sabato 10 agosto 2013

Omelia 11 agosto 2013

Diciannovesima domenica del T.O.

Ricordate il ricco di domenica scorsa? Aveva messo i suoi raccolti nei granai, ne aveva costruito di più grandi e non si era reso conto che tutta la sua concitata e ossessiva progettualità gli faceva perdere il contato con i confini dell’esistenza: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». E Gesù aveva concluso dicendo: «Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». E oggi Gesù riprende l’argomento facendoci capire che significhi arricchire presso Dio.

1.    Vendete ciò che avete e datelo in elemosina. Le prime parole di Gesù indicano la corretta modalità dell’investimento cristiano. Messa giù così la frase non si presta a molte interpretazioni: lìberati della ricchezza accumulata e distribuisci ai poveri. E nella vita di numerosi santi è avvenuto proprio così. Ma se questa fosse l’unica declinazione della vita cristiana non si spiegherebbero le parole che seguono che indicano invece un atteggiamento attento e responsabile di chi mantiene salda l’amministrazione della vita, come il servo fidato. Vendere ciò che si possiede e darlo in elemosina vuol dire non dimenticare che la vita degna di questo nome è quella spesa per l’altro, una vita che assomiglia a quella di Dio. È una questione fisiologica: fatti a immagine e somiglianza di Dio noi diventiamo ciò che siamo unicamente nell’amore. Ecco perché l’elemosina è importante: ci consegna qualcuno da amare. Qualunque sia il tuo lavoro, la tua vocazione, l’interesse che muove la tua vita, fa’ in modo che ci sia qualcuno cui legare il cuore, che ti ricordi questa verità. Che non ti capiti di essere attaccato alle cose più di quanto tu non sia attaccato agli uomini, perché a quel punto hai perso te stesso.

2.    Altra raccomandazione di Gesù è quella della vigilanza. Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro non si lascerebbe scassinare la casa. Non è Dio il ladro: non si sta parlando di una minaccia da parte sua. Sono le cose con le loro illusioni, con le loro vacue promesse di felicità. Rispetto a queste intrusioni devi fare attenzione, perché entrano in maniera garbata, apparentemente innocua, addirittura travestite di opportunità. Ma una volta entrate esercitano una tirannia di cui è difficilissimo liberarsi: la dipendenza continua (non me ne posso separare), l’aggiornamento all’ultimo modello (che non mi manchino delle opportunità), la propagazione per emulazione e desiderio di equiparazione (se ce l’ha lui…). E sei talmente preso in ostaggio che perdi di vista le attese più grandi della vita. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

3.    Ultimo aspetto è la responsabilità: Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente? Gesù ci fa capire che c’è anche uno spazio di azione, di invenzione, di libertà. È come un padrone che se ne è andato per le nozze. Dio non sta col fiato sul collo a controllare dei dipendenti. È una logica di fiducia quella che lo muove e lascia ai suoi figli la possibilità di intervenire con senso di responsabilità. Ecco perché l’interpretazione letterale del vendere tutto non è l’unica strada cristiana. Perché al Padre è piaciuto darci il suo Regno e dunque spazi di sperimentazione, di autonomia, di creatività, senza che questo divenga arbitraria gestione. Dio cerca l’amministratore fidato e prudente. Fidato in greco corrisponde a pistós come pistis è la fede. Fede - dice l’autore della lettera agli Ebrei - è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Prudente invece corrisponde al greco phrónimos, termine che troviamo nei vangeli in riferimento all’uomo saggio che ha costruito la casa sulla roccia. Ecco l’amministratore che Dio cerca: un uomo che sappia vedere oltre e un uomo che cerchi la stabilità delle cose. Quando operi così realizzi la città dalle salde fondamenta il cui architetto è Dio stesso. E questa città non crolla. Pensate a una responsabilità politica o amministrativa così: vuol dire che devi guardare sempre un po’ più in là del tuo naso e devi chiederti se quello che stai costruendo è roccia o prefabbricato.

Ecco dunque lo sguardo di Dio. Siamo partiti dalla ricchezza, dai suoi pericoli, ma vediamo che Dio ha in mente qualcosa in più del portafoglio o del conto in banca della gente. Ha in mente una città che sia anticipo della sua in cui ogni uomo, secondo le responsabilità che gli sono affidate, se ne senta artefice e se ne senta partecipe. Questo tesoro non si consuma e non c’è un ladro che lo rubi.

domenica 4 agosto 2013

Omelia 4 agosto 2013

Diciottesima domenica del T. O.

