lunedì 17 giugno 2013

Omelia 16 giugno 2013

Undicesima domenica del T. O.

«Non c’è più religione!». Una frase che può dire la perdita di riferimenti importanti, ma anche un propizio cambiamento di orizzonti. La religione, infatti, è importante: essa dà struttura all’incontro con Dio e aiuta a riconoscerne il volto. Ma essa può diventare una gabbia se non consente a quello stesso Dio di manifestarsi, di prendersi le sue libertà, di condurre su terreni inattesi. Ecco, talvolta l’esperienza religiosa anche per noi funziona così: diviene una prigione dorata, rassicurante, dove non cogliamo più la novità di Dio. È quello che avviene in casa di Simone il fariseo.
Con molta probabilità siamo a Nain, dove Gesù aveva restituito il bambino a sua madre. Una scena che finiva con un abbraccio per dire che questo è il desiderio di Dio: di abbracciarti, di stringerti a sé. Ma questa logica è ancora estranea a quel fariseo che ha invitato a pranzo Gesù: lui conosce la religione dei puri e sa che non ci si deve contaminare, specialmente con una donna di dubbia moralità.
Gesù approfitta della situazione per denunciare una religione che ha perso se stessa e per indicare ai discepoli un triplice passaggio.

1.    Porta tutta la vita di fronte al Signore. Ci fa riflettere innanzitutto l’audacia di questa donna che osa varcare dei confini prestabiliti. È vero che ai tempi di Gesù, durante i banchetti, le porte rimanevano aperte per dar modo ai passanti di curiosare e di elogiare la prodigalità del padrone di casa. Ma una simile donna, ben conosciuta nella piccola Nain, non doveva neppure pensare di avvicinarsi. Costei invece, sembra intuire ormai nuovi confini, che non le impediscono, nonostante la sua poco onorevole attività, di trovare accoglienza presso il Signore. Ecco, il passaggio da compiere per uscire dalla religione fine a se stessa: porta al Signore tutta la tua vita, anche quelle vicende che ti sembrano poco onorevoli, quelle che in genere omettiamo o camuffiamo nella confessione. Entra con tutto te stesso a casa sua perché la sua salvezza ti raggiunga integralmente. A Gesù non interessano anime disincarnate ma, come professiamo nel credo: per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo. O vuoi che la sua salvezza ti raggiunga a metà?

2.    Supera il pregiudizio di essere migliore. Un secondo tratto della religione che Gesù ha in mente è la sospensione del giudizio e della condanna nei confronti degli altri. Simone il fariseo segretamente giudica la donna: Se costui sapesse che tipo di donna è questa… Quando si fa un’operazione di questo genere, nascono due problemi. Mettendo in evidenza o concentrando l’attenzione sui misfatti degli altri si finisce per ritenersi migliori di loro. E così si creano distanze, lacerazioni, luoghi comuni, capri espiatori: ci isoliamo in una solitudine pretenziosa e arroccata che ci fa perdere il contatto con la verità di quello che siamo. Il male appartiene a qualcun altro! Ma ciò che è più grave è che in questo modo ci priviamo dell’esperienza più bella che possiamo fare: quella della misericordia di Dio che incontra la miseria e non la presunzione. Salendo sullo sgabello, all’altezza della nostra autostima, perdiamo l’appuntamento con Dio che invece è sceso a terra, anzi sotto terra, pur di poterci raggiungere. Noi in alto e lui in basso: come lo possiamo incontrare e accogliere? Qual è il guadagno autentico della vita? Il guadagno aumenta in relazione al debito condonato. E più te ne rendi conto, più aumenta la riconoscenza e la gioia. Dio non sa che farsene delle tue perfezioni. Portagli la tua miseria perché su di essa agisca la sua misericordia. Scoprirai il cuore di Dio e forse anche gli altri li sentirai più vicini.

3.    Trova il linguaggio dell’amore e della festa. Ma la peccatrice del vangelo stabilisce un’altra distanza: introduce nel rapporto con Dio i gesti dell’affetto, della gratuità, della festa. Portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Carezze, baci e profumo sui piedi del Signore. Anche le donne nel giorno di pasqua stringeranno quei piedi. Sono i piedi che hanno percorso le strade degli uomini, piedi che hanno portato la bella notizia di Dio, il suo perdono, il suo abbraccio. E se Dio porta un abbraccio, vuole essere abbracciato! Che vuol dire? Vuol dire che la nostra religione diviene autentica quando riempie d’amore il nostro rapporto con Dio. Dio ci ha amato e quell’amore si trasforma nella possibilità di amare lui! Simone il fariseo perfezionista del religioso vive la religione delle osservanze, la donna la religione dell’amore. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece non ha cessato di baciarmi i piedi… Questo che cerca il Signore. Prova a mettere un po’ d’amore: nella tua preghiera, nella tua messa, nella tua confessione, nell’ascolto della Parola. Forse continueremo a fare i conti con le nostre infedeltà e le miserie che conosciamo, ma forse ci sarà anche per noi qualcuno che ci dirà: sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato.

