sabato 13 agosto 2016

Omelia 7 agosto 2016


Diciannovesima domenica del T. O.



Abbiamo visto l’accensione della fiamma olimpica, un simbolo che vorrebbe ricordarci una dimensione differente dello sport, più grande di quella degli scandali che qualche volta lo caratterizzano o del denaro che sembra ingoiarlo. Fa’ che lo sport risplenda in maniera nuova, che diventi incontro, ricerca di una meta cui tendere, capacità di sorprendere il mondo per quello che sai raggiungere con la tua determinazione, il tuo allenamento, la tua costanza.

Anche Gesù vangelo di oggi ci parla di luce: Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese. Si può vivere un’esistenza travolti dalle cose e dalle situazioni e si può vivere cercando di illuminare quello che avviene, di cercarne il senso. Quale luce ci affida il Signore, cosa vuole che impariamo a vedere?



1.    Osserva i confini della vita e a chi appartengono. Siate simili a coloro che attendono il padrone quando arriva e bussa. Ecco, a volte noi ci dimentichiamo che la nostra vita appartiene a qualcuno e viviamo con una pretesa di onnipotenza come se in questo mondo dovessimo vivere in eterno. Abbiamo visto nei giorni scorsi la vicenda di quel diciannovenne di Martellago stroncato da un cocktail letale di alcol e droga assunto durante un rave party sul Tagliamento. Sentite cosa scriveva La Tribuna il giorno dopo: È scattata la caccia al pusher: chi ha ceduto al giovane la sostanza fatale? Era forse stata tagliata male? La posizione dello spacciatore, qualora fosse individuato, potrebbe in tal caso aggravarsi. Quando capitano vicende del genere la grande preoccupazione è quella di cercare il colpevole, chi ha venduto la morte, assicurandolo alla giustizia. Ma raramente ci chiediamo che vita cerchiamo e stiamo suggerendo. Anzi, ce ne guardiamo bene, specialmente quando queste domande toccano gli interessi del divertimento, di un’industria che fa da padrona sulla vita dei giovani, che si accaparra fette di parlamento cercando di convincere gli italiani che la legalizzazione delle sostanze sia il modo per sconfiggerle nonostante tutte le comunità terapeutiche denuncino tale follia. Beati quei servi che al suo ritorno troverà ancora svegli. Stai attento alla tua vita, a chi vende fumo, perché quando lo compri sei già stato narcotizzato. Il padrone è un altro.



2.    Smetti di pensare solo a te stesso. Gesù descrive un servo che ad un certo punto pensa solo a se stesso, a mangiar, bere e ubriacarsi. Gli altri servono unicamente per assecondare tale sistema, addirittura con le percosse. Il padrone, assicura Gesù, lo punirà con rigore, assegnandogli la sorte degli infedeli. La tua vita è luminosa quando sai uscire da te stesso e stabilire corrette relazioni. Nei giorni scorsi è uscito un importante documentario di Erik Gandini: La teoria svedese dell’amore. La Svezia è il Paese conosciuto da tutto il mondo per avere una società perfettamente organizzata, basata sull’autonomia delle persone. Gli esiti di questa “autonomia istituzionalizzata”, in cui nessuno deve chiedere agli altri favori o aiuti, sono che quasi metà della popolazione abita oggi in appartamenti singoli e sempre più donne scelgono di affrontare la maternità attraverso l’inseminazione artificiale. Eppure questo modello non convince molti giovani che stanno ritornando a fare comunità nei boschi per riappropriarsi della vita insieme. La tua vita è luminosa se qualcun altro la abita, se qualcuno ti appartiene e se tu appartieni a qualcuno. E forse noi italiani così attratti da alcuni miti del Nord-Europa che ci sembrano il futuro, dovremmo rivalutare alcune esperienze famigliari, senza lasciarcele rubare da una sorta di complesso di inferiorità che ci priva del tesoro più bello che abbiamo: la relazione con l’altro.