Un'eredità, un funerale e una coltellata davanti alla salma di un'anziana vedova appena morta. E un'intera famiglia divisa tra ospedale e caserma dei carabinieri. Il fatto è avvenuto a Tivoli, vicino a Roma a fine giugno, per una questione di eredità. Una delle vicende che mina alle radici i rapporti fraterni e familiari è quella della successione. Problemi di oggi e problemi di sempre, dato che anche Gesù viene interpellato per una situazione analoga. Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità. Secondo la normativa vigente al fratello maggiore spettava la parte prevalente del patrimonio per custodire il nome della famiglia. Qui molto probabilmente c’è un fratello minore che vuole affermare i suoi diritti. E il tono perentorio di questo giovane non lascia intendere alcuna possibilità di deroga. Di’ a  mio fratello che divida. È riconosciuta la fraternità ma limitatamente ai vincoli di legge, alle divisioni. È quello con cui anche oggi ci misuriamo: genitori che vorrebbero che le cose andassero in un certo modo, che fosse custodito un certo senso familiare, che fossero garantiti figli più deboli e invece si assiste alla rivendicazione meticolosa e feroce del diritto individuale. Gesù reagisce a questo modo di fare: Chi mi ha costituito giudice e mediatore? Gesù non si presta come facevano i rabbini del tempo a dirimere la questione da un punto di vista giuridico ma porta i suoi interlocutori ad una comprensione più ampia. Perché? Perché non è detto che la giustizia sia sempre la cosa più giusta, né che una possibile sentenza risolva le tensioni. Anzi, sappiamo bene che quando le cause di successione giungono in tribunale non ci si parla e ci si odia per il resto della vita. Si voleva dividere il patrimonio e si è divisa la famiglia.
Gesù va alla causa di questa situazione mettendo in evidenza il problema di fondo, l’inganno della ricchezza: anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede. Tenetevi lontani da ogni cupidigia. E la parabola chiarisce il senso di quanto sta dicendo.

1.    Il racconto ci presenta anzitutto un uomo ricco cui gli affari vanno bene. A ricchezza si aggiunge ricchezza. Buona cosa la prosperità economica. Ma ecco il primo inganno: egli ragionava tra sé. Tra sé. La ricchezza ti chiude agli altri, ai loro appelli, ai loro consigli, al loro affetto e rimani prigioniero di te stesso. Ragioni solo in prima persona singolare. Farò, demolirò, costruirò, raccoglierò, dirò… E gli altri dove sono? A volte un impero finanziario può trasformarsi in un impero di solitudine. A volte perché chi ti cerca non cerca te, ma i tuoi soldi. A volte perche tu hai questa impressione: smetti di cercare, di voler bene, di lasciarti raggiungere e interpellare complice il sospetto che l’altro agisca sempre per interesse e sia una minaccia da controllare e da allontanare. Ritrova la ricchezza dell’altro, unica possibilità perché anche la vera ricchezza della vita sia rivelata.

2.    Secondo inganno è l’articolazione della riflessione al futuro. Non solo per le cose da fare, ma anche per le gioie che ne potrebbero derivare: Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Chissà se arriverà mai questo “poi” in mezzo a tanta frenesia imprenditoriale! Per questo Dante raffigura gli avari con un masso da spingere in una perenne salita! Perché, anche ammesso che quel “poi” si potesse realizzare tra festini e godimenti, esso non riesce mai a colmare le prospettive assolute della vita: “molti beni” ma non il “bene”, per “molti anni” ma non l’eterno. Ecco l’inganno sul futuro: non ne hai calcolato la misura ulteriore e non ti sei reso conto che i giorni sono appesi a un filo: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Vanità delle vanità dice Qoelet. Quella parola [hebel] in ebraico indica la nebbiolina del mattino velocemente dissolta dal sole. Attenzione a non affidare al vuoto la tua vita, a scambiare vacue promesse con la felicità che cerchi. Quello che hai preparato di chi sarà? E tu di chi sarai?