Omelia 9 giugno 2013

Decima domenica del T. O.

La morte di quel quattordicenne che nei giorni scorsi se n’è andato nel sonno ci ha colpiti profondamente e ci porta a interrogare il vangelo che abbiamo appena ascoltato. In questa Nain quotidiana dove qualcuno ci lascia in maniera improvvisa e inspiegabile vorremo che il Signore fosse accanto a noi e ripetesse le sue parole di vita: «Ragazzo, dico a te, alzati!». E invece vediamo che le cose non vanno così e noi ci misuriamo con il dolore del distacco e la fatica di capire. Come vive il cristiano di fronte alla morte?

1.    La prima prospettiva ci porta a riconoscere la vicinanza di Dio. Il vangelo ci presenta l’incrocio di due cortei: quello di Gesù con i suoi discepoli e una grande folla e quello del funerale con la madre affranta e molta gente della città. Gesù cammina in mezzo alle vicende umane: non è un estraneo, né si estranea. E alla fine del racconto non c’è più distinzione: un corteo unico loda e benedice il Dio della vita. Il cristiano vive la morte con la stessa persuasione. Mentre essa ci inquieta con la sua macabra rappresentazione e ne condividiamo lo sconcerto umano, non dimentichiamo che abbiamo conosciuto un Dio che abita tale evento e da credenti ci chiama a rispondervi. A quale corteo ti stai accodando? La stagione culturale che stiamo vivendo ci sta mostrando tutta la fatica della morte e del morire. Se il Trionfo della morte, rappresentato in innumerevoli affreschi, voleva metter in guardia l’uomo medievale dal pericolo di sentirsi padrone della propria vita e aprirlo alla speranza eterna, oggi alla morte è accordato un nuovo trionfo: quello del nostro disincanto, quello di considerarla l’unica chance per le fatiche del vivere, quello di favorirne l’azione per cancellarne tutte le domande. Anche noi, vicino alla porta della città, ci ricordiamo che il vangelo che abbiamo ricevuto non segue un modello umano, né l’abbiamo ricevuto o imparato da uomini. Abbiamo ricevuto il vangelo della vita.

2.    Come funziona la vita di Dio? Essa comincia dalla compassione e continua con una serie di gesti e di parole. Gesù si avvicina, tocca la bara infrangendo la legge della purità che rendeva immondo chi avesse accostato un morto. C’è un contatto reale, anticipo di quel confronto con la morte che Gesù avrebbe stabilito con la propria morte. E quel verbo “alzati” [egheiro] sarà quello stesso che il Nuovo Testamento ripeterà per 144 volte per dire la risurrezione di Gesù. La morte non è cancellata dai crocevia umani, ma Gesù ti fa capire che è stata vinta, che non è più intoccabile. Negli abissi della morte Cristo ne ha distrutto il potere. E se la morte sta ancora sull’uscio della porta è perché in essa l’uomo partecipi della stessa battaglia. Perché trovi la verità del vivere e non si senta onnipotente. Perché ricordi che la vita è sempre dono e non conquista. Perché quel dono lo riceva da colui che glielo può dare. Dio che ci ha creato senza di noi, non ci salva senza di noi e niente più della morte ci aiuta a ricordarlo. Ecco perché Dio non la spazza via dalle nostre vicende umane: forse perché è l’ultima occasione che ci dà per essere noi stessi.

3.    Ma, dopo che Gesù ha riportato in vita quel bambino, compie un altro gesto. Lo restituì a sua madre. Perché continui ad averne cura, perché sia partecipe di una nuova cultura di risurrezione e di vita. Certo, anche a noi piacerebbe poter fare lo stesso gesto quando una madre perde un figlio. Ma in questo gesto di amore Gesù ci sta dicendo: ricordati che quello che distrugge il potere della morte è l’amore. Opera in questa direzione e vedrai che la morte ha i giorni contati. Pensate a quella donna inglese che nei giorni scorsi è intervenuta a Londra dopo l’omicidio del soldato britannico, parlando con l’assassino che ancora teneva in mano il coltello sanguinante, impedendo che la strage continuasse e mettendo a rischio la propria vita. Ha detto due frasi che hanno molto colpito l’opinione pubblica: «Ho visto un ragazzo sconvolto». «Meglio io che un bambino». Anche in questo caso è l’amore di una madre che viene attivato. Madre che non vede un fanatico omicida, ma un ragazzo disorientato. E madre che pensa ad altri bambini come se fossero suoi, tanto da prendere il loro posto. Ecco in che modo sconfiggiamo la morte anche se ci appare col machete in mano: vivendo gesti d’amore. Perché qui gesti né si pérdono, né ci pérdono.