3.    Accogli l’imprevisto. Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. La tua vita è con la lampada accesa se ogni tanto metti da parte l’orologio della tua programmazione e fai posto all’inatteso. È quello che sperimentano i nostri ragazzi al campo, specie quelli che hanno fatto fatica ad aderirvi. Il campo rivela qualcosa che non pensavi e di cui anzi avevi paura. La stessa scoperta non appartiene sempre a noi adulti che non ci fidiamo, che diciamo che sarebbe bello poter andare in casa alpina come i figli, ma poi di fatto alla proposta aderiscono solo tre famiglie. Fidati un po’ di più del Signore e degli appuntamenti che ti può riservare! Le iniziative che ti vengono proposte, le collaborazioni che ti vengono chieste, negli eventi che la vita ti riserva: forze c’è un’opportunità. E così si impara ad aver fiducia, anche nell’appuntamento ultimo con Dio che cesserà di impaurirti e ti raggiugerà come una sorpresa. Anche quella di un Dio che non ti aspetta per consegnarti al buio, ma per accoglierti a tavola e servirti lui stesso, di quella comunione nella quale accoglie tutti i suoi figli.



Ecco l’olimpiade cristiana. Non serve andare a Rio, ma giocarsi giorno per giorno, illuminando il presente con il vangelo, attendendo con speranza il futuro.

sabato 11 giugno 2016

Omelia 11 giugno 2016


UNDICESIMA DOMENICA DEL T.O.



Vi ricordate la favola di Biancaneve: «Specchio, specchio delle mie brame che è la più bella di tutto il reame?». La sindrome dello specchio è più diffusa di quel che pensiamo e col tempo si è geneticamente modificata. Non colpisce più solo l’idea di bellezza, ma anche quella della bontà, della correttezza, dell’ineccepibile pretesa non solo di essere a posto, ma di essere anche migliori degli altri. Qui a Godego il virus è abbastanza diffuso e agisce ancor prima che ne rilevi l’esistenza: quando uno si affretta a dirti tutto il bene che ha fatto per gli altri, per la contrada, per la parrocchia… E magari è anche vero: solo che talvolta si dimenticano altre vicende che il virus ha meticolosamente cancellato dalla memoria. Egemonie per difendere il proprio territorio, prevaricazioni per affermare la propria volontà, dissapori che sono diventati fossati. Ma credi di essere se non il meglio, almeno meglio di molti altri. Gesù a casa di Simone il fariseo, si trova in una situazione analoga. Nel contesto di un invito a pranzo arriva una donna, cosa sconveniente perché nella mentalità di allora il banchetto era riservato ai soli uomini. Inoltre non si tratta di una donna qualsiasi: è un personaggio ben noto che anima le notti della città, forse anche quelle di Simone e dei suoi amici ineccepibili. E questa donna scoppia a piangere, (brecho, verbo del lavandaio che mette i panni in ammollo) cosparge di profumo i piedi di Gesù, li bacia e li asciuga con i suoi capelli. Un gesto pieno di tenerezza ma certamente fuori di ogni codice di opportunità, di rispettabilità e di convenienza che suscita imbarazzo, scandalo, graduatorie… vediamo cosa succede.


1.    Prima reazione è il sospetto e il pregiudizio. Se sapesse che genere di donna è questa… Vedete il pensiero del fariseo? Non è una donna, ma un genere di donna, una che porta un’etichetta infamante: amartolós, peccatrice, fatta di peccato. Il sospetto si regge su una persuasione che cerchi di avvalorare in tutti i modi. E selezioni: prendi quello che ti serve, che corrisponde alle tue idee e scarti tutto il resto. Pensate a un coniuge che sospetta dell’altro: osserva, controlla, verifica, cerca nelle tasche, nella messaggistica. È deluso se non trova conferme, mentre se trova un indizio dice: «Ecco, lo sapevo. Avevo ragione». Il sospetto inacidisce, logora i legami, fa vivere di ombre. E spesso ciò che uccide i rapporti non è ciò che si sospetta, ma il fatto di sospettare, di vivere con qualcuno cercando di prenderlo in fallo, di cercare corrispondenze tra la persona e le etichette che in maniera pregiudizievole le hai già attaccato, magari con la presunzione di avere Dio dalla propria parte o di insegnare anche a Dio: Se sapesse che genere di donna è…