3.    Gesù conclude la parabola dicendo: Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». Il terzo inganno è nella mancata diversificazione degli investimenti. Hai investito unicamente sui mercati terreni, ti sei dimenticato della borsa del regno dei cieli! Il ricco era impegnato a costruire granai e ha dimenticato di costruire la dimora eterna, quella che solo l’amore può edificare, perché è l’unica realtà che supera la barriera della morte. Il fallimento di quest’uomo non è avvenuto per le sue ricchezze, ma perché esse hanno preso il posto degli altri e l’amore si è trasformato in bramosia. 
Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità.
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. La nostra vita è tra terra e cielo e solo se non perdiamo di vista l’orizzonte ultimo l’esistenza sta in piedi. Anzi essa diventa un’esistenza di cielo e l’eredità non una lite tra fratelli, ma la condivisione di un comune destino.

sabato 3 agosto 2013

Omelia 21 luglio 2013

Sedicesima domenica del T. O.

Ogni esperienza religiosa, mediante i luoghi cari alle sue origini, trova la comprensione della propria identità. La Mecca, città natale di Maometto, il luogo del grande pellegrinaggio di ogni musulmano dice un’esperienza di esclusività: non puoi accedere ad Allah se non professando l’Islam. Varanasi, città sacra indù, è invece l’unico posto della terra in cui gli dei permettono agli uomini di sfuggire al all'eterno ciclo di morte e rinascita e sulle rive del Gange che attraversa la città i riti mattutini di abluzione sanciscono questo privilegio.
Immaginate i cristiani che hanno iniziato a raccontare la vicenda della loro fede a partire dai luoghi frequentati da Gesù. Nessuna sacralità, nessuna esclusività, ma un Dio ospite e pellegrino che percorreva le strade degli uomini e che viveva della loro amicizia, come a Betania, in casa di Lazzaro, Marta e Maria. “Per incontrarmi – dice Dio - non ti serve un fiume, né un viaggio faticoso: mi basta che mi apri le porte della tua casa e mi dedichi un po’ del tuo tempo per stare con me”.
Ecco, il punto è proprio questo: stare con il Signore. Questo verbo ci inquieta, tanto da sostituirlo con altri più rassicuranti, anche se più onerosi: fare, servire, professare, tributare, produrre. È la sindrome di Marta, tutta presa dai molti servizi, esatto contrario di sua sorella che, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Come ospitare dunque Gesù a casa nostra? Quando Betania comincia a rinnovare il nostro rapporto con Dio? 

1.    Betania è anzitutto il superamento dei preconcetti. Che una donna potesse mettersi in ascolto di un rabbi di Israele era, al tempo di Gesù, un atteggiamento inconcepibile e sconveniente. Meglio bruciare la Bibbia che metterla in mano a una donna, dicevano i rabbini del tempo. E invece l’evangelista, oltre a non dirci nulla della presenza di Lazzaro, precisa che una donna di nome Marta lo ospita in casa e sua sorella di nome Maria è seduta in ascolto ai piedi del maestro, proprio come avveniva nelle scuole rabbiniche riservate unicamente ai maschi. A volte anche noi leghiamo la presenza e la rivelazione di Dio ad alcune circostanze o persone ritenute idonee ad accoglierne la manifestazione. Invece Dio scavalca questi preconcetti e chiede di essere ospitato nel quotidiano come amicizia che accompagna e condivide la vita, come presenza che sorprende, com’è capitato ad Abramo nell’ora più calda del giorno, quando sembra impossibile che qualcuno si prenda la briga di visitare qualcun altro. Pensate a quando non vogliamo andare a messa perché siamo stanchi o infastiditi e ci pare di andare per niente. Per Dio non è mai “per niente”. È “per te” e per esserti accanto anche quando ti sembra impossibile: a che servono altrimenti gli amici?

2.    Ma incontrare Gesù non vuol dire solo aprirgli la porta. Vuol dire anche stare con lui, perché c’è sempre in agguato il rischio di essere presi dal turbinio delle cose da fare. È il rischio di Marta. Mentre Maria è seduta ai piedi di Gesù nell’atteggiamento della disponibilità e dell’ascolto, Marta è presa dai molti servizi. Notate che il termine è diakonia, parola importante nella chiesa, da cui derivano una serie di responsabilità. Ma ci può essere un servizio che perde il suo orientamento e diventa un girare a vuoto. Facciamo tante cose per Dio ma abbiamo smesso di ascoltarlo. Non solo nella chiesa e nella pastorale delle nostre parrocchie, ma anche nella diakonia familiare. Quante cose ad esempio si fanno per i figli, ma a un figlio che ci vede dribblare il nostro quotidiano e a un figlio che presto ci imiterà e ci supererà in tale follia, stiamo facendo un servizio? Se far nascere non è solo dare alla luce, ma dare una luce, quale luce stiamo consegnando a un ragazzo che cresce? Marta, Marta tu ti affanni e ti agiti per molte cose. Di una sola c’è bisogno. Mettiti in ascolto di Dio, lascia che metta un po’ di ordine nella tua agitazione.