Il cristianesimo non è buoni consigli. È annuncio di risurrezione e di vita nella pagina più terribile che possiamo trovare: quella della morte. Continueremo a misurarci con tale realtà ma con la consapevolezza che la danza macabra può finire quando inizia la danza dell’amore.

domenica 12 maggio 2013

Omelia 12 maggio 2013

Ascensione del Signore 2013

A Gerusalemme, nella piccola moschea che oggi racchiude il luogo dell’ascensione, viene custodita una roccia dove ci sarebbe l’impronta del piede destro di Gesù. Ma l’orma autentica di Gesù non è quella che egli lascia sulla pietra, bensì nel cuore dei suoi discepoli mentre li saluta per raggiungere il Padre. L’evangelista Luca, ci consegna la scena alla fine del vangelo e all’inizio del libro degli Atti e in essa indica l’eredità che il discepolo raccoglie mentre il suo Signore sale al cielo.

1.     L’eredità anzitutto è Gesù, la sua presenza che nuovamente raggiungerà i discepoli mediante il dono dello Spirito. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso. Il cristianesimo non ha il volto della nostalgia, ma quello della presenza: non viviamo di bei ricordi ma del Vivente che ci accompagna e ci riveste di forza dall’alto. Il nostro cristianesimo occidentale ha sviluppato la consapevolezza dell’operosità puntando molto sulla responsabilità dell’uomo, sulla sua iniziativa e il suo impegno. Quello che talvolta dimentichiamo è il mistero della presenza di colui che ci abita. Mediante il dono dello Spirito, Dio diviene parte di te e tu divieni parte di lui. Sei abitato. Nei giorni scorsi il sessantenne cantante emiliano Giovanni Lindo Ferretti, nell’ambito di un convegno ha parlato della sua esperienza di conversione, da militante comunista anticlericale alla riscoperta cristiana. E ha detto: Avevo perso la fede ma la fede non ha mai perso me. Sono tornato a casa. Nel nostro cuore c’è la presenza di Dio che non ci perde e pazientemente ci riporta a casa.

2.     Una seconda eredità è la sua parola. Così sta scritto: il Cristo. Gesù insiste perché i suoi discepoli ricordino tutto quello che ha fatto e insegnato e perché vivano di tale messaggio. L’orma che ci accompagna è il Vangelo che custodisce la bella notizia della risurrezione ma anche il cammino che ad essa ha portato. Se vivi di quella parola anche tu risorgi e sali al cielo, come Gesù. Di quale parole viviamo? Oggi siamo stregati dalle parole in streaming e pensiamo che averle a disposizione subito e avere le parole di tutti possiamo cambiare le cose. Ma non si tratta solo di controllare le parole: si tratta di capire che parole ci muovono, di quale parola ci fidiamo, quale opera novità. E purtroppo non sempre attiviamo lo streaming evangelico. Lo scorso mese è uscito “Il male ero io”, libro testimonianza di Pietro Maso, quel ragazzo che nel 1991 a 19 anni ha ucciso i suoi genitori. È in buona parte la storia di un cambiamento avvenuto mediante l’incontro con un sacerdote che è riuscito a bucare l’isolamento nel quale il giovane si era rinchiuso ed era stato confinato. Parlando del prete, Pietro Maso dice: «A volte era paterno. Altre duro, aspro. Non sapevo mai cosa aspettarmi. Ma c'era sempre. Non ha mai saltato un sabato. La sua fede, la sua tenacia, mi hanno dato una forza incredibile. Se lui faceva questo per me, dovevo diventare degno del suo sacrificio». E poi il giorno dell’incontro con le sorelle, con tutta la paura di affrontarle, loro che fanno il primo passo e gli dicono: «Pietro, ti vogliamo bene, sei nostro fratello». «Ho gli occhi chiusi. Dio mi sta facendo il regalo più grande della mia vita. Non posso crederci, sta succedendo davvero, a me. Non me lo merito». Ecco, quando si liberano parole evangeliche, nella vita succede l’inaudito.