2.    Gesù mostra un’altra logica. Non fugge e prende tempo. I gesti di quella donna possono essere strani, equivoci? Prima di etichettarli Gesù aspetta, accoglie, sta a vedere. E poi chiama il padrone di casa: «Simone ho una cosa da dirti…». Non ha qualcosa da dire alla donna, ma a Simone. Ecco, anche noi dobbiamo smetterla con le nostre supposizioni, i nostri film e metterci ad ascoltare il Signore. Cosa vuole dirci? A volte noi presentiamo al Signore le nostre situazioni difficili, ma non lo ascoltiamo. È un monologo, non preghiera. Guarda che il Signore qualche volta non dice quello che hai in mente tu. Sovverte i tuoi criteri di giudizio e anche i giudizi che esprimi sugli altri. Guarda che forse non è il vicino di casa che non capisce niente: sei tu che vuoi spadroneggiare; guarda che tua suocera che ti vuol parlare e che vuol vedere i suoi nipoti non è quel mostro che credi tu. E se ti ha chiesto perdono e tu non glielo dai, il mostro sei tu. Guarda che se il cane abbaia e il vicino si lamenta non è detto che sia nevrastenico di suo. Può darsi che rimanendo sveglio ogni notte nevrastenico lo stia diventando grazie al tuo amico a quattro zampe con cui vai a caccia. Simone, ho qualcosa da dirti…


3.    Infine Gesù descrive una serie di atteggiamenti che ha registrato. «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece… Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi…». Da un lato c’è un’ospitalità deferente ma fredda, dall’altra ci sono i gesti dell’affetto. E Gesù conclude: «Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato». Ciò che conta per Gesù non è l’osservanza delle consuetudini o delle leggi, non sono i giudizi che vorrebbero insegnargli gli uomini, ma la capacità di accoglierlo nella vita mettendosi con verità di fronte a lui. Quella donna non fa paragoni, non mette etichette. Sa di aver bisogno di misericordia e la chiede con verità, con la forza dei gesti. Ecco ciò che conta, dice Gesù, vinci la tua presunzione di essere il più bello del reame e lascia che la misericordia di Dio ti stringa e dica anche a te: Ti sono perdonati i tuoi molti peccati perché hai molto amato.  

sabato 7 maggio 2016

Omelia 8 maggio 2016


Ascensione del Signore



Non so se avete visto la pubblicità della Land-Rover: Il cielo non è un optional. Si riferisce al fatto che un loro modello d’auto è venduto con il tettuccio apribile. Tutto compreso. La provocazione è bella anche per la vita degli uomini. Il cielo non è un optional. Noi siamo fatti di cielo e senza questa apertura viviamo mortificati. La festa dell’Ascensione ci riapre il cielo e ci ricorda che in questa verticalità ritroviamo noi stessi. Che ne hai fatto del cielo?



1.    Un primo aspetto da esplorare è quella parola che ritorna sia negli atti degli apostoli che nel vangelo. È la parola testimoni. Il cielo ha bisogno di testimoni che suggeriscano agli uomini varchi di grandezza e di bellezza. È quello che capita anche a noi in queste giornate luminose. Ci fermiamo a guardare il cielo e talvolta lo suggeriamo anche agli altri, magari affidando un panorama ad un post sul nostro profilo. Aprire il cielo è in fondo lo sforzo che ha fatto papa Francesco rivolgendosi all’Europa: «Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stata la sua ultima utopia». Ecco, nella misura in cui scuoti una società intorpidita, vittima delle sue stesse pigrizie, nella misura che ad essa reagisci senza lasciati catturare stai riaffermando gli orizzonti del cielo.



2.    I varchi di cielo si aprono con pazienza. Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il tuo popolo? I discepoli sono sempre stati un po’ frettolosi. E Gesù ancora una volta li calma: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete forza dallo Spirito Santo». Come se Gesù dicesse: non ti preoccupare se l’orizzonte non è ancora ben visibile. Tu intanto opera per aprire dei varchi. Alcune situazioni sono complesse, domandano discernimento, attenzione. Giovedì scorso c’è stato il CPP dedicato al tema dei profughi. E di fronte al problema, per il quale vorremmo porre qualche segnale di responsabilità, ci pare di essere di fronte a una sproporzione. Ha senso ciò che facciamo di fronte alle decine di migliaia che arrivano? Cosa ci chiede il Signore? Ci chiede di iniziare, di credere che la forza del suo Spirito sia più efficace di quella dei muri. E di osservare il mondo con i suoi tempi. Non abbiamo tutte le soluzioni, ma se percorriamo strade evangeliche non siamo soli. Il Signore agisce con noi. E se c’è lui il cielo si apre.



