volta che questo si realizza la sua incarnazione si compie e i suoi miracoli si manifestano. Come quella donna che ieri mattina mi ha detto: «Sono riuscita a ricomporre il rapporto con mia cognata. Lei ha fatto il primo passo, cosa che io non avrei mai pensato, e io ho creduto a quel gesto». Ecco i prodigi che Gesù non riesce a compiere a Nazaret ma che non rinuncia a realizzare se lo accogliamo con fede.

Non fare di Gesù un talismano, un assetto religioso: credi nella forza del suo vangelo e liberane ogni giorno la novità.

lunedì 29 giugno 2015

Omelia 28 giugno 2015


Tredicesima domenica del T.O.

Ci siamo confrontati anche questa settimana con la vicenda di un noto imprenditore che si è tolto la vita. Un impero economico che sembra non rispondere alle problematiche umane, all’esigenza di fare i conti con situazioni, sentimenti, drammi per i quali i soldi non sono la soluzione a quello che si sta cercando. Dove sta la vita autentica? Il vangelo di oggi ci presenta due episodi dove la vita è minacciata dalla malattia e dalla morte. E Gesù interviene in entrambi i casi facendoci capire che chi custodisce la vita è lui e lontano da lui c’è spazio solo per l’inquietudine e il l’oscurità. Dove sta la vita che ci promette Gesù? La donna malata, Giairo, la bambina.

1.    La donna. L’evangelista descrive attentamente le sue sofferenze. Malata da dodici anni, sottoposta a terapia di molti medici senza risultati, anzi peggiorando. Un’emor-ragia che esponeva la donna al male fisico e all’esclusione sociale. Eppure questa donna vince il controllo della gente e della religione e si avvicina a Gesù. Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti sarò salvata. Ecco dove sta la vita: quando tocchi Gesù. Notate: Gesù si rende subito conto di quello che è avvenuto e cerca l’autore del gesto: «Chi ha toccato le mie vesti?». Ai discepoli quella domanda sembra assurda, ma assurdo risulta invece l’atteggiamento di gente che preme Gesù da tutte le parti ma non lo tocca. È un rischio che corriamo sempre: tanta confusione ma non tocchiamo il Signore. Il verbo apto indica un toccare deciso, un afferrare. Pensate a come è stata accolta l’enciclica di Papa Francesco sull’ambiente. Fin che c’è da difendere qualche foca in giro per il mondo grande attenzione degli animalisti, quando c’è di mezzo l’ecologia della solidarietà allora ci si limita a qualche titolo di spalla. Scomode certe parole… C’è vita quando tieni ben saldo il Signore e non ti limiti a educati convenevoli spirituali.

2.    Giairo. È un papà angosciato per la sorte della propria bambina: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporgli le mani». Un crescendo di disperazione che trova il suo culmine quando vengono a dirgli: «Tua figlia è morta, perché disturbi ancora il maestro?». E Gesù che raccomanda: «Non temere, continua solo ad aver fede!». Ecco, è la fede in Gesù la condizione per la vita. Ma essa si può confrontare talvolta con le voci del disincanto o con quelle della derisione, proprio come nel caso di Giairo. Pensate ai matrimoni: credo che buona parte della fatica che fanno due ragazzi per giungere a questo momento sia dovuta proprio alle voci che mettono in discussione la fede nel sacramento. E due sposi devono lottare contro genitori che dettano leggi sulle bomboniere, amici che talvolta non sanno far altro che bere, ritualità volgari che alterano i contorni della festa. Ma poi la sensazione che in fondo quello che si sta facendo non serva a granché visto che si può stare insieme ugualmente e che anche chi si sposa in chiesa poi si molla. «Non temere, continua solo ad aver fede!». Mi sembrano parole rivolte oggi anche agli sposi. Continua a pensare che il Signore può rinnovare la tua vita, la tua relazione, la tua famiglia, anche quando tutto sembra smentirne l’efficacia.

3.    La bambina. Gesù le si avvicina e la prende per mano. «Talita kum». A questo gesto però corrisponde un’azione della bambina che si alza e si mette a camminare. Come se qualcosa potesse fare il Signore e qualcosa gli uomini. Lui ti rialza (anéste), ma tu cammina (peripatéo)! Ecco, a volte la vita di Dio non scorre perché rimaniamo un po’ stesi, assopiti nelle nostre incertezze e oscurità. Siamo un po’ impigriti. La guarigione funziona se ti metti in moto: certo che la morte è un brutto momento ma perché lasci che il pensiero dei morti ti faccia morire? Non vedi che questo stato d’animo sta intristendo la vita tua e quella degli altri? Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare. Qual è il subito che il Signore ci sta indicando? Lascia che la vita di Dio possa scorrere e lascia che possa farlo anche con te.

domenica 21 giugno 2015

Omelia 21 giugno 2015


Dodicesima domenica del T. O.