3.     La terza eredità sta negli ultimi gesti di Gesù: «Alzate le mani li benedisse». La benedizione nella bibbia è un momento importante: benedire vuol dire consegnare il senso della vita. E Gesù lo fa alzando le mani. Come se volesse dire: il senso della vostra vita è in alto. Non lasciatevi appiattire. Cercate sempre orizzonti più grandi di quelli che vi accerchiano e che cercano di imprigionarvi. Qui sta la vostra benedizione. Ci troviamo ormai di fronte a un appuntamento elettorale che interessa la nostra città e, lo sappiamo, i cristiani sono presenti in tutti gli schieramenti. E per tutti c’è stima, anche se alla fine qualcuno sarà eletto, qualcun altro no. A tutti però diciamo: dateci la benedizione dell’alto! Una politica alta: che non si insterilisca nelle polemiche partitiche ma intraveda il bene comune. Un’amministrazione alta: che non sia solo tombini ma sforzo di ripensare questa città. Un servizio alto: che non si limiti alle polemiche sugli stipendi, ma intraveda il senso di una missione. L’alto non cancella il basso, la concretezza e l’urgenza delle problematiche, ma gli impedisce di fossilizzarsi, di confondere la terra con il cielo di cui sempre abbiamo bisogno per capire chi siamo e dove siamo.

Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. La festa dell’ascensione – lo abbiamo capito – non riguarda solo Gesù. Ci appartiene. E ne viviamo un frammento ogni volta in cui anche noi, accanto allo ius soli, come facciamo in questo tempio, ricerchiamo lo ius caeli, che Dio stesso ci ha garantito.

domenica 28 aprile 2013

Omelia 28 aprile 2013

Quinta domenica di Pasqua

Ieri le ho contate, perche nel portafoglio non ci stavano più. Ed erano una quindicina. Sono tessere e carte che identificano l’esistenza. Ci sono quelle delle banche che consentono i pagamenti, quelle del lavoro che scandiscono l’orario d’ufficio, quelle della palestra, dell’autobus, del fisco e della sanità. E poi quelle dei negozi: un’infinità. E i negozi, ogni volta che passi la carta alla cassa, ti danno dei vantaggi, ma soprattutto essi ne hanno vantaggio: ti tengono legato, colgono i tuoi gusti, sanno quali sono gli orari che preferisci, capiscono come dosare i prodotti. Dimmi che carte hai e ti dirò chi sei.
Anche Gesù ci dà una carta di riconoscimento. Ma non sta nel portafoglio: sta nei gesti e negli atteggiamenti, negli orientamenti e nelle scelte della vita. Ed è la carta dell’amore. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. Ci sono religioni che parlano con la forza dell’ascesi e della purificazione, altre con la meditazione, altre con l’irruente presa di posizione nei confronti del mondo. I cristiani invece si riconoscono dall’amore. Di che amore si tratta e come funziona?

1.     Anzitutto Gesù anticipa questi discorsi parlando di gloria: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato e Dio è stato glorificato in lui». La gloria è il mondo di Dio, la realtà che ne custodisce il mistero. Ma la gloria divina non se ne sta nei cieli: essa si manifesta attraverso Gesù e il dono di sé che egli fa nella croce. La gloria di Dio è amore totale, libero e disinteressato. I discepoli di Gesù Cristo vivono l’amore perché il Dio che hanno conosciuto è così. È quello che Andrej Rublev cercava di dirci con l’icona della Trinità: tre persone sedute a tavola, con un lato del banchetto aperto per ospitare l’osservatore, per ricordargli che anche lui ha un posto in quella medesima realtà. Chi vede la carità vede la Trinità. Forse avete sentito che Magdi Allam, noto giornalista che si era convertito dall’Islam al cristianesimo, ha lasciato la chiesa. Se ne è andato perché non accetta un’impostazione “buonista” che, a suo dire, ha messo da parte l’esigenza di affermare la verità di Gesù Cristo e di combattere contro la “dittatura del relativismo”. Non gli va, inoltre, lo stile di dialogo che questo papa ha incoraggiato, ricevendo addirittura la delegazione islamica. Ma qual è la verità del cristianesimo, se non l’amore? La gloria di Dio appare in questo modo.

2.     Un altro aspetto dell’amore è che corrisponda a un comandamento. Ha una forza obbligante, come ogni comandamento. Ma è un comandamento nuovo, poiché l’obbligo non deriva dalla coercizione, ma dall’adesione, dall’aver intuito qualcosa di bello e promettente. È quello che molti percepiscono in relazione all’attuale pontefice: vedi che i suoi gesti di affetto, di accoglienza, di carità costituiscono per lui una sorta di imperativo. Ma è un imperativo che gli esce spontaneamente e al quale ci crede. A volte noi facciamo dell’amore un consiglio opzionabile o un comandamento senza adesione interiore. Nel primo caso lo riduciamo a una prerogativa part-time, legata ad alcuni interventi filantropici, nel secondo poniamo dei gesti senza troppo coinvolgimento. Dobbiamo sempre vigilare perché, quando non accogliamo il comandamento dell’amore, altri comandamenti sono in agguato. Dell’opportunismo, del calcolo, del moralismo, del ritorno pubblicitario, della convenienza. Ma queste derive non solo ci rendono poco solidali con gli altri: tradiscono quello che siamo. Perché se siamo stati creati da un Dio che è amore, di amore siamo fatti e di amore ci alimentiamo. Il comandamento non salvaguarda una nobile altruistica propensione, ma salvaguarda la nostra identità. Non amiamo per risolvere i problemi dell’umanità, ma per evitare di perdere la nostra. Ecco perché è così importante.