3.    Infine c’è un gesto molto bello che compie Gesù mentre sale al cielo. Mentre li benediceva, si staccò da loro. Ecco, il mondo non è sotto il segno del caso o della maledizione, ma di qualcosa di bello e di buono che Gesù dice. Bene-dice. Gesù dice bene di ogni discepolo che crede nella sua parola gli regala un pezzetto di cielo, tutto per lui. A volte abbiamo l’impressione di essere da soli a credere, a faticare, a sperare. Pensiamo che anche Dio sia occupato altrove. Invece siamo accompagnati dalla sua benedizione: anzi, si compiace e fa il tifo per noi. Con le nostre fatiche, con le nostre imperfezioni, anche con il nostro peccato. Ma Dio non gioca al risparmio. Oggi è la festa della mamma. Com’è difficile talvolta questo compito. Eppure Dio si fida e benedice ogni mamma che accoglie questa straordinaria missione. E il pezzetto di cielo che le regala è quel figlio che ha portato in braccio. Un cielo a volte terso, a volte minaccioso, ma sempre sconfinato perché ricco del mistero della vita e dell’amore. Ecco, quando hai la sensazione di aver sbagliato qualcosa, prima di colpevolizzarti, guardati come ti guarda Dio e prova a ritrovare un po’ di quell’azzurro che è ancora a disposizione. Sarà ascensione vera, forse diventerà ascensione anche per chi incontri e lo aiuterà a capire che il cielo non è un optional.

sabato 9 aprile 2016

Funerale Sr. M. Redenta Coldebella


Sr. M. Redenta Coldebella (22 mar. 2016)

Fil 3,20-21 – Mt 18,1-5

A Godego Sr. Maria Redenta ci veniva sempre volentieri perché questa era la sua comunità. Nata il 21 novembre del 1919, all’indomani della guerra, era stata battezzata nove giorni dopo dal cappellano d. Carlo Longo e cresimata nel 1926 da mons. Longhin. E il suo desiderio era quello di ritornare a Godego anche nella morte e riposare nel cimitero del paese insieme a questa comunità per la quale sempre arrivavano le sue preghiere. Un regalo che ci ha fatto in vita e un regalo che continua anche nella morte. 



1.    Mi pare che qui ci sia un aspetto importante della vita consacrata. Sr. M. Redenta aveva alle spalle ben 70 anni di professione religiosa. E una religiosa nella comunità cristiana, oltre ai tanti servizi che assume,  ci sta proprio per questo: per annunciare cieli nuovi e nuova terra. Infatti, la Lumen Gentium, grande costituzione conciliare che parla della chiesa, dopo aver dedicato il capitolo sei ai religiosi nel capitolo successivo affronta l’indole escatologica della chiesa. Parole difficili per ricordarci una verità fondamentale: siamo in cammino verso il cielo. E una suora nella comunità ci aiuta a ricordarlo. La nostra patria è nei cieli: di là aspettiamo il salvatore nostro Gesù Cristo. Ecco allora l’invito che ci rivolge Sr. Redenta anche con la solarità e l’entusiasmo che portava con sé: vivi i tuoi giorni senza lasciarti schiacciare. Fa’ che il lavoro non ti assorba completamente, che le preoccupazioni e gli affanni non ti affossino, che la tristezza non diventi una pagina troppo famigliare. Perché i discepoli del Signore se ne stanno con i piedi per terra ma con il cuore nei cieli, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il Signore Gesù Cristo, come proclamiamo in ogni nostra messa.  

2.    La vita di Sr. Redenta però è stata anche un dono quotidiano ai fratelli. Tante le comunità che ha servito: Pozzale, Milano, S. Maria Capua Vetere, Acquaseria, Moncalieri, Bergoro e Marene. Il suo cuore era legato però a Palazzolo dove a più riprese ha passato vent’anni. E in questa comunità ha riscoperto la sua vocazione materna. Lei che era rimasta presto orfana di madre e si era occupata dei suoi fratelli, diventava nuovamente mamma e forse anche un po’ nonna di tanti bambini: presenza importante per loro e per numerose famiglie di quella comunità. Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. I bambini nella comunità ci ricordano le misure evangeliche della semplicità e della fiducia, pagina non di poco conto per una parrocchia, ma anche per una suora che apparteneva a una famiglia religiosa nella quale una giovane carmelitana di nome Teresa di Gesù Bambino ha proposto come cammino cristiano “la piccola via dell’infanzia spirituale”. Ti rendo lode o Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. E Sr. M. Redenta, che non aveva titoli scolastici, ha ricevuto il diploma del Regno dei cieli. 