3.    Ma come trovare ordine? Dall’ascolto bisogna passare ad una seconda operazione: scegliere la parte buona, come Maria. Non basta ascoltare, bisogna decidersi, porre dei segni in controtendenza che dicano la novità che Dio ha portato alla tua vita. Se Gesù non ci scomoda dalle nostre posizioni, che ce ne facciamo di tale amicizia? Grandi polemiche in questi giorni perché la Rai non trasmetterà Miss Italia e soprattutto per le parole della Boldrini che se ne compiace. A parte che la logica di Miss Italia è ormai ben più che il noto concorso, ma con tutto ciò che sta succedendo nel mondo, qual è la parte buona che vogliamo ricercare e indicare? Tre misure anatomiche o la certezza di essere grandi per la coscienza di essere vere? Maria ha scelto la parte buona e per questo non le viene tolta. Non tutto rimane e se non ti leghi a ciò che è solido, rischi di passare velocemente anche tu e di esserne travolto. Marta e Maria sono compagne di viaggio. Ci dicono di non rinunciare alla vita, ma anche di non dimenticare di caricarla di senso e di aprirla all’assoluto di un Dio amico degli uomini.

martedì 23 luglio 2013

Omelia 14 luglio 2013

Quindicesima domenica del Tempo ordinario

La visita e le parole del papa a Lampedusa hanno impresso una straordinaria attualità alla parabola del buon samaritano. C’è un uomo che ci interpella alle periferie del mondo e tale invocazione non decide solo della sua sorte, ma anche della nostra. Che uomini vogliamo essere? Uomini mossi dalla compassione, capaci di rivedere le loro scelte e di giocarci nella direzione dell’altro o uomini globalizzati dall’indifferenza, incapaci di rispondere alla grande domanda mediante la quale Dio ci chiede conto del fratello?
Alcune polemiche e recriminazioni che hanno fatto eco all’intervento del pontefice ci fanno capire che il sacerdote e il levita sono ancora tra noi: non solo i cristiani che ipocritamente presumono che la loro fede non li coinvolga nella storia, ma anche coloro che vorrebbero che i cristiani si comportassero così. Certo, un conto è la predicazione, un conto è la politica, ma non fino al punto da ritenere che la parola del vangelo non abbia qualcosa da suggerire anche alla politica e alle sue scelte.
Il papa ci ha fatto capire ancora una volta l’esigenza di percorrere le strade degli uomini e di farlo da credenti, sapendo che la direttrice Gerusalemme-Gerico, può intersecare anche le rotte del Mediterraneo.
Rechiamoci, dunque, lungo questa strada evangelica e raccogliamone gli appelli divini.

1.    Il racconto di Gesù inizia con la presentazione del soggetto protagonista della vicenda. Un uomo. Niente aggettivi. Bianco, nero, buono, cattivo, regolare, clandestino... Dio ha creato gli uomini, noi le classificazioni. C’è un duplice messaggio: Dio vuole che tu guardi ogni persona che ti vive accanto come uomo, il resto viene dopo. Prima l’uomo e poi il profugo, prima l’uomo e dopo il gay, prima l’uomo poi il criminale che pensi di riconoscere. Perché se vedi l’uomo salvi anche la tua umanità. Il racconto comincia con l’uomo perché Dio vuole che ciascuno continui ad essere tale e non perda il proprio posto nella creazione, credendo di essere Dio e finendo per fare il dittatore e il tiranno. Come fai a dire: Sono contento se affonda un barcone? (Boso) Possiamo capire che in quella barca vi siano talora uomini senza scrupoli che giocano sulla pelle degli altri. Ma i tuoi auspici sono tanto diversi? Non stai giocando anche tu sulla pelle degli altri? Nel discorso del papa è risuonata la prima grande domanda biblica: Adamo, dove sei? Adam in ebraico vuol dire “uomo”. Ed è questa la direttrice buona sulla quale si diffondono le rotte di Dio. Non dimenticarti degli uomini e non dimenticarti di essere tale.