3.     Infine l’amore cristiano ha un termine di riferimento costante: come io ho amato voi. Come. Il cristiano trova le misure dell’amore nelle misure di Gesù. È una tensione inesauribile, ma salutare, che impedisce all’amore di confondersi, di sottosvilupparsi. Perché può capitare che le nutrie divengano più importanti degli uomini e che a Treviso la loro causa trovi più spazio nei giornali più di quanto non ne abbia il neonato centro d’ascolto delle parrocchie cittadine. Ma, per cercare questioni più rilevanti: quello che sta accadendo in Francia, con il riconoscimento dato ai matrimoni omosessuali, pratica dell’adozione compresa, è in sintonia con il “come” di Gesù? E anche in Italia il tentativo di far passare l’idea che siamo un paese retrogrado perché non ci apriamo a simili conquiste di civiltà. Come io ho amato. L’amore di Gesù è dono, reciprocità, rispetto. E lo è di tutti, anche di un bambino che ha diritto ad un padre e a una madre e non è l’oggetto delle tue rivendicazioni e conquiste.

Il comandamento nuovo di cui ci parla il vangelo trova oggi una singolare corrispondenza con quei cieli e terra altrettanto nuovi di cui ci parla l’Apocalisse. Cieli e terra crocevia di quella città che scende dal cielo e ridisegna la convivenza degli uomini. Il comandamento dell’amore allora non è poesia per cuori romantici, ma la modalità con cui i discepoli di Gesù partecipano alla costruzione del suo Regno e con lui dicono: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.

sabato 20 aprile 2013

Omelia 21 aprile 2013

Quarta domenica di Pasqua

Sono ancora vive nella mia mente le immagini di Piazza S. Pietro, gremita all’inverosimile da almeno ottantamila fedeli, mercoledì scorso, all’udienza di Papa Francesco. Un’assemblea di straordinarie proporzioni, ma composta e festosa, mossa dal desiderio di incontrare il successore di Pietro, di pregare con lui, di poter trovare sostegno nella fede. Sembrava la moltitudine immensa di ogni nazione, tribù, popolo e lingua di cui ci ha parlato il libro dell'Apocalisse. E la figura del Papa che, con l’immediatezza e la semplicità che gli sono proprie, diviene segno di unità, di appartenenza, di considerazione e di stima verso ciascuno.

Roma, però, in questi giorni ci ha dato anche un’altra immagine: quella della desolazione partitica e istituzionale legata all’elezione del Capo dello Stato. L’incapacità di trovare un accordo, l’incaponimento nelle proprie posizioni, la congiura e il tradimento, la provocazione irriverente, l’insulto. Se qualcuno non ti piace non c’è bisogno di scriverlo nella maglietta o di farne un panino. Il rispetto delle idee non deve mai dimenticare il rispetto delle persone.

Perché da un lato vi è un quadro di unità e dall’altro uno di frammentazione? Forse perché la figura del pastore non solo determina una relazione, quella che i cristiani hanno con il loro Signore, ma stabilisce anche uno stile, un modo di prendersi cura degli altri di cui abbiamo perso le coordinate. E il Buon Pastore oggi ritorna per ricordarci questo differente orizzonte: la dispersione alla quale ci espone la pretesa di salvare se stessi e l’esigenza di custodire gli altri che ci sono affidati. Che stile ci insegna il Buon Pastore?

1.     Le mie pecore ascoltano la mia voce. Il Buon Pastore è in azione quando si sente la sua voce. Ma è una voce carica di attaccamento e di affetto per le proprie pecore: Io le conosco ed esse mi seguono. A volte i pastori terreni non funzionano perché alzano la voce ma non vi è partecipazione alla sorte del gregge. Manca l’affetto. Può essere un politico che ha perso il contatto con la situazione del Paese. Può essere un prete che predica messaggi senza vita. Può essere anche un genitore o un educatore che dice tante parole di esortazione, di spiegazione, di raccomandazione ma senza il cuore. Se un ragazzo arriva a dire con lucido disincanto: «Non mi fido dei miei professori», che cosa ha percepito dei suoi insegnanti? Oggi ai ragazzi vengono offerte numerose opportunità scolastiche, culturali e sportive. Anche le scuole sviluppano la loro offerta su un piano di forte concorrenza con altri istituti. Ma non va perso di vista il valore della relazione educativa. E l’educazione, come ricorda d. Bosco, è cosa del cuore. Se non ci metti cuore rimane ben poco. Le pecore ti ascoltano perché le conosci. Questo è il buon pastore.

