domenica 28 ottobre 2012

Omelia 28 ottobre 2012

Trentesima domenica del T.O.

Ricordate “Nuovo cinema paradiso”? Quando Alfredo, il vecchio proiezionista, incontra Totò, quel bambino che l’ha salvato da un incendio nel quale ha perso la vista, invita il piccolo ad aprire orizzonti nuovi per il suo futuro. Per il momento c’è quella sala cinematografica dove il ragazzo lavora, ma la vita riserva appuntamenti più importanti. E Alfredo, per avvalorare il suo presagio, dice una frase di grande intensità: Adesso che ho perso la vista ci vedo di più. Ecco la fede funziona così. Finché vedi le cose con le misure di quello che ti si stringe attorno, raccogli ben poco; se osservi con lo sguardo interiore c’è qualcosa di più. Per te e per gli altri. I cristiani sono coloro che vedono oltre e che sanno indicarlo, come il vecchio Alfredo al piccolo Totò.
Ma è un percorso che non si improvvisa. La fede è dono di Dio: è lui che accende lo sguardo interiore. Ma bisogna raccoglierne il movimento, come quel cieco sulle strade di Gerico. Proviamo a capire in che modo la sua vicenda parla alla nostra vita. Ci sono tre esagerazioni di cui il cieco è protagonista, tre slanci sui quali la fede prende forma.

1.    Quando passa Gesù il cieco grida e quando qualcuno cerca di zittirlo, quest’uomo grida ancora più forte. Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me. La prima sproporzione appartiene alla parola liberata, alla rivalsa contro l’intimazione: Molti lo rimproveravano perché tacesse. La fede nasce dalla vittoria sull’intimidazione, sulla congiura del silenzio, sulla sistematica sottrazione degli spazi di informazione legati ad un religioso che non sia di tipo scandaloso o allarmistico: i ricatti ai danni del prete e le scuole materne che chiudono. E noi ne siamo vittime e complici, tanto che i discorsi della fede o non li facciamo o diventano lo specchio di quello che il giornale ci presenta. Prova a far spazio a un po’ di parola cristiana, ascoltata, letta e detta. Ha fatto scalpore nei giorni scorsi la notizia che TV2000, emittente cattolica italiana, canale 28, ha avuto share tutt’altro che insignificanti rispetto ad un palinsesto rinnovato, accattivante e capace di attivare il pensiero. Un bel segno di chiesa che abita il mondo dei media che non ha paura di comunicare le proprie ragioni e forse anche di un mondo che ha bisogno di parole differenti rispetto a quelle dei reality e dell’intrattenimento.

2.    Il secondo movimento sproporzionato va dall’invito ad alzarsi al mantello gettato via. Il mantello è tutta la sicurezza del povero, la sua casa: se qualcuno lo prende in pegno dovrà renderlo al tramonto, dichiara il libro dell’Esodo, “perché sarebbe come prendere in pegno la vita”. Ebbene Bartimeo, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. La sua sicurezza sta ormai in quel balzo che ridisegna gli equilibri. La fede è un passaggio che ti riconsegna alla vita in una maniera diversa, in un movimento che sembra spregiudicato, ma che individua un appoggio altrove, in un terreno più sicuro delle tue sicurezze. È la terra di Dio e del suo Figlio: poggi sull’invisibile. Se ci pensate, noi continuamente facciamo di questi balzi, fidandoci di qualcuno. Perché, allora, non dare anche a Dio questa possibilità? E come nella vita la verità di una persona la scopriamo fidandoci di lei, così anche con Dio: lo scopriamo non previamente alla fede, ma nella fede stessa. Cinque anni fa, in questi giorni moriva d. Oreste Benzi, un uomo vissuto di fede e dell’irremovibile certezza che Dio può cambiare le persone. Lui che di notte raggiungeva i marciapiedi malfamati e consegnava un rosario e il suo numero di telefono alle prostitute, convinto com’era che tali donne non andassero consolate ma liberate e che la prostituzione non andasse regolamentata ma combattuta. Fede vuol dire persuasione che con Dio possa andare meglio: è la sfida che viene rivolta non solo a chi non conosce Dio, ma anche a un cristianesimo nutrito dalla rassegnazione o assestato sulle misure di un pensiero accettabile. Lìberati da questo mantello: Dio è il padrone dell’impossibile e vuol far nuova la vita non consacrare l’adattamento. Sentiamo sinceramente di dover convertire noi stessi alla potenza di Cristo, che solo è capace di fare nuove tutte le cose (Mess. Sinodo Nuova Evang.).