3.    C’è un’altra pagina importante che questa sorella ci consegna. È racchiusa nel suo nome: Sr. M. Redenta di Santa Croce. E il fatto che ci abbia lasciato nella domenica delle Palme quando l’ombra della croce si allunga ormai sulla Settimana Santa, ci dice che quel nome non era un caso. La croce questa sorella l’ha sempre portata, accogliendo la volontà di Dio. Ma quel carico si è fatto più pesante quando nel 2004 quando, a 85 anni, ha dovuto lasciare Palazzolo per raggiungere Rodengo Saiano. Le è costato parecchio: dopo tutto non era mica ancora vecchia! E tuttavia anche nella nuova collocazione ha vissuto i suoi giorni in piena disponibilità, nella preghiera, nei servizi comunitari, nella custodia della serenità comunitaria. Fino al giorno in cui, vigilia del suo 70° anniversario di professione religiosa è stata colpita da un’infermità che l’ha bloccata a letto per il resto dei suoi giorni. La Santa Croce era arrivata tutta intera. E Sr. Redenta l’ha portata nella fiducia in quel Dio nelle cui mani si è sempre al sicuro, anche quando pensiamo di essere perduti. Chi ci separerà dal suo amore? Affidiamo Sr. Redenta all’abbraccio della misericordia divina, ringraziamo il Signore per la sua vocazione e la sua testimonianza, chiediamo a Dio che il suo cammino sia strada buona per nuove risposte al Signore nella vita consacrata e nell’adesione al vangelo.

Funerale Antonio Bortolotto


Funerale Antonio Bortolotto (24 marzo 2016)

Rm 8,31-35.37-39 Lc 23,35-46

A volte ti chiedi se il Signore si non si sia distratto. Perché pazienza che prima o poi si muoia, pazienza che qualche volta quel prima arrivi quando proprio non te lo aspetti, ma quando la vita si accanisce e scuote una famiglia già tanto provata i conti proprio non tornano. Antonio e Bruna nove anni fa avevano perso la loro figlia Giada. Una vicenda che li ha segnati profondamente e che ha colpito anche la nostra comunità perché Giada era un piccolo raggio di sole che splendeva di altruismo e bontà. E ora che il Signore è tornato a prendersi Antonio, nel cuore della notte, in una modalità improvvisa e velocissima ci troviamo prigionieri dello sconcerto e dello smarrimento. Ma che fai, Signore? Cosa vuoi dirci con questi eventi nei quali ci pare di naufragare?