Tra i mosaici di San Marco c’è anche la raffigurazione del vangelo che abbiamo appena ascoltato. Mare agitato, barca e discepoli e Gesù che però viene rappresentato due volte: a prua della barca, mentre dorme e a poppa, accanto al timone, solennemente in piedi e vigile.
Ma i discepoli vengono rappresentati tutti con lo sguardo in avanti, preoccupati e infastiditi dal Gesù che dorme, incapaci di osservare quello che in piedi, dietro di loro, li accompagna nel momento drammatico del viaggio.
Ecco, le tempeste sono una pagina della nostra vita e, quando si avvicinano, anche noi siamo come i discepoli che riprendono un Dio addormentato: «Maestro, non ti importa niente che siamo perduti?».
Dove sei Dio quando scoppia la tempesta della malattia? Quando un’attività non funziona e mette a repentaglio il futuro di una famiglia o di un’azienda? Dove sei Dio quando la barca travolta non è quella metaforica ma è il battello che porta dei disperati da un continente all’altro? Cosa ci dice il Signore?

1.    Innanzitutto c’è un invito cui prestare attenzione: Passiamo all’altra riva. Non si tratta solo di una dislocazione geografica: è un passaggio esistenziale. Gesù si sta muovendo dalla riva palestinese del lago a quella straniera, da una terra conosciuta a una nuova realtà. I discepoli di Gesù non vivono in una baia tranquilla, ma cercano le grandi percorrenze, l’uscita. Perché? Perché le terre di sempre possono essere un rifugio ma anche una prigione: ti rassicurano e ti possono incatenare. Gesù ha in mente qualcosa di nuovo, qualcosa che ti fa diventare più uomo. Il dramma dell’immigrazione costituisce la nuova riva che Gesù sta indicando. Ma non solo ai disperati che cercano un approdo nelle nostre coste, anche a noi che rischiamo di costruire muri anziché ponti, come se il nostro continente non ne avesse già conosciuto il dramma. Passiamo all’altra riva: della solidarietà, della fraternità. Come sono lontane certe considerazioni sull’imbastar-dimento della razza che abbiamo sentito in questi giorni da quella visione che ci suggerisce Papa Francesco nella sua nuova enciclica: ecologia integrale, non solo dell’ambiente, ma anche dell’uomo e della società.

2.    Un altro aspetto interessante è il gesto che i discepoli fanno senza rendersene conto. Lo presero con sé, così com’era, nella barca. Dalla tempesta esci solo se prendi Gesù così com’è. S. Paolo dice ai Corinti: Se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Che Gesù ospiti nella tua vita? A volte lo inscatoliamo nelle nostre categorie umane, vorremmo che facesse quello che desideriamo noi, che corrispondesse ai nostri schemi. Ma bisogna vedere se questo Gesù che hai in mente ti salva. Nel mosaico di S. Marco, Gesù che dorme è raffigurato con la mano sull’acqua. Il mare per Israele è il luogo delle potenze oscure, della morte. Ma Gesù ti fa capire con quel gesto che lui quell’acqua la conosce bene perché egli è disceso nell’abisso e dall’abisso ti libera. È quello che è successo nel battesimo: siamo stati liberati dall’onda della morte. Se Gesù ti ha preso in quel momento, ti abbandonerà? Nella malattia, nella fragilità, nei rapporti che sembrano perduti… «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

3.    E infine quelle parole di Gesù: «Taci, calmati». Gesù con la sua Parola zittisce la boria impertinente dei flutti. Ma quelle parole Gesù non le riserva solo alla tempesta: in un’altra circostanze vengono rivolte all’indemoniato. Per dirci che il mare della vita qualche volta è anche nei flutti umani: voci da zittire per ascoltare una Parola differente. Una persona in questi giorni mi raccontava tutto lo sconcerto per una malattia dolorosa da sopportare. Ma ciò che la inquietava maggiormente non era il male bensì la poca sensibilità della gente, la curiosità camuffata da interesse, le chiacchiere scambiate come diagnosi. Ecco, a volte dalle tempeste si esce anche con questa forza di dire “Taci, calmati” alle chiacchiere che risuonano dentro e fuori di noi e che ci fanno perdere di vista Dio, cercando altre parole, di vicinanza, di fede, di speranza. Parole che ci aiutino a sentire che il Signore è vicino, anche nel fratello che ci aiuta a ritrovare un po’ di orizzonte e un po’ di condivisione. E allora non rimarremo più rivolti solamente al Gesù che dorme, ma avremo la possibilità di voltarci e di accorgerci che lui tiene saldamente il timone mentre con forza comanda ai venti e al mare.