3.    E infine la terza sovrabbondanza. Il cieco guarito viene invitato ad andarsene, ma la vita di prima non gli appartiene: da quel momento decide di seguire Gesù. E subito ci vide e lo seguiva lungo la strada. La fede apre un seguito, una logica permanente di vita nella quale la strada diviene l’appuntamento. Metti fede dove le strade della vita ti conducono e comincia a vedere e ad agire alla luce del vangelo. In famiglia, al lavoro, a scuola, nella crisi, nella malattia… Dove ti dà appuntamento la fede?

Adesso che sono cieco ci vedo di più. È la sfida del vedere oltre, quella che ti porta a riconoscere ragioni altre rispetto a quelle dominanti, quella che restituisce l’uomo ad una reale possibilità di cambiamento, mettendo in gioco anche l’invisibile.

sabato 20 ottobre 2012

Domenica 21 ottobre 2012

Ventinovesima domenica del T. O.
Ricordate? È un pezzo che parliamo di graduatorie umane di primi e ultimi posti, di criteri di grandezza secondo il mondo e secondo Dio. Ne parliamo perché il vangelo ne parla, in continuazione, facendoci capire che questi discorsi proprio non entrano. Gesù, per ben tre volte, ha ricordato ai suoi discepoli che sta andando a Gerusalemme per consegnare la propria vita. Sta cercando di far capire che l’unico modo per salvare la vita è donarla. Se la doni a qualcuno non va perduta.
E per tutta risposta, due discepoli avanzano una richiesta che sembra ignorare tale logica: Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. La gloria. Ecco le aspettative, altro che donare la vita!
È quello che riconosciamo anche in noi, frequentemente in ascolto del Signore e del suo vangelo e poi presi, nella vita, da altre logiche. Che cosa torna a ricordarci Gesù?

1.    Gesù innanzitutto interroga i suoi discepoli in relazione ai loro desideri: Che cosa volete che io faccia per voi? Che cosa vorresti da Dio? Certo, nei confronti di Dio ci sono numerose e variegate attese che riguardano soprattutto la sfera della salute, della prosperità, dei legami familiari. Sono i motivi per cui più frequentemente preghiamo. A volte però ci sono attese che riguardano il volto pubblico della fede e l’esigenza che Dio intervenga nel contesto di quella che viene oggi identificata come “religione civile”. Un sacerdote, nei giorni scorsi, mi raccontava di essere stato interpellato per la celebrazione di una messa in una caserma, in occasione di una ricorrenza militare. All’inizio ha opposto un po’ di resistenza, ma la pressione era così forte che non ha potuto sottrarsi. Sa, lo prevede il protocollo. Ebbene, durante la celebrazione di fronte a truppe schierate, nessuno rispondeva, solo un paio si sono accostati alla comunione. Mi hanno fatto riflettere in questi giorni le prime battute del sinodo sulla nuova evangelizzazione nelle quali sono risuonate parole di autocritica: «Ci siamo rinchiusi in noi stessi mostriamo un’autosufficienza che impedisce di accostarci come una comunità viva e feconda […] Abbiamo burocratizzato la vita di fede e sacramentale». Burocrazia della fede: a volte vorremmo che Dio fosse un timbro su una carta, una benedizione su scelte discutibili e vorremmo che anche la chiesa corrispondesse all’idea di Dio che abbiamo in mente. Ma forse Dio ha in mente qualcosa in più.