Domande che rimangono inevase in questa settimana dove anche nelle parole di Gesù risuona il grande interrogativo della distanza divina: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? Ecco, noi oggi non abbiamo molte risposte. Abbiamo però qualcuno che interroga il Padre con noi e ci insegna a bussare al cuore di Dio.  
Antonio se n’è andato la notte della domenica delle Palme quando, inoltrandosi nella Santa Settimana, la chiesa si mette in ascolto della Passione del Signore. E sentiamo che quella pagina non è solo sua: appartiene ad Antonio, appartiene a Bruna e appartiene a tutti noi. E allora vorrei ritrovare in quella vicenda alcuni snodi che ci aiutino ad accostare da credenti quello che stiamo vivendo.
1.    Il racconto inizia con queste parole: Quando venne l’ora. Gesù è consapevole che sta arrivando un momento decisivo per la sua vita. E ad esso si prepara. Quali ore segnano la nostra vita? A volte sono ore molto terrene, fatte di impegni, appuntamenti incalzanti, frenesia. Oppure ore di evasione, di stordimento nelle quali ci tentiamo di allontanarci da ritmi produttivi che vogliono catturarci, senza renderci conto che è un divertimento che ci svuota. Anche Antonio guardava l’ora. Anzitutto quella della sua attività professionale, svolta con passione, intraprendenza, onestà. Le ore di lavoro del cristiano non corrispondono sempre alle ore del mondo. Ma questo tempo dato alla professione non impediva ad Antonio di riconoscere anche l’ora della famiglia e dell’aiuto da dare agli altri. Riempiva di attenzioni sua moglie e non dimenticava di dare una mano a chi poteva aver bisogno di lui. Quante cose facciamo ogni giorno: cosa passa e cosa resta? Quando sopraggiunge l’ora con che cosa vai incontro al Signore? Siamo di passaggio, sembra dirci oggi Antonio. Impara a guardare il cielo e non lasciarti catturare da un tempo vuoto di eternità. 
2.    Mentre sopraggiunge l’ora, Gesù si reca nell’orto degli ulivi. Gli ulivi qui in chiesa ci aiutano a ricordare questo momento nel quale Gesù si inginocchia e prega. Una preghiera che diventa lotta. Entrato nella lotta pregava più intensamente. Per capire Dio bisogna sintonizzarsi con lui, aprire il cuore, ascoltare la sua voce. E questo richiede pazienza, forza, combattimento. La preghiera è il terreno di questo esercizio che ci porta pazientemente a far spazio ai disegni di Dio, a scrutarne gli intendimenti, a zittire le nostre ragionevoli considerazioni per far posto ad orizzonti più ampi. I discepoli sopraffatti dal sonno non pregano. E a quel punto non capiscono più niente: fuggono, tradiscono, rinnegano. La crisi di fede che anche noi a volte patiamo, è spesso anticipata dalla crisi della preghiera. Non preghiamo e non capiamo più niente, né di noi, né di Dio. E la vita interiore si addormenta: rimangono luoghi comuni, banalità, scongiuri. Antonio viveva una preghiera credente. Con molta discrezione poiché su queste faccende era un tipo piuttosto riservato, ma anche con il desiderio di guardare oltre. E in quell’oltre c’era sua figlia: nella preghiera Antonio sentiva la sua vicinanza, sentiva di non essere solo. Sentiva che Dio non abbandona e che non può andar perduto ciò che nell’amore si vive. Che ne hai fatto della preghiera? Non dimenticartela mai perché essa ti salva dalla solitudine e dal vuoto, ma anche dalle tentazioni di onnipotenza e di metterti al posto di Dio. 
3.    C’è un altro momento della passione che oggi può dirci qualcosa. Il dialogo tra Gesù e quel malfattore appeso con lui. Mentre uno dei due condannati inveisce contro Gesù e lo insulta, l’altro chiede: Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. E Gesù lo prende sul serio: In verità ti dico: oggi con me sarai in paradiso. Antonio non era un malfattore, anzi era un uomo di grade bontà e rettitudine. Eppure, da quando Giada se ne era andata, il pensiero di andare da lei era diventato costante. E lo confidava a più di qualcuno. Guarda che a me la morte non spaventa, Vado dalla mia Giada... Come se dicesse: Signore, portami con te, voglio riabbracciare mia figlia. Non sappiamo che cosa abbia determinato la morte di Antonio. Sappiamo però che quel suo cuore ad un certo punto non ce l’ha fatta più e forse, proprio vedendo quel cuore spaccato dall’amore e dal dolore il Signore è venuto a prenderselo, dicendo le stesse parole rivolte al malfattore: Oggi con me sarai in paradiso. Il Signore non ci perde, non perde niente di quello che nell’amore abbiamo costruito. E se Antonio se n’è andato, forse non è una tragica fatalità, non è perché Dio era distratto, ma perché aveva ascoltato ormai troppe preghiere. E siccome  anche Dio è un Padre che ha perso un Figlio, tra padri ci si capisce e si arriva a darsi una mano anche su strade impensabili. Chi ci separerà dall’amore di Dio in Cristo Gesù? Forse il dolore, il pericolo, la spada. Né morte né vita ci allontaneranno da colui che è morto per noi.
Affidiamo Antonio all’abbraccio di Dio e a quello di sua figlia. Per Bruna e per tutti noi chiediamo occhi di fede e di speranza.