2.     Ma cercare e difendere l’uomo, vuol dire anche custodirlo con una serie di interventi ben precisi. Nel racconto di Gesù, il samaritano è identificato con dieci verbi che costituiscono il nuovo decalogo cristiano, come sei i dieci comandamenti si specchiassero in una nuova legge non scritta più su tavole di pietra, ma nei cuori degli uomini. Ci sono verbi che indicano atteggiamenti e sentimenti, comportamenti e ragionamenti. Avvicinarsi, provare compassione, medicare, pensare al futuro decorso. A custodia dell’uomo occorre una visione complessiva della realtà umana. I sentimenti da soli potrebbero diventare slogan, le azioni potrebbero essere utili al momento ma prive di progettualità, le considerazioni potrebbero fermarsi a ricercare le cause dei problemi. Custodisci l’uomo con tutto ciò che appartiene all’uomo, senza dimenticare alcunché. In questi giorni è uscito un decreto che toglie dal codice civile e dal diritto di famiglia qualsiasi aggettivazione legata ai figli. Figli e basta, in base al principio che le scelte di vita dei genitori non possono e non devono avere conseguenze su di loro, né in termini affettivi, né patrimoniali. Il decreto però non è privo di una certa ambiguità, almeno nei messaggi, e rischia di far intendere che tutte le soluzioni familiari abbiano uguale valore, che i diritti dei figli legittimino anche il diritto di determinare a proprio piacimento il concetto stesso di famiglia. Ecco: prendersi cura, dell’altro, come nel caso di un bambino domanda anche un’azione intelligente nei suoi confronti, che custodisce integralmente la sua crescita, il suo equilibrio, la sua umanità.

3.     Infine c’è quella svolta sorprendente che Gesù pone nell’ultima domanda. Il dottore della legge aveva chiesto: Chi è il mio prossimo? Ma Gesù domanda: Chi ti sembra il prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? Non si tratta di trovare il prossimo, ma di farsi prossimo. Così si diventa uomini. Perché la prossimità è condizione necessaria all’esistenza e quando vi rinunci non vivi più. La parabola del buon samaritano Gesù non ce la dà per sistemare tutti i derelitti della terra. Ce la dà per sistemare anzitutto la nostra terra derelitta, per renderci convinti che, creati a immagine e somiglianza di Dio, troviamo noi stessi se assomigliamo un po’ di più a lui e viviamo dei suoi sentimenti.