2.    Già, che cosa ha in mente Dio? Gesù lo fa capire: Potete bere il calice che bevo, ricevere il battesimo con il quale sono battezzato? Gesù sta parlando della sua passione ormai prossima. Il calice da bere è quello della volontà del padre, il battesimo corrisponde alla sua immersione nel mistero della morte, solidale con gli uomini. Ecco che cosa vuole fare Dio per noi: vuole strapparci dalla morte e per farlo non ha paura di abbassarsi e di immergersi in tale oscura realtà. Questa condivisione disarma la morte e ne strappa il potere. È questa la gloria di Dio e la gloria cristiana da ricercare. Il calice lo berrete, il battesimo lo riceverete. Anche noi siamo stati raggiunti da tale dono. A volte però viviamo un cristianesimo così esposto sulle periferie del mistero che non ci accorgiamo dell’essenziale e, anziché gioire per la meraviglia che Dio opera nella nostra vita, cerchiamo un religioso di appartenenza o di etica condivisione. Ma, hai capito che sei stato liberato dalla morte? Ma, hai capito che dall’esperienza del male e del peccato ci puoi uscire? Abbiamo un sommo sacerdote che ha attraversato i cieli! Egli sa avere giusta compassione per le nostre debolezze. Accostiamoci con fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia!

3.     Ma il calice e il battesimo di cui Gesù ci rende partecipi non ci dicono solo un evento: ci dicono anche uno stile. Ed è questo che dobbiamo cercare, rompendo con altri modi di fare: Tra voi non è così. Quello che vince è lo stile del servizio. Vuoi essere grande? Mettiti a servizio degli altri. Qui ci sono le vere misure. Sul sito di Repubblica c’è un video che riporta lo scontro tra un prete di Aversa, da anni in lotta contro i veleni dei rifiuti e i veleni delle cosche, e il prefetto di Napoli che lo rimprovera aspramente e a lungo per essersi rivolto al prefetto della sua città, una donna, chiamandola solo “signora” e non “signor prefetto”. Ecco: si possono avere tutti i titoli di questo mondo, garantiti dall’istituzione, e si può essere piccoli. Si può vivere tra il degrado di una periferia, tra il lezzo delle discariche ed essere grandi. Perché si è difeso l’uomo e l’ambiente, perché non ci si lascia intimidire dalla tracotanza di un potere che ha perso se stesso e perché non ci si lascia dominare nemmeno dall’amor proprio ferito. Il figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita. Sei grande se servi e se no a cosa servi? Gesù ce l’ha ripetuto per ben tre volte: forse la strada da intraprendere è proprio questa e forse la Giornata Missionaria parte proprio da qui.

sabato 13 ottobre 2012

Omelia 14 ottobre 2012

Ventottesima domenica del T.O.

In questi decenni – ha detto il papa giovedì inaugurando l’Anno della fede - è avanzata una «desertificazione» spirituale. Lo si poteva già intuire ai tempi del Concilio, quando il mondo si misurava con pagine tragiche della storia. Ma ora il vuoto si è diffuso e purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi.
Ma – continua il papa - è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere.
Che cosa è essenziale per vivere? È la domanda che quel tale di cui ci parla il vangelo di oggi rivolge a Gesù: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». La vita eterna è la vita piena, beata, felice, quella che non conosce la desertificazione. Che cosa dischiude questa vita? Gesù risponde.

1.    La prima direttrice è nella direzione dei comandamenti. Tu li conosci, osserva Gesù. Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre. È qualcosa che appartiene ad ogni uomo, inscritto nella sua storia. E qualcosa che Dio ha rivelato. Ebbene la strada della vita parte da qui. Quante volte l’ha ripetuto il papa: la crisi economica che stiamo vivendo è una crisi morale. È assenza di un codice etico che orienti la nostra vita, è presunzione di non aver bisogno di regole lasciando, di fatto, che altre subentrino: quelle del tornaconto, delle furberie, della sfacciata presunzione di farla sempre franca. Il degrado sulla scena politico-amministrativa di cui la cronaca ci dà conto in questi giorni ne è il segnale inquietante. Dove non alberga più un principio morale alberga il far-west o il monopolio di pochi che, mentre cerca di assicurarsi la vita, la perde e la fa perdere agli altri.

2.    Ma i comandamenti aprono un secondo appello. Quel tale infatti i comandamenti li osservava, fin dalla giovinezza. E allora Gesù lo guarda con affetto e gli rivela la strada ulteriore: Va’, vendi tutto… E vieni! Seguimi! Doppio punto esclamativo. L’accento non è tanto sulla povertà, ma sulla libertà. Vuoi avere vita? Vivi da persona libera e non lasciarti soffocare. Domenica scorsa a Treviso c’è stata la manifestazione promossa dalle commesse per la chiusura domenicale dei negozi. Mi pare un segnale interessante, in rotta di collisione con quella logica che prende il nome di liberalizzazione e che in realtà non libera, ma rende schiavi. Provate a pensare all’audacia e alla carica profetica della chiesa e della sua messa domenicale tenacemente difesa, anche a costo di non essere capita. La messa della domenica è il più grande atto di libertà mediante il quale una volta alla settimana ritroviamo le nostre aspirazioni più vere. Ci ricordiamo che siamo liberi, sottratti a tutti coloro che vorrebbero imprigionarci: prigionieri del centro commerciale, prigionieri della macchina da lavare, delle pulizie da fare, prigionieri dei compiti di scuola… La tua vita è questione di libertà: non lasciarti intrappolare.