Funerale Ezio Pierantozzi


Funerale Ezio Pierantozzi (4 aprile 2016)


Ap 21,1-7 -  Gv 20, 11-18



C’era un'immagine che girava sui social stamattina in ricordo di Ezio. Era l’orto del quartiere Muson dove Ezio passava il suo tempo animando il lavoro con le sue conversazioni. Quel pezzo di terra ci ricorda che anche la risurrezione del Signore avviene in un orto, un giardino nel quale le domande dell’uomo si intrecciano con i segni di Dio. «Donna, perché piangi, chi cerchi?». «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto». La morte ci disorienta, ci porta via non solo i nostri cari, ma anche le nostre persuasioni. E forse Dio ci dà appuntamento in un giardino fatto di terra per ricordarci anzitutto la nostra fragilità: L’uomo – afferma un’antica preghiera di Israele – è come l’erba del campo: al mattino germoglia e fiorisce, alla sera è falciata e dissecca.



1.    Un primo regalo che ci fanno i nostri cari che se ne vanno è ricordare questa condizione esistenziale. Noi viviamo spesso in una bolla di insipienza che ci sottrae alla verità della vita. Viviamo travolti da ritmi lavorativi e da una serie di preoccupazioni che talvolta ingannano l’esistenza, come se dovessimo rimanere per sempre in questo mondo. Rallenta, sembra dirci ora questo fratello, prendi contatto con la terra, perché da essa proveniamo e ad essa ritorniamo. Insegnaci a contare i nostri giorni – prosegue la preghiera di Israele – e giungeremo alla sapienza del cuore. Ezio conosceva la sua malattia, ne è sempre stato partecipe e se ad essa inizialmente si ribellava, poi ha imparato a conviverci, continuando a esprimere con dignità i suoi affetti, le sue convinzione, la sua dedizione agli altri. 

2.    Ecco, questa è la seconda eredità che Ezio ci lascia: le relazioni che ha vissuto. Con la sua famiglia, certo: moglie, figlie, nipoti. Ma anche con una famiglia straordinariamente ampia che lui ha costruito. Marchigiano di origine, era giunto a Godego negli anni ’70, a motivo dell’insegnamento. E in questo nostro contesto, a dire il vero un po’ chiuso e sospettoso nei confronti dei “foresti”, lui si era inserito perfettamente, tanto da diventare promotore e animatore di numerose iniziative sportive, culturali, amministrative. Per qualche anno assessore allo sport è anche all’origine della nostra Pro-loco. La sua missione però era soprattutto a scuola dove l’insegnante sapeva di essere anche un educatore, stabilendo sempre con i suoi studenti un rapporto di cordialità, confidenza e sostegno, senza che venisse meno l’autorevolezza. Vivere sulla terra non vuol dire solo ricordarsi che siamo fatti di terra: vuol dire anche rendere la terra più abitabile, renderla anticipo di quella città santa che scende dal cielo come sposa. Oggi siamo spesso incagliati in una pericolosa deriva nel privato dove l’impegno nei confronti degli altri è visto con sufficienza, con sospetto tanto da ritenere che la dimensione pubblica della vita appartenga solo a chi possiede un mandato elettorale o ha tempo da perdere. E dimentichiamo la grande pagina cristiana della solidarietà e della ricerca del bene comune. Non ti chiudere, sembra dirci Ezio. Ritrova gli altri nella tua vita. Perché non si tratta solo di fare del bene a loro. Si tratta di diventare se stessi, di scoprire i lati più belli dell’esistenza, la capacità di voler bene, la gratuità, la gestazione di qualcosa di nuovo di cui anche tu sei capace. Ecco la dimora di Dio con gli uomini! 

3.    Infine nella terra di Ezio c’era anche l’esperienza della fede. Per alcuni versi lui aveva una fede all’antica che lo portava ad apprezzare il gregoriano, preti e parrocchie all’insegna della semplicità e della famigliarità. Per altri era un uomo in ricerca, critico su ciò che non andava nei cristiani e nella chiesa, affascinato da Francesco d’Assisi e da Papa Giovanni. Mi pareva un uomo che indicasse strade di verità, secondo quello che diceva Ignazio Silone, uno dei suoi autori preferiti: Mi dà fastidio stare con gente che dice di attendere la vita nuova con la stessa noia con cui si attende il tram.  Ecco, non si può vivere la fede con noia. Lasciati prendere dalla sorpresa di Dio, come Maria di Magdala, quando al sepolcro si sente chiamare per nome. Maria! …Rabbuni!



A questa sorpresa affidiamo Ezio, perché il Signore lo prenda con sé e nell’abbraccio della misericordia gli consenta di vedere i cieli nuovi e la nuova terra che lui ha preparato per chi in lui crede e in lui vive.

Omelia 10 aprile 2016


Terza domenica di Pasqua



Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli. Non è stato per niente facile per i discepoli credere nella risurrezione. La tentazione era quella di tornare al mestiere di prima: «Io vado a pescare». «Veniamo anche noi con te». In queste parole c’è tutto il disorientamento di chi si sente tradito. Una grande illusione divenuta delusione. E a questo stato d’animo si aggiunge il fallimento professionale: In quella notte non presero nulla.

Qual è la strada che indica Gesù per recuperare fiducia e tornare a credere in lui?



1.    Anzitutto Gesù attiva una memoria buona. Gettate la rete dalla parte destra e troverete. Una cosa del genere era già capitata all’inizio della storia con Gesù: quando lui aveva chiamato i discepoli e aveva riempito le loro reti. Ora quell’episodio riaffiora nei ricordi e i discepoli capiscono che quanto hanno vissuto non è andato perduto. Ecco un primo invito per rintracciare il risorto. Ripensa alla storia con lui, ai momenti preziosi vissuti insieme, a quando ha riempito le tue reti. A volte noi interrompiamo la scansione del tempo in un presente vuoto di memoria che cambia i significati dell’esistenza. Le fatiche con la moglie o il marito impediscono di vedere la bellezza dell’innamoramento o dei primi anni di matrimonio, la passione che mettevamo agli inizi di un’attività professionale si dissolve nella routine degli anni successivi dove è solo il soldo a guidarci e non più la creatività, anche un’attività di volontariato può diventare il club delle beghe, dei sospetti, delle recriminazioni: e non ti rendi conto che Gesù è ancora lì che ti dice: Getta la rete e vedrai nuovamente le mie sorprese.



2.    Ma per riconoscere il Risorto c’è bisogno anche che qualcuno ti dica: È il Signore! È quello che fa il discepolo amato e che permette a Pietro di gettarsi in acqua. La fede non ce la inventiamo: è un dono che ci viene fatto da qualcuno che ci indica Gesù risorto. E questo ci insegna a farci attenti a chi ci dice queste parole e ad essere anche noi capaci di dirle. Perché quando perdiamo il Signore non vediamo più niente e mettiamo in discussione anche quello che vedevamo un tempo. E allora abbiamo bisogno di qualcuno che ci stia accanto e ci ripeta quelle parole che illuminano. Ecco perché la fede non può essere un cammino in solitudine. A volte c’è questa pretesa: di non aver bisogno degli altri nelle questioni che riguardano Dio e che anche gli altri se la debbano sbrogliare da soli. E a volte facciamo danni; perché quando un bambino scrive tra i desideri della prima comunione: Caro Gesù, se non chiedo troppo, vorrei che tutti potessero venire, capisci che gli impedimenti non sono le distanze chilometriche, ma quelle credenti di adulti che aprono cammini di responsabilità nei ragazzi con la pretesa di starsene fuori. Di questo, prima ancora del Signore s’indignerebbe Tata Lucia. Se non hai le risorse per dire a tuo figlio: È il Signore! prova a vedere se non te lo possa dire lui. Forse è proprio qui che il Signore ti aspetta.



3.    Infine per ritrovare il Signore occorre sedersi a tavola: Venite a mangiare. I gesti che Gesù compie prima di quella colazione sulla spiaggia richiamano quelli dell’eucaristia. Notate che con quel gruppo di discepoli i conti sono ancora in sospeso. Tradimenti, rinnegamenti, fughe. Eppure il Signore inizia a ricostruire il rapporto. E lo fa proprio preparando un fuoco, accogliendo a tavola, spezzando il pane. Ci sarà subito dopo il tempo per le domande, ma intanto si inizia a ricostituire relazione. È lo stesso stile che sembra indicare Papa Francesco nella Amoris laetitia: Sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione (AL 296). E continua: Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia ‘immeritata, incondizionata e gratuita (AL 297). Ecco lo stile che la chiesa di questo nostro tempo sta ritrovando per riproporre l’incontro con Dio: non quello delle verità asetticamente proclamate ma quello dell’accoglienza, persuasi che in essa si nasconda la verità. Non startene lontano dalla tavola di Gesù. Accogli quel Pane che ti dona. E forse mangiando di quel cibo potrai dire anche tu, con tuo stessa meraviglia. È il Signore.