Omelia 14 giugno 2015


UNDICESIMA DOMENICA DEL T.O.

Un antico apologo rabbinico ricorda che quando Dio creava il mondo aveva quattro secchi di sassi: tre li ha versati sulla terra di Israele. Il racconto ci aiuta a comprendere il miracolo di una pianta che spunta nella pietrosa realtà palestinese e ci fa capire perché Gesù ricorra a tale immaginario per dire le meraviglie di Dio. C’è una novità in azione ed essa è più forte di qualunque resistenza, più sorprendente di ogni misura ipotizzata. Due parabole e due semi. Che cosa ci suggeriscono?

1.    Anzitutto il dinamismo di una crescita. Gesù sta parlando del Regno di Dio, del suo modo di rendersi presente nella vita degli uomini. Ebbene tale azione non si manifesta suonando le trombe, ma producendo vita. Così vuol essere il Dio cristiano, così la sua azione nel mondo. Semplice, discreta e vitale. Partecipa a questa crescita. Due anziani: lei improvvisamente è colpita da un’ischemia, lui indebolito dall’età. Lei parte per l’ospedale in ambulanza e lui che la osserva trepidante. Le manda una serie di baci stando seduto mentre lei procede in barella. E commenta: Se tornassi indietro farei tutto da capo. Un matrimonio che è cresciuto, che ha costruito Regno di Dio.

2.    Un altro suggerimento viene dalla prima parabola: il seme che cresce da solo. C’è l’iniziale opera di quell’uomo che getta il seme nel terreno, ma poi, dorma o vegli il seme germoglia e cresce Come, egli stesso non lo sa. Gesù ci sta facendo capire che, nella logica del Regno, c’è un’azione eccedente rispetto a quello che appartiene alla responsabilità dell’uomo: è quello che può fare Dio. Sorprendentemente il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Seminare è necessario. Ma nella semina c’è un evento più grande della semina stessa: c’è il mistero della crescita che appartiene a Dio e ai suoi disegni. Questa logica io la osservo quando giovani genitori vengono per il battesimo, magari dopo anni di latitanza cristiana, magari dopo disperazione di genitori che non vedevano prospettive rispetto a quello che avevano insegnato. Ecco il seme che cresce da solo. E questo ci fa comprendere la forza del vangelo. I suoi semi, posti nell’educazione, nei momenti cruciali dell’esistenza, nelle conversazioni più semplici sono sempre promessa di uno sviluppo che procede talvolta anche quando ci pare di aver parlato o agito per niente. Dio ti può sorprendere, proprio dove non l’avresti creduto.

3.    La seconda parabola ci consegna un altro aspetto, la sorpresa che si allarga. Qualche settimana fa sono stato all’Expo. Una grande manifestazione non priva di ambiguità. Tanti discorsi altisonanti che proclamano ecosostenibilità, biodiversità, rispetto dell’ambiente. E poi ti rendi conto che, per molti aspetti, la cultura consumistica che l’Expo vorrebbe combattere è quella che regge la manifestazione stessa, dato che c’è uno stand che ti fa capire il problema dei rifiuti ma tu non trovi neanche una fontanella d’acqua e sei costretto a comprare mezza minerale a 2 euro. E in questo contrasto il padiglione della Caritas e della S. Sede che ostinatamente cercano di far capire che l’ecosostenibilità è anche una questione di fraternità, di apertura del cuore per far crescere un’umanità nuova e non solo carote prive di schifezze. E pazientemente la mentalità si diffonde, nell’ospitalità, anche se qualcuno ha detto che era meglio starsene a casa.

Il regno di Dio non cresce in soffitta ma con la decisione di esserci nelle questioni che riguardano gli uomini.