3.    E infine quelle ultime considerazioni sulle ricchezze: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». Stai attento perché non è solo questione di comandamenti e di libertà. È questione anche di vigilanza. Perché le ricchezze sono il grande inganno, che ti può confondere mascherandosi di innocenza. A fine settembre due cinquantenni trevigiani dipendenti da slot sono stati arrestati per aver sottratto, il primo, 12 mila ero al padre ottantenne, il secondo 5 mila euro al figlio venticinquenne. La questione del videopoker è tutt’altro che priva di consistenza e ci fa capire come il denaro può confondere i piani della vita: può sovvertire i anche rapporti familiari, rendendoci estranei o nemici. E dove non ci sono macchinette infernali, a volte, ci sono le eredità che creano dissapori, rivendicazioni e ostilità reciproche.
Gesù ha un antidoto. Ecco, dice Pietro, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. E Gesù: Non c’è nessuno che lasci… e che non trovi… Quando lasci qualcosa, non è detto che sia una perdita. Ci può essere invece l’ingresso in una nuova economia che ti fa trovare quello di cui maggiormente hai bisogno: addirittura il centuplo e la vita eterna. È il centuplo di chi vive nell’amore, unica ricchezza che non va perduta e che apre all’eternità di Dio, perché lui è proprio questo: amore. E quanto investi in tale direzione trovi tutto quello che ti sembra di aver perduto. Come dice Salomone:
Pregai e mi fu elargita la prudenza,
implorai e venne in me lo spirito di sapienza.
Insieme a lei sono venuti tutti gli altri beni.
Forse anche noi dobbiamo pregare per trovare la sapienza della vita, per distinguere ciò che passa da ciò che resta e per continuare a investire nella direzione del vangelo.

sabato 29 settembre 2012

Omelia 30 settembre 2012

Ventiseiesima domenica del T.O.

Forse avete sentito.La Samsung, azienda sudcoreana di telefonia mobile, dovrà risarcire la concorrente americana Apple per un miliardo di dollari per aver rubato le tecnologie innovative legate all’iphone e all’ipad, la cui produzione comporta fatturati da capogiro. Un brevetto va tutelato, specie se può portare a casa ricchezza, prestigio, leadership planetaria.
Anche i discepoli di Gesù oggi sono preoccupati dei diritti d’autore del loro maestro. Hanno visto qualcun altro che esercita un’attività taumaturgica imitando Gesù e si premurano di bloccarlo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Se adesso tutti si mettono a fare miracoli, tu puoi chiudere bottega! Il vangelo di oggi ci fa riflettere sui confini della realtà cristiana che si presenta più vasta di quanto immediatamente appare e manifesta una forza evangelica anche se non è sotto l’ombra del campanile.

1.    Gesù ci invita innanzitutto alla fiducia. Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlar male di me. È più quello che ci unisce agli uomini che quello che ci divide. Chi non è contro di noi è per noi. È interessante il fatto che quando Gesù si rivolge direttamente ai suoi avversari, dice esattamente il contrario: Chi non è con me è contro di me (Mt 12,30). Ma quando deve dare indicazioni ai suoi discepoli su come devono comportarsi con chi sembra un antagonista della causa cristiana, li invita alla pazienza e alla fiducia. Il giudice è lui: tu intanto vedi nell’altro un alleato della sua azione di salvezza. Provate a pensare al mondo laico del volontariato, a Medici senza frontiere, a Emergency: l’elemento confessionale non caratterizza queste organizzazioni. Eppure il miracolo avviene. Il nome di Gesù significa in ebraico: Dio salva. E dove ci si schiera dalla parte della salute, della vita, della lotta all’ingiustizia, quel nome viene proclamato e Dio misteriosamente agisce, anche fuori dei confini del sacro. Anche per un semplice bicchiere d’acqua. Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!