sabato 29 giugno 2013

Omelia 30 giugno 2013

Tredicesima domenica del Tempo ordinario
L’infinito viaggiare. La prova di italiano della maturità di quest’anno proponeva agli studenti di riflettere su un testo dello scrittore triestino Claudio Magris. Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi.
Il viaggio come metafora della vita, come possibilità di ritrovare autenticamente se stessi, oltre le frontiere egemoniche che talora sbarrano la strada alla propria verità. Ecco perché ad un certo punto Gesù propone un viaggio ai suoi discepoli: per aiutarli a ritrovare il senso dell’esistenza, per uscire dalle stagnazioni in cui si perde di vista la ricchezza dell’incontro con gli altri e con Dio, per ritrovare l’appello dell’infinito quando vorremmo inscatolare i significati.
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. Un cammino su cui non si transige: preparato, risoluto, rivolto ad una meta ben precisa. È il grande viaggio che dà forma all’esistenza cristiana per non correre il rischio di inscatolarla o di farla corrispondere a quello che Dio non ha in mente. Di che viaggio si tratta?
1.    È un viaggio di tolleranza. Quando i Samaritani rifiutano Gesù, Giacomo e Giovanni sono tentati dall’intransigenza: «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Ma Gesù si volta e li rimprovera. Il viaggio è l’ostinata ricerca di un incontro anche quando si fa l’esperienza contraria. Scrive Magris nel medesimo testo: Alle genti di una riva quelle della riva opposta sembrano spesso barbare, pericolose e piene di pregiudizi nei confronti di chi vive sull’altra sponda. Ma se ci si mette a girare su e giù per un ponte, […] si ritrova la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo. La visita della ministra Kyenge a Giavera ci ha messi ancora una volta di fronte alla questione dell’integrazione. C’è sempre il rischio, in questi casi, di cedere a toni entusiastici o a quelli allarmistici aprendo la strada a fuorvianti e ideologici unilateralismi. Dobbiamo invece confrontarci con la situazione reale, con la presenza di persone che sono arrivati da altri contesti per le loro e le nostre necessità, con ragazzi e giovani di seconda generazione che talvolta non hanno mai visto il paese dei loro genitori. Che ne facciamo? Invochiamo ora il fuoco dal cielo che li distrugga? Ricordate quando a scuola, studiando il Risorgimento, si parlava di fare l’Italia e di fare gli italiani? Forse anche oggi ci troviamo di fronte a questa sfida e non possiamo raccoglierla se non percorriamo strade di accoglienza delle persone e della condivisione di un progetto con cui esse possono stare insieme.
2.    Un altro aspetto del viaggio è l’essenzialità. Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Finché leghi la vita a inutili zavorre non vai da nessuna parte. Il tentativo di papa Francesco di intervenire su una questione complessa come quella dello Ior ci dice tutta la ricerca da parte della chiesa di non appesantirsi, di mantenersi libera rispetto alla seduzione di costruirsi un rifugio terreno, la propria tana. Ma comprendiamo anche che queste penose vicende ecclesiali possono essere anche una cortina fumogena sulla nostra disponibilità a viaggiare e sulle nostre pesantezze. Le centinaia di ragazzi in coda che in questi giorni si sono presentati fin dalle prime ore del mattino in un noto negozio di Milano per assicurarsi un braccialetto che a sua volta darà diritto ad accedere ai saldi del negozio sono l’icona di un appesantimento dove a dettare le regole della vita è l’immagine e la firma senza le quali non hai diritto di cittadinanza. Sentite come sono provocanti le parole di Paolo: Cristo ci ha liberato perché restassimo liberi. Non lasciatevi imporre il giogo della schiavitù. Ritrova l’essenzialità e ritrova la libertà.
3.    Infine il viaggio ridefinisce le relazioni. Signore, lascia che seppellisca mio padre… Lascia che mi congedi da quelli di casa…Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annuncia il Regno di Dio. Parole che non vogliono tradire gli affetti ma che ci presentano l’esigenza di viverli in maniera liberante, nella signoria di Dio. A volte noi stabiliamo relazioni che sono dei sequestri: catturiamo o ci lasciamo catturare, talora mascherando l’operazione con una tinteggiatura di legittimità e di bei sentimenti: La mamma è sempre la mamma: sì, ma ormai tuo figlio ha 50 anni e una sua famiglia. Questa persona ha bisogno di un sostegno: sì, ma intanto ti sta sottraendo a tuo marito e ai tuoi figli. Ambito delicatissimo, la stanza di una persona che è mancata: C’è ancora il suo vestito sopra il letto. Ma la relazione in Cristo risorto non ha niente da dirti?
Ecco il senso del viaggio: serve per andare oltre le frontiere tortuose dei nostri inferi, come dice Magris. Ma quelle frontiere non le varchi da solo. Lo fai solo se cammini con il Signore e ti lasci condurre da lui.

Omelia 23 giugno 2013

Dodicesima domenica del T. O.