2.     Altro tratto del pastore è la prospettiva di vita che tiene in serbo: Io do loro la vita eterna. Non basta assicurare un’azione di raccolta del gregge: occorre promuovere vita e difendere quella vita. Nessuno le rapirà dalla mia mano. Festa dei sedici anni. Una famiglia benestante organizza per la figlia un ricevimento in villa. Non capita raramente nella nostra città. Ma questa volta ci sono pochi e selezionati invitati che non si limitano a trascorrere qualche ora insieme, ma è chiesto loro di interpretare un copione che vagamente richiama il ballo delle debuttanti con tanto di troupe televisiva che riprende l’evento. Che vita stiamo aprendo a questi ragazzi? E poi ci interroghiamo perché con disinvoltura, in questo tempo di crisi, i figli chiedono soldi. Perché glieli diamo. Perché non ne indichiamo il valore. Perché temiamo di esporli al confronto con gli altri e a brutte figure. Ma cosa devi realmente temere? Il timore di essere considerato un poveraccio o che tuo figlio costruisca il suo futuro sul nulla, che perda le coordinate reali della vita? Io do loro la vita eterna. Fa’ in modo che la vita che indichi a tuo figlio sia una vita in piedi, che resista agli urti. E fa’ che nessuno li strappi dalla mano della responsabilità e dal gusto delle cose sudate.

3.     Infine il Buon Pastore sa di rispondere a qualcun altro: iI Padre che me le ha date è più grande di tutti. Noi siamo sempre pastori affidatari. Il gregge è di qualcun altro. E questo la aveva ben capito Pietro che, scrivendo ai presbiteri delle prime comunità, diceva loro: “Non spadroneggiate sul gregge”. Sei pastore se ti riconosci in una missione più grande della tua e se ti ricordi a chi appartiene ogni uomo che ti è affidato. Appartiene a Dio. Non spadroneggiare. Sul mistero della vita, sull’identità della famiglia, sul diritto alla cura, alla salute e a una vita dignitosa. Ci possono essere le personali convinzioni, ci può essere una logica di opportunità o di convenienza ma ci sono dei valori non negoziabili che hanno lo scopo di inserirci in un orizzonte più grande ed evitare il rischio di metterci al posto di Dio. Perché  quando si toglie tale riferimento non si è più liberi o più laici: si è schiavi di altri potentati o egemonie, a cominciare dalla pretesa di autodeterminare giusto e sbagliato, giusti e sbagliati.

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non è una voce gridata quella di Gesù. Oggi meno che mai. Ma è la voce di chi conosce, di chi vuol bene e in quel bene nasconde una promessa di vita che è aperta a tutti e che dura per sempre.

Omelia 14 aprile 2013

Terza domenica di Pasqua

Il cambiamento è un desiderio che portiamo nel cuore. Oggi lo percepiamo in relazione alla crisi ma anche alle più generali condizioni della nostra vita. Ci sono infatti numerose trasmissioni televisive che cavalcano tale esigenza: ti servono dei soldi? Se nessuno te li lascia puoi sempre vincere l’eredità. Una casa nuova? Te la costruiamo noi. Un corpo nuovo? Ti facciamo dimagrire e ti sottoponiamo al bisturi. Un futuro sorprendente? Prova a cantare, a ballare a improvvisare uno show. Italia’s got talent.
Scenari di cambiamento nei quali talvolta all’illusione segue la delusione. Come si cambia realmente nella vita?
La pagina del vangelo di oggi ci suggerisce il cambiamento della risurrezione. È un cambiamento efficace, che ridisegna in maniera nuova la vita. Come avviene questo cambiamento?

1.   Innanzitutto l’evangelista insiste nel dirci che Gesù si manifestò    di nuovo e conclude affermando che era la terza volta che si manifestava. Il cambiamento della risurrezione non avviene sui facili entusiasmi di uno show televisivo. Ha bisogno di pazienza, di attesa, di fiducia. Ha bisogno di recuperare i pezzi. Pensate al gruppo dei discepoli: l’evangelista li conta e sorprendentemente sono solo sette. E gli altri? Il cambiamento deve verificare cosa lasci e cosa trovi e se quello che pretendi di abbandonare sia davvero insignificante o ingombrante.  Vi sono anche alcune scuole cittadine che sviluppano richieste così elevate sul piano della prestazione scolastica che, inseguendo i fantasmi dell’eccellenza, scatenano esasperata rivalità tra docenti, alunni e genitori. Non è che ci perdiamo per strada i pezzi dell’educazione che ha bisogno di valori e non solo di risultati sul piano delle prestazioni? Si cambia solo se hai la pazienza di recuperare un quadro sufficientemente completo di quello che sei perché non succeda che con l’attesa del nuovo non vi partecipi solo a metà.

2.   Un altro elemento da considerare nel cambiamento è il suo humus. Dove cresce? Pietro, nell’incertezza dei giorni che seguono la risurrezione e nonostante abbia già incontrato il Signore risorto, dice: Io vado a pescare. E gli altri lo seguono. Sembra una rinuncia delusa rispetto alle prospettive aperte da Gesù, ma in quella scelta c’è qualcosa di promettente. Perché è proprio là che Pietro di nuovo incontra Gesù: nella pesca, come era avvenuto all’inizio della sua vocazione. Anche allora Gesù aveva riempito le barche. E ora Pietro e i suoi amici riconoscono che il Signore non li ha abbandonati: ritessono una relazione che sembrava perduta e ricomprendono la loro missione.  A volte noi pensiamo di guardare semplicemente avanti trascurando il passato con la voglia di dare un taglio. Ma quel futuro che cerchiamo ha bisogno di solidità perché la novità che inseguiamo non si riveli ingannevole. Su quali direttrici ti eri impegnato? Per quale pesca? Quando usi tuo figlio per ricatti monetari, dosandolo strategicamente ai nonni che già te lo mantengono all’asilo, non è che ci siamo dimenticati il senso del matrimonio e della famiglia? Eppure ti eri sposato in chiesa. Cosa capirà di te e del mondo tuo figlio? Che cambiamento ci sarà nella sua e nella tua vita? Gesù invita a gettare nuovamente le reti ma in un progetto che già ti ha consegnato, in una vocazione che non smentisce. Gesù risorto non fa cose nuove, ma fa nuove tutte le cose. Credi che la novità non è fuga, ma esserci in maniera differente in quello che ti è stato affidato.

3.   Infine il cambiamento avviene se cambi interiormente. Come poteva sentirsi Pietro dopo il rinnegamento di Gesù? Il Risorto si era manifestato già per due volte e non aveva minimamente affrontato la questione. Sono quelle situazioni che ti lasciano nell’incertezza. Come quando abbiamo i conti in sospeso con qualcuno: abbiamo ripreso a vederci ma non abbiamo affrontato la questione. Davvero il problema è risolto? Ma ad un certo punto Gesù si rivolge a Pietro con quella triplice domanda che ricorda all’apostolo la triplice negazione. E quel dialogo spazza via il rimorso, il rammarico, la delusione, l’incertezza. Ma è un dialogo modellato dall’amore. Mi ami? Pietro risponde con un cauto Ti voglio bene. Ma questo già basta per cambiare le cose. Questo ci fa capire che il cambiamento non avviene se il cuore non cambia e se non si lascia rimodellare dall’amore. In questi giorni i TG hanno dato spazio a Khalifa, un writer di 19 anni che in Siria, sulle macerie della guerra, dove trova un brandello di muro, scrive messaggi di pace. “Un giorno questo sarà bellissimo”. Non puoi credere a un cambiamento se rimani prigioniero dell’odio, della ritorsione, del risentimento, del calcolo, dell’opportunismo. Solo se fai spazio all’amore, quello che Dio ti insegna, allora le cose cambiano. Ecco perché è Gesù è risorto. Per liberare amore e per renderti persuaso che unicamente tale forza può operare cambiamento. Accogli e libera quel suo amore e forse qualcosa inizia a cambiare. In maniera più efficace e un po’ più duratura di una trasmissione TV.

sabato 13 aprile 2013

Omelia 7 aprile 2013

Seconda domenica di Pasqua
Credo in un solo Dio, la Natura, Madre onnipotente, generatrice del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, l'Uomo, plurigenito Figlio della Natura, nato dalla Madre alla fine di tutti i secoli: natura da Natura, materia da Materia, natura vera da Natura vera, generato, non creato, della stessa sostanza della Madre.
Credo nello Spirito, che è Signore e dà coscienza della vita, e procede dalla Madre e dal Figlio, e con la Madre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti dell'Intelletto.
Aspetto la dissoluzione della morte, ma non un'altra vita in un mondo che non verrà.

È il credo ateo redatto da Piergiorgio Odifreddi, espressione di un atteggiamento scientifico inconciliabile con le ragioni del trascendente poiché solo ciò che è empiricamente dimostrabile può essere ritenuto vero. È una posizione discussa e discutibile, anche dagli stessi scienziati. Perché non tutta la conoscenza passa per gli alambicchi di un laboratorio e l’esperienza umana ci dimostra che molte nostre acquisizioni e convinzioni incrociano i sentimenti, non solo i ragionamenti, le relazioni e non solo le dimostrazioni. Basta pensare all’esperienza dell’amore e a quanti aspetti della vita ci fa conoscere. Non si tratta di acquisizioni scientifiche, ma non per questo meno vere. E si tratta di acquisizioni che implicano la fede, perché tu ami solo se credi. Se credi in chi ti sta accanto, nella storia che può nascere, nel futuro che ti apre. Ci sono motivi scientifici? No. Ci sono motivi ragionevoli e tale ragionevolezza è condizione sufficiente per cercare di aprire un nuovo varco nella vita. Anche il varco di Dio.
La vicenda di Tommaso rappresenta proprio tale apertura. Dalle pretese investigative che appartengono agli strumenti della ragione a nuove condizioni di conoscenza. Per questo è il Gemello: è il gemello di ogni uomo in ricerca!

1.      Anzitutto la vicenda iniziale. Gesù appare la sera di pasqua e Tommaso non c’è. Non era con loro quando venne Gesù. Quando i suoi amici gli raccontano dell’incontro con il Signore, le sue pretese risentono della sua assenza. «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». La relazione si è trasformata in dimostrazione, l’esigenza di metterci il cuore con la pretesa di toccare con mano. Funziona così anche nella vita: ti allontani dai luoghi che ti appartengono, dalle persone che ti sono affidate e ti lamenti perché gli altri non ci sono o non sono all’altezza delle tue aspettative. Ma tu dove sei? L’altro ti viene dato in uno spazio di gratuità e di libertà non di rivendicazione o di pretesa. L’altro si dà nella misura in cui qualcuno è disposto ad accoglierlo, così com’è. E nelle questioni della fede non è diverso. Ci siamo allontanati dai luoghi degli appuntamenti con il Risorto, dall’esperienza dell’incontro con lui e pretendiamo che lui ci dia prove convincenti della sua presenza. Quelle che stabiliamo noi. E ci dimentichiamo che la condizione fondamentale per incontrare il Signore è la relazione che egli stabilisce con la comunità dei suoi discepoli. Lì lo trovi, non sotto i tuoi microscopi indagatori. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Dove sei?

2.      Gesù ritorna otto giorni dopo. Anche questo dato è importante. Documenta la costituzione di una tradizione di fede che fa della domenica l’occasione dell’incontro permanente con il Risorto. Come se Gesù conoscesse le nostre difficoltà e ci desse una possibilità di trovarlo ogni volta che ne abbiamo bisogno. Non c’è solo un luogo per trovare il Signore ma anche un tempo. È quello che ci ha detto il Libro dell’Apocalisse. Il discepolo tribolato, deportato a Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza, nel giorno del Signore è preso dallo Spirito e ode una voce potente che apre una nuova consapevolezza sulla storia. Anche noi viviamo oggi in una situazione di deportazione che mette a rischio la fede. La pratica del suicidio, da cui è tragicamente segnata anche la cronaca di questi giorni, sembra l’unico approdo della disperazione. E rischiamo di esserne succubi. Il giorno del Signore è un regalo che Dio ci fa per ricordarci che lui è vivo, che ha vinto la morte, che le regioni della vita sono più forti di qualsiasi condizione di crisi con cui ci misuriamo. Guarda che c’è ormai un giorno nuovo nel quale Dio ci chiama ad abitare, anche quando i giorni terreni sembrano smentirlo. La fede cresce se metti in conto l’ottavo giorno e ti sforzi di vederne già oggi gli anticipi, mettendo in discussione ogni logica di morte, di chiusura e di rassegnazione.

3.      E infine le piaghe. Queste sono le prove che Dio ci dà. Il Risorto poteva cancellare le sue ferite, invece se le tiene. Per dirci che è là che ci aspetta. Quelle impresse nella sua carne, per dirci che è proprio lui. E quelle impresse nella carne di ogni uomo verso il quale ti fai attento e premuroso. Perché in tale attenzione e premura lui sarà presente e lo potrai incontrare. Come ci ha ben fatto capire Papa Francesco con il gesto della lavanda dei piedi. E non a caso il vangelo di oggi si conclude dicendo che Gesù fece molti altri segni che non sono stati tutti scritti. Sono quei segni che passano attraverso le nostre mani e i nostri piedi e ci fanno capire che lui è ancora risorto e vivo.