2.    In questo contesto di fiducia, però, Gesù mette in guardia i discepoli. Ma non dagli altri, bensì da se stessi e dagli atteggiamenti scandalosi che possono produrre. Lo skandalon è un sasso insidioso sul quale si inciampa lungo il cammino e anche i credenti lo possono diventare. Su tre fronti: mano, piede, occhio.
-       La mano scandalosa è quella che rimane rattrappita di fronte a chi chiede. Su La Vita del Popolo di questa settimana è riportata la vicenda di un parroco della nostra diocesi che provocatoriamente ha scritto fuori di chiesa: “Non cani, ma opere di bene”, manifestando ai suoi fedeli il disagio di fronte a certe spese di “benessere canino” a fronte di gravi situazioni di disagio presenti sul territorio. “Spesso in tv appaiono la Brambilla o Limiti a perorare la causa dei cani, io mi sono tassato per aiutare tre famigliole che volevano tenersi un figlio e non ne avevano i mezzi”. Ciò che sorprende è la reazione indignata che si è scatenata, non contro l’assurdità di certi comportamenti, ma contro il sacerdote che secondo qualcuno “avrebbe perso un’occasione per tacere”. Forse bisogna far tacere anche Giacomo che, nelle parole ascoltate poco fa, richiama responsabilità che non sono certo dell’assistenza animali: Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. La mano scandalosa che non si apre.
-       E poi il piede. Dove ci porta quel piede? Sembrano incredibili alcune scene che abbiamo visto questa settimana, con la gente in fila a mezzanotte nei centri commerciali per l’apertura straordinaria e la promozione dell’iphone 5. C’è un’Italia che lotta per il posto di lavoro, che fa la fila per chiederti una spesa e c’è un’Italia in fila di notte per comprarsi un telefono. Ti serve quel telefono? Te lo puoi comprare. Quello che indigna è la modalità dell’operazione che costituisce una sfrontata esibizione e una sfida a chi la crisi non la vede in televisione ma la patisce. Ha fatto il giro del mondo una foto di un mani-festante e di un poliziotto in Portogallo che si abbracciano in un gesto di chi pur su opposti fronti vuole percorrere la stessa strada. Ecco i piedi di cui abbiamo bisogno.
-       E infine gli occhi. Il Presidente della Repubblica ci ha invitati ad aprirli ancora una volta sul carcere. Nei 45mila posti stanno 66mila detenuti, e dunque 21mila in più, in una situazione di grande precarietà. O, come ha detto Napolitano: incivile. Forse i nostri occhi sono malati della persuasione che alla sicurezza non giovi la clemenza e che in tal modo si possa dividere i buoni dai cattivi. Eppure, tra le sette opere di misericordia, la chiesa ha sempre ricordato di visitare i carcerati e non solo per la carità nei loro confronti, ma anche per rieducare lo sguardo di chi pensa di concentrare il male tutto da una parte.
I diritti d'autore che Gesù intende salvaguardare sono quelli dell'amore. Se provengono dagli altri siamo invitati a riconoscerli e ad accoglierli. Se sono i nostri, siamo invitati a custodirne le misure piene, per non essere di skandalon. Ne va della verità di Dio, ma anche della nostra autenticità, perchè di quell'amore siamo fatti e mani, piedi e occhi non possono che vivere di tale divina energia.

sabato 22 settembre 2012

Omelia 23 settembre 2012

Venticinquesima domenica del T. O.

Ogni tanto capita: un allenatore, un cantante, un premier, un critico d’arte, un capo settore, un sindaco: “Io sono il migliore”. È un’estensione dell’io per cui una persona tende a collocare se stessa su un ideale piedistallo di perfezione e a rivendicare una certa grandezza agli occhi del mondo. Proprio come i discepoli di Gesù che lungo la via discutevano su chi fosse il più grande. Un discorso che deve averli animati parecchio, tanto che Gesù se ne accorge e riprende con loro la questione. Di che cosa stavate discutendo lungo la strada? Una domanda che imbarazza i discepoli, messi a nudo nelle loro ambizioni.

1.    È proprio questo l’aspetto su cui iniziamo a riflettere. I cristiani non sono esenti da sogni di grandezza. Per quanto siamo consapevoli di essere i discepoli di colui che ci invita a prendere la croce, la tentazione di servirci della croce anziché di portarla è sempre in agguato. Gesù non rimprovera i discepoli, anzi riapre per loro il cammino con lui. Ma li invita ad essere consapevoli di quel fermento velenoso che talvolta anima l’esistenza, le carriere, i rapporti con i colleghi di lavoro, i confronti tra fratelli, le relazioni nella comunità cristiana. La consolidante persuasione di essere i migliori può avvenire in due modi: o prendendo tutte le occasioni di arrampicata, talora anche spericolata, o bloccando e respingendo l’affermazione degli altri. Nel primo caso siamo insoddisfatti: la vita sta sempre oltre; diventa ansia e rincorsa perché l’io ipertrofico non è mai appagato. Nel secondo siamo sempre sospettosi: l’altro diviene una minaccia e diventiamo distruttivi. Pensate ai giudizi svalutativi e canzonatori che talvolta esprimiamo. Di che cosa stavate discutendo lungo la strada? La nostra strada a volte percorre logiche che tradiscono il vangelo e sono fatte di mondo.

2.    Gesù riprende con pazienza le sue indicazioni: poco prima aveva parlato della necessità di portare la croce, ora ne chiarisce il significato: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». La grandezza cristiana sta verso la fine della classifica perché quando sei sopra in realtà c’è sempre qualcuno che ti limita, che ti taglia la strada, che ti impedisce di diventare grande come vorresti. E se non c’è qualcuno, c’è qualcosa: c’è la tua ambizione, c’è il tuo orgoglio che ti conducono in una sorta di circolo vizioso in cui ti perdi. Vuoi essere grande e invece sei piccolo, a volte molto piccolo! Viceversa, se ti metti all’ultimo posto e indossi il grembiule del servizio, c’è spazio per crescere: primo perché quei posti non hanno molti concorrenti, secondo perché l’energia dell’amore non è quella dell’ambizione e non ti toglie la vita. Pensate ai fatti di questi giorni che per l’ennesima volta ci restituiscono il volto di una politica che mai vorremmo vedere. La disinvolta gestione del denaro pubblico da parte di alcuni politici e amministratori, ci pone di fronte ad una logica clientelare dalla quale non riusciamo ad uscire. Denaro pubblico che consolida la propria posizione e consente di custodire il favore di chi ti sostiene a destra e a sinistra Di fronte a questo scenario avvertiamo l’attualità delle parole di Gesù e il bisogno di una politica che sia a servizio del Paese e non che di esso si serva. Un politico che diventi grande perché ha promosso l’uomo e il bene comune e non i privilegi di una cerchia.

3.    E infine Gesù addita le misure della grandezza, indicando un bambino: Chi accoglie uno solo di questi bambini accoglie me. Se vuoi essere grande, ogni tanto abbraccia un bambino perché ti aiuta a capire tante cose: ti aiuta a capire che la vita, anche nella più grande intraprendenza, rimane sempre dipendenza; ti aiuta a capire che la tua vita cresce se cresce la sua, ti aiuta a capire che non vale solo l’efficienza, ma anche la tenerezza e il sorriso. E ti aiuta a capire che quelle stesse dinamiche che vivi con lui le puoi attivare con tutti i piccoli e i poveri della terra. E allora diventi grande, non perché sei a capo di un impero finanziario ma perché sei diventato uomo secondo le misure di Gesù e un po’ più somigliante a lui. Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me…

sabato 8 settembre 2012

Omelia 9 settembre 2012

Ventitreesima domenica del T. O.

La voce. C’è una famosa poesia di Pascoli che porta questo titolo e in essa il poeta ricorda che nei momenti tragici della sua esistenza, quando si addensa addirittura la possibilità del suicidio, quella voce sommessa si fa sentire e bisbiglia il suo nome: mi sentii d'un tratto daccanto quel soffio di voce... Zvanî... Zvanî era il nome con cui il poeta veniva chiamato da piccolo. Ci sono momenti della vita in cui siamo sordi, prigionieri dei nostri pensieri e delle preoccupazioni, ma una voce ci libera e ci riconsegna alla vita.
Così avviene anche oggi per quel sordomuto guarito da Gesù. Effatà. Un miracolo di comunicazione mediante il quale un uomo si apre ad una nuova possibilità di vita. Una Parola che libera parole. Che cosa ci suggerisce questa vicenda?

1.    Ci dice innanzitutto che le due patologie sono collegate. Un uomo che nasce con problemi di udito fa molta fatica a parlare e talvolta non parla proprio. Sul piano clinico oggi ci sono buone speranze di guarigione, ma la sindrome non appartiene solo al piano fisiologico dell’esistenza: interessa anche quello relazionale. Siamo muti perché siamo sordi. Pensate alla fatica che facciamo ad ascoltare qualcuno. E, di conseguenza,le parole che gli diciamo, quando gliele diciamo, dicono ben poco o dicono quello che non dovrebbero dire. Ne abbiamo esempi interessanti anche nella nostra città tra i giovani che scrivono all’istituzione e l’istituzione che risponde in maniera svalutativa e tendenzialmente canzonatoria. Nel clima di disaffezione e di contrapposizione che riguarda il rapporto dei giovani (e non solo!) con la politica, oggi è chiesto l’ascolto attento di ogni istanza partecipativa: le parole che si dicono devono sempre incoraggiare l’apertura costruttiva. Alcune posizioni possono essere irrequiete, ma si tratta anche di capire se l’inquietudine è dovuta a superficialità, a maleducazione o a un vuoto di prospettive che ipoteca il futuro delle giovani generazioni. Ascoltarsi per imparare a parlare correttamente.

2.    La guarigione del sordomuto avviene in disparte, lontano dalla folla. A volte noi conviviamo con blocchi di comunicazione che rischiano di diventare fisiologici. Una persona si blocca e non riesce più a parlare. Un figlio o il coniuge che a scuola o al lavoro parla normalmente ma a casa si chiude. Chi poi si blocca in corrispondenza di particolari discorsi. A volte ce ne facciamo una ragione, concludendo: sono fatto così o quel tale è fatto così. Vieni in disparte, dice Gesù, che cosa sta succedendo? C’è modo di guarire? Pensate ad esempio al blocco della comunicazione in famiglia. A volte questo può avvenire perché una persona può sentirsi non compresa o ferita. Ma a volte il silenzio può diventare anche un’arma terribile per far pagare qualcosa a qualcuno o per difendere dei territori. Non parlo e ti rendo la vita impossibile; non parlo e tengo nascosti i miei traffici. Gesù vuole tirarti fuori da questi circuiti malati per riconsegnarti a una comunicazione vera, perché anche tu possa diventare un po’ più vero, oltre a quello che possono pensare o vuoi far credere agli altri.

3.    Un altro aspetto importante è quel contatto fatto di gesti che Gesù stabilisce. La comunicazione non è riattivata solo dalle parole, ma anche dalla vicinanza effettiva: gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua. L’altro trova la possibilità di udire e di parlare se comprende il senso di tale funzione, se sente oltre la voce una presenza su cui può contare. I 79 morti del mare di questi giorni sono l’icona di una comunicazione che ha bisogno di trovare il linguaggio delle parole e quello dei gesti. Perché la parola che guarisce è quella incarnata che fa quello che dice e non si limita a dichiarare degli intenti o degli auspici. È questa parola che rende fluida la comunicazione, anche quella ecclesiale, perché un cristianesimo testimoniato ci rende più credibili e può dilatare la stessa esclamazione di chi anche oggi dice: Ha fatto bene ogni cosa, fa udire i sordi e parlare i muti.

sabato 25 agosto 2012

Omelia 26 agosto 2012

Ventunesima domenica del T.O.