Non sempre una domanda chiede una risposta. Spesso chiede di essere dispiegata, affinché ceda quello che ha di più essenziale e dischiuda i riferimenti che si aprono quando ci si appropria di ciò che segretamente custodisce. La risposta, infatti, è solo l'ultimissimo passo del domandare. E una risposta che congeda il domandare annienta se stessa.
Sono parole del filosofo tedesco Martin Heidegger, (Nietzsche, 1961). Parole che ci fanno capire l’essenza del cristianesimo che, pur proponendosi come verità rivelata, non esaurisce la domanda dell’uomo nei confronti di Dio. E la domanda che risuona nel vangelo di oggi ben ci aiuta a capire quello che stiamo dicendo. Chi è Gesù? Duemila anni di storia cristiana, i pronunciamenti dogmatici, le più ardue speculazioni teologiche, le rappresentazioni artistiche, le più devote esperienze spirituali, niente e nessuno esaurisce il mistero di Gesù Cristo. Ed ogni uomo, credente o meno, è posto di fronte all’inquietante quesito. Chi è Gesù? Cerchiamo dunque di rimanere anche noi nella forza provocante di questo interrogativo per appropriarci – come dice Heidegger – di quello che segretamente custodisce.
1.    L’interrogativo si dà in forma avversativa. Ma voi. Poco prima infatti Gesù aveva chiesto ragione del pensiero della gente, raccogliendo variegate opinioni, non del tutto incomprensibili nel contesto di allora. Gesù però cerca una risposta differente, non riconducibile al talk-show. È un ma che dice una distanza e un’esigenza di fare i conti con una storia pazientemente costruita, con una frequentazione nella quale i discepoli hanno conosciuto qualcuno e qualcosa in maniera differente dalle folle. Ecco la prima direttrice per conoscere Gesù, per abitare il suo mistero: raccogli la tua storia con lui, la frequentazione che ti appartiene e ti ha messo in contatto con la sua vita, la sua parola, i suoi gesti. La rapida successione delle esperienze e il vaglio culturale che ne decreta talvolta la loro inammissibilità ci porta a credere che si tratti di antiche suggestioni che devono lasciar spazio a più moderni criteri di giudizio, magari desunti dall’ultimo libro di Dan Brown. Ma voi, ragionate con la testa di chi?
2.    Interessante è anche il fatto che la domanda venga posta al plurale: voi. E Pietro si fa interprete di questo voi, con la sua affermazione: Il Cristo di Dio. Ciascuno di noi al Signore è chiamato a dare la propria personale risposta di fede. Nessuno può sostituirsi alla fede dell’altro. E tuttavia la domanda di Gesù trova la sua chiarezza unicamente se rimane aperta alla condivisione credente. Riesco a dire chi è Gesù se mi arricchisco della fede dell’altro. La fede della Chiesa, la fede del successore di Pietro, la fede delle persone che mi hanno voluto bene. Non sono le speculazioni che ci generano come credenti ma le relazioni, quelle che ostinatamente ci pongono tra le mani un’eredità custodita nell’insieme. Se ci si allontana dal voi ecclesiale non si trova Gesù Cristo, ma le idee su di lui che possono trasformarsi anche in ideologie. Pensate agli stessi vangeli. Ci sono state delle epoche storiche segnate dal razionalismo che hanno preteso di separare l’autentica vita di Gesù, le sue parole e i suoi gesti da quello che era ritenuto un rivestimento operato dai suoi discepoli. Alla fine di questa operazione di pulizia ci si è trovati con un Gesù irreale e inconsistente, meno credibile di quello che si voleva mettere in discussione. Perché? Perché i vangeli sono stati scritti nella fede della chiesa e solo la salvaguardia di questo voi ci consente di conoscere Gesù.
3.    Ma dopo che Pietro ha dato la sua risposta, la domanda di Gesù continua. I discepoli sono posti di fronte ad una serie di riferimenti che nuovamente li interrogano: Il figlio dell’uomo deve soffrire molto. Non basta affermare che Gesù è il Cristo, il Messia atteso: bisognerà riconoscerne l’identità nell’oscuro mistero della pasqua, quando le tenebre e la morte sembrano avere il sopravvento. La domanda su Gesù Cristo rimbalza allora in tutte quelle situazioni dove ci pare di registrare la sua assenza, dove c’è una croce simile alla sua, dove siamo chiamati ad affermare: dopo tre giorni risusciterà. Il cristianesimo è la persistente domanda rivolta a Dio riguardo le inquietudini umane, ma è anche la tenace attesa di una risposta che non tarda ad arrivare in chi come Gesù, prende ogni giorno la croce e lo segue.  

lunedì 17 giugno 2013

Omelia 16 giugno 2013

Undicesima domenica del T. O.

«Non c’è più religione!». Una frase che può dire la perdita di riferimenti importanti, ma anche un propizio cambiamento di orizzonti. La religione, infatti, è importante: essa dà struttura all’incontro con Dio e aiuta a riconoscerne il volto. Ma essa può diventare una gabbia se non consente a quello stesso Dio di manifestarsi, di prendersi le sue libertà, di condurre su terreni inattesi. Ecco, talvolta l’esperienza religiosa anche per noi funziona così: diviene una prigione dorata, rassicurante, dove non cogliamo più la novità di Dio. È quello che avviene in casa di Simone il fariseo.
Con molta probabilità siamo a Nain, dove Gesù aveva restituito il bambino a sua madre. Una scena che finiva con un abbraccio per dire che questo è il desiderio di Dio: di abbracciarti, di stringerti a sé. Ma questa logica è ancora estranea a quel fariseo che ha invitato a pranzo Gesù: lui conosce la religione dei puri e sa che non ci si deve contaminare, specialmente con una donna di dubbia moralità.
Gesù approfitta della situazione per denunciare una religione che ha perso se stessa e per indicare ai discepoli un triplice passaggio.