 

 

Omelia 7 giugno 2015


Corpus Domini 2015

Una grande scuola del pensiero filosofico antico è stata quella platonica. Platone chiedeva: «E allora quand’è […] che l’anima tocca la verità?». «L’anima ragiona con la sua migliore purezza quando non la conturba né vista né udito né dolore, e nemmeno piacere; ma tutta sola si raccoglie in se stessa dicendo addio al corpo» (Fedone X). Secondo Platone il corpo è la prigione dell’anima e bisogna liberarsene. Su questo sfondo, il cristianesimo dovette faticare non poco per affermare la novità che portava con sé. I discepoli di Gesù infatti non solo non consideravano il corpo come una sorta di carcere, ma avevano ricevuto dal Signore il comando di custodire il suo corpo e di riconoscere in tale appuntamento la centralità della loro esperienza di fede. Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Quale corpo ci consegna il Signore?

1.    Ci consegna il suo corpo eucaristico. Gesù ha pensato di anticipare il dono che avrebbe fatto sulla croce con i gesti dell’Ultima Cena. E in un pezzo di Pane ha custodito la sua vita, il senso di quello che aveva in mente perché i suoi discepoli si convincessero che la vita donata è la vita riuscita e avessero la forza di fare altrettanto. Quando noi ci nutriamo del Corpo di Gesù ci nutriamo di un corpo spezzato, di un invito a non trattenerci, a lasciarci mangiare perché qualcuno riceva vita. Abbiamo visto nei giorni scorsi un’ondata di arresti eccellenti: consiglieri eletti dal popolo, funzionari pubblici, manager della cooperazione sociale che hanno cercato di arricchirsi non con i partiti, come ai tempi di Tangentopoli, ma con l’emergenza abitativa e la gestione dell’accoglienza dei migranti. Gli artigli sulla solidarietà e sulla ricerca del bene comune, per ingrassare se stessi. Il mio corpo sano e pasciuto approfittando del corpo ferito dell’altro! Com’è diversa la logica di Gesù! Tra pochi giorni entrerà in vigore la legge n. 69 sull’anticorruzione, una nuova stretta sul malaffare. Ma le leggi non servono se non cambia la mentalità e non ci convinciamo che solo il dono ci rende uomini e ci fa vivere.

2.    Ma il Corpo che Gesù ci consegna è anche quello ecclesiale. Mentre mangi di quel Corpo diventi un solo Corpo. Gesù ci dà appuntamento nella comunione che egli stabilisce tra noi. È lui che la genera, ma sta a noi custodirla. Impressiona infatti nel vangelo ascoltato la cura che Gesù affida ai sui discepoli nel preparare la cena. «Andate in città… vi verrà incontro un tale… Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». La cena apre una relazione al piano superiore, quello dell’intimità famigliare e meno esposto alla razzia. L’eucaristia non è una sorta di fast-food occasionale: è passione per l’altro, accoglienza, voglia di stare insieme. È pane frantumato sulla mensa per essere ricomposto nella fraternità. Domenica scorsa in una famiglia i ragazzi mi hanno fatto giocare con dei dadi che, messi insieme, componevano dei disegni sui vari lati. Ad un certo punto mancava un pezzo: dov’è finito? «Vado a cercarlo in cantina!», ha detto un bambino. Ecco, quando il sacerdote ti dà un pezzetto di pane spezzato, prova a chiederti: dov’è finito quello che gli stava accanto? Non è che lo devi cercare in cantina?

3.    E infine il Corpo che Gesù ti invita a custodire è il tuo corpo. Sul Fatto quotidiano di questi giorni c’era un’inchiesta su sessualità e mondo dei ragazzi ed emergeva la superficialità con cui questo capitolo è trattato. Tra un cambio e l’altro dell’ora ci si ritrova in bagno e si fa sesso, senza troppe presentazioni, senza troppe domande. Si fa perché mi va bene così. Ragazze-doccia, si chiamano, appunto perché è come quando ci si lava velocemente. Vedi che Platone ritorna? Ti convince che il corpo sia separabile dai tuoi sentimenti, dalla tua intelligenza, dal tuo impegno nei confronti dell’altro. È il grande inganno che ti impoverisce, ti anestetizza e ti appiattisce. Impara a dire con Gesù: Questo è il mio corpo. Custodisce un dono, non meraviglia che non può corrispondere a cinque minuti all’ormone nei bagni di scuola. Che ne fai del tuo corpo? Hai mai provato ad abbracciare qualcuno che sta male? Hai mai provato a far fatica? A prendere in braccio un bambino? Forse potrai capire che c’è qualcosa di prezioso, da non svendere, da seguire, da far crescere.

Prendete e mangiate, questo è il mio corpo! Non è solo un gesto di convivialità: è una logica nuova quella che Gesù ci suggerisce. Aperta alla vita, aperta alla verità.