Ricordate da dove eravamo partiti? Da Gesù che spezza i pani tra gente entusiasta che lo acclama come re. Ed ecco la conclusione della vicenda: Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Cos’è successo nel frattempo? Gesù ha fatto un lungo discorso dove ha cercato di far capire il senso di gesto che aveva compiuto. Cibo distribuito per interrogare, perché ciascuno possa chiedersi: che cosa mi nutre veramente? Cibo dalla provenienza misteriosa per riconoscere la fame di assoluto che ogni uomo porta con sé e per capire che a tale fame risponde lui stesso, Gesù, Pane di vita.
Ebbene prima se ne vanno le folle: non si mangia più; poi i giudei: chi crede di essere costui; poi i discepoli: questi discorsi sono difficili. Rimangono solamente i Dodici per i quali non ci sono sconti e ai quali Gesù chiede: Volete andarvene anche voi? In questo episodio c’è una vicenda che accompagna il cristianesimo di ieri e di oggi perché anche noi, di fronte ad una fede che va oltre immediati appagamenti o ciò di cui già siamo convinti, facciamo fatica a seguire Gesù e siamo tentati di andarcene. Me ne vado da un impegno e una testimonianza cristiana perché non me ne viene niente e il mondo va in un'altra maniera, me ne vado dalla chiesa e dalle sue indicazioni perché sono anacronistiche, me ne vado da una frequentazione abituale perché è meglio esserci solo se si è convinti. Come risponde Gesù a questa situazione? Scomponiamo la sua provocatoria domanda.

1.    Volete. Non è una mandria quella che ha in mente il Signore ma un uomo capace di collocarsi sulla scena del mondo e dunque anche su quella della fede con l’esercizio della volontà e della libertà. Giosuè, mentre Israele sta entrando nella terra promessa, chiede: Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire. Di fronte a Dio l’uomo sta sempre in piedi anche con la possibilità di dirgli di no, come provocatoriamente affermano i messaggi diffusi da qualche atea associazione: Dio probabilmente non esiste. Smettila di preoccuparti e goditi la vita. Ci sarebbe da chiedersi che vita ti godi in assenza di prospettive assolute e se la rinuncia a servire Dio non conduca di fatto ad essere asserviti ad altri padroni.
Ora, stiamo assistendo a livello culturale non solo e non tanto all’affermazione del no opposto all’esistenza di Dio, quanto alla stigmatizzazione di quanti si professano credenti e desiderano manifestarlo. In Inghilterra ad esempio, in nome di un principio di convivenza che cerca di combattere ogni fondamentalismo si sta combattendo ogni pubblica manifestazione credente, tanto che nell’ambiente di lavoro non puoi neppure mettere al collo una catenina con un crocifisso. In nome della tolleranza viene abolita la tolleranza. Nessuno deve essere obbligato a farsi cristiano ma neanche a vivere secondo la nuova religione secolare. Volete. Che cosa vogliamo per la nostra fede?

2.    Andarvene. Nella fede c’è anche la possibilità di andarsene. Non è solo la distanza formale dal cristianesimo ad altre religioni o a nessuna religione. È anche uno spostamento interno al cristianesimo stesso, rispetto a quello che il vangelo chiede, in termini di presenza e permanenza. Pietro infatti risponde: Verso chi andremo, tu hai parole di vita. Il pericolo è di andarsene seguendo altre parole che non sono la parola di vita. Pensate a tutte le volte che la suggestione di fuoriuscire ci cattura. Abbiamo letto nei giornali la vicenda di quel padre che andando al parco con due figli è rientrato con quello di tre anni dimenticando l’altro di cinque tra le giostrine. Forse quel papà ha delle difficoltà ma il desiderio di andarsene da una responsabilità educativa qualche volta può prenderci tutti: padri e madri, sposati e non. Specie quando un figlio di subissa di pretese e non è facile né popolare fargli capire che alla pretesa corrisponde un giudizio, un esercizio, un impegno. Secondo alcuni sondaggi i ragazzi italiani sono i più viziati dell’UE e ce ne accorgiamo quando, magari al mare, osserviamo come si vestono bambini e adolescenti italiani e come appaiono i ragazzi stranieri e i loro genitori. Tu hai parole di vita, ma noi quale vita indichiamo?

3.    E infine: anche voi. Quell’anche sembra dirla lunga: sembra che il caso di chi se ne va non interessi pochi, ma si diffonda. E sembra che questo non disturbi molto Gesù, preoccupato non dall’adesione di massa ma dall’adesione consapevole. Pietro infatti risponde: noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio. Ecco quello che importa a Gesù: che tu, fidandoti di lui, impari a conoscerlo e ad accoglierlo, partecipando dei suoi desideri e dei suoi progetti, anche se altri continueranno a vedere le cose diversamente. E il cristianesimo di oggi trova qui forse la sfida più grande: quella di uscire dalla massificazione e di ritrovare l’adesione personale, libera e consapevole.

Volete andarvene anche voi? Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.