1.    Porta tutta la vita di fronte al Signore. Ci fa riflettere innanzitutto l’audacia di questa donna che osa varcare dei confini prestabiliti. È vero che ai tempi di Gesù, durante i banchetti, le porte rimanevano aperte per dar modo ai passanti di curiosare e di elogiare la prodigalità del padrone di casa. Ma una simile donna, ben conosciuta nella piccola Nain, non doveva neppure pensare di avvicinarsi. Costei invece, sembra intuire ormai nuovi confini, che non le impediscono, nonostante la sua poco onorevole attività, di trovare accoglienza presso il Signore. Ecco, il passaggio da compiere per uscire dalla religione fine a se stessa: porta al Signore tutta la tua vita, anche quelle vicende che ti sembrano poco onorevoli, quelle che in genere omettiamo o camuffiamo nella confessione. Entra con tutto te stesso a casa sua perché la sua salvezza ti raggiunga integralmente. A Gesù non interessano anime disincarnate ma, come professiamo nel credo: per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo. O vuoi che la sua salvezza ti raggiunga a metà?

2.    Supera il pregiudizio di essere migliore. Un secondo tratto della religione che Gesù ha in mente è la sospensione del giudizio e della condanna nei confronti degli altri. Simone il fariseo segretamente giudica la donna: Se costui sapesse che tipo di donna è questa… Quando si fa un’operazione di questo genere, nascono due problemi. Mettendo in evidenza o concentrando l’attenzione sui misfatti degli altri si finisce per ritenersi migliori di loro. E così si creano distanze, lacerazioni, luoghi comuni, capri espiatori: ci isoliamo in una solitudine pretenziosa e arroccata che ci fa perdere il contatto con la verità di quello che siamo. Il male appartiene a qualcun altro! Ma ciò che è più grave è che in questo modo ci priviamo dell’esperienza più bella che possiamo fare: quella della misericordia di Dio che incontra la miseria e non la presunzione. Salendo sullo sgabello, all’altezza della nostra autostima, perdiamo l’appuntamento con Dio che invece è sceso a terra, anzi sotto terra, pur di poterci raggiungere. Noi in alto e lui in basso: come lo possiamo incontrare e accogliere? Qual è il guadagno autentico della vita? Il guadagno aumenta in relazione al debito condonato. E più te ne rendi conto, più aumenta la riconoscenza e la gioia. Dio non sa che farsene delle tue perfezioni. Portagli la tua miseria perché su di essa agisca la sua misericordia. Scoprirai il cuore di Dio e forse anche gli altri li sentirai più vicini.

3.    Trova il linguaggio dell’amore e della festa. Ma la peccatrice del vangelo stabilisce un’altra distanza: introduce nel rapporto con Dio i gesti dell’affetto, della gratuità, della festa. Portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Carezze, baci e profumo sui piedi del Signore. Anche le donne nel giorno di pasqua stringeranno quei piedi. Sono i piedi che hanno percorso le strade degli uomini, piedi che hanno portato la bella notizia di Dio, il suo perdono, il suo abbraccio. E se Dio porta un abbraccio, vuole essere abbracciato! Che vuol dire? Vuol dire che la nostra religione diviene autentica quando riempie d’amore il nostro rapporto con Dio. Dio ci ha amato e quell’amore si trasforma nella possibilità di amare lui! Simone il fariseo perfezionista del religioso vive la religione delle osservanze, la donna la religione dell’amore. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece non ha cessato di baciarmi i piedi… Questo che cerca il Signore. Prova a mettere un po’ d’amore: nella tua preghiera, nella tua messa, nella tua confessione, nell’ascolto della Parola. Forse continueremo a fare i conti con le nostre infedeltà e le miserie che conosciamo, ma forse ci sarà anche per noi qualcuno che ci dirà: